Tra i braccianti in Puglia nelle baracche con i poster di An

Non chiamiamoli “ghetti”. In Puglia di ghetto ce n’è uno solo. Il Gran Ghetto di Rignano, il cui nome, con esplicita ironia, è stato deciso dagli abitanti, i braccianti africani. Gli altri sono insediamenti informali, casa degli invisibili. Quelli che in Puglia abitano da decenni o che ci vengono solo per qualche mese, al tempo del raccolto, dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’est. Mica solo pomodoro: c’è l’uva e le olive, ma ci sono anche, tutto l’anno, ortaggi dì ogni tipo. Cipolle e asparagi, sedano e meloni, zucche e zucchine. Ci sono le macchine per arare e seminare, e persino per infilare le piantine nei buchi, ma molto si fa ancora a mano, e servono braccia.

Le braccia, poi, sono uomini. Hanno bisogno di mangiare, riposare, dormire, lavarsi. Molti hanno occupato le vecchie masserie abbandonate, sperse nei campi. Le riconosci dai panni stessi, e dai bidoni blu dell’acqua, riforniti periodicamente dalla Regione, gli antichi pozzi sono spesso andati in malora negli anni dell’abbandono. Ecco, lì vivono i braccianti: nelle masserie diroccate, nelle fabbriche dismesse, nei borghi abbandonati.

Il viaggio per capire come si vive nelle campagne del foggiano comincia così, un piccolo gruppo di persone accomunate da un’esperienza di volontariato e dalla volontà di capire come funziona la filiera del pomodoro dall’ultimo anello della catena, quello dei braccianti. Un avvocato “di strada”, un’operatrice del progetto Presidio della Caritas, un videomacker e una giornalista hanno cominciato a vagare per le provinciali aguzzando gli occhi e cercando le masserie abbandonate e rioccupate dai gruppi di lavoratori. Ma prima, andando nei due luoghi ormai noti a tutti, il Gran Ghetto e la Pista.

Il Gran Ghetto

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Le baracche del Gran Ghetto di Rignano. Foto di Ella Baffoni

Fiore all’occhiello del governatore della Puglia, Emiliano, lo sgombero. La notizia fece, in marzo, il giro dei telegiornali ed ebbe un grande effetto. Come drammatica conseguenza ebbe un incendio che, alimentato dal vento, uccise due braccianti. Amhu c’era quando ci fu l’incendio. Con molti altri era tornato dopo lo sgombero: dove andare, se no? Ma si era accampato sotto gli ulivi, fuori dall’abitato. “I due ragazzi no – racconta Amhu – c’era vento e faceva freddo, e si sono chiusi dentro la loro baracca. L’incendio è scoppiato poco più in là, loro non sono riusciti ad uscire. Chi era fuori ha cercato di aiutarli ma le fiamme erano altissime e nel Ghetto, per favorire lo sgombero, la Regione aveva sospeso l’erogazione di acqua, impossibile spegnere il fuoco”. Lì, sul luogo della tragedia, c’è ancora il carbone che segna il perimetro delle baracche, e qualche lamiera contorta. Ogni tanto qualcuno si ferma a guardare, o a pregare.

Città dei caporali e dello sfruttamento del lavoro e non solo (i bordelli, ad esempio), il Ghetto aveva però alcune forme di socialità e di mutuo aiuto non trascurabili. Sgomberato il Ghetto senza soluzioni davvero alternative – un sistema pulito di reclutamento dei braccianti, garanzie di contratti e condizioni di lavoro non proibitive, versamento dei contributi – cosa è avvenuto? Alcuni braccianti si sono trasferiti dieci chilometri più in là a San Severo, all’”Arena”. Ma il sospetto che il sistema del caporalato per loro sia tutt’ora funzionante è più che legittimo.

Ghetto di Rignano, il luogo dove sono morti i due braccianti africani, nel marzo 2017. Foto di Ella Baffoni

Il Ghetto, intanto, si è riformato. Non sui terreni di proprietà della Regione, abbandonati a carboni e lamiere contorte, ma lì accanto, su terreni privati. Non più baracche ma tendine da campeggio e camper, più difficilmente sgomberabili, e la sera attorno ai caporali che fanno le squadre si formano decine di capannelli. I bar e i negozi hanno riaperto, le ragazze hanno ricominciato a riaffacciarsi. Non saranno i tremila abitanti dello scorso anno, prima dello sgombero, ma a fine agosto c’erano già ottocento persone almeno, e altre ne continuavano a venire. Però, dice Amhu che sta qui da anni e che tuttavia dorme all’addiaccio, prima c’era più solidarietà, più amicizia. Se si era in troppi ci si stringeva per far posto agli altri e un piatto di riuso non mancava a nessuno. Adesso ci vogliono soldi, sempre soldi,  tutto è più complicato e meno umano.

Molti invece se ne sono andati. Accanto alle case nella piana sono comparse le baracche degli ex abitanti del Ghetto, o le roulotte, o i pulmini attrezzati all’interno. Divisi all’ingrosso per nazionalità o, meglio, per lingua, i braccianti hanno cercato l’invisibilità che consentisse il lavoro. Invisibilità a tutti ma non a caporali o datori di lavoro. A Nord di Foggia, a Sud, a Est e Ovest. Con un’eccezione, la Pista.

La Pista di Borgo Mezzanone

Borgo Mezzanone è un sobborgo di Foggia, alle case rurali si sono sommati anni fa gruppi di case popolari. C’è una scuola e un ambulatorio, qualche raro negozio, il capolinea di un autobus per Foggia. E il Cara, il centro per i richiedenti asilo allestito fuori dal borgo, negli edifici dell’ex aeroporto militare. Una struttura inizialmente prevista per 800 persone che ne ospita più del doppio. Accanto, una vera lunga pista aeroportuale usata solo in guerra, proprio dietro al Cara, attrezzata di bagni e container per l’emergenza Nordafrica e poi abbandonata. Ovviamente i container sono stati subito occupati, dagli espulsi dal Cara ma anche da braccianti per lo più stanziali, due o tre persone ciascuno. E mentre la zona del vecchio insediamento resta sonnolenta, come al solito, l’ala nuova brulica di attività, soprattutto la sera.

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Infatti dopo lo sgombero molti degli espulsi dal Ghetto sono arrivati qui, terra di nessuno, ricostruendo baracche con una tecnica che al ghetto ha fatto scuola. E sommando ai tre o quattro baretti degli anni scorsi ujna raffica di servizi: oltre a quelli illegali, il caporalato e la prostituzione, anche quelli indispensabili, negozi, mense, taxi, un forno, meccanici d’auto o da bici, una chiesa, le prese per ricaricare il telefono, gli informatici. C’è l’acqua, c’è l’elettricità. C’è un’attività edilizia frenetica, che vede sorgere nuove baracche ogni giorno, e che occupa sempre nuovi spazi. Con alcuni effetti involontariamente comici, come la casa costruita con i cartelloni della campagna elettorale di Daniela Santanché e con i simboli di An che inneggiano contro i migranti.

Pista di Borgo Mezzanone. Le nuove baracche con i cartelloni elettorali. Foto di Ella Baffoni

Il terreno viene picchettato come nel West, il padrone del picchetto fa il prezzo che dovrà pagare chi vuole farsi una baracca. Centocinquanta, duecento euro: la pista è lunghissima, c’è posto per tutti, anche se qualcuno ha preferito occupare le casematte e i bunker del vecchio aeroporto.

C’è posto anche per Radio Ghetto, la radio gestita da volontari italiani che da anni dà voce e informazioni e musica ai braccianti, e che dopo l’incendio del Ghetto si è trasferita lì, all’estremità sinistra della pista guardando il Cara: una piccola veranda di canne che frusciano al vento e l’insolito lusso di una cabina di legno per la doccia. La radio e i suoi animatori hanno scelto, quest’anno, di diventare itineranti. Per esempio allestendo concerti e incontri a Lucera o Cerignola, o ancora tra i casolari spersi nella campagna e abitati dai bulgari, silenziosamente espulsi dal loro insediamento.

1 – continua

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La filiera sporca del pomodoro e le case di Boccadirosa

In Puglia Giuseppe Di Vittorio iniziò lavorare come bracciante, all’inizio del secolo scorso. Delle lotte che guidò, del suo pensiero sono molte le tracce che restano. Nella Cgil che guidò a lungo, ma anche nei suoi territori, tra i cafoni come lui a cui insegnava di non togliersi il cappello davanti ai padroni. Fosse vivo oggi, riconoscerebbe come suoi fratelli i ragazzi dalla pelle nera e quelli che vengono dall’est, sfruttati come bestie nei campi pagati in nero o in grigio come all’inizio del secolo. Ai braccianti sottopagati diceva: “I vostri agrari e quelli di Cerignola vendono il loro grano o il vino allo stesso prezzo. Perché dunque voi dovete lavorare un maggior numero di ore e guadagnare di meno? Organizzatevi in grande massa, come i vostri fratelli di Cerignola, e otterrete anche voi gli stessi miglioramenti”.

 

Borgo Mezzanone, il riposo dopo il lavoro nei campi. Foto di Ella Baffoni

Oggi ricorderebbe che negli anni 50 la paga dei braccianti era simile a quella di oggi, mentre il barattolo dei pelati costa molto di più. Chi ci ha guadagnato, chi ci guadagnerà?
E’ lungo il viaggio nelle campagne alla ricerca degli insediamenti informali dei braccianti d’oggi. Ma le tracce sono ancora quelle dei tempi di Di Vittorio, anche se le storie sono diverse, ognuna è un insegnamento nuovo. Un viaggio fatto insieme alla responsabile del progetto Presidio della Caritas, a uno dei fondatori dell’associazione Avvocati di strada, a Antonio Fortarezza, che sul lavoro in agricoltura nel Tavoliere ha molto lavorato (qui il link a uno dei suoi lavori).

 

Cerignola

Sul ovest di Foggia, il luogo dei grandi scioperi del braccianti negli anni ’50. Qui c’è l’insediamento più antico della Capitanata, più antico anche del Ghetto. Quando, quindici anni fa, nella piana sotto Rignano cominciavano a popolarsi i casali che restano il nucleo forte del Ghetto, nelle campagne di Cerignola la presenza dei braccianti era già strutturata. Come sempre, nel bene e nel male. Il male è il controllo forte dei caporali su tutti gli aspetti della vita quotidiana, non solo il lavoro ma anche l’accoglienza e il cibo. Il male è la presenza endemica di prostituzione, per gli africani ma anche per gli italiani. Tanto che, in uno di questi paesini si racconta che ci fu una rivolta delle mogli contro le prostitute africane, una sorta di “Bocca di rosa” che non è finita con l’espulsione, come nella canzone di De André ma, più modestamente e chissà se felicemente, con la riconquista di qualche marito.

La strada che si stende lungo la campagna piatta è affiancata, ogni quattrocento metri, da una casa poderale. Ridipinte fuori, attrezzate all’interno, sembrano residenze stanziali più che accampamenti di passo. Prima due casali gemelli di ghanesi, poi quello dei moldavi, due “case delle ragazze”, e ancora ghanesi. Una situazione decorosa, nel complesso, senza cumuli di rifiuti ma con carenza di acqua: le cisterne azzurre dell’acqua sono dovunque, l’autobotte della regione fa il suo dovere. Ma comunque il bucato si riesce a fare solo una volta a settimana, e chi lavora nei campi – soprattutto con i pomodori, il cui lezzo di piante schiacciate e di marciume si sente da lontano – avrebbe bisogno di lavarsi molto più spesso.

Tende e roulotte attorno a una masseria di Cerignola. Foto di Ella Baffoni

Non solo pomodori; molti abitano qui tutto l’anno. Per le cipolle, i meloni, le zucche, i finocchi, i cavoli, anche d’inverno. In primavera si ricomincia con le verdure a foglia larga e gli asparagi, i cereali. Fino all’estate, regno incontrastato del’oro rosso, il pomodoro da sugo.

 

La fabbrica di Foggia

La chiamano così “la fabbrica”. Pochi ricordano cosa producesse, forse era una Centrale del latte. Annegata nella zona industriale periferica, nel cortile ha un pozzo, intensamente usato dagli abitanti che da molti mesi vivono qui. Di giorno, la mattina soprattutto, sembra davvero una fabbrica abbandonata, la sera si anima, comincia la musica, il profumo di cibo e la fila davanti al pozzo. La mattina dopo una fila di pulmini porta i lavoratori nei campi.

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All’inizio erano un’ottantina, ora superano abbondantemente il centinaio. L’interno è suddiviso in stanze e stanzine, come separé teli di stoffa e cartelloni pubblicitari, una corda stesa è l’armadio dei panni, vecchie poltrone sono il salotto, fornelli e bombole per cucinare. Tanti i materassi anche l’aperto, e meno male che non piove. Ma anche no: mannaggia al sole, che quando piove non si può fare la raccolta meccanizzata dei pomodori e bisogna ricorrere al lavoro manuale, molte più squadre sul campo a infangarsi i piedi. Le macchine, pesanti come sono, s’impantanerebbero e i pomodori s’impasterebbero con il fango. Quando piove, i braccianti lo sanno, le macchine si fermano, c’è più lavoro ed è più facile strappare una paga meno indecorosa del solito.

Vivere alla periferia della città, comunque, affranca dalla schiavitù del trasporto governato dai caporali per chi ha bisogno di una farmacia, per chi si ammala o per chi abbia voglia, ogni tanto, di mangiare un pezzo di pizza o di mescolarsi con gli italiani.

 

La filiera e i controlli

Gli ispettori del lavoro a Foggia sono una quarantina, sei dedicati all’agricoltura. Ma in estate i turni di vacanza impoveriscono le squadre che fanno i controlli sui campi. A parlare con qualcuno degli ispettori la visione delle condizioni di lavoro appare divergente da quel che raccontano i braccianti. E per forza: quando arrivano nei campi i lavoratori scappano, anche quando i documenti sono in regola, anche quando hanno il contratto di lavoro nello zainetto. Peccato: in teoria gli ispettori vanno nei campi anche per difendere i loro diritti. Così invece gli ispettori parlano quasi solo con gli agricoltori e le aziende, e quando pure riescono a interrogare qualche bracciante, il bracciante mente, non indica mai il caporale.

Perché? Perché il caporale è l’unico tramite per ottenere un lavoro il giorno dopo. Chi lo denuncia, grazie al passaparola, sarà messo al bando. Così gli agricoltori sostengono di pagare 6-7 euro per ogni cassone di 300 chili riempito, e ci vuole quasi un’ora. E’ lavoro a cottimo, vietatissimo e pure tolleratissimo, Però i braccianti sostengono di ottenere 2.50, 3 e in rarissimi casi 4 euro a cassone. Probabilmente nessuna delle due parti imbroglia, c’è un terzo protagonista che maneggia arbitrariamente il denaro delle paghe che riceve dall’agricoltore e che distribuisce ai braccianti, il caporale. Che probabilmente ne trattiene una parte. Finché non si troverà il modo di eliminare i caporali e rendere trasparente e rapida l’assunzione dei braccianti – quando il pomodoro è maturo non si può aspettare troppo – truffe e sfruttamento continueranno.

Chi pensa di eliminare con le ruspe un Ghetto, o gli altri insediamenti informali, non sa di cosa parla. È lo sfruttamento, non le sue conseguenze, che bisognerebbe eliminare.

I camion con i cassoni dei pomodori in attesa davanti alle fabbriche di trasformazione

Invece finché il prezzo del prodotto lo faranno le ditte della grande distribuzione, magari con aste al doppio ribasso, gli agricoltori strozzati strozzeranno i braccianti, ultimo anello della filiera. Non solo Auchan Italia, Carrefour Italia, Conad, Coop Italia, Crai, Despar, Esselunga, Eurospin, Interdis, Lidl Italia, Gruppo Pam Panorama, Selex, Sigma, Sisa, Sma Italia fanno con gli agricoltori e con le aziende di trasformazione i contratti preventivi in appositi tavoli dedicati, in primavera. Ma poi, in rete, partono le aste al doppio ribasso. Una catena di supermercati, ad esempio, lancia on line la richiesta: mi servono tot quintali di pelati e tot di passata: chi offre meno? Una volta arrivate le offerte, rilancia dalla più bassa: Princess offre x, chi offre di meno? Le offerte speciali, i “sottocosto” nascono così, e sono davvero sottocosto. Ma chi paga in sostanza la strozzatura del mercato, se non il penultimo anello della catena? Gli agricoltori che, di nuovo, si rifanno sui braccianti. Loro sì, davvero gli ultimi.

In più, c’è la criminalità organizzata, quella vera. Che approfitta degli agricoltori più deboli, più indebitati. E propone di finanziare la semina, le piantine e la chimica necessaria, contrattando un tot per il prodotto finito. Un tot ancora più basso dei valori già bassi del mercato. L’agricoltore sarebbe in perdita se non ci fosse la speranza dei Fondi europei.

Già, i fondi europei. Dureranno ancora tre anni, poi dovrebbero estinguersi: finora sono un sostegno indispensabile alla nostra agricoltura, una droga. Potrebbero essere un forte volano di cambiamento, se venissero usati a sostegno della legalità invece che erogati a pioggia. Era il pensiero di Guglielmo Minervini, assessore della precedente giunta regionale che aveva organizzato un accurato piano per lo smantellamento del Ghetto e dello sfruttamento. Sventuratamente poco ascoltato, sventuratamente stroncato da un’impietosa malattia. Ora non resta che il presidente Emiliano, quello che si vanta dello sgombero del Ghetto. Sgomberato e rinato e moltiplicato. Perché non bisogna dimenticarlo: se il lavoro naviga in un mare di illegalità, è difficile poi che chi lavora possa vivere nella legalità. Era così quando a guidare le lotte nelle campagne c’era Di Vittorio, tanto più è così ora che le lotte sono sempre più deboli. Ma l’eco di quelle lotte c’è ancora, nelle campagne, a volerlo sentire. Dunque, chi può dire che sarà sempre così? Finché ci sarà bisogno di braccia per il lavoro nelle campagne, arriveranno uomini. Con le loro storie, i solo sogni, le loro speranze. E, sì, anche il loro bisogno di un futuro senza sfruttamento, che è anche il nostro.

3 – fine

La prima parte

La seconda parte

Insediamenti informali tra Lucera e Lesina

Foggia. Con la responsabile del progetto Presidio della Caritas, un avvocato di strada, un documentarista abbiamo cercato i luogi dove vivono i braccianti di oggi, africani o provenienti dall’est europa. Nascosti alla fine di una strada sterrata, o addirittura antiche masserie dove arrivano solo sentieri di terra battuta tra campo e campo, la stagione della raccolta del pomodoro ne richiama qui tantissimi. Molti però si fermano anche tutto l’anno, per i lavori dell’agricoltura.

Lucera

A nord est di Foggia c’è Lucera, con i suoi diversi insediamenti informali. Qui venivano i contadini negli anni ’50 a fare le scampagnate pasquali. Oggi, spersi tra le provinciali, nelle masserie abbandonate e diventate terra di nessuno si insediano i nuovi braccianti, gli stranieri.

La masseria dev’essere stata bellissima, e la sua buona qualità architettonica resiste ancora alla rovina del tempo: la sua torretta quadrata, le stalle ad arco a destra, i magazzini a sinistra, la grande aia davanti all’abitazione capace di contenere una famiglia allargata. Oggi ci vivono centoventi-centocinquanta ghanesi, governati da un caporale che prima dello sgombero viveva al Ghetto. Ha preferito venire qui e governare in proprio questa masseria circondata dai rifiuti, e all’occorrenza un’altra poco lontano. Ha installato due pannelli solari, e ora c’è l’elettricità. A lui si chiede lavoro, per lavorare a mano o anche a macchina. A lui si chiede un materasso al chiuso o all’aperto. A sua moglie, che gestisce il negozio-bar, si chiede una bibita fredda o un piatto caldo. E forse a loro si chiede una delle poche ragazze che vivono lì ma che non vanno nei campi. Un sistema integrato, come al Ghetto, ma ormai sottratto persino al controllo informale della città dello sfruttamento.
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Qui vive Koffi, in Italia da dodici anni. Ha vissuto tra Verona e Treviso facendo l’operaio interinale: metalmeccanica, logistica, imballaggi. Poi la crisi, ed è venuto a sud per lavorare in agricoltura. Ha avuto i documenti in regola a lungo, ma alla scadenza non è riuscito a esibire un contratto (per la crisi, appunto), ed è diventato clandestino. Ora il contratto lo avrebbe, se avesse i documenti. E vorrebbe, se possibile, uscire dall’inferno del lavoro grigio che l’imprigiona da un anno. Perché resta qui? Lo spiega lui, nel suo ottimo italiano: “In Ghana la paga di un operaio è duecento euro, quando ero in regola su al nord guadagnavo mille e duecento euro. Con la terra, con i pomodori guadagno molto meno, ma molto di più di quanto guadagnerei in Africa, e posso mandare qualcosa a casa”. Anche se il prezzo da pagare è una fatica da bestie e condizioni di vita molto peggiori che in Africa.

Altro casale, altra storia. Oleg è rumeno e ha una grande famiglia. Moglie e sette figli, quasi tutti sposati e con bambini. Il casale è del padrone, lui non l’ha occupato perché vuole fare le cose in regola. Non lavora solo i pomodori ma anche gli asparagi e gli ortaggi. E’ nel foggiano da quattordici anni, la casa è linda e ben attrezzata, con frigo e lavatrice, elettricità e acqua. Accanto, le roulotte per i figli e le loro famiglie. Oleg ha un problema: quando va sui campi con i suoi figli, a volte viene fermato dalla polizia, e accusato di essere il caporale. Ma siamo una famiglia, dice, è normale lavorare tutti insieme. E forse, grazie a un commercialista, ha trovato una soluzione: costituire una cooperativa di servizi, così da rendere legale la sua contrattazione con il padrone. Mostra le carte, l’atto di costituzione, i versamenti. Ma se tutti i caporali facessero così, famiglia o no, non sarebbe comunque intermediazione illegittima di lavoro? Sa davvero il fatto suo quel commercialista oppure è un furbetto che imbroglia chi si vuol mettere in regola?

Poggio Imperiale – Lesina

Sotto lo svincolo dell’autostrada, a nord di Foggia verso il mare, c’è una piccola zona industriale. Il capannone che cerchiamo sembra abbandonato: forse era una fabbrica di lavorazione della pietra rosa che scava da queste parti, ad Apricena, e poi forse è diventato un deposito di pelati. Sta di fatto che il tetto è crollato quasi ovunque, se non nell’ala destra. Qui si affollano materassi e tendine, il luogo del sonno per più di un centinaio di braccianti, all’inizio ghanesi ma anche sudanesi e senegalesi, musulmani e cristiani. In fondo, un bancone tipo bar per l’acqua e le bibite.
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Nel grande spiazzo aperto che era una fabbrica, sotto lo scheletro del tetto, ci sono materassi usati come divani, per chiacchierare e prendere il te, piccoli fornelli a legna per cucinare. Per l’acqua, non potabile, bisogna andare lontano, almeno duecento metri nelle campagne, e da lì si torna con i panni lavati e la doccia fatta. L’acqua è un problema sempre: due anni fa, quando piovve tanto, la fabbrica venne inondata e ci volle l’iniziativa della Caritas per trovare una tendopoli che accogliesse gli alluvionati. La siccità di quest’anno fa supporre che ora non ci sia pericolo.

Nonostante le condizioni di vita proibitive, le condizioni lavorative sono migliori che altrove, 52 euro a giornata, e solo per sette ore. Molti hanno un contratto (bisogna poi vedere se alle giornate lavorate corrispondano i contributi versati). Ma intanto qui il lavoro c’è, dice Ibra, che a lungo è stato a Brescia, operaio di fabbrica. La crisi ha espulso lui come molti, ora gira per le campagne. Chi ha il permesso di soggiorno trova lavoro più facilmente, chi lo ha perso viene sfruttato molto di più. Ma, dice Ibra, “con il mio gruppo ci muoviamo insieme. Questi due mesi a Lucera per il pomodoro, e stringiamo i denti per le condizioni di vita. Poi andremo a Adria per l’uva e le olive, in Sicilia per le patate e le olive, in Calabria per gli agrumi. Una vita nomade e sacrificata qui in Puglia, un po’ meno dove ci sono le tende con i servizi e l’acqua”. Le grandi tende azzurre della Protezione civile.

Al tramonto, una piccola pattuglia di braccianti stende al centro della fabbrica un telone di plastica azzurra e si china a pregare. Sembra plastica, ed è una moschea.

Il Ghetto bulgaro

Ora non ci abita più nessuno. Nella masseria in rovina a qualche chilometro dalla Pista di Borgo Mezzanone restano, oltre ai sigilli rotti, un’infilata di archi imponenti e cumuli di stracci, anche imballati, come se la concitazione dello sgombero non avesse consentito di portar via pacchi e bagagli. I rifiuti, per la verità, c’erano anche prima. E qui vivevano una miriade di bambini di ogni età, anche piccolissimi, spesso a piedi nudi. Bulgari, ma rom anche, vivevano qui come vivono nelle periferie delle città italiane.
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Uno scandalo ovunque ed anche qui: il difficile percorso di integrazione, cominciato con l’inserimento dei bambini nella scuola si è interrotto al secondo giorno di scuola, quando è stata burocraticamente minacciata la sottrazione della patria potestà. I bambini sono scomparsi dalla scuola e dalle baracche, speriamo rimpatriati, speriamo ospitati in altri campi rom. Grazie anche all’approvazione dell’Opera nomadi locale, lo sgombero è stato eseguito nell’indifferenza e nel silenzio.

Lì non restano che gli stracci e i giocattoli abbandonati, mentre il vento suggerisce l’eco delle voci dei bambini alle orecchie di chi li ha conosciuti.
La masseria attorno a cui vivevano centinaia di bulgari, moltissimi bambini. Foto di Ella Baffoni

2 – (continua)

La puntata precedente

Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

Dagli alle vedove, dagli agli immigrati

L’ultima è stata la proposta di abolire la pensione di reversibilità. Ultima, perché è stata preceduta da una raffica di annunci altrettanto inquietanti. Dalla privatizzazione degli asili nido – magari poi ci si lamenterà che le donne italiane non fanno più figli – alla dismissione delle biblioteche, alla tutela dei beni culturali e del paesaggio affidata ai prefetti, cioè all’esecutivo. Archeologi e storici dell’arte conteranno come il due di briscola, proprio come i nostri preziosi beni culturali.

In cambio compriamo F35, ci vantiamo dell’abolizione dell’Ici, distribuiamo 80 euro ai diciottenni in cambio di una precarizzazione senza mercè del loro lavoro e del loro futuro, e del lavoro coatto contrabbandato come esperienza formativa al posto di ore di studio.

Il messaggio è chiaro: regalie, non diritti.

Sono abbastanza vecchia per ricordare la nascita dei consultori, degli asili nido, dei centri anziani, del sistema delle biblioteche comunali, animate da intellettuali entusiasti e prolifici. Roba vecchia per il governo, da spazzare via: sprechi. Salvare le banche, invece…

Mi ha molto stupita vedere che questi annunci non provocano reazioni: a Roma qualche protesta sindacale, un corteo di addette agli asili nido in periferia e poco d’altro. Difendere le vedove non è cool, evidentemente, roba ottocentesca. L’idea che le pensioni non siano un pozzo a cui attingere impunemente, ma un pezzo di salario accessorio, già guadagnato e accumulato da chi poi ne usufruirà, è idea diventata peregrina. Il fatto che le pensioni di reversibilità riguardano per lo più le donne, già penalizzate dalla cura della famiglia e dei parenti nel lavoro e nella carriera, non interessa nessuno.

Del resto a Roma si sgomberano centri sociali, restano chiusi beni confiscati alla mafia come il Cinema Aquila – ancora un po’ e si dichiarerà che il possesso di quel bene è un aggravio alle finanze comunali e quindi è meglio rivenderlo, nonostante negli ultimi anni sia stato un presidio culturale d’eccellenza, ma si sa, la memoria è labile – il teatro Valle è al palo, anche quella è stata un’esperienza interessante, come tante sgomberate o minacciate in nome di un’arida legalità. Intanto in un lembo dell’area vincolata “Ad duas lauros” la multinazionale Lidl sta costruendo un inutile discount, dopo aver raso a terra i vecchi alberi che occupavano quell’area. Ma si sa, la Lidl è sponsor della nazionale italiana, si può scontentarla?

Avanti i potenti, i non potenti stanno zitti.

Ecco perché la manifestazione romana, stasera, di immigrati asiatici a Torpignattara è un segnale di incoraggiante speranza. Chiedono il permesso di soggiorno, perché le questure lo negano a chi è residente qui da anni, chi paga l’affitto, chi ha un lavoro e persino una famiglia. “Dietro uno di noi, che chiede i documenti, c’è una donna e due bambini che vanno a scuola” denuncia uno speacker. Infatti, sfilano anche le donne, qualcuna con la carrozzina, molte con i bambini.

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La questione è che molti proprietari di case non vogliono registrare il contratto di affitto, e che la questura senza questo documento rifiuta i permessi di soggiorno. In più, chiede il certificato di residenza, che il municipio non rilascia senza permesso di soggiorno. Per questo dunque ieri il corteo si è concluso sotto gli uffici municipali. “Subito, subito, permesso di soggiorno”.

In fondo è vero che gli immigrati fanno alcuni lavori che gli italiani non vogliono più fare. Lottare, ad esempio, per i propri diritti.

La filiera del pomodoro

Un corteo di migranti a Foggia, organizzato ieri pomeriggio da Campagne in lotta, per chiedere diritti e dignità, e l’abolizione del vincolo della residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, forca caudina inventata dai burocrati per tagliare surrettiziamente i permessi di soggiorno. La sera l’incontro “La filera (non) etica del pomodoro. Dai campi agli ipermercati”, che ha visto eccezionalmente attorno allo stesso tavolo amministratori, sindacalisti, imprenditori e giuslavoristi. Non tanto per parlare del Ghetto, la vergogna del foggiano che ora il governatore Emiliano vorrebbe eliminare con il rischio di crearne altri venti, e più nascosti, e più disumani: “solo un folle può pensare di sgomerare il Ghetto” ha detto Daniele Calamita, Flai-Cgil. Quanto per cercare la via giusta per sconfiggerlo, il caporalato e lo sfruttamento, magari trovando il punto debole della filiera.

Già, la filiera. Sotto i braccianti, sopra i capineri e i caporali, poi le imprese agricole, le aziende di trasformazione, i grossisti e la grande distribuzione, quella che fa il prezzo finale. Gli ultimi due gradini della filiera sono i grandi burattinai, si ammantano di invisibilità ma governano tutto il processo. Ma anche le aziende di trasformazione non scherzano: quest’anno hanno lasciato parte del prodotto a fermentare nei camion, così da spuntare un prezzo migliore ex post, anche se la contrattazione primaverile ne aveva deciso un altro. In sintesi: al produttore sono pagati 7/8 centesimi al chilo, la passata in bottiglia viene venduta dalle aziende di trasformazione a 40 centesimi al chilo. Sugli scaffali dei supermercati sappiamo tutti qual è il prezzo finale, e quindi chi se ne approfitta. Non è strano dunque che il presidente della Coldiretti, Giuseppe De Filippo, ammetta che buona parte degli agricoltori del pomodoro siano “sotto cravatta”, in mano agli usurai. Che a volte fanno addirittura intermediazione con le aziende.

Eppure, attacca il sindacalista, le aziende agricole fanno milioni di profitti, in media 1000 euro a ettaro:i soldi per usare lavoro pulito ci sarebbero, lo dimostra anche il fatto di aver snobbato i contributi della Regione Puglia per l’emersione del lavoro nero, pari al 30% dei contributi dovuti ai lavoratori su due anni, mica poco.

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Salsa e pelati pugliesi sono i migliori del mondo – sostiene Vito Ferrante, funzionario della regione Puglia che ha lavorato al progetto Capo free Ghetto out insieme all’ex assessore Guglielmo Minervini – ma a pochi interessa che siano raccolti da lavoratori schiavizzati. Anzi, peggio: il sistema degli schiavi almeno dava loro un valore, un costo. Invece i braccianti (africani, rumeni, polacchi che siano) sono gratis e intercambiabili, se “si rompono” ce ne sono sempre di nuovi. La morte da fatica e disidratazione nei campi avviene sempre più spesso, nell’indifferenza generale.

Bene dunque richiamare alle loro responsabilità gli industriali e gli agricoltori, che anche ieri sgusciavano come anguille. Alla domanda “perché le associazioni datoriali non espellono chi fa uso di lavoro nero?” la risposta di De Filippo è stata: “non abbiamo mica organi informativi. Bisogna sapere chi lo fa, poi lo si può espellere”. Patetico: lo fanno tutti, sarebbe il suicidio delle associazioni, Coldiretti in prima fila.

Bisognerebbe però richiamare alle loro responsabilità anche gli ispettori del lavoro. Sono pochi, si sa. Mal pagati, si sa. Ma se come secondo lavoro fanno i consulenti delle imprese, su quelle imprese non indagheranno mai. E se poi vanno in vacanza in agosto, all’epoca della raccolta del pomodoro, la aziende sanno di aver mano libera. Se non denunciano le minacce per paura di ritorsioni non sono degni del lavoro pubblico che dovrebbero fare. Un piccolo scandalo nascosto, un altro mattoncino della costruzione mafiosa della filiera.

Pensate cosa avverrebbe se uno, almeno uno degli ispettori del lavoro facesse quello che deve. Altro che spending review, altro che ipocrisie padronali. Due ispezioni al giorno, ma vere. Chi le fa? E’ qui il marcio che nessuno vede. Che fa sì che solo il 18% di braccianti stranieri abbiano i contributi, e dunque le indennità invernali, mentre quasi il 90% degli italiani ne usufruiscano. Ma poi, se si va nei campi, si vedono solo braccia straniere. E’ il fenomeno dei “falsi braccianti”, contributi venduti dalle aziende a chi non lavora, un’altra greppia di illegalità mafiosa sulla pelle di chi lavora davvero.

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Quello che vedono tutti, invece, è il mercato delle braccia, il Ghetto. Perché in venti anni nessuno ha fatto un lavoro di riqualificazione? chiede Nabir di Radio Ghetto, emittente autogestita e autorganizzata che ogni estate torna tra i braccianti. Perché non ci sono liste di collocamento agricolo, e uno sportello vicino al Ghetto? Domanda Idris. Una baraccopoli non si ristruttura, risponde Ferrante, bisogna lavorare alle alternative. Ma sul collocamento nessuno ha risposte.

Sarebbe meglio tornare al vecchio progetto regionale, fallito per la latitanza delle aziende, come denuncia Minervini? Bisogna andare avanti, accettare quel che avviene nei campi è impossibile. Magari lavorando al sistema dei controlli, chiamando prefettura e guardia di finanza ad affiancare gli ispettori.

Un dibattito non cambia il modo di produrre, ma ne rende chiare storture e responsabilità. Bello il video di Antonio Fortarezza. Bella dunque la testimonianza di Matteo Koffi Fraschini, giornalista di Avvenire, che in agosto al Ghetto ha vissuto, condividendone le condizioni estreme. E quella di Arcangelo Maira, scalabriniano e animatore del progetto Io ci sto che porta ogni anno nei ghetti della Capitanata i volontari della scuola di italiano e della ciclofficina, occasione di incontro e conoscenza tra ragazzi. Perché questo sono i braccianti, ragazzi. Come la nostra meglio gioventù hanno sogni e speranze, e il coraggio di affrontare l’ignoto. Che poi qui trovino anche qualcosa di diverso dalla sopraffazione e dallo sfruttamento, strumenti per crescere, conoscere, emanciparsi e lottare, sì, è un bene. E’ un bene che i nostri ragazzi capiscano le radici di questo sfruttamento, che pensino quando prendono un barattolo di pelati in un negozio, rivedano gli occhi dei loro studenti. Arcangelo Maira, che da bambino ha vissuto da clandestino in Svizzera, nello sfruttamento vede le radici del male. Quando invece l’incontro e la dignità potrebbero essere il bene, il futuro della nostra Italia, del mondo.

Qui il link al video completo dell’incontro su Foggia città aperta: http://www.foggiacittaaperta.it/news/read/foggia–convegno-filiera-non-etica-del-pomodoro–caporalato

Dall’Expò ai campi

Possibile che l’Expo 2015 rappresenti l’agricoltura d’eccellenza e si affidi a sponsor come Coop Algida, Coca Cola, Ferrero, Monsanto? E’ davvero corretto farsi finanziare da multinazionali e grande distribuzione? No, ecco perché.

C’è naturalmente la filiera d’eccellenza, i piccoli produttori che riscoprono un cibo dimenticato, un modo di coltivare perduto, un seme o un frutto antichi. Ma il grosso del nostro cibo è altro. I cereali sono battuti in borsa, ormai hanno un valore finanziario ancor prima che nutritivo. E bisognerebbe andare nelle campagne italiane a vedere come si coltiva quel che arriva nei mercati e nei supermercati, se pure non si voglia guardare a quel che avviene nei grandi centri all’ingrosso.

Bisognerebbe andare nei campi a guardare come si coltiva, con quanto dispendio di chimica, con quanto sfruttamento umano. Ma chi ci va? Cinquanta associazioni si sono ritrovate, qualche giorno fa, a discutere di “Grave sfruttamento lavorativo degli immigrati. Quali politiche in Italia e in Ue?” presso il Cesv di Roma. Giuristi dell’Asgi, rappresentanti di associazioni che lavorano sul campo (Sos Rosarno, Io ci sto, Caritas, Radio Ghetto) sindacalisti, Medici per i diritti umani, cooperative sociali come Parsec o Bee free.

Che succede, dunque, nei campi? “Le filiere agricole vogliono lo sfruttamento dei caporali e dei capineri – dice Mimmo Perrotta, università di Bergamo – a cominciare dalla grande distribuzione e dalle aziende conserviere. I lavoratori no, ma spesso per ora è l’unico canale che li metta in contatto con i datori di lavoro”. Inutile sperare che denuncino i caporali: utopia, “Finchè almeno non si predispongano canali protetti con sportelli sicuri, e percorsi di immissione al lavoro regolare” sostiene Federico Di Mei, Altro diritto. Attenzione: la crisi ora spinge anche qualche italiano ad accettare i salari e le condizioni di lavoro finora appannaggio degli africani, racconta Arcangelo Maira, scalabrinano animatore dei campi “Io ci sto”: “Anche nelle campagne esiste la tratta sopratutto tra lavoratori europei, rumeni o bulgari. Però i percorsi spesso sono diversi. Nessuno obbliga i lavoratori a vivere insieme ai caporali, nel Ghetto di Rignano, ma c’è un insieme di dipendenze che li costringe lì. E sopratutto una diffusa mentalità dell’illegalità, in Italia: invece di tollerarla bisogna batterla insieme”.

Non è tanto questione del permesso di soggiorno, anche se la Bossi-Fini ci mette il suo carico: nelle campagne molti lavoratori sono richiedenti asilo, molti sono europei. Bisognerebbe imporre alla grande distribuzione di mettere in etichetta non solo la percentuale di frutta nei succhi o nei pelati ma anche dove sono prodotti e in quali aziende. E magari il bollino che certifica siano stati raccolti con un lavoro legale.

“Le rumene e le moldave che lavorano nelle serre del ragusano non hanno caporali – dice Alessandra Sciurba, Università di Palermo – ma vivono lì con i figli, in condizioni di segregazione assoluta, a volte sottoposte anche a sfruttamento sessuale. Un fenomeno in crescita in questi ultimi tre anni, in chi si è visto il Cara di Mineo diventare un luogo di reclutamento di manodopera”.

Bisognerebbe che i sindacati ritrovassero la sua vocazione antica, quella di sindacato di prossimità, incalza il sociologo Enrico Pugliese – dovremmo tutti riflettere come avvicinare domanda e offerta di lavoro: nella piana del Sele negli anni ’50 i braccianti si incontravano alla sede della Cgil, uno andava e contrattava per tutti.

Preistoria, forse. Certo è che studiare la filiera non è affatto una cattiva idea. Nonostante il forte dinamismo del mercato fondiario l’agricoltura che vince, almeno in Calabria, “è quella dei gestori delle Op, le organizzazioni dei produttori, dei grossi magazzini di lavorazione, spesso titolari di fondi consistenti che controllano il mercato, gestendo in oligopolio l’accesso ai canali della grande distribuzione organizzata. Lo dice un documento di Sos Rosarno: “ sono loro che rastrellano il prodotto a basso costo e fanno incetta di finanziamenti pubblici, a loro vengono dati i premi Ue alla produzione. Sono loro che crescono, braccio operativo della Grande distribuzione organizzata (Coop, Conad, Despar, Esselunga, Auchan, Carrefour) che ha esternalizzato le funzioni di approvvigionamento”.

Che fare, dunque? A lungo termine la ricetta è antica, cambiare il modo con cui si consuma, cambiare il modo in cui si vive, cambiare i rapporti sociali. A breve, le cinquanta organizzazioni che si sono incontrate a Roma hanno deciso di mappare la filiera agricola. Dal basso: così da formare “una rete più ampia possibile di soggetti che lavorano in questo campo perché nell’anno dell’Expo, quando si parla di eccellenza della produzione italiana, si tengano al centro i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici delle campagne”.