Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

Molveno, il prezzo della modernità

C’è una foto che colpisce. Una donna vestita di nero, come le paesane delle montagne trentine, ha smesso per un attimo di lavare i panni di famiglia alla vasca comune per guardare tre villeggianti, anch’esse donne, vestite anni ’60, pantaloni corti o vestiti leggeri e fiorati, sbracciate e scollate. Perché colpisce?

I due libri fotografici che sto sfogliando parlano di un piccolo paese del Trentino, Molveno, editi dal comune e dalle Biblioteche della Paganella. Sottotitolo del primo è “Passato presente”, del secondo “Presente passato”. Non è un gioco, è un differente punto di vista. Oggetto dei due volumi, fotografie di famiglie e cartoline del paese sotto le Dolomiti: il primo sull’evoluzione storica del paese nel lavoro, nella ricchezza, nell’economia, e sul suo ingresso nella modernità. Il secondo sulle relazioni, i costumi, i mutamenti più sottili e irreversibili.

La foto che colpisce – non l’unica, certo – è a pagina 114 del secondo volume, “Presente passato”. La chiave è negli occhi, negli sguardi. La molvenese che guarda le forestiere, le signore, come fossero venute dal futuro. Queste che guardano la contadina che ricorda la loro nonna, il passato, specchio del mutamento.

In quegli sguardi incrociati non c’è solo una generazione, come pure potrebbe superficialmente apparire, ma almeno due secoli. Perché?

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I due libri in qualche modo lo raccontano. Fino agli anni ’50 Molveno – come i vicini Andalo, Fai, San Lorenzo, Cavedago – era un piccolo isolato paese del Trentino, attraversato a volte da alpinisti stranieri e italiani, persone anomale che pur di conquistare una vetta si conformavano agli usi del posto, povertà e semplicità. Gli unici a vedere qualcosa del mondo di fuori erano i coscritti, i ragazzi che partivano per il servizio militare. Nella scuola elementare c’era la classe unica, e si andava in aula con un ciocco  sotto il braccio per il riscaldamento, i calzerotti negli zoccoli di legno sulla neve.

E’ stato il boom degli anni ’60 a cambiare tutto. Le auto, il turismo di massa, l’abitudine ai tre mesi di vacanze portano un cambiamento epocale: appunto, due secoli in una generazione. Le trenta di case di allora oggi si sono moltiplicate: sulla sponda del lago non ci sono più pascoli e campi ma alberghi, tanti, e tante case. Al Grand Hotel, dove dal primo ‘900 l’alta borghesia veniva a ricrearsi con il paesaggio della val delle Seghe e delle Dolomiti in radicale isolamento dal paese, si sono aggiunti decine e decine di alberghi di tutti i tipi, con Spa, giochi di bimbi, centri congressi. E i turisti, un tempo ben più ricchi degli albergatori, oggi sono stati scavalcati: altro che benessere, i molvenesi hanno trovato nello sfruttamento del paesaggio e dei loro pascoli, magicamente trasformati in terreni edilizi, la loro fortuna. Impensabile sessanta anni fa.

Il prezzo è stato alto, però. Non solo un’edificazione imponente. L’abbandono degli antichi lavori che rende più fragili i boschi e le montagne. Le piste da sci, gli impianti di risalita, la moltiplicazione di chalet e pretesi rifugi che in realtà solo soltanto ristoranti e alberghi, le strade carrozzabili che solcano i boschi a servizio del turismo hanno ferito le montagne che pure pretenderebbero di vendere. Così come avviene per le merci: più si fanno rustici e fantasiosi i nomi, più sono industriali e commerciali le cose. E persino nelle malghe, impoverite di mucche, il formaggio e il burro non sono più quelli di allora, e si usano macchine e processi industriali proprio mentre si beatifica il modo di produzione antico, saggio e sano, di una volta.

Molveno ha pagato al progresso, all’abbandono della povertà nera ma orgogliosa, un prezzo salato, forse più dei paesi vicini. La decisione di usare il lago come invaso idroelettrico ha portato alla costruzione di una diga, di gallerie sotto il lago, dell’allagamento volontario di un pezzo di paese. In più, lo sversamento del lago di Andalo in quello di Molveno per aumentare l’apporto delle acque ha lasciato la vicina Andalo con una pozza acquitrinosa e Molveno con un invaso più ampio, sì, ma lattiginoso, mentre i due laghetti erano prima limpidi e chiari come il lago di Carezza.

I due libri, costruiti con le foto di famiglia dei cittadini di Molveno e con le cartoline d’epoca, che anch’esse restituiscono uno sguardo singolare sul paesaggio, cercano di ricordare un modo di vita antico e perduto, di ridare significato all’oggi guardando a ieri. Quei corpi composti, quegli sguardi dritti dei paesani di allora, le grandi famiglie con i bambini vestiti alla bell’e meglio con i vestiti dismessi degli adulti, imepgnati nel lavoro dei campi o in giro per l’Italia più ricca come spazzacamini per portare due lire in più a un’economia all’osso. Erano i nonni dei benestanti di oggi, che di quell’epoca ricordano solo il peggio, non il meglio.

Una fortuna, il turismo. Una fortuna che potrebbe scomparire in fretta, se non si riuscirà a vedere il confine oltre cui la bellezza si trasforma in banale, ovvio, inutile. Un senso del limite che per ora non sembra chiaro.

I turisti che dopo aver fatto la dura fatica di prendere due funivie si accalcano in un quasi-rifugio per poter mangiare lo stinco e la polenta, ma gettano un occhio distratto su un panorama mozzafiato, sanno poco della montagna, della passione vera per le arrampicate, della sapienza e dell’umiltà e della fatica che ci vuole per attraversarle. Però spesso hanno, oggi, un abbigliamento tecnico invidiabile, usato magari solo per andare in cabinovia.

Vero, non tutto il turismo è devastante. A volte si ristrutturano vecchi edifici svuotandoli come zucchine e ricostruendoli all’interno come case di città, a volte invece si rispettano gli usi antichi e gli spazi, le stufe antiche e la cucina economica. C’è chi ha stretto amicizie non occasionali o di utilità. C’è chi ama questi luoghi, e non solo perché ci ha passato una infanzia fatata. I due libri lo ricordano, ai turisti e agli abitanti. Perché non si perda la memoria di quel che si è stati, la speranza di quel che si sarà.

Ricordare non esercita solo la memoria, anche il cuore. I volti di quei bambini lavoratori, di quelle donne orgogliose del falcetto e dei rastrelli, degli uomini nelle segherie e al lavoro d’ascia nei boschi richiamano a un rigore perduto. All’essere, non all’avere. A un tempo perduto, che ancora deve venire, in cui il rispetto per le persone – uguali, diverse, estranee e vicinissime, i nostri bambini e i nostri vecchi, e quelli degli altri – si affiancherà al rispetto per le cose. Quelle vere, vive, quelle che qui contano: il paesaggio, la natura, la montagna.

L’Aquila nelle mani

Il passato dell’Aquila – città ferita e non solo dal terremoto ma anche dall’improvvido intervento del governo berlusconiano e dalle passerelle mediatiche sulle macerie – lo sappiamo bene. Dal 2014 qualcosa s’è mosso, però, e la zona rossa si è aperta a una selva di gru. Di cantiere in cantiere già si vede il risultato, qui qualche palazzo libero dalle transenne, là gli ultimi ritocchi, e ancora palazzi, per lo più pubblici, in stand by. Cosa sarà il futuro dell’Aquila non si sa, il suo presente è nei cantieri, una popolazione di operai per lo più immigrati da fuori città.

E’ “Le mani della città”, il progetto di Claudia Pajewski diventato mostra e ospitato nell’Asilo occupato (viale Duca degli Abruzzi 4, L’Aquila) fino al 30 aprile, con il contributo della Fillea-Cgil. Pendolare tra L’Aquila e Roma, dove ha studiato ed è stata allieva di Sebastiana Papa, Claudia Pajewski ha in dote uno sguardo diverso, la capacità di cogliere l’attimo, e di comporre un fecondo dialogo di luci e ombre. E con questo progetto riesce a toccare profondamente.

Gli occhi, le braccia, le mani dell’esercito impegnato nella ricostruzione. C’è il lavoro, certo, il freddo, quando ti si ghiaccia il fiato e bisogna fare un focheraccio per tenere dritta la cazzuola. La tensione dell’altezza, i muscoli che si tendono. E la polvere, la terribile polvere ovunque.

Singolare la sfida del doppio binario della ricerca, la ricostruzione da una parte, la fatica del lavoro dall’altra, e la sua pena. E la difficoltà dell’incontro nei cantieri, ingresso vietato ai non addetti. Ma la tenacia, la capacità di far relazione, la volontà d’incontro – e l’abilità tecnica, certo – hanno guadagnato la partita.

C’è una città-dentro-la-città – dice Claudia Pajewski – C’è un’altra città che ricostruisce questa. Le mani di migliaia di operai ricostruiscono le case e le strade che torneremo ad abitare. I loro volti si fondono per anni con la bellezza delle cupole, delle piazze e delle fontane di questo territorio che lotta per rinascere, una pietra dopo l’altra”. E intanto cattura la meraviglia di un camion tra uno scorcio di due palazzi, un edile a mezz’aria che salta giù dal cassone, i riflessi del sole sulle finestre e le ombre umane che s’intrecciano a terra. O il volto di un altro operaio, sullo sfondo gli affreschi antichi di una chiesa. In più, i racconti, raccolti a incorniciare i ritratti.

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Migliaia di operai, una folla che vive all’Aquila come fosse all’estero. Distaccati, senza legami con gli aquilani, dormendo in appartamenti affittati dalle imprese o nei dormitori, come quando si emigrava in Germania, magari negli anni ’50. Mica tutti sono stranieri, anche se c’è una fetta di immigrati africani o slavi. Molti vengono dal sud, da Sicilia e Calabria e Puglia. E’ davvero necessario?

Sei di qui? Sei aquilana?” è stata la prima cosa che Pajewski si è sentita chiedere da Vito, di Bitonto (Bari). E’ del ’63 ed è già nonno, “in due anni non ho conosciuto nemmeno un aquilano”, una frase che è come una fucilata al cuore. Un edile, ovvio, va dove c’è il cantiere, lavora e poi lo lascia. Qui però funziona come se il cantiere fosse in Algeria, in Mali, in Moldavia, dove almeno c’è la scusa della differenza di abitudini e cibo, la separazione della lingua.

Qui siamo migliaia di operai – racconta Vito alla fotografa – ma non ci incontriamo mai, nell’orario di pausa c’è solo il tempo di prendere il caffè, poi c’è il pranzo e poi di nuovo in cantiere. Torniamo a casa, ci laviamo, ceniamo, ma la sera siamo stanchi, un po’ di televisione e si va a dormire. (…) Due chiacchiere in appartamento, qualche volta una partita alle carte e basta. Chi tiene la voglia di andare in giro? Mangiare, dormire, lavorare”. Ti guarda dritto negli occhi, Vito, fermo e mite, una di quelle rocce su cui è fondata la parte migliore dell’Italia, e anche il futuro dell’Aquila.

Martin viene dal Benin, ha lavorato in Costa d’Avorio dove ha imparato le lingue, la guerra l’ha spinto via fino in Italia, dove ha studiato, ha preso la patente dell’auto e dei mezzi pesanti, ha fatto il camionista e il musicista. Poi la nascita del figlio (“si chiama Wanyiyi, che nella mia lingua significa amore”) lo ha spinto nei cantieri, impossibile restare lontano settimane.

Laurentiu viene da Galati, Romania, ha imparato l’italiano in cantiere, lavora con una squadra di rumeni come lui. Falegname, rimpiange l’Urss, ricorda quando è finita e “piano piano ci hanno tolto tutto, le fabbriche hanno chiuso, è arrivata la disoccupazione, poi negli anni ’90 è iniziata l’emigrazione per cercare lavoro… Adesso è fuori controllo, è pieno di ladri perché tutti vogliono fare i soldi subito, quelli facili”.

Felice è di Sciacca ma si sente pantesco (“La roccia lavica di Pantelleria mi manca più di qualunque cosa”), ha studiato all’Accademia d’arte e ha fatto l’artista, per un po’, a Roma. Poi si è trasferito all’Aquila e si è fidanzato, del cantiere soffre la ripetitività del lavoro, e l’incertezza: “E’ una sorta di paradosso, non è facile trovare lavoro nonostante ci sia un’intera città da ricostruire. Ne trovi uno, pensi di star bene per due mesi, e poi tutto cambia, la ditta fallisce, quello non va, quell’altro chiude. Se ti eri fatto due progetti, ecco che devi cambiare di nuovo”. Il ché la dice lunga sulla qualità degli imprenditori italiani.

Nelle foto sui muri bianchi dell’Asilo occupato s’inseguono storie diverse, che s’incrociano nel cantiere ma non s’incontrano, ognuno segue il suo sogno. Che poi, in fondo, è il sogno di tutti: una vita meno agra, la famiglia, un lavoro, un po’ di tempo. Chissà cosa succederebbe se si guardassero negli occhi, se si riconoscessero uguali desideri. E riuscissero, insieme, a guardare in avanti.

Sapore di schiavitù

Succede in Capitanata, nel Foggiano. I pomodori – ma anche tutte le altre verdure che si coltuvano sul Tavoliere – vengono raccolte da braccianti stranieri a paghe da fame, anzi da schiavisti. Peggio, anzi. Per gli schiavisti lo schiavo è almeno un capitale da manutenere, perché rende. Per gli schiavisti moderni il capitale è a perdere, i lavoratori sono continuamente rimpiazzati una volta usurati.

Succede in Calabria, a Rosarno, ma anche in Sicilia o in Campania. Paghe ridicole, la metà di quelle dei braccianti italiani all’epoca delle battaglie per il lavoro capitanate da Di Vittorio. e c’è qualcuno – la Lega – che invece di puntare il dito sui padroni e sulle aziende che sfruttano ne addossano la responsabilità sui lavoratori che farebbero concorrenza così ai lavoratori italiani. Come se accettare un cottimo da tre euro l’ora fosse una libera scelta.

Succede nel ricco nord. Basta accendere i riflettori su arance mele cavoli finocchi, insomma sul lavoro nelle campagne, e si trovano i mille ghetti diffusi, le città dello struttamento. Magari non come il Gran Ghetto di Rignano, città illegale e autogestita su cui ormai i servizi giornalistici non mancano (ultimo quello di Gazebo, rispettoso e non reticente). Il bracciantato è selvaggio a Saluzzo, e nel comune di Correzzola, nella Bassa padovana, ecco un casale diruto e trenta indiani pagati tre euro l’ora, picchiati e malmenati, per letto il pavimento. Tutti sanno in paese, nessuno si scandalizza. Magari le aziende che li hanno usati, quei lavoratori, presenteranno in fiere e all’Expò i loro prodotti lustri e rigogliosi, anche se lavorati dai nuovi schiavi. Così come avviene per gli italianissimi pomodorio pelati: se non per esperienze pilota, in quei barattoli c’è sfruttamento e schiavitù made in Italy.

Ghetto di Rignano, il bello e il brutto

La mattina non c’è nessuno, il ritmo è sonnolento. Il Gran Ghetto di Rignano, venti chilometri da Foggia, si risveglia il pomeriggio dopo le 17, quando i braccianti tornano stanchi dai campi, quando si accendono fuochi e fornelli per la cena. Quando sul viale principale – strada bianca e polverosa – cominciano a comparire le bancarelle di un mercato povero e essenziale: vestiti usati, caricatori di cellulari, ciabatte, elettronica essenziale, indispensabile alle comunicazioni con “casa”, con le famiglie in Africa.

C’è il barbecue di pollo che rosola su un bidone di latta, ci sono gli spiedini del macellaio, comincia la fila dal barbiere. C’è il bar malfamato che comincia a pompare musica afro e reggae. Si prepara il cibo per il Ramadan, si lavano le patate, si fa il bucato. Vita quotidiana.

In questi giorni, però, ci sono anche i banchetti dei volontari e delle associazioni. La Cgil e la Caritas raccolgono le iscrizioni alle liste di collocamento dei braccianti, ai corsi professionalizzanti per i commercianti e, come sempre, c’è il tavolino per il problema dei problemi al Ghetto, i documenti. Anche se molti sono i regolari, ognuno ha una storia di norma complessa, un passaggio da completare, la residenza, il domicilio. I volontari, telefono alla mano, cercano di sbrogliare i nodi gordiani che la Bossi-Fini e l’inettitudine della burocrazia hanno spesso aggrovigliato in modo apparentemente inestricabile.

Attorno ai portatili e all’unico scanner una piccola folla di braccianti, la fronte aggrottata dall’attenzione, gli occhi scuri di apprensione. Sanno che la regione vorrebbe spostarli, che sta costruendo cinque campi nella zona di San Severo, temono la distanza da Foggia, città di riferimento per tutti. In gioco c’è il futuro, la possibilità di lavorare alla raccolta dei pomodori ora, di melanzane e peperoni poi, e dell’uva e delle olive. La stagione che rappresenta un anno di sopravvivenza per loro e per le loro famiglie, laggiù in Burkina Faso e in Guinea Bissau, in Senegal o in Mali. Come lo era per i braccianti italiani decenni fa.

Questo è il Ghetto. In queste baracche di legno con le pareti di cartone, protette dalle plastiche scartate dalle serre che i tubi degli impianti di innaffiamento, anch’essi di risulta, tengono insieme come se l’impacchettassero c’è il crocevia tra le vicende di politica internazionale e i destini delle persone, La storia dell’Africa si potrebbe leggere qui, nei volti degli invisibili che raccolgono i nostri ortaggi, la nostra frutta.

Lo sgombero – alla Regione Puglia respingono la parola però: sarà un trasloco, nessuno si presenterà con la forza – era annunciato per il 1 luglio, i tempi si sono allungati. Ride Miriam: gli italiani, si sa, non sono mai puntuali. Si preoccupa Laila: qualche cosa succederà, prima o poi: e se tutti vanno via che fine farà il mio lavoro, il mio ristorante? Ristorante sì, per quanto essenziale: un piatto unico per 3-4 euro in un ambiente più che spartano, “arredato” al meglio con tende e stoffe colorate, un pezzo di Africa clonato nelle campagne pugliesi.

Il fatalismo è filosofia quotidiana, ma l’apprensione, in questi giorni, resta. Che succederà? Se lo chiede Mohamed, commerciante: non ha una baracca ma una casetta di mattoni che ha allungato con una tettoia. E’ quello il suo “negozio”, una cassetta di patate, una di cipolle, una di arance. Figli e moglie in Senegal, aveva sperato di autofinanziarsi la stagione infilando nel baglio stoffe e abiti etnici, tutto sequestrato all’aeroporto, ed è qui a ricominciare da capo, patate e cipolle.

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C’è anche chi ha lo guardo chiaro verso il futuro, deluderlo sarebbe un danno grave. Nuria si iscriverà, ha deciso, ai corsi della regione per chi vede o somministra cibo: “Bisogna uscire dall’illegalità, così potremo lavorare il giusto, essere pagati il giusto”. Contro l’operazione complessa della Regione si scagliano i caporali del ghetto, i “capineri” che finora hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Si scaglia anche qualche italiano: altro che legalità, vogliono che paghiate le tasse, dice un foggianoche si aggira lì. Non è un buon samaritano, è il proprietario dei campi su cui sorgono le baracche, che senza lavorarla dalla terra ricava affitti più che ragguardevoli e in nero.

Questo è il Ghetto, e le sue contraddizioni. C’è il brutto – le risse, l’abuso di alcool, la droga, la prostituzione e i bordelli: e lo sfruttamento, soprattutto. C’è il bello e lo vedi: l’amicizia, la solidarietà, l’aiutarsi tra lavoratori, sempre qualcuno disponibile a tradurre in italiano inglese o francese le tante lingue che si parlano qui, in modo da capirsi. Il bello vero sarebbe non spezzarli questi legami, e spezzare invece la catena dello sfruttamento. Vivere fuori dalla precarietà e dal “brutto” sarebbe semplice: un bracciante pagato a contratto può affittarsi una casa e mantenersi senza morire di caldo l’estate e di freddo l’inverno. Se il progetto della Regione Puglia “Capo free, ghetto out” riuscisse nel suo intento, aiutando l’emersione del lavoro nero, non sarebbe male. Per gli abitanti del Ghetto, e anche per noi italiani. Ecco i calcoli di Daniele Calamita, segretario della Cgil-Flai di Foggia: “la quantità di denaro che gira intorno al caporalato nel solo periodo della raccolta del pomodoro va dai 21 ai 30 milioni di euro. In due mesi di lavoro ai braccianti immigrati arrivano a guadagnare intorno ai 27-36 (da 3 a 4 euro per cassone raccolto) milioni di euro, dai quali vanno, detratte tulle le speculazioni del caporalato, i conti sono fatti al singolo schiavo vanno circa 400-500 euro in 2 mesi di lavoro (circa 6-7 milioni di euro in 60 giorni) tutto il resto va nelle tasche del sistema perverso del caporalato”.

Se invece il lavoro nero emergesse? Ecco i calcoli della Cgil: ogni stagione si stimano almeno 1.500.000 giornate lavorative complessive. Ai 15.000 braccianti stranieri, dati sottostimati, toccano 1 milione di giornate. Con una retribuzione da contratto (49,88 € al giorno) “il gettito economico per la sola retribuzione sarebbe di € 49.880.000 milioni di euro. Se aggiungiamo il mancato gettito previdenziale (Inps) pari a circa 10.000.000 di euro (il calcolo è: 8,89% della retribuzione a carico del lavoratore e circa 5 euro giorno da parte delle imprese, visto che tutte applicano la fiscalizzazione degli oneri contributivi, con sconto del 80%), e se aggiungiamo anche il mancato gettito fiscale, che per i soli lavoratori ammonta ad € 1.122.400 (il 23% della retribuzione) al quale va aggiunto il mancato gettito dalle imprese… il sistema della illegalità sottrae alla collettività dai 60 agli 80 milioni di euro”. Dai 60 agli 80 milioni di euro, scusate se è poco.

Chi ricorda la Thyssen?

Succede a Torino. Il Comune ha approvato il Programma di trasformazione urbana 2013-2016 presentato lo scorso luglio dal sindaco Fassino e dall’assessore all’urbanistica. Si tratta delle aree ex ThyssenKrupp, 300 mila metri quadrati a ridosso del parco della Pellerina.

Nell’area ThyssenKrupp morirono nel 2007 sette operai, orribilmente ustionati da olio bollente, dopo dodici ore di lavoro e in condizioni di insicurezza. Sopravvisse, unico, Antonio Boccuzzi. Oggi gli ex lavoratori puntano il dito sull’amministrazione comunale: “Il comune non si pone neppure la questione almeno morale (visto che quella giuridica finora non ha visto nessuna condanna per i responsabili della strage) di trattare l’area con la logica di penalizzare chi ha causato quelle morti. La ThyssenKrupp dopo aver causato la morte di 7 operai si è intascata anche decine di milioni di euro dagli appalti per la realizzazione e manutenzione delle scale mobili nelle nuove stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa, con tanto di marchio in bella mostra! In sostanza il Comune fa affari con i responsabili di una tragedia che rimarrà per sempre una ferita indelebile per la nostra città”.

Ora anche la “riqualificazione” edilizia. La riqualificazione prevede una porzione residenziale (a fini abitativi), una di verde (da annettere al parco già esistente di v. Calabria adiacente al Parco della Pellerina) e una zona artigianale di terziario avanzato, nonostante l’area sia golenale, come dimostra l’esondazione del 2000. Infine un luogo di testimonianza di ciò che accadde quel 6 dicembre 2007, una foglia di fico sulla strage. Intanto, fanno notare gli ex operai, l’area resta contaminata dalle sostanze della lavorazione siderurgica e la bonifica è stata assegnata alla Bonafous spa (Gefim e Fintecna), acquirente dell’area. Gli ex operai invece rivendicano: fatela fare a noi la bonifica, dopo adeguati corsi di qualificazione: e la bonifica resti a carico di ha inquinato.
Per questo lanciano un appello “a lavoratori, disoccupati, cassintegrati, giovani, donne, studenti, immigrati e tutti quelli che lottano per difendere i propri diritti, primo fra tutti quello ad un lavoro utile e dignitoso, a creare un coordinamento tra associazioni e organismi (sindacali, ambientali, ecc.), esponenti politici e sindacali, singoli cittadini che lottano per non pagare gli effetti più nefasti della crisi a vigilare e mettere in campo tutte quelle azioni necessarie per impedire al Comune di speculare sull’area e costringere il Comune ad effettuare le dovute bonifiche”. Per far rinascere l’area senza speculazioni e in sicurezza. E invitano a partecipare, per la sentenza di Cassazione, il 24 aprile a Roma davanti al Tribunale in solidarietà ai familiari di tutte le vittime.