La sposa ribelle

L’impresa è irripetibile: far arrivare in Svezia cinque siriani, in fuga dalla guerra, sbarcati a Lampedusa dopo aver attraversato il deserto e il Mediterraneo. Per caso, ma non proprio, si ritrovano tre persone di diversa provenienza con una missione improbabile: è “Io sto con la sposa”, oggi all’Est Film Festival di Montefiascone, sezione documentari. La sposa è un’attrice vera ma empatica, di origine siriana lei nella sua terra non può tornare perché ha il passaporto tedesco ma è palestinese, alla frontiera la respingerebbero.

Ecco, i confini. I confini con Africa e Medio Oriente, chiusi per chi vuole andare in Europa. E quelli nostri che non dovrebbero esistere, non siamo una sola cosa, ormai? Per gli europei i confini non ci sono, per gli altri sì. Invece che alla frontiera i confini sono nei passaporti, negli aeroporti, nelle stazioni, nelle piazze e nelle strade. I maledetti confini che discriminano, validi solo per chi ha la pelle di un altro colore, per chi ha una fisionomia o una lingua non europea. Caduti i confini, l’idea di confine non tramonta.

E’ qui il nemico, il confine. Nemico della civiltà e delle culture, nemico dei diritti umani. Avviene così l’incontro tra tre persone diversissime, racconta Khaled Saliman Al Nassiry, stesso cognome di Gesù, il Nazareno. Poeta, critico, redattore editoriale e palestinese, vive a Milano e lavora per una casa editrice araba. Insieme a Gabriele Del Grande, giornalista e animatore di Forteress Europe. Si è ritrovato con lui alla Stazione centrale durante le prime ondate di arrivi dalla Siria, per dare orientamento e informazioni a chi arrivava, spaesato e senza nulla, dall’Italia del sud. Oltre all’Italia dell’indifferenza e del leghismo che alza muri e barriere ce n’è un’altra, empatica e solidale, che le rompe.

Qui, in una stazione di Milano, l’incontro con il “marito della sposa”, che era nel barcone il cui naufragio, nel 2013, commosse l’Italia che ora non si commuove più, 200 morti. Poi quello con Manar, il ragazzino rapper e suo padre, e via via con gli altri. Insieme al regista Antonio Augugliaro cominciano a pensare di registrare le loro testimonianze, ma prima bisognava fare qualche cosa di concreto, subito. Affittiamo un pulmino e travestiamo tutti da turisti giapponesi, con scarpe da ginnastica, pantaloncini e macchinoni fotografici, propone uno. Meglio vestiti da suore, obietta un altro. Poi l’idea, il viaggio della sposa accompagnata dalla famiglia allargata. E allora facciamo un film, propone il regista.

Come di fa un film in tre? Litigando, sorride Khaled. Mica poi tanto, se bastano quindici giorni per scrivere una sceneggiatura di massima, organizzarsi, trovare cameramen e attrezzature, e partire. Il film è il viaggio, la battaglia contro i confini, disobbedienza a leggi cattive, luogo di relazioni e comprensione; e ha il sapore dell’utopia.

Non per caso, il primo confine che si scavalca è al Frejus, la via usata dagli antifascisti italiani per riparare in Francia o ai nostri emigranti, chiamato il “passaggio del morti”. E la visita alla casa sempre aperta per chi espatriava, la “casa di Gina”. Via via, poi, gli altri. “Una sola volta siamo stati fermati dalla polizia – racconta Khaled, e il sorriso un po’ gli trema – a Copenhagen. Ma quando la pattuglia ci fu davanti e noi già ci sentivamo perduti, uno dei poliziotti, forse di origine italiana, ha gridato: viva la sposa, e in un tripudio di viva siamo passati indenni. Nel film l’episodio, ovviamente, non c’è e non ci poteva essere”.

Tornati in Italia, che fare del girato? Grazie al crowfounding ecco 100.000 euro per il montaggio e la distribuzione. Poi l’arrivo nelle sale, i festival, il David di Donatello, Venezia. E qui il piccolo miracolo: applausi al film che autodenuncia un atto di disobbedienza e un reato, l’attrice sposa e i comprimari profughi invitati a sfilare sul red carpet, e dunque a varcare legittimamente i confini passati da clandestini. In nome di chi è rimasto indietro.

Un successo che nelle sale ha raccolto almeno 600.000 euro. Eppure i tre registi, alla fine dei conti, si sono trovati a dividersi 40.000 euro per due anni di lavoro, questa è la situazione di chi fa buoni documentari in Italia.

Singolare l’accoglienza al Festival di Montefiascone. Durante il dibattito tante le domande sul film, molte mostrano stupore per la durezza delle regole sull’immigrazione, da Shengen a Dublino. Molte la necessità di capire il conflitti nel mondo arabo e nel vicino sud del mondo: quelle frontiere inventate dai grandi della terra, l’incancellabile vicenda Palestinese, il terrorismo islamico foraggiato e finanziato dall’occidente, da al Qaeda all’Isis. E i destini delle persone, segnati da decisioni lontane, che il film mostra come sono, carne e sangue, sogni e desideri, musica e poesia.

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Quando la Provincia riscoprì la cultura

E’ morta ieri a Roma Lina Ciuffini. Pochi la ricordano, anche qui, dove è stata a lungo assessore alla cultura della Provincia. Il tempo non è galantuomo, specie in epoca di rottamazioni, e non è giusto. Insegnante con una forte vocazione alla didattica, negli anni in cui Renato Nicolini avviava la sua Estate romana – quella che ci hanno copiato le capitali del mondo, e che a Roma è finita nel misero modo che si può vedere oggi – lei capì la portata innovativa di quel progetto, e in qualche modo gli si affiancò, mentre larga parte del Pci remava contro e si lasciava affascinare dalle vuote sirene socialiste sul “permanente” contro “l’effimero”, e si è visto poi come è andata.

Ha portato Brian Eno a Roma, erano gli anni ’80 e quella era avanguardia. Ha promosso festival di teatro di strada in provincia, ad Anguillara, a Trevignano, oggi periferia di Roma allora paesi isolati e senza nemmeno una sala cinematografica, figuriamoci un teatro. Ha mescolato generi e iniziative, ricerche sociologiche e centri studi ma anche appuntamenti coinvolgenti, chi ha avuto la fortuna di vederli e di farsene affascinare può testimoniarlo. Particolarmente attenta ai valori del territorio, fu lei a riscoprire Anticoli Corrado, piccolo paesino della Provincia di Roma, come luogo in cui i pittori alla fine dell’800 andavano a cercare le loro modelle, e a promuovere il piccolo museo che lo ricorda.

Finita quella stagione non è andata in pensione, ha continuato a lottare da comunista, a organizzare, a cercare anche nelle piccole situazioni il punto di crisi che potesse far pensare, unire le persone per ragionare insieme. E lottare, poi. In vacanza a Tagliacozzo, anziana e malata riuscì qualche anno fa a mettere in moto anche lì un gruppo di lavoro, di riflessione, di ragionamento sul cambiamento. A cosa sia servita la sua energia, il suo coraggio, la sua tenacia possono dirlo solo le persone che l’hanno conosciuta e quelle che, magari senza saperlo, godono i frutti del suo impegno. Chi oggi la piange sa che persone ricche come lei, comunisti così, se ne trovano pochi, di questi tempi.

Lidl, si ferma il cantiere mangia-alberi

Chi lotta lo sa, bisogna avere molta pazienza. Spesso vale la pena. Lo sanno quelli del comitato di quartiere Pigneto Prenestino, che dopo anni di lotta hanno ottenuto un parco pubblico – il Parco delle Energie – e ora stanno salvando il lago dell’ex Snia, nato da un tentativo di speculazione mal riuscito che ora è un miracolo naturale “in mezzo al mare di cemento”, come cantano gli Assalti frontali.

Succede che si vince, qualche volta, e le ruspe si fermano. E’ successo stasera, durante un incontro tra il coordinamento “No cemento a Roma est” (che raccoglie cittadini e e associazioni e comitati) e gli amministratori di regione e municipio. Oggetto del contendere, il cantiere per la costruzione di un supermercato Lidl in via dell’Acqua Bullicante (ne ho parlato qui) in una zona vincolata e comunque fitta di costruzioni, senza verde pubblico. Le ruspe del cantiere hanno abbattuto gli alberi – un boschetto – e molti dei capannoni artigianali, alcuni dei quali costruiti con dovizia di amianto.

Lidl taglia gli alberi, ha tambureggiato il primo tam tam: poi i militanti hanno cercato le carte, hanno studiato, hanno portato il loro dossier davanti al cantiere e si sono fermati lì, per giorni, picchettando il cancello per non far entrare i tir con le ruspe e le benne.

Poi hanno ottenuto un incontro con comune, regione e municipio e hanno esposto le loro deduzioni. Innanzitutto il vincolo “Ad duas lauros”, che si stende in larga parte del comprensorio Casilino dal 1995: anche lì, in quel cantiere. Lo dice il testo di apposizione del vincolo, sbaglia chi ha disegnato la carta di piano usata per dare la licenza edilizia. Mica l’hanno scoperto i supertecnici dell’amministrazione, lo hanno fatto i cittadini. E non è l’unica magagna.

Nella conferenza dei servizi che ha dato il via libera al cantiere ci sono anche altre incongruenze: le prescrizioni chieste dalla regione e non tutte  discusse, come dice il verbale, un’omissione pesante. Quei condoni concessi tutti insieme a fine 2014, la dichiarazione che le attività fossero chiuse prima del 2010 e invece per alcuni artigiani fosse continuata fino a pochi mesi fa. Quell’amianto che chi si affaccia sul cantiere denuncia non sia stato smaltito a norma, in modo da mettere in pericolo, oltre agli operai anche gli abitanti… Infine, ed è il dato che agli amministratori del territorio avrebbe dovuto balzare agli occhi, un ennesimo discount in una zona già ben servita e affogata di traffico circondato da un mare di parcheggi che attirerebbero ancora più traffico, e già ora le centraline superano ogni anno i dati per le polveri sottili, da cui  malattie croniche alle vie respiratorie, allergie, tumori.

Le ruspe, che da due giorni sono tornate al lavoro dopo la sospensione di quindici giorni fa, si fermeranno: lo ha assicurato il presidente del Municipio Palmieri. La sua ordinanza parla di problemi di sicurezza e ordine pubblico, la sospensione cautelativa durerà fino alla fine dell’iter di revoca della concessione edilizia. La Asl farà un sopralluogo per controllare la questione dell’amianto, la regione e il comune controlleranno le carte, “E’ acclarato infatti che l’area su cui insiste il cantiere è all’interno del vincolo paesaggistico”. Il responsabile della Regione ha ribadito che gli uffici regionali procederanno alla modifica delle carte con l’approvazione definitiva del piano paesistico.

Un passo avanti, ne serviranno molti altri. Per il ripristino delle alberature, intanto: per la bonifica dell’area e la rimozione delle macerie, con amianto o senza, e per l’apertura di uno spazio verde in quartiere gonfio di smog, fitto di palazzi, soffocato dalle auto. Intanto si fermi il cantiere, il resto seguirà. Un passo dopo l’altro, con determinazione e pazienza.