Ruspe

E’ avvenuto in questi giorni che mi sia accapigliata diverse volte sulla vicenda rom con miei amici. Amici e conoscenti, per la precisione, Ma proprio perché conoscenti – nel senso che li conosco, li apprezzo, abbiamo diviso cose – sono ancora sorpresa dal loro pensiero. Intendiamoci, reagisco con decisione in tram, in autobus, quanto perfetti sconosciuti lasciano cadere la loro frasetta razzista, cercando l’approvazione degli astanti. Lo faccio per principio, perché quell’approvazione non ci sia, non sia automatica: quello è diverso, io sono uguale a te e quindi d’accordo.

Questa volta non è così, il virus è più esteso. C’è un incidente stradale, Repubblica titola improvvidamente e tutti colgono il messaggio: il guidatore è rom, caccia ai rom. Che la vittima sia filippina, una donna con tre figli e che fine facciano i suoi figli non frega a nessuno. Da qui le discussioni con i quasi-amici. In perfetto stile salviniano mi sono sentita dire buonista, cieca se non tonta, intellettuale nella torre d’avorio: cose che pure fanno a pugni tra loro. Cosa è avvenuto? Penso sia l’esito di una lenta deriva. Peggiorano le condizioni di vita di tutti – della classe media, soprattutto, che qualche anticorpo l’aveva – peggiorano le prospettive soprattutto. Il cielo si abbassa, non si vede più lontano. E allora prendiamocela con chi capita, meglio se è brutto sporco cattivo e soprattutto diverso da noi.

E’ già successo, e ci eravamo detti che non sarebbe successo più. Ma quando si invoca impunemente il “bruciamoli tutti” e non c’è sanzione, nemmeno morale, qualcosa ha ceduto. Oggi gli intollerabili sono i rom, quelli nei campi: vivono in condizioni vergognose nonostante il fiume di soldi spesi in loro nome (fiume che va in mano a italiani più o meno onesti, ma tanto chi controlla?) e sono diventati il catalizzatore di odio sociale. Bene fa Moni Ovadia a ricordare che sono nella situazione in cui erano, insieme agli ebrei, nella Germania di Hitler, che almeno non gli contestava l’accusa di deicidio comunque infilandoli nei campi di sterminio. E lì, sì, li bruciavano.

Nella scala sociale appena sopra, ma poco, ci sono i migranti, peggio se profughi, colpevoli di protestare se il fiume di soldi spesi in loro nome (fiume che va in mano a italiani più o meno onesti, ma tanto chi controlla?) li lascia in condizioni inaccettabili per un europeo. Scappano da guerre che abbiamo fatto noi per i nostri interessi economici, o dalla fame prodotta da carestie conseguenze di guerre ma a nessuno importa: “prima gli italiani” è la parola d’ordine che fa della classe media plebe. E il plebeismo non porta bene a nessuno, se non a chi lo cavalca e alla lunga nemmeno.

Certo, Roma è malgovernata, le sue fragilità la tengono in emergenza perpetua. Persino falciare aiole giardini e parchi è diventata un’impresa, un’emergenza è un temporale, uno sciopero dei trasporti mette la città in ginocchio. Tagli e tagli e tagli senza investimenti, senza nuove tecnologie, senza accudimento invecchiano la città, solidificano la decadenza. Se in più si aggiunge l’assenza di un’idea di città, la capacità di stimolare l’appartenenza, cresce l’estraneità, il danno è forte. A livello nazionale non va meglio: un uomo solo al comando sta demolendo scientemente la rete dell’amministrazione di stato, togliendo funzioni e emarginando funzionari e tecnici. Nessuno pensa alle conseguenze di un provvedimento in tempi più lunghi del mandato elettorale, e così l’effetto-Fornero si moltiplica su mille norme e decisioni. Intanto si fa così, poi gli altri vederanno. Avanti la ruspa, se lascia terreno bruciato pazienza.

La sinistra dov’è? Tutti la invocano, e aspettano un leader salvifico, che ci pensi lui. E’ la resistente eredità di Berlusconi, che ci ha cullato garantendoci di non dover fare le sentinelle della democrazia, ci penso io voi riposatevi e consumate. Ci ha pensato, infatti, e ora ci pensa Renzi. Votiamo sempre meno, per cose sempre meno importanti, e intanto qualcuno decide. Stiamo male e nemmeno sappiamo perché, tant’è non votare.

Su questo sono d’accordo (quasi) tutti, persino quelli con gli occhi aperti. Persino i colti, i democratici. A forza di riposarci siamo stanchi, guardiamo scomparire la libertà, l’uguaglianza e la fraternità e pensiamo sia roba vecchia, di due secoli fa. Nessuno sente che la sinistra siamo noi, che ognuno fa quello che può ma insieme si fa molto di più. Però bisogna prendersi qualche responsabilità.

In Europa si approva silenziosamente il Ttip, accordo di commercializzazione sovranazionale che fa carta straccia di qualsiasi garanzia per il consumatore, con la beata convinzione che il progresso è nella circolazione delle merci. Ma se a circolare dovessero essere gli uomini, ci salvi iddio. Così minacciamo di bombardare i barconi dei profughi invece di fare corridoi umanitari. E trattiamo chi viene a lavorare come venivano trattati un secolo fa gli italiani in Germania Svizzera e Belgio, carne da miniera e pazienza se poi ci rimane sotto. “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani” scrivevano allora sulle porte dei negozi. Qui l’abbiamo scritto nel cuore.

Chi spezza le ali al cinema Aquila?

Cosa sia il Cinema Aquila a Roma lo sanno tutti i cinefili. Luogo di elezione del migliore cinema indipendente, qui sono nati piccoli fenomeni, da qui molti registi hanno battuto il primo colpo d’ala. Festival di cinema internazionale o dedicato, dibattiti con attori e registi, qui il cinema si può toccare, gli si può dare del tu.

Da qui ha preso l’abbrivio Andrea Segre, ormai regista rampante. Qui ha tenuto per oltre un mese “Fuoristrada”, singolare docufilm su una ancor più singolare vicenda. Qui “La mia classe”, sull’insegnamento dell’italiano in un Ctp, il maestro Valerio Mastandrea unico attore professionista, è stato visto, discusso e vivacemente commentato dagli studenti della vicina scuola di italiano Pigneto Prenestino. Qui, solo in questa sala, una produzione a basso costo come “Spaghetti story” ha raccolto 35.000 euro grazie a una programmazione lunghissima che ha lasciato spazio al passaparola. Il restauro di una preesistente buona architettura ha certo il suo valore, ma il vero valore è nella testa e nel cuore della cooperativa che gestisce le tre sale, che si è fatta carico di una indispensabile ma onerosa digitalizzazione, che intende il suo lavoro come una vera fabbrica culturale e sociale.

Ma forse qualcuno non lo sa. Come quel consigliere che ha presentato un’interrogazione all’assessore alla cultura di Roma. Di qui è partita un’indagine che ha evidenziato un’anomalia amministrativa: la cooperativa che gestisce il cinema è una sub concessionaria del consorzio che ha vinto il bando di appalto, la Sol.Co. E il Comune, invece di chiedere chiarimenti o avviare una diffida, ha revocato il bando che scadrebbe nel 2018. E mentre l’assessore Marinelli annuncia un nuovo bando per il “rilancio del cinema”, attorno alla vecchia gestione si stringe una grande solidarietà. Non solo per le tremila firme raccolte in una manciata di giorni: oggi era stata indetta una conferenza stampa, ci si aspettava giornalisti e invece sono arrivati a riempire la platea anche registi, attori, distributori, pubblico cinefilo, abitanti del quartiere.

Inaccettabile lo sgombero della struttura in un mese e il licenziamento in tronco del personale: il direttore del Nuovo Cinema Aquila accoratamente ripercorre le tappe della vicenda. Da quando, nel 2004, il Comune assegnò la sala a una società che non aveva i requisiti richiesti. “Qui il Comune non ci ha assegnato nulla – dice – ad assegnare la sala è stato il Tar e poi il Consiglio di stato a cui si era rivolto il consorzio Sol.Co, secondo arrivato. Ma quando ci siamo trovati davanti alla necessità di investire 400.000 euro per il digitale noi che lo gestivamo abbiamo capito che non era possibile ottenere i finanziamenti regionali se la società non fosse stata prevalentemente dedicata al cinema. Di qui il pasticcio della sub concessione. Forse abbiamo sbagliato, come sbagliò a suo tempo il Comune assegnando il cinema a chi non ne aveva titolo, ma trovo paradossale che ci si riversi addosso il fango di Mafia Capitale. Anzi, per eliminarne anche l’ombra del sospetto, abbiamo già provveduto a dimetterci da quel consorzio”. Insomma, un’autogestione, la mobilitazione continua.

Certo è bizzarra quest’ondata di legalitarismo nel Comune di Roma. Questa mattina è stato sgomberato Scup, in via Nola. Una palestra, corsi di lingue, pratiche autogestite in un ex edificio della Motorizzazione alle spalle di san Giovanni che il comune ha ceduto a una società. La stessa, sarà un caso, che con la Mafia capitale di Buzzi aveva fatto affari fin dai tempi di Alemanno, con la cosiddetta ”accoglienza” ai rom ficcati nel Best House Rom, un magazzino: così racconta Dinamo Press. Oggi in via Nola ruspe e benne hanno demolito gli accessi e gli ingressi, protetti dalla polizia. La legalità ha questo difetto, che ognuno la tira dove gli fa più comodo invece di dove sarebbe giusto. Anche il Comune, che in nome della medesima rinuncia a un’esperienza culturale di eccellenza. O favorisce una delle troppe società che del sociale fa affari.