Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

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Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

Iorda, Gorvi e gli altri bambini

Si fa presto a dire ghetto. Ghetto è una parola che bisognerebbe abolire, lasciandola al repertorio di orrori del secolo scorso, invece si usa, ancora e ancora. Con una disinvoltura che rasenta l’indifferenza di chi gli orrori li vede ogni giorno, e non gli fanno più orrore.

Nella campagne italiane ci sono molti accampamenti informali; uno solo ha diritto a quel nome, il più grande. E’ il Gran Ghetto di Rignano, o di san Severo, due paesi che si rimpallano il toponimo, e non per nobili motivi. Gran Ghetto, così lo hanno chiamato i suoi abitanti, con qualche ironia, e così va chiamato.

Ma intanto l’abitudine a chiamare ghetto qualsiasi accampamento si è diffusa, anche se gli abitanti – i braccianti del secondo millennio, 3 o 4 euro l’ora al nero per gli affari degli agricoltori e della grande distribuzione alimentare –  nemmeno sanno cosa voglia dire.

E’ il caso della Masseria Fonte del Pesce, una bella struttura ad archi in Borgo Tressanti attorno a cui si è formato un agglomerato di tende e baracche chiamato Ghetto dei bulgari in cui vivono centinaia di persone. Tantissimi i bambini.

Tantissimi. Questa estate è stato frequentato il pomeriggio da volontari per farli giocare, quei bambini che non parlano una parola di italiano. Rubabandiera – e così si imparano i numeri – canzoni mimate – e così s’impara qualche parola – girotondi. Calcio, anche, ma con palloni fatti di stracci, i palloni di gomma scoppiano dopo mezzora, tanti sono i vetri rotti del campo.

Niente acqua, nemmeno quella degli impianti di irrigazione. Cumuli di rifiuti, e non sempre i bambini hanno le scarpe. Sembra uno slum africano e invece sono europei in Europa, a pochi chilometri da Foggia.

Sporcizia e polvere. Vestiti all’osso, a volte neanche una maglietta. Ma le facce allegre dei bambini che ti guardano dritto in faccia sono irresistibili. I più piccoli ti abbracciano, non vogliono lasciarti andar via. Pian piano si avvicinano anche i genitori, spesso adolescenti, quasi bambini anche loro: qualcuno gioca, anche. Basta qualche giorno e all’arrivo dei volontari i bambini si chiamano l’un l’altro, arrivano di corsa, esibiscono le parole appena imparate. E i genitori sorridono, piccoli gesti di gentilezza uniscono.

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Possibile vivere così? Possibile lasciare da sei anni in queste condizioni tanti bimbi? In dicembre un violento incendio ha distrutto tante baracche e ucciso un ragazzo di ventanni. E la scuola? Già, la scuola. Non c’è. Borgo Mezzanone ha la scuola più vicina, ma la Masseria Fonte di pesce è fuori comune. Il comune di riferimento è parecchio più lontano e si tiene ben alla larga dall’affrontare il problema, i costi di pulmini e insegnanti di sostegno.

C’è voluto un faticoso lavoro di ricucitura istituzionale per tentare una soluzione, per portare i bambini a scuola, che sarebbe poi un diritto. E’ durata due giorni. Però adesso ecco arrivare l’ordinanza di sgombero per il “ghetto dei bulgari”, firmata dal sindaco di Foggia, Landella. E tutto si ferma.

Lo sgombero – senza alternative, raccogliere le proprie cose e cercare un altro luogo abbandonato dove nascondersi –  è annunciato per lunedì prossimo, e intanto i genitori, intimoriti, non mandano più i bambini a scuola, temono gli vengano sottratti. L’unico diritto che lo stato ha offerto a questi bambini e tutti gli sforzi di scuola, Caritas, mediatori e volontari sono svaniti in un soffio.

Inaccettabile che persone adulte, figurarsi i bambini, vivano in quelle condizioni, e per poter lavorare nei campi per 4 euro l’ora. Ma la soluzione apparentemente “facile” dello sgombero, che si faccia lunedì o che si trascini per le lunghe, rischia di lasciare ancora più soli quei bambini. L’intelligentissimo Gorvy, il piccolo Ivan, la scarmigliata Iorda, la dolce Penka. E gli altri, tutti gli altri, che vivono nella campagna foggiana come fossero nella giungla amazzonica. E sì, in modo non meno nascosto e pericoloso.

La moltiplicazione dei muri

Un muro. E ancora un altro. Al Brennero no, pare. A difendere frontiere evocate bastano i militari armati. Ma a Calais sì, un muro, finanziato dalla Gran Bretagna. Molti muri sono già costruiti nei paesi dell’ex Cortina di ferro, e chi la voleva abbattere allora oggi li costruisce contro chi fugge dalla dittatura, dalla guerra, dalla fame. Un altro muro sarà tra Messico e Stati Uniti, che allunghi quello che c’è già e che certo non impedisce la voglia di futuro di chi migra. Fermare il mare non le mani non si può, nemmeno gli uomini con i muri. Al Festivaletteratura di Mantova, cosmopolita per elezione, la questione tiene banco in moltissimi incontri.

Frei Betto, teologo domenicano, rivendica il diritto di far politica: sono un discepolo di un prigioniero politico, dice, Gesù non è morto di epatite o cadendo da un cammello. Ora guarda al papato di Francesco I con grande speranza. E’ un Papa che ha ammonito: non costruite muri ma ponti. E insiste: “L’Africa è stata colonizzata da tutta Europa, e che ne è rimasto? Povertà, miseria, corruzione. L’Europa che ancora la depreda ora vuol chiudere le porte ai popoli in fuga. Non muri, ponti”.

Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio, dice l’albanese Gazmend Kapllani (“Breve diario di frontiera”): “Per qualche anno abbiamo vissuto senza frontiere in Europa. Istituirle di nuovo apre a nuovi conflitti. Le società più inclusive sono le più progredite. Ci siamo dimenticati di essere da secoli un continente di migranti che hanno popolato le Americhe. Ora ci chiudiamo, eppure l’avventura umana è storia di migrazioni”. Oggi vive negli Stati Uniti, ma è stato profugo in Grecia per 23 anni senza riuscire ad ottenere la cittadinanza.

Esuli per secoli sono gli ebrei, nella nostra Europa. Eppure è Wlodek Goldkorn (Il bambino nella neve) di origine ebraica, a ricordare che i “sommersi” di cui parlava Primo Levi oggi sono nelle fosse comuni del mar Mediterraneo: “Andiamo a Auschwitz, e diciamo mai più, poi bombardiamo ospedali e bambini in Siria. Ho il sospetto che i viaggi servano a non vedere i sommersi di oggi. Preferirei meno viaggi della memoria ma più navi che vagano a prendere i profughi, e il blocco dei bombardamenti”. La memoria, dice Sigmund Ginzberg (Spie e zie) è come il canarino nelle miniere, serve a dare l’allarme all’odore del razzismo, non a girare la testa”.

Il muro tra Messico e Stati Uniti? “Non ce ne frega nulla – dice il messicano Paco Ignacio Taibo II con un linguaggio più che colorito – i muri si saltano, il filo spinato si taglia. Una parte di muro già c’è, ma è interrotto da piccoli spazi di 80 centimetri: oculatamente lasciati dagli operai messicani che l’hanno costruito. E poi Donald Trump che picchia duro sui messicani non si chiede chi pulirà le piscine di Los Angeles, chi raccoglierà le mele dell’Oregon, chi lavorerà nelle fabbriche di scarpe dell’Illinois. Senza il lavoro nero dei clandestini gli Stati Uniti sono fottuti”.

C’è chi dice no. A raccontare la storia dell’incontro tra un centinaio di africani e alcuni berlinesi è la tedesca Jenny Erpenbeck, “Voce del verbo andare”. Dal 2013 ha seguito il gruppo di persone che, all’inizio si erano accampate in una piazza, e anche dopo, con l’accoglienza ma col divieto di lavoro, ha raccolto le loro storie. E quelle delle persone – il dentista, l’avvocato, il medico, il maestro – che sono entrate in relazione con i rifugiati. “In Germania – dice – molte famiglie hanno esperienza di fughe forzate. L’accoglienza non c’entra nulla con la bontà, è solo capacità di immaginazione. Viviamo in pace da molti anni, ma le cose possono rapidamente cambiare”.

L’albanese Elvira Mujčić lo sa bene. Viene da Srebrenica, e nel suo “Dieci prugne ai fascisti” racconta la fatica della fuga, le ferite e le assenze e il dolore di una famiglia matriarcale, la creazione di nuove frontiere, di nuovi muri nel suo paese. Anche se, racconta, piccole realtà, piccole comunità cercano di andare avanti ricostruendo relazioni: non a caso spesso gruppi di donne.

Intanto però i muri crescono, e a volte non sono quelli materiali alle frontiere, ma quelli immateriali nelle questure, negli uffici comunali, nelle scuole. Sono quelli dell’informazione, che annuncia ogni giorno il numero degli sbarchi, a stento la provenienza di chi arriva, ma non il perché. Eppure – dice l’eritreo Tsegehans Weldeslassie, Ziggy, di cui Erminia Dell’Oro ha raccontato la storia in “Il mare davanti” – le ragioni del viaggio sono differenti: “Noi non fuggiamo dalla guerra, ma da una dittatura durissima che fa affari con l’Italia. E durissimo è stato il viaggio. Tutti sanno quanto sia pericoloso attraversare il mare, attraversare 5.000 chilometri di deserto lo è altrettanto”.

Quella che avviene sotto i nostri occhi, sulle nostre coste – dice Lella Costa, che con Marco Baliani porta in scena “Human” – è una tragedia, l’Odissea, l’Eneide dei nostri giorni. Dobbiamo ascoltare la voce di chi racconta i suoi viaggi. E ricordare che l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo sancisce la libertà di movimento per tutti. All’ingresso di un campo profughi palestinese c’è una grande chiave: tutti i residenti conservano gelosamente le chiavi delle loro case che forse neanche esistono più. Quante chiavi di casa sono negli zaini, nel deserto, in fondo al mare? Pensiamoci”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità l’11 settembre 2016

Libri senza frontiere

Facile dire: frontiere. Un muro, una barriera. Che cosa c’è al di qua o al di là fa la differenza di una vita. Sarà per questo che uno dei primi appuntamenti di Festivaletteratura, la settimana di incontri con gli autori di Mantova, alla ventesima edizione, è proprio sulle frontiere e sull’esclusione. Tema che attraverserà molti degli incontri di quest’anno.

Ecco dunque, solo nella prima giornata, il dibattito tra Gazmend Kapllani e Alessandro Leogrande. Ecco il dibattito tra Christiane Taubira, ex ministro della giustizia francese e Domenico De Masi “Se i cittadini non sono tutti uguali” soprattutto quelli con due nazionalità dovute alla migrazione. Ecco l’incontro a tre tra Paolo Di Paolo, Siegmund Ginzberg e Wlodek Goldkorn sulle storie di famiglie ebree che hanno attraversato il secolo scorso spostandosi su, dice Di Paolo, un atlante impazzito.

gazmend-kapllaniL’albanese Kapllani racconta, in “Breve diario di frontiera” la sua storia di emigrato colto e plurilingue. Accompagnato da Alessandro Leogrande che il mondo dei migranti conosce bene, come mostra il suo recente Uomini e caporali sullo sfruttamento dei braccianti in Puglia, nella raccolta del pomodoro da sugo e non solo. Tutti ricordiamo l’immagine dell’esodo biblico dell’Albania, quando disfatto il regime oppressivo di Enver Hoxha le frontiere di un paese isolato da decenni si dissolsero (ed è difficile dimenticare il trattamento che l’Italia ha riservato alle 16.000 persone a bordo del mercantile Aurora, stipate in uno stadio di sinistra memoria e poi respinte).

Il bambino Kapllani studiava italiano a otto anni, raccoglieva sulla spiaggia bottiglie di Coca Cola provenienti dall’altro lato dell’Adriatico, contrabbandava libri e letteratura rischiando la prigione. Tentare di evadere da un paese che aveva tagliato ogni contatto con il resto del mondo – «Eppure cantavamo l’Internazionale due volte al giorno», ricorda, «si parlava di proletari di tutto il mondo»: quale mondo? – e sentire musica italiana poteva costare la vita. «L’Albania – dice ora – era una piccola prigione governata da paranoici».

Franato il regime, svaniti i controlli alle frontiere, Kapllani migra verso la Grecia, a piedi. Qui sperimenta la vita da immigrato, indesiderato nel paese comunista, indesiderato in quello capitalista. L’umiliazione di dover chiedere protezione, quella sperimentata da Dante: «Tu proverai siccome sa di sale lo pane altrui». Passata una frontiera, bisogna scavalcarne altre, la lingua, l’identità: «Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio – dice – uscito dalla prigione dei paesi dell’est sono diventato clandestino. Resterò in Grecia 23 anni, imparando la lingua tanto da scrivere il mio primo libro proprio in greco, ma non ho mai ottenuto la cittadinanza: con tutto il tempo impiegato per ottenere documenti e permessi avrei scritto altri dieci libri».

Oggi Kapllani vive negli Stati Uniti e sogna «un mondo senza immigrati, ma di viaggiatori in un mondo di eguali. Ci vuole fegato, ci vuole forza per lasciare il proprio paese e andare in un altro, imparare la lingua, trovare il proprio posto in una città sconosciuta. Del resto da sempre la sopravvivenza dell’uomo dipende dalla capacità di cambiare, di migliorare la propria vita, di superare la sofferenza della povertà e della disuguaglianza». Infine un monito: «Negare la cittadinanza è una vergogna. Come è possibile che i bambini che nascono in un paese dove vivranno e andranno a scuola non siano cittadini? Come si fa a creare scientemente cittadini terza categoria? L’immigrazione è una opportunità. Ma se la si vede solo come minaccia, attenti: può diventare una minaccia».

mantova1L’esperienza di essere “l’altro” l’hanno provata anche Siegmund Ginzberg e Wlodek Goldkorn, entrambi prestigiosi giornalisti italiani. La storia delle loro famiglie, ebree entrambe, è fatta di traslochi, mutamenti, esilii. «In Turchia, quando il mio cognome a scuola denunciava una ma non turchità – dice Ginzberg, che ha scritto Spie e zie – mi dichiaravo italiano, ma di italiano non sapevo una parola. In Italia mi dichiaravo turco, poi ho imparato a dirmi ebreo. Ma di quegli ebrei speciali che non vanno in sinagoga. Solo molto più tardi ho detto: sono italiano». Scrivere in una lingua non materna dà una libertà indicibile, dice Goldkorn, come faceva Conrad, come Beckett. Ma quando il conduttore, Paolo Di Paolo, lo interroga sulla seconda parte del suo libro, Il bambino nella neve, sui luoghi della Shoa, Goldkorn esplode. Ricordando il libro di Primo Levi, Sommersi e salvati, dice: «I sommersi sono tra noi. Sono qui, nel nostro Mediterraneo, negli ospedali bombardati in Siria e pieni di bambini, Quando vedo i treni della memoria che vanno a Auschwitz per dire ‘mai più’ penso che lo si faccia per non vedere i sommersi di oggi. Sarebbe meglio non fare visite a Auschwitz e evitare i bombardamenti. E mandare le navi a prendere i migranti al di là del Mediterraneo».

Questo articolo è stato pubblicato anche da Succede oggi.

Il Messico di Paco

Un’esplosione, un fuoco d’artificio di humor, a volte nero, a volte sboccato. Paco Ignacio Taibo II (nella foto qui accanto) è come scrive, più spontaneo, forse: empatico. Irresistibile. Al Festivaletteratura di Mantova ha presentato la riedizione di un romanzo del 1995, A quattro mani, insieme al collega Juan Villoro (nella foto sotto), come lui messicano, come lui scrittore, che ha scritto Il testimone. Argomento comune, i disastri del Messico. Non sarà una lagna però, questo incontro, né un catalogo delle miserie messicane: il nostro è «paese autoritario, repressivo e deprimente, puzzolente e schifoso, ma anche ridicolo. E l’umorismo è un sistema di resistenza». Ecco il ritratto del Messico dipinto in rapide pennellate e battute irresistibili.

Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Entro in un ufficio pubblico, uno di quelli in cui si fanno i documenti e i certificati. Mi avvicino allo sportello e dico: “Buongiorno”. Da dietro lo sportello mi risponde una voce cavernosa “No”. Ma come no, vaffanculo, non ho neanche detto cosa voglio. “No”. È la sindrome del buttafuori da discoteca, se dai a un idiota il potere di buttarmi fuori lo farà. E io non avrò il mio certificato».

Il cahier de doléances è lungo: il presidente è un analfabeta funzionale, alcuni dei ministri non hanno mai letto un libro (e speriamo non lo facciano, si augurano i due scrittori, dovessero sfogliare i nostri ce la vedremmo brutta). Il presidente ha falsificato la tesi di laurea, viviamo circondati da leccaculo, l’informazione nasconde notizie importanti, come la scomparsa di 43 ragazzi nello stato di Guerrero. Eppure a Città del Messico, capitale della resistenza, ci sono ogni due giorni manifestazioni di protesta imponenti, di 400.000 persone ciascuna.

juan-villoroConferma Villoro, e cita quella famosa zia messicana che diceva: «La vita ha voluto che io fossi disgraziata ma non ne avevo voglia». Villoro incalza: paradossale la questione dei rapporti con gli Stati Uniti, il più grande paese consumatore di droga. Nella giostra della ricerca del nemico perfetto sono passati dai nazisti ai comunisti, poi ai terroristi islamici e ai trafficanti di droga messicani. Che però agiscono negli Usa protetti dalle forze dell’ordine. Paradossale anche l’invito di un importante ministro messicano a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle presidenziali, dopo le valanghe di insulti razzisti che ha rovesciato sui messicani: «Siamo così fottuti che non ci resta che ridere».

Lo hanno definito barocco, Paco Ignacio Taibo II, chissà se lo sa. Certo non gli piacerebbe: barocco definisce il potere messicano, barocco come la cattedrale dove angioletti evirati con le natiche paffute sono circondati da mais, uva, frutta. Perché? L’architetto spagnolo patito degli angeli che seguiva i lavori si ammalò sul più bello, l’assistente indigeno andò avanti da solo e rovesciò sulle mura della chiesa una cornucopia agricola. «I buoni scrittori messicani sono come quell’assistente indigeno – dice Paco Ignacio Taibo II – mostriamo il reale anche se inopportuno. Ci si aspetta dal romanzo che metta ordine nel caos. Forse in Svizzera. Ma penso che invece abbia il compito di produrre caos e disordine, la complessità e la profondità. La tensione sociale e l’antiprovincialismo». «C’è una tensione continua tra la realtà e quel che cerchiamo di vedere – insiste Villoro – è ai margini di questa tensione che si può scrivere un buon romanzo».

Il muro, il muro che si vorrebbe costruire al confine con gli Stati uniti per fermare i migranti, come se i muri non si potessero saltare. Questo, in modo particolare. Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Un pezzo di muro c’è già, a Ciudad Juárez. L’ho visto: 20 metri di muro e poi una fessura di 80 centimetri, e così via. Perché il buco? ho chiesto ai muratori che lo costruivano. Risero di me. Lo chiesi ancora: perché il buco? Risposero: da dove pensi che noi passeremo, poi? Infatti, erano tutti messicani».

Nessun muro può fermare le persone che cercano il futuro. «Trump non sa che se ci fosse il blocco della migrazione di lavoratori illegali nessuno pulirà più le piscine di Los Angeles, nessuno raccoglierà mele in Oregon, o lavorerà nei calzaturifici dell’Illinois», insiste Paco Ignacio Taibo II. E Villoro racconta la storia di una rapina in un bar americano: «I gangster tengono tutti sotto tiro. A un certo punto di sente un trambusto in cucina. Bloccate i messicani, dice uno dei gangster. Non l’ha visto ma lo sa, in cucina non possono che esserci messicani. I gangster conoscono la realtà meglio di Trump».

Oltre la risata, la speranza. Marx sì, ma quale? Bisogna rileggere la realtà, riscriverne le categorie. E andare avanti: nelle comunità zapatiste e in quelle indigene c’è già un nuovo modo di prendere le decisioni, insieme. Insieme si fa comunità. Altrimenti, conclude Paco Ignacio Taibo II, non resta che arrendersi: «Nel film di Woody Allen Prendi i soldi e scappa Woody e la sua banda organizzano una rapina, ma quando arrivano in banca c’è già un’altra rapina in corso. E Woody propone ai derubati: votate quale banda vi porterà via i soldi. Questa è la democrazia oggi: la possibilità di scegliere da chi farci assaltare. Dunque arrendersi non si può».

Il bracciante mancato

Poteva essere un fallimento. Un giornalista di origine togolese che cerca di infiltrarsi nel Gran Ghetto di Rignano, vive lì qualche giorno ma non riesce a trovare un ingaggio come raccoglitore di pomodori, l’”oro rosso” del foggiano che entra in quasi tutti i barattoli di pelati italiani. E’ alto, Matteo Koffi Fraschini, due spalle larghe, una struttura forte, la pelle nera e un po’ di dialetto africano. Ma le sue mani no, non vanno bene. Sono mani di intellettuale, abili sulla tastiera ma senza calli e ruvidezze, disabituate al lavoro manale. E poi non sono solo le mani: Koffi non ha la determinazione, la disperata speranza dei braccianti africani, quel che li rende capaci di una fatica disumana, il sudore negli occhi, le mani e i piedi verdi di linfa, la debolezza di accettare condizioni di lavoro inaccettabili.

Poteva essere un fallimento, l’Avvenire – il giornale a cui aveva proposto un reportage – aspetterà invano. Invece il libretto che Matteo Koffi ha scritto sulla sua esperienza apre uno squarcio su una realtà sfaccettata. Capitale dello sfruttamento in Puglia, il Gran Ghetto – molti altri luoghi del genere esistono in Puglia, più lontani dai clamori della stampa, ancora più disperati, la mappa va ancora fatta – contiene sopraffazione, sfruttamento, i caporali che assoldano e ricattano, i “capineri” africani che sono i caporali dei caporali; il costo maggiorato delle merci, il commercio di droga e la prostituzione per neri e per bianchi a prezzi differenziati, i furti e le piccole guerre tra poveri. Ma anche la solidarietà, l’offerta di un piatto di riso a chi non ha trovato da lavorare, l’aiuto per tradurre, per una connessione, per compilare i moduli dei documenti.

“Campi d’oro rosso. Nel Ghetto di Rignano” è il titolo del libro edito dal Gruppo Solidarietà Africa di Seregno (gsafrica@tin.it, www.gsafrica.it) con foto di Antonio Fortarezza. Un diario puntuale, dal 25 luglio al 9 agosto del 2015, dall’arrivo a piedi la sera in cerca di un letto all’affitto di un materasso per tutta la stagione (30 euro), al riso e alle cosce di pollo arrostite nella carcassa di un frigo. I topi, gli insetti, lo schiamazzo dei bar e delle discoteche fino a tarda sera, quando i braccianti si alzano la mattina alle 4 o alle 5 e si affollano sgomitando per poter entrare nei furgoni verso la caienna dei campi. Le relazioni, anche: per lo più suddivise per nazionalità, i maliani con i maliani, i guineani con i guineani, i ghanesi con i ghanesi fino a far quasi dei quartieri. Spicca l’unico italiano del Ghetto, un napoletano soprannominato “il camorrista”: suo il bar più grande, di notte quasi una discoteca, sue le ragazze più giovani e carine, suoi gli affari più lucrosi e illegali.

Intanto s’informa, Koffi. Capisce che bisogna avere pantaloni resistenti, scarponcini alti, un berretto. Persino i guanti deve portarsi un bracciante, ma la bottiglia d’acqua è vietata, la venderanno sul posto i capineri, guadagnando anche su questo e sul panino asciutto per lo spuntino di metà mattina. La tariffa del cottimo è scesa ancora, 2.5 euro a cassone da 100 chili, 25 euro per dodici ore di lavoro senza tregua nel sole cocente. Meno della paga per i “cafoni” pugliesi, cinquant’anni fa, nelle campagne del Tavoliere. Intanto il prezzo dei pelati, il prodotto finito, è vertiginosamente salito.

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Interessante guardare l’Italia dall’interno del Ghetto. Gli italiani che cercano sesso facile e economico, droga, affari. I volontari di Radio Ghetto, che vivono dentro il campo per due mesi per trasmettere informazioni e storie, musica e dibattiti utili nel raggio breve del Ghetto. Quelli del progetto “Io ci sto” che insegnano l’italiano e fanno ciclofficina perché pensano che il diritto di parola e quello di movimento siano fondamentali e irrinunciabili, e intanto giovani africani e giovani italiani s’incontrano e si guardano negli occhi, si scambiano le loro storie e i loro sogni. Le autorità che scelgono l’indifferenza e il quieto vivere. Gli agricoltori che arrivano prima dell’alba e reclutano braccia scegliendo 25 braccianti da una folla di cento che si accalcano e si spingono.

Sono i sogni a imprigionare i braccianti qui dentro. Il sogno di lavorare, di mandare a casa i 50 euro con cui l’intera famiglia potrebbe sostenersi per un mese, il sogno di andare via, anche se qualcuno poi resta intrappolato, perde anche i pochi soldi che ha e non riesce ad andare via. Sidibé, il tassista abusivo che fa navetta Ghetto-Foggia per 10 euro a viaggio, ha il sogno di racimolare 10 mila euro per tornare in Mali. E racconta di aver comprato la patente in una scuola guida di Roma, per 550 euro, e anche qui ci rimanda un’immagine di Italia che non va.

Ogni tanto il fuoco incendia i cartoni coperti da plastica e dai tubi dell’irrigazione, un miracolo non ci siano vittime. A volte s’infiammano gli animi, fioriscono le risse, qualche giorno fa è finita male, un morto e un ferito. Poi le baracche fatte di niente si rialzano, di nuovo casa per qualcuno. E la marcia dei nuovi arrivati non dà tregua: tutti cercano un materasso e un lavoro, tutti sanno di essere all’inferno ma in cammino verso il paradiso. Proprio come i nostri nonni, che in nome del loro sogno crepavano nelle miniere di Marcinelle, e marcivano nei ghetti tedeschi e americani. Allora l’Italia s’indignava, oggi ci fa affari. E nessuno si chiede a che prezzo i nostri pelati siano i più buoni del mondo, e i più economici.