La musica è un biglietto di “Andata semplice”

Sullo sfondo, una sequenza bloccata di un film. E’ il mare, il mare, con le sue onde sempre uguali e sempre diverse. Al centro, un molo a cui è legata una barca. Già, ma il molo non tocca terra. Resta lì, circondato dalle onde. La promessa di approdo è fallace. Non ci saranno abbracci, strette di mano, uomini a riceverti. Sei solo, solo.

Bellissimo il fondale di “Andata semplice”, lo spettacolo ideato e diretto da Stefano Cioffi e curato da Stefano Saletti e Barbara Eramo, in collaborazione con Baobab Ensemble e con il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati. Uno spettacolo che per quattro giorni ha animato il Centrale Preneste, il Teatro del Lido, quello di Magliano Sabina. E infine, domani, all’Ara Pacis.

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Foto di Francesca Della Ratta

Contrariamente al senso del fondale, lo spettacolo è gioioso. Una preghiera comune, la ricerca di senso e di speranza, il piacere di cantare e ballare su un palco, condividendo brani della propria vita e della propria cultura.

Lo spettacolo è il risultato di quattro mesi di laboratorio musicale con un gruppo di rifugiati. Per loro il viaggio di andata non è certo stato semplice, e ancora più complicato sarà il nuovo percorso di vita: il pericolo della solitudine, dello spaesamento, di sentirsi senza approdo, è dietro l’angolo. Ma la musica aiuta, la musica e le canzoni che parlano le mille lingue africane, lo swahili, il wolof, il mandinga, il poular, il congolese, l’arabo. Quando cantano, accompagnati dal coro e dalla musica, è gioia pura.

Poi ci sono i testi di Claudio Magris, di Oran Pamuk, Tahar Ben Jallun. Il Mediterraneo, l’altro protagonista dello spettacolo, i confini del nostro mondo, la terra di mezzo che è il luogo della comunicazione, ma che le decisioni di una parte possono rendere una trappola di morte che falcia tante vite, anche. Uomini che dal nostro occidente in cerca di facili sicurezze qualcuno considera “a perdere”; uomini che dentro il cuore, nella traversata notturna nella quale si gioca la loro vita, quando lasciano tutto ciò che finora hanno avuto, conservano quelle musiche, quelle canzoni, quelle passioni.

 

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Nakupenda wewe Nakupenda wewe Mpenzi mbona wanisumbua Kila nifanyavyo sivyo Bibi wacha kunibagua Nakupenda vivyo ulivyo Nakupenda wewe Kichuna ewe kichuna Nina masikitiko Usiku kucha silali Hata nala kwa kijiko Nakupenda wewe”, Ti voglio bene, ti amo mia bellissima moglie, quel che faccio non importa, ti amo, ti amo così, sei una grande persona. Di notte non posso dormire ma domani dormirò. Oggi non sono a casa, domani ci sarò. Oggi sono così stanco che devo mangiare con il cucchiaio come un malato, ma domani starò bene. Ma ti voglio bene, ti amo cara…

 

E intanto, sullo sfondo, le onde inseguono le onde, sul molo che resta in mezzo al Mediterraneo. Ma è difficile guardarlo, quel mare, quando esplodono i tamburi, quando risuona l’oud, Quando i volti si illuminano, le voci si inseguono, cantano la lingua di una casa lontana, ti entrano nel cuore.

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Tra i braccianti in Puglia nelle baracche con i poster di An

Non chiamiamoli “ghetti”. In Puglia di ghetto ce n’è uno solo. Il Gran Ghetto di Rignano, il cui nome, con esplicita ironia, è stato deciso dagli abitanti, i braccianti africani. Gli altri sono insediamenti informali, casa degli invisibili. Quelli che in Puglia abitano da decenni o che ci vengono solo per qualche mese, al tempo del raccolto, dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’est. Mica solo pomodoro: c’è l’uva e le olive, ma ci sono anche, tutto l’anno, ortaggi dì ogni tipo. Cipolle e asparagi, sedano e meloni, zucche e zucchine. Ci sono le macchine per arare e seminare, e persino per infilare le piantine nei buchi, ma molto si fa ancora a mano, e servono braccia.

Le braccia, poi, sono uomini. Hanno bisogno di mangiare, riposare, dormire, lavarsi. Molti hanno occupato le vecchie masserie abbandonate, sperse nei campi. Le riconosci dai panni stessi, e dai bidoni blu dell’acqua, riforniti periodicamente dalla Regione, gli antichi pozzi sono spesso andati in malora negli anni dell’abbandono. Ecco, lì vivono i braccianti: nelle masserie diroccate, nelle fabbriche dismesse, nei borghi abbandonati.

Il viaggio per capire come si vive nelle campagne del foggiano comincia così, un piccolo gruppo di persone accomunate da un’esperienza di volontariato e dalla volontà di capire come funziona la filiera del pomodoro dall’ultimo anello della catena, quello dei braccianti. Un avvocato “di strada”, un’operatrice del progetto Presidio della Caritas, un videomacker e una giornalista hanno cominciato a vagare per le provinciali aguzzando gli occhi e cercando le masserie abbandonate e rioccupate dai gruppi di lavoratori. Ma prima, andando nei due luoghi ormai noti a tutti, il Gran Ghetto e la Pista.

Il Gran Ghetto

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Le baracche del Gran Ghetto di Rignano. Foto di Ella Baffoni

Fiore all’occhiello del governatore della Puglia, Emiliano, lo sgombero. La notizia fece, in marzo, il giro dei telegiornali ed ebbe un grande effetto. Come drammatica conseguenza ebbe un incendio che, alimentato dal vento, uccise due braccianti. Amhu c’era quando ci fu l’incendio. Con molti altri era tornato dopo lo sgombero: dove andare, se no? Ma si era accampato sotto gli ulivi, fuori dall’abitato. “I due ragazzi no – racconta Amhu – c’era vento e faceva freddo, e si sono chiusi dentro la loro baracca. L’incendio è scoppiato poco più in là, loro non sono riusciti ad uscire. Chi era fuori ha cercato di aiutarli ma le fiamme erano altissime e nel Ghetto, per favorire lo sgombero, la Regione aveva sospeso l’erogazione di acqua, impossibile spegnere il fuoco”. Lì, sul luogo della tragedia, c’è ancora il carbone che segna il perimetro delle baracche, e qualche lamiera contorta. Ogni tanto qualcuno si ferma a guardare, o a pregare.

Città dei caporali e dello sfruttamento del lavoro e non solo (i bordelli, ad esempio), il Ghetto aveva però alcune forme di socialità e di mutuo aiuto non trascurabili. Sgomberato il Ghetto senza soluzioni davvero alternative – un sistema pulito di reclutamento dei braccianti, garanzie di contratti e condizioni di lavoro non proibitive, versamento dei contributi – cosa è avvenuto? Alcuni braccianti si sono trasferiti dieci chilometri più in là a San Severo, all’”Arena”. Ma il sospetto che il sistema del caporalato per loro sia tutt’ora funzionante è più che legittimo.

Ghetto di Rignano, il luogo dove sono morti i due braccianti africani, nel marzo 2017. Foto di Ella Baffoni

Il Ghetto, intanto, si è riformato. Non sui terreni di proprietà della Regione, abbandonati a carboni e lamiere contorte, ma lì accanto, su terreni privati. Non più baracche ma tendine da campeggio e camper, più difficilmente sgomberabili, e la sera attorno ai caporali che fanno le squadre si formano decine di capannelli. I bar e i negozi hanno riaperto, le ragazze hanno ricominciato a riaffacciarsi. Non saranno i tremila abitanti dello scorso anno, prima dello sgombero, ma a fine agosto c’erano già ottocento persone almeno, e altre ne continuavano a venire. Però, dice Amhu che sta qui da anni e che tuttavia dorme all’addiaccio, prima c’era più solidarietà, più amicizia. Se si era in troppi ci si stringeva per far posto agli altri e un piatto di riuso non mancava a nessuno. Adesso ci vogliono soldi, sempre soldi,  tutto è più complicato e meno umano.

Molti invece se ne sono andati. Accanto alle case nella piana sono comparse le baracche degli ex abitanti del Ghetto, o le roulotte, o i pulmini attrezzati all’interno. Divisi all’ingrosso per nazionalità o, meglio, per lingua, i braccianti hanno cercato l’invisibilità che consentisse il lavoro. Invisibilità a tutti ma non a caporali o datori di lavoro. A Nord di Foggia, a Sud, a Est e Ovest. Con un’eccezione, la Pista.

La Pista di Borgo Mezzanone

Borgo Mezzanone è un sobborgo di Foggia, alle case rurali si sono sommati anni fa gruppi di case popolari. C’è una scuola e un ambulatorio, qualche raro negozio, il capolinea di un autobus per Foggia. E il Cara, il centro per i richiedenti asilo allestito fuori dal borgo, negli edifici dell’ex aeroporto militare. Una struttura inizialmente prevista per 800 persone che ne ospita più del doppio. Accanto, una vera lunga pista aeroportuale usata solo in guerra, proprio dietro al Cara, attrezzata di bagni e container per l’emergenza Nordafrica e poi abbandonata. Ovviamente i container sono stati subito occupati, dagli espulsi dal Cara ma anche da braccianti per lo più stanziali, due o tre persone ciascuno. E mentre la zona del vecchio insediamento resta sonnolenta, come al solito, l’ala nuova brulica di attività, soprattutto la sera.

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Infatti dopo lo sgombero molti degli espulsi dal Ghetto sono arrivati qui, terra di nessuno, ricostruendo baracche con una tecnica che al ghetto ha fatto scuola. E sommando ai tre o quattro baretti degli anni scorsi ujna raffica di servizi: oltre a quelli illegali, il caporalato e la prostituzione, anche quelli indispensabili, negozi, mense, taxi, un forno, meccanici d’auto o da bici, una chiesa, le prese per ricaricare il telefono, gli informatici. C’è l’acqua, c’è l’elettricità. C’è un’attività edilizia frenetica, che vede sorgere nuove baracche ogni giorno, e che occupa sempre nuovi spazi. Con alcuni effetti involontariamente comici, come la casa costruita con i cartelloni della campagna elettorale di Daniela Santanché e con i simboli di An che inneggiano contro i migranti.

Pista di Borgo Mezzanone. Le nuove baracche con i cartelloni elettorali. Foto di Ella Baffoni

Il terreno viene picchettato come nel West, il padrone del picchetto fa il prezzo che dovrà pagare chi vuole farsi una baracca. Centocinquanta, duecento euro: la pista è lunghissima, c’è posto per tutti, anche se qualcuno ha preferito occupare le casematte e i bunker del vecchio aeroporto.

C’è posto anche per Radio Ghetto, la radio gestita da volontari italiani che da anni dà voce e informazioni e musica ai braccianti, e che dopo l’incendio del Ghetto si è trasferita lì, all’estremità sinistra della pista guardando il Cara: una piccola veranda di canne che frusciano al vento e l’insolito lusso di una cabina di legno per la doccia. La radio e i suoi animatori hanno scelto, quest’anno, di diventare itineranti. Per esempio allestendo concerti e incontri a Lucera o Cerignola, o ancora tra i casolari spersi nella campagna e abitati dai bulgari, silenziosamente espulsi dal loro insediamento.

1 – continua

La filiera sporca del pomodoro e le case di Boccadirosa

In Puglia Giuseppe Di Vittorio iniziò lavorare come bracciante, all’inizio del secolo scorso. Delle lotte che guidò, del suo pensiero sono molte le tracce che restano. Nella Cgil che guidò a lungo, ma anche nei suoi territori, tra i cafoni come lui a cui insegnava di non togliersi il cappello davanti ai padroni. Fosse vivo oggi, riconoscerebbe come suoi fratelli i ragazzi dalla pelle nera e quelli che vengono dall’est, sfruttati come bestie nei campi pagati in nero o in grigio come all’inizio del secolo. Ai braccianti sottopagati diceva: “I vostri agrari e quelli di Cerignola vendono il loro grano o il vino allo stesso prezzo. Perché dunque voi dovete lavorare un maggior numero di ore e guadagnare di meno? Organizzatevi in grande massa, come i vostri fratelli di Cerignola, e otterrete anche voi gli stessi miglioramenti”.

 

Borgo Mezzanone, il riposo dopo il lavoro nei campi. Foto di Ella Baffoni

Oggi ricorderebbe che negli anni 50 la paga dei braccianti era simile a quella di oggi, mentre il barattolo dei pelati costa molto di più. Chi ci ha guadagnato, chi ci guadagnerà?
E’ lungo il viaggio nelle campagne alla ricerca degli insediamenti informali dei braccianti d’oggi. Ma le tracce sono ancora quelle dei tempi di Di Vittorio, anche se le storie sono diverse, ognuna è un insegnamento nuovo. Un viaggio fatto insieme alla responsabile del progetto Presidio della Caritas, a uno dei fondatori dell’associazione Avvocati di strada, a Antonio Fortarezza, che sul lavoro in agricoltura nel Tavoliere ha molto lavorato (qui il link a uno dei suoi lavori).

 

Cerignola

Sul ovest di Foggia, il luogo dei grandi scioperi del braccianti negli anni ’50. Qui c’è l’insediamento più antico della Capitanata, più antico anche del Ghetto. Quando, quindici anni fa, nella piana sotto Rignano cominciavano a popolarsi i casali che restano il nucleo forte del Ghetto, nelle campagne di Cerignola la presenza dei braccianti era già strutturata. Come sempre, nel bene e nel male. Il male è il controllo forte dei caporali su tutti gli aspetti della vita quotidiana, non solo il lavoro ma anche l’accoglienza e il cibo. Il male è la presenza endemica di prostituzione, per gli africani ma anche per gli italiani. Tanto che, in uno di questi paesini si racconta che ci fu una rivolta delle mogli contro le prostitute africane, una sorta di “Bocca di rosa” che non è finita con l’espulsione, come nella canzone di De André ma, più modestamente e chissà se felicemente, con la riconquista di qualche marito.

La strada che si stende lungo la campagna piatta è affiancata, ogni quattrocento metri, da una casa poderale. Ridipinte fuori, attrezzate all’interno, sembrano residenze stanziali più che accampamenti di passo. Prima due casali gemelli di ghanesi, poi quello dei moldavi, due “case delle ragazze”, e ancora ghanesi. Una situazione decorosa, nel complesso, senza cumuli di rifiuti ma con carenza di acqua: le cisterne azzurre dell’acqua sono dovunque, l’autobotte della regione fa il suo dovere. Ma comunque il bucato si riesce a fare solo una volta a settimana, e chi lavora nei campi – soprattutto con i pomodori, il cui lezzo di piante schiacciate e di marciume si sente da lontano – avrebbe bisogno di lavarsi molto più spesso.

Tende e roulotte attorno a una masseria di Cerignola. Foto di Ella Baffoni

Non solo pomodori; molti abitano qui tutto l’anno. Per le cipolle, i meloni, le zucche, i finocchi, i cavoli, anche d’inverno. In primavera si ricomincia con le verdure a foglia larga e gli asparagi, i cereali. Fino all’estate, regno incontrastato del’oro rosso, il pomodoro da sugo.

 

La fabbrica di Foggia

La chiamano così “la fabbrica”. Pochi ricordano cosa producesse, forse era una Centrale del latte. Annegata nella zona industriale periferica, nel cortile ha un pozzo, intensamente usato dagli abitanti che da molti mesi vivono qui. Di giorno, la mattina soprattutto, sembra davvero una fabbrica abbandonata, la sera si anima, comincia la musica, il profumo di cibo e la fila davanti al pozzo. La mattina dopo una fila di pulmini porta i lavoratori nei campi.

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All’inizio erano un’ottantina, ora superano abbondantemente il centinaio. L’interno è suddiviso in stanze e stanzine, come separé teli di stoffa e cartelloni pubblicitari, una corda stesa è l’armadio dei panni, vecchie poltrone sono il salotto, fornelli e bombole per cucinare. Tanti i materassi anche l’aperto, e meno male che non piove. Ma anche no: mannaggia al sole, che quando piove non si può fare la raccolta meccanizzata dei pomodori e bisogna ricorrere al lavoro manuale, molte più squadre sul campo a infangarsi i piedi. Le macchine, pesanti come sono, s’impantanerebbero e i pomodori s’impasterebbero con il fango. Quando piove, i braccianti lo sanno, le macchine si fermano, c’è più lavoro ed è più facile strappare una paga meno indecorosa del solito.

Vivere alla periferia della città, comunque, affranca dalla schiavitù del trasporto governato dai caporali per chi ha bisogno di una farmacia, per chi si ammala o per chi abbia voglia, ogni tanto, di mangiare un pezzo di pizza o di mescolarsi con gli italiani.

 

La filiera e i controlli

Gli ispettori del lavoro a Foggia sono una quarantina, sei dedicati all’agricoltura. Ma in estate i turni di vacanza impoveriscono le squadre che fanno i controlli sui campi. A parlare con qualcuno degli ispettori la visione delle condizioni di lavoro appare divergente da quel che raccontano i braccianti. E per forza: quando arrivano nei campi i lavoratori scappano, anche quando i documenti sono in regola, anche quando hanno il contratto di lavoro nello zainetto. Peccato: in teoria gli ispettori vanno nei campi anche per difendere i loro diritti. Così invece gli ispettori parlano quasi solo con gli agricoltori e le aziende, e quando pure riescono a interrogare qualche bracciante, il bracciante mente, non indica mai il caporale.

Perché? Perché il caporale è l’unico tramite per ottenere un lavoro il giorno dopo. Chi lo denuncia, grazie al passaparola, sarà messo al bando. Così gli agricoltori sostengono di pagare 6-7 euro per ogni cassone di 300 chili riempito, e ci vuole quasi un’ora. E’ lavoro a cottimo, vietatissimo e pure tolleratissimo, Però i braccianti sostengono di ottenere 2.50, 3 e in rarissimi casi 4 euro a cassone. Probabilmente nessuna delle due parti imbroglia, c’è un terzo protagonista che maneggia arbitrariamente il denaro delle paghe che riceve dall’agricoltore e che distribuisce ai braccianti, il caporale. Che probabilmente ne trattiene una parte. Finché non si troverà il modo di eliminare i caporali e rendere trasparente e rapida l’assunzione dei braccianti – quando il pomodoro è maturo non si può aspettare troppo – truffe e sfruttamento continueranno.

Chi pensa di eliminare con le ruspe un Ghetto, o gli altri insediamenti informali, non sa di cosa parla. È lo sfruttamento, non le sue conseguenze, che bisognerebbe eliminare.

I camion con i cassoni dei pomodori in attesa davanti alle fabbriche di trasformazione

Invece finché il prezzo del prodotto lo faranno le ditte della grande distribuzione, magari con aste al doppio ribasso, gli agricoltori strozzati strozzeranno i braccianti, ultimo anello della filiera. Non solo Auchan Italia, Carrefour Italia, Conad, Coop Italia, Crai, Despar, Esselunga, Eurospin, Interdis, Lidl Italia, Gruppo Pam Panorama, Selex, Sigma, Sisa, Sma Italia fanno con gli agricoltori e con le aziende di trasformazione i contratti preventivi in appositi tavoli dedicati, in primavera. Ma poi, in rete, partono le aste al doppio ribasso. Una catena di supermercati, ad esempio, lancia on line la richiesta: mi servono tot quintali di pelati e tot di passata: chi offre meno? Una volta arrivate le offerte, rilancia dalla più bassa: Princess offre x, chi offre di meno? Le offerte speciali, i “sottocosto” nascono così, e sono davvero sottocosto. Ma chi paga in sostanza la strozzatura del mercato, se non il penultimo anello della catena? Gli agricoltori che, di nuovo, si rifanno sui braccianti. Loro sì, davvero gli ultimi.

In più, c’è la criminalità organizzata, quella vera. Che approfitta degli agricoltori più deboli, più indebitati. E propone di finanziare la semina, le piantine e la chimica necessaria, contrattando un tot per il prodotto finito. Un tot ancora più basso dei valori già bassi del mercato. L’agricoltore sarebbe in perdita se non ci fosse la speranza dei Fondi europei.

Già, i fondi europei. Dureranno ancora tre anni, poi dovrebbero estinguersi: finora sono un sostegno indispensabile alla nostra agricoltura, una droga. Potrebbero essere un forte volano di cambiamento, se venissero usati a sostegno della legalità invece che erogati a pioggia. Era il pensiero di Guglielmo Minervini, assessore della precedente giunta regionale che aveva organizzato un accurato piano per lo smantellamento del Ghetto e dello sfruttamento. Sventuratamente poco ascoltato, sventuratamente stroncato da un’impietosa malattia. Ora non resta che il presidente Emiliano, quello che si vanta dello sgombero del Ghetto. Sgomberato e rinato e moltiplicato. Perché non bisogna dimenticarlo: se il lavoro naviga in un mare di illegalità, è difficile poi che chi lavora possa vivere nella legalità. Era così quando a guidare le lotte nelle campagne c’era Di Vittorio, tanto più è così ora che le lotte sono sempre più deboli. Ma l’eco di quelle lotte c’è ancora, nelle campagne, a volerlo sentire. Dunque, chi può dire che sarà sempre così? Finché ci sarà bisogno di braccia per il lavoro nelle campagne, arriveranno uomini. Con le loro storie, i solo sogni, le loro speranze. E, sì, anche il loro bisogno di un futuro senza sfruttamento, che è anche il nostro.

3 – fine

La prima parte

La seconda parte

Insediamenti informali tra Lucera e Lesina

Foggia. Con la responsabile del progetto Presidio della Caritas, un avvocato di strada, un documentarista abbiamo cercato i luogi dove vivono i braccianti di oggi, africani o provenienti dall’est europa. Nascosti alla fine di una strada sterrata, o addirittura antiche masserie dove arrivano solo sentieri di terra battuta tra campo e campo, la stagione della raccolta del pomodoro ne richiama qui tantissimi. Molti però si fermano anche tutto l’anno, per i lavori dell’agricoltura.

Lucera

A nord est di Foggia c’è Lucera, con i suoi diversi insediamenti informali. Qui venivano i contadini negli anni ’50 a fare le scampagnate pasquali. Oggi, spersi tra le provinciali, nelle masserie abbandonate e diventate terra di nessuno si insediano i nuovi braccianti, gli stranieri.

La masseria dev’essere stata bellissima, e la sua buona qualità architettonica resiste ancora alla rovina del tempo: la sua torretta quadrata, le stalle ad arco a destra, i magazzini a sinistra, la grande aia davanti all’abitazione capace di contenere una famiglia allargata. Oggi ci vivono centoventi-centocinquanta ghanesi, governati da un caporale che prima dello sgombero viveva al Ghetto. Ha preferito venire qui e governare in proprio questa masseria circondata dai rifiuti, e all’occorrenza un’altra poco lontano. Ha installato due pannelli solari, e ora c’è l’elettricità. A lui si chiede lavoro, per lavorare a mano o anche a macchina. A lui si chiede un materasso al chiuso o all’aperto. A sua moglie, che gestisce il negozio-bar, si chiede una bibita fredda o un piatto caldo. E forse a loro si chiede una delle poche ragazze che vivono lì ma che non vanno nei campi. Un sistema integrato, come al Ghetto, ma ormai sottratto persino al controllo informale della città dello sfruttamento.
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Qui vive Koffi, in Italia da dodici anni. Ha vissuto tra Verona e Treviso facendo l’operaio interinale: metalmeccanica, logistica, imballaggi. Poi la crisi, ed è venuto a sud per lavorare in agricoltura. Ha avuto i documenti in regola a lungo, ma alla scadenza non è riuscito a esibire un contratto (per la crisi, appunto), ed è diventato clandestino. Ora il contratto lo avrebbe, se avesse i documenti. E vorrebbe, se possibile, uscire dall’inferno del lavoro grigio che l’imprigiona da un anno. Perché resta qui? Lo spiega lui, nel suo ottimo italiano: “In Ghana la paga di un operaio è duecento euro, quando ero in regola su al nord guadagnavo mille e duecento euro. Con la terra, con i pomodori guadagno molto meno, ma molto di più di quanto guadagnerei in Africa, e posso mandare qualcosa a casa”. Anche se il prezzo da pagare è una fatica da bestie e condizioni di vita molto peggiori che in Africa.

Altro casale, altra storia. Oleg è rumeno e ha una grande famiglia. Moglie e sette figli, quasi tutti sposati e con bambini. Il casale è del padrone, lui non l’ha occupato perché vuole fare le cose in regola. Non lavora solo i pomodori ma anche gli asparagi e gli ortaggi. E’ nel foggiano da quattordici anni, la casa è linda e ben attrezzata, con frigo e lavatrice, elettricità e acqua. Accanto, le roulotte per i figli e le loro famiglie. Oleg ha un problema: quando va sui campi con i suoi figli, a volte viene fermato dalla polizia, e accusato di essere il caporale. Ma siamo una famiglia, dice, è normale lavorare tutti insieme. E forse, grazie a un commercialista, ha trovato una soluzione: costituire una cooperativa di servizi, così da rendere legale la sua contrattazione con il padrone. Mostra le carte, l’atto di costituzione, i versamenti. Ma se tutti i caporali facessero così, famiglia o no, non sarebbe comunque intermediazione illegittima di lavoro? Sa davvero il fatto suo quel commercialista oppure è un furbetto che imbroglia chi si vuol mettere in regola?

Poggio Imperiale – Lesina

Sotto lo svincolo dell’autostrada, a nord di Foggia verso il mare, c’è una piccola zona industriale. Il capannone che cerchiamo sembra abbandonato: forse era una fabbrica di lavorazione della pietra rosa che scava da queste parti, ad Apricena, e poi forse è diventato un deposito di pelati. Sta di fatto che il tetto è crollato quasi ovunque, se non nell’ala destra. Qui si affollano materassi e tendine, il luogo del sonno per più di un centinaio di braccianti, all’inizio ghanesi ma anche sudanesi e senegalesi, musulmani e cristiani. In fondo, un bancone tipo bar per l’acqua e le bibite.
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Nel grande spiazzo aperto che era una fabbrica, sotto lo scheletro del tetto, ci sono materassi usati come divani, per chiacchierare e prendere il te, piccoli fornelli a legna per cucinare. Per l’acqua, non potabile, bisogna andare lontano, almeno duecento metri nelle campagne, e da lì si torna con i panni lavati e la doccia fatta. L’acqua è un problema sempre: due anni fa, quando piovve tanto, la fabbrica venne inondata e ci volle l’iniziativa della Caritas per trovare una tendopoli che accogliesse gli alluvionati. La siccità di quest’anno fa supporre che ora non ci sia pericolo.

Nonostante le condizioni di vita proibitive, le condizioni lavorative sono migliori che altrove, 52 euro a giornata, e solo per sette ore. Molti hanno un contratto (bisogna poi vedere se alle giornate lavorate corrispondano i contributi versati). Ma intanto qui il lavoro c’è, dice Ibra, che a lungo è stato a Brescia, operaio di fabbrica. La crisi ha espulso lui come molti, ora gira per le campagne. Chi ha il permesso di soggiorno trova lavoro più facilmente, chi lo ha perso viene sfruttato molto di più. Ma, dice Ibra, “con il mio gruppo ci muoviamo insieme. Questi due mesi a Lucera per il pomodoro, e stringiamo i denti per le condizioni di vita. Poi andremo a Adria per l’uva e le olive, in Sicilia per le patate e le olive, in Calabria per gli agrumi. Una vita nomade e sacrificata qui in Puglia, un po’ meno dove ci sono le tende con i servizi e l’acqua”. Le grandi tende azzurre della Protezione civile.

Al tramonto, una piccola pattuglia di braccianti stende al centro della fabbrica un telone di plastica azzurra e si china a pregare. Sembra plastica, ed è una moschea.

Il Ghetto bulgaro

Ora non ci abita più nessuno. Nella masseria in rovina a qualche chilometro dalla Pista di Borgo Mezzanone restano, oltre ai sigilli rotti, un’infilata di archi imponenti e cumuli di stracci, anche imballati, come se la concitazione dello sgombero non avesse consentito di portar via pacchi e bagagli. I rifiuti, per la verità, c’erano anche prima. E qui vivevano una miriade di bambini di ogni età, anche piccolissimi, spesso a piedi nudi. Bulgari, ma rom anche, vivevano qui come vivono nelle periferie delle città italiane.
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Uno scandalo ovunque ed anche qui: il difficile percorso di integrazione, cominciato con l’inserimento dei bambini nella scuola si è interrotto al secondo giorno di scuola, quando è stata burocraticamente minacciata la sottrazione della patria potestà. I bambini sono scomparsi dalla scuola e dalle baracche, speriamo rimpatriati, speriamo ospitati in altri campi rom. Grazie anche all’approvazione dell’Opera nomadi locale, lo sgombero è stato eseguito nell’indifferenza e nel silenzio.

Lì non restano che gli stracci e i giocattoli abbandonati, mentre il vento suggerisce l’eco delle voci dei bambini alle orecchie di chi li ha conosciuti.
La masseria attorno a cui vivevano centinaia di bulgari, moltissimi bambini. Foto di Ella Baffoni

2 – (continua)

La puntata precedente

Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

Iorda, Gorvi e gli altri bambini

Si fa presto a dire ghetto. Ghetto è una parola che bisognerebbe abolire, lasciandola al repertorio di orrori del secolo scorso, invece si usa, ancora e ancora. Con una disinvoltura che rasenta l’indifferenza di chi gli orrori li vede ogni giorno, e non gli fanno più orrore.

Nella campagne italiane ci sono molti accampamenti informali; uno solo ha diritto a quel nome, il più grande. E’ il Gran Ghetto di Rignano, o di san Severo, due paesi che si rimpallano il toponimo, e non per nobili motivi. Gran Ghetto, così lo hanno chiamato i suoi abitanti, con qualche ironia, e così va chiamato.

Ma intanto l’abitudine a chiamare ghetto qualsiasi accampamento si è diffusa, anche se gli abitanti – i braccianti del secondo millennio, 3 o 4 euro l’ora al nero per gli affari degli agricoltori e della grande distribuzione alimentare –  nemmeno sanno cosa voglia dire.

E’ il caso della Masseria Fonte del Pesce, una bella struttura ad archi in Borgo Tressanti attorno a cui si è formato un agglomerato di tende e baracche chiamato Ghetto dei bulgari in cui vivono centinaia di persone. Tantissimi i bambini.

Tantissimi. Questa estate è stato frequentato il pomeriggio da volontari per farli giocare, quei bambini che non parlano una parola di italiano. Rubabandiera – e così si imparano i numeri – canzoni mimate – e così s’impara qualche parola – girotondi. Calcio, anche, ma con palloni fatti di stracci, i palloni di gomma scoppiano dopo mezzora, tanti sono i vetri rotti del campo.

Niente acqua, nemmeno quella degli impianti di irrigazione. Cumuli di rifiuti, e non sempre i bambini hanno le scarpe. Sembra uno slum africano e invece sono europei in Europa, a pochi chilometri da Foggia.

Sporcizia e polvere. Vestiti all’osso, a volte neanche una maglietta. Ma le facce allegre dei bambini che ti guardano dritto in faccia sono irresistibili. I più piccoli ti abbracciano, non vogliono lasciarti andar via. Pian piano si avvicinano anche i genitori, spesso adolescenti, quasi bambini anche loro: qualcuno gioca, anche. Basta qualche giorno e all’arrivo dei volontari i bambini si chiamano l’un l’altro, arrivano di corsa, esibiscono le parole appena imparate. E i genitori sorridono, piccoli gesti di gentilezza uniscono.

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Possibile vivere così? Possibile lasciare da sei anni in queste condizioni tanti bimbi? In dicembre un violento incendio ha distrutto tante baracche e ucciso un ragazzo di ventanni. E la scuola? Già, la scuola. Non c’è. Borgo Mezzanone ha la scuola più vicina, ma la Masseria Fonte di pesce è fuori comune. Il comune di riferimento è parecchio più lontano e si tiene ben alla larga dall’affrontare il problema, i costi di pulmini e insegnanti di sostegno.

C’è voluto un faticoso lavoro di ricucitura istituzionale per tentare una soluzione, per portare i bambini a scuola, che sarebbe poi un diritto. E’ durata due giorni. Però adesso ecco arrivare l’ordinanza di sgombero per il “ghetto dei bulgari”, firmata dal sindaco di Foggia, Landella. E tutto si ferma.

Lo sgombero – senza alternative, raccogliere le proprie cose e cercare un altro luogo abbandonato dove nascondersi –  è annunciato per lunedì prossimo, e intanto i genitori, intimoriti, non mandano più i bambini a scuola, temono gli vengano sottratti. L’unico diritto che lo stato ha offerto a questi bambini e tutti gli sforzi di scuola, Caritas, mediatori e volontari sono svaniti in un soffio.

Inaccettabile che persone adulte, figurarsi i bambini, vivano in quelle condizioni, e per poter lavorare nei campi per 4 euro l’ora. Ma la soluzione apparentemente “facile” dello sgombero, che si faccia lunedì o che si trascini per le lunghe, rischia di lasciare ancora più soli quei bambini. L’intelligentissimo Gorvy, il piccolo Ivan, la scarmigliata Iorda, la dolce Penka. E gli altri, tutti gli altri, che vivono nella campagna foggiana come fossero nella giungla amazzonica. E sì, in modo non meno nascosto e pericoloso.