Sotto il tappeto

Come sciaguratamente capita a chi subentra a un affittuario poco pulito, ora i nuovi amministratori di Roma cominciano a trovare magagne e impicci nascosti negli angoli o sotto i tappeti. Accade per i rifiuti: solo ora si scopre che sono stati stoccati rifiuti tal quale, nemmeno differenziati, in balle impacchettate in un sito alle porte di Roma, l’inizio della politica delle ecoballe che ha messo in ginocchio la Campania. I precedenti amministratori, il sindaco Alemanno e l’assessore all’ambiente non sapevano? Poco credibile.

Accade per la tratta della metro C. Che il tracciato fino al Colosseo avesse ingoiato tutti i soldi impegnati per l’intera tratta s’era capito. Come sia potuto succedere, però, resta ancora un mistero. Ora si scopre ancora un’altra novità, e non piacevole: l’apertura prevista nel 2012, già slittata al 2013, non avverrà prima del 2014. Si scopre che i sopralluoghi di Alemanno e dei giornalisti che lo accompagnarono non avevano evidenziato che la talpa scavatrice era ferma dal 2011 in piazza Lodi: Alemanno aveva infatti promesso l’inaugurazione ai primi di luglio. Ancora non è entrato in funzione l’indispensabile preesercizio, che verrà avviato a fine 2013, mentre l’apertura della linea da Pantano fino a san Giovanni non è prevista che tra un anno. E poco si sa del tracciato oltre la fermata Colosseo, eppure la costruzione di una metropolitana è un sistema complesso e delicato.

Perché? Come mai il sindaco precedente non ha avvisato della situazione? Come mai la stampa – che pure sulla metro C ha riempito le cronache locale dei grandi quotidiani – non ha fatto le domande giuste e si è accontentata delle risposte sbagliate? Che ci sia un conflitto acceso tra Roma Metropolitane e il general contractor, Metro C spa, si sa da tempo. Quel che non si sa è quanto costerà e quanto sia già costato alle casse del Comune e dello Stato. Il tappeto che copriva quel che avveniva underground, in questi anni, è stato davvero spesso.

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La linea rossa

Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente…”. Bello il titolo dell’ultimo libro di Vezio De Lucia, il cui “primo amore” è l’urbanistica, ma che si guarda bene dal lasciare ogni speranza, che l’”etterno dolore” potrebbe cessare, volendo. Riformista impenitente, a una critica senza indulgenze De Lucia aggiunge proposte. Radicale l’ultima, quella che chiude “Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento”, (Castelvecchi editore, 230 pgg,, 19 euro). Un “provvedimento statale che azzeri tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obblighi a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati”. Una invalicabile linea rossa attorno alla città costruita per contenerne il gigantismo, un’attenta valutazione sulla riedificazione e la riqualificazione della città moderna.

Ricetta drastica, fin quasi draconiana. Le ragioni dell’indispensabile severità sono tutte nel libro, che ricorda i fallimenti delle battaglie contro gli immobiliaristi, contro la rendita fondiaria. Battaglia lunga un secolo, che trovò un punto di svolta nella vicenda di Fiorentino Sullo, ministro democristiano all’inizio degli anni ’60, governo Fanfani. Caldissimo era il problema della casa, persino i governi dc si ponevano il problema di fare case, tante case a basso costo. Come abbassare i costi? Eliminando l’onerosa fetta di prezzo del suolo edificabile. Dunque, esproprio generalizzato e preventivo delle aree edificabili. Di tutte le aree edificabili, la cui proprietà sarebbe passata ai comuni. Una rivoluzione.

All’inizio passò quasi in sordina. Il testo fu presentato a Camera e Senato, fu discusso in convegni e incontri. Ma quando i proprietari fondiari capirono, sguinzagliarono le loro truppe, i fascisti e i liberali. Bastò una modesta campagna di stampa al grido di “vi vogliono togliere la proprietà della vostra casa”, bugiarda ma efficace. E anche i colleghi democristiani si affrettarono a scaricare lo scomodo ministro, che cominciò allora a scendere le scale della carriera politica, un gradino dopo l’altro. Fino a una quasi completa damnatio memoriae. E c’è chi legge nel Piano Solo, il tentativo di colpo di stato nel ’64, la reazione dei grandi interessi toccati dalla quella riforma. Da allora di riforma urbanista – come di urbanistica tout court, del resto – si è parlato talvolta, malvolentieri. Ma nulla è stato fatto.

Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Bologna, Matera, Torino, l’Aquila: il focus sulla rovina delle splendide città d’arte racconta tutta la storia urbanistica dell’ultimo secolo, dalla Bucalossi alla Galasso all’urbanistica contrattata, prima di arrivare alla cura Berlusconi, la mazzata finale di condoni, incuria e devastanti grandi progetti, con la regia della proprietà fondiaria e dei grandi costruttori. “E’ il passaggio di una parte della città pubblica al privato” nota il giornalista Erbani, e porta ad esempio il cantiere del parcheggio romano di via Giulia. Lì sono stati trovati notevoli reperti archeologici, così il progetto per il parcheggio è stato rimodulato e ampliato. Oltre agli spazi per le auto, 20 appartamenti, un ristorante, un urban center in cambio della gestione del reperti: tutto privato. Che ci guadagna la città da quest’altra iniezione di cemento?

Già, che ci guadagna? Che ci guadagnano i centri storici, impoveriti di abitanti e arricchiti di uffici? Che ci guadagnano i cittadini nel vivere in città faticose, rumorose, povere di trasporto pubblico, senza una visione? In cinquant’anni sono state sfigurate le città costruite in cinquemila anni, è ora di dire basta. Ecco dunque la proposta, la linea rossa, lo stop all’uso di nuovo suolo strappato all’agricoltura: “Se non ci sono strumenti e risorse per porre rimedio a decenni di sviluppo urbanistico insensato – conclude De Lucia – nulla impedisce intanto di dire basta. Approvando subito una disposizione per fermare lo sperpero del territorio, una disposizione che assuma oggi la stessa importanza che cinquant’anni fa doveva avere la riforma di Fiorentino Sullo. Ma stavolta non dovremmo mancare l’obiettivo, e il consenso è troppo vasto perché qualcuno pensi a un colpo di stato”. Bisognerà aspettare, temo: il ministro alle Infrastrutture e Trasporti del governo Letta è Maurizio Lupi. Firmatario nel 2006, dice De Lucia, “del più terrificante testo di controriforma urbanistica che si possa immaginare”. Allora fu fortunatamente fermato, per ora non c’è da ben sperare. Per ora.

Il cambiamento elettorale di molte città – Roma prima di tutte – potrebbe invertire la tendenza. Ci vorrà tenacia, lucidità, intelligenza. Ci vorrebbe anche l’intervento della politica nazionale, si uscisse dalle secche di questi tempi. Ci vorrebbe.

Non è razzista, ma…

Comincia così, con una conversazione leggera, nello spogliatoio di una palestra. Due donne parlano della lezione appena fatta, non sono soddisfatte del nuovo allenatore, lezioni troppo simili una all’altra, poca verve. “E poi – aggiunge una, chiamiamola Silvana – è di colore. Io non sono razzista, ho molti amici di nazionalità diverse, greci, albanesi, tedeschi. Ma quelli di colore sono davvero diversi”. Parla, è evidente, degli africani, forse anche degli asiatici. L’altra ribatte: “Ma che dici”. Silvana sa di cosa parla, e lo spiega: “Sono pigri, non si sforzano. La badante di mia suocera è nigeriana, è qui da quattro anni e ancora non parla, solo qualche parola essenziale. E nemmeno ha imparato a cucinare come facciamo noi”.

Le chiedo: che lingua parla? In Nigeria ce ne sono molte. Non lo sa, neanche sa che si parlano lingue diverse in Africa. “Ma è andata a scuola di italiano?” chiedo. Una provocazione, è evidente che che la signora africana non ci sia andata. “Non compete a me mandarla – replica Silvana, e adesso è stizzita – ma comunque sta tutto il giorno davanti alla televisione e non capisce ancora nulla”. Le dico: magari trova le stesse difficoltà di comprensione che toccherebbero a te se fossi costretta a lavorare in Nigeria, non è che la televisione nigeriana ti aiuterebbe tanto. L’altra ragazza le spiega: “Guarda che ci sono tanti posti dove la scuola di italiano è gratuita. Alla Caritas, a sant’Egidio, alla Casa dei diritti sociali. Basta mandarcela”. “Basta darle tre ore di tempo” insisto io. “Escluso – dice Silvana – mia suocera ha una demenza senile, non può essere lasciata sola mai. Avrebbe dovuto andarci prima a scuola, quando lavorava solo part time. Invece no, ora mi sono stufata, la settimana prossima la licenzio”.

Allora. Non è di sua competenza mandare la badante a scuola ma lo è certo licenziarla. La licenza per un difetto suo, di ignoranza: ignoranza delle competenze linguistiche della badante, ignoranza dell’esistenza delle scuole di italiano. Non la licenzia perché la badante non badi bene all’anziana signora. Silvana ha una trentina d’anni e una figlia, lavora, è laureata. Non è razzista ma.

* Nella foto, una lezione dell’Università delle lingue della scuola popolare Pigneto-Prenestino all’ex Snia

Sogno sull’Appia

Ci vogliono migliaia di anni per fare una notte così… E’ la notte bianca dell’Appia antica, la regina viarum. La più bella e bistrattata delle consolari romane, l’antico basolato ancora riemerge, nonostante le auto. Per tre giorni, per tre notti anzi, torna ad essere di tutti, luogo magico di incontri e scoperte, grazie al coordinamento di Rita Paris. La luna è grande, il Circo di Massenzio suggestivo, i giochi di luce ne sottolineano il fascino. Qui un “Candide” recitato da attori viandanti, concentrato all’osso, i costumi straccionescamente fastosi. Lì la lettura delle parole di Antonio Cederna, polemiche e attualissime, sull’incuria degli incolti, sui danni dell’avidità, su quel bene comune che bisogna ancora, e ancora, difendere a denti stretti.

Qui un mangiafuoco o un concerto di musica popolare, lì la visita guidata tra i tesori archeologici. Qui la proiezione di filmati della prima Estate romana, con un Nicolini giovanissimo e stralunato. Lì video sulla villa dei Quintili “Dove vanno i sogni quando muoiono”. E ancora: un concerto jazz, coreografie, la mostra di macro fotografie di Guido Orsini, stampate su acetato come fossero antiche stampe.

Su questi tre giorni, iniziati ieri, il ricordo di Renato Nicolini, a cui sarebbe piaciuto il senso e la leggerezza di questo tempo sospeso tra il Mausoleo di Cecilia Metella, il Castrum Caetani, la chiesa di san Nicola, il complesso di Capo di Bove. E il sogno – no, questo non è morto – di un grande parco archeologico, un museo all’aperto che dal Campidoglio abbracci i Fori e il Colosseo, il Palatino e l’Appia antica. Nato nell’Ottocento, reso più plausibile dai numerosi ricchi ritrovamenti e azzoppato dalla proprietà privata di molta parte dei reperti, a volte scandalosamente riusati: un sepolcro come forno e barbecue.

Un sogno che forse si può continuare a sognare. Chissà che, passo dopo passo, magari diventi realtà.