Nespolo: “Urgono verità e giustizia”

Carla Nespolo è la presidente dell’Anpi, l’associazione nazionale partigiani d’Italia. Una donna, per la prima volta, e una donna che non è stata partigiana. Perché? Cosa vuol dire essere partigiani oggi?

“E’ vero, non sono stata partigiana, anche se da dieci anni sono stata una dei vicepresidenti della nostra associazione. Carlo Smuraglia ha deciso di lasciare la presidenza – oggi è presidente emerito – e il testimone è passato a me. Sento tutta la responsabilità di essere la prima presidente non partigiana. Ma spetta alla nostra generazione e a quelle che seguono la mia il compito di diventare, come dice Marco Revelli, i partigiani dei partigiani.

carla1Chi dice che l’Anpi deve chiudere con la morte degli ultimi partigiani sbaglia. A noi spetta prendere il loro testimone e trasmettere memoria. Non solo il ricordo, intendiamoci. La Resistenza è una pagina di storia che agisce profondamente nell’oggi. Da lì è nata la Costituente, e le regole fondamentali del nostro vivere civile. Certo, sento anche la responsabilità di essere la prima donna presidente: so che scegliendo una donna si intendeva fare un omaggio alle partigiane e al loro contributo alla Resistenza, a volte rimasto in ombra. Eppure il ruolo delle partigiane è stato fondamentale; gli uomini, renitenti alla leva, erano obbligati a salire in montagna e combattere da lì. Diverse donne li hanno seguiti, partecipando alle operazioni da pari. Altre sono rimaste a valle, ma portando ordini, informazioni, armi. Quando sono state scoperte, hanno pagato con la vita, come gli uomini. Nelle campagne come nelle città hanno ospitato, nascosto, nutrito i fuggiaschi, oltre a curare i campi e le bestie, le famiglie. E il ruolo delle donne è stato determinante anche nella Costituente, non a caso il troppo negletto articolo 3 vieta le discriminazioni di genere. Sento il peso di questa doppia responsabilità, una sfida democratica all’onda di individualismo e di subalternità con il potere che ci sta spingendo indietro. Sono felice che vicepresidente dell’Anpi sia una partigiana come Marisa Ombra”.

Non solo in Italia, ma in Europa soffia un vento di destra. Sdoganati i fascismi, i partiti che vi si richiamano si presentano alle elezioni e conquistano consenso, commisti ai partiti razzisti. E c’è anche chi dice: destra e sinistra non esistono più.

“Il vento di destra rende evidente la crisi della democrazia rappresentativa. Tra l’Europa sognata a Ventotene e questa di oggi c’è un abisso. Il tradimento delle speranze, l’assenza di cultura si incontrano nel razzismo. Mio figlio non trova lavoro? È lo straniero che glielo ruba. Il fascismo trova il suo brodo di cultura nel razzismo, le masse popolari più povere sono in balia di pregiudizi senza fondamento. C’è bisogno di una nuova battaglia culturale. Ho molto apprezzato il sindaco di Marzabotto che ha portato il calciatore che ha esibito la maglietta dell’Rsi a Monte Sole, mostrandogli cos’era davvero la Repubblica sociale. Un tempo c’erano i testimoni, i partigiani a raccontare quegli anni. Oggi spetta a noi”.

Intanto a Predappio si progetta un Museo del fascismo. E ad Affile si erige un monumento a Graziani…

“Contro il monumento di Affile noi dell’Anpi ci siamo costituiti parte civile, e il primo grado di giudizio ci ha dato ragione, interdicendo dai pubblici uffici quegli amministratori. Quanto al museo del fascismo, se ben fatto, sarebbe utile a mostrare la storia vera, i crimini del fascismo. Ma non a Predappio: facciamolo, se ci sono i denari, a Marzabotto, a Milano, a Roma. Predappio è la città natale di Mussolini, non da oggi meta di pellegrinaggi. Difficile non intravvedere nell’operazione un intento commerciale. Nel comitato scientifico ci sono buoni storici, ma non bastano alcuni buoni ingredienti a fare una buona torta; qui l’ingrediente che non va è proprio Predappio”.

L’Anpi è impegnata da tempo anche contro la violenza alle donne.

“Certo. C’eravamo anche noi alla giornata contro la violenza convocata dalla presidente della Camera Boldrini. Le donne, nei campi di concentramento o nelle celle di tortura, hanno sempre subito una violenza in più, quella sessuale. Hanno subito come e più degli uomini, come dimenticarlo? E la violenza maschile, quella domestica soprattutto, intende fermare il cammino di liberazione delle donne. Il fascismo è violenza. E’ violenza anche quella del Veneto Fronte Skinhead, questi ragazzotti che hanno minacciosamente circondato gli attivisti pro migranti. Ci vuol poco a passare da queste esibizioni alle testate in faccia”.

25-aprile11.jpgChe fare, dunque, davanti al moltiplicarsi di questi episodi?

“Quelle formazioni vanno sciolte. Le leggi ci sono, vanno applicate. Ma non basta la repressione. E’ facile al sud, dove il 40% dei ragazzi non ha lavoro, dire che il lavoro non c’è per colpa degli stranieri, quando lo stesso presidente dell’Inps Boeri dice che le pensioni vengono pagate anche grazie al contributo dei migranti. Si torni a un sentimento di giustizia. E poi la politica deve interrompere il corto circuito tra speranze e risposte asfittiche. Si dica la verità: si dica chi ha depredato i paesi in cui si muore di fame, si dica chi ha fatto affari con i signori della guerra, chi ha venduto fino all’altro ieri le armi all’Isis. Mi fa impressione il razzismo distribuito a manciate, per conquistare un pugno di voti. Mi fa impressione la mancanza di solidarietà e di pietà. Mi fa impressione la zona d’ombra degli indifferenti. L’informazione dovrebbe fare di più, nella tv o nel web. Serve una conoscenza vera, che aumenti la capacità di analisi”.

Certo, se poi Berlusconi ripete che Mussolini non era poi un dittatore, che il confino era villeggiatura…

“Si accredita una vulgata bonaria del fascismo, come non ci fossero state le leggi razziali e la durissima repressione. Più che le frange fasciste ho paura dell’indifferenza e della disinformazione. I fascisti di oggi si riempiono la bocca della parola patria. Ma in nome della patria i fascisti hanno mandato 225.000 giovani a morire nelle trincee. Per i partigiani la patria è una casa comune, dove si vive sereni e in pace, senza violenza. Mia nonna materna, genovese e vedova con tre figli, quando Mussolini arrivava in città veniva arrestata preventivamente. Era mite e inoffensiva, ma non aveva mai voluto prendere la tessera del fascio. Ce lo siamo dimenticato? Non c’era libertà di parola, di stampa, di voto. Anzi, il voto non c’era proprio. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, disse Matteotti. E fu ucciso”.

Abbiamo davanti una strada in salita.

“Sicuro. Ma ci sono anche segnali positivi. Quando chiamiamo alla mobilitazione, la gente risponde e scende in piazza. E poi almeno il voto referendario ha invertito la tendenza dell’astensionismo alle elezioni. Nonostante la destrutturazione sociale, la maggioranza ha voluto preservare la Costituzione come bene comune. Non è poco, si può cominciare da qui”.

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La musica è un biglietto di “Andata semplice”

Sullo sfondo, una sequenza bloccata di un film. E’ il mare, il mare, con le sue onde sempre uguali e sempre diverse. Al centro, un molo a cui è legata una barca. Già, ma il molo non tocca terra. Resta lì, circondato dalle onde. La promessa di approdo è fallace. Non ci saranno abbracci, strette di mano, uomini a riceverti. Sei solo, solo.

Bellissimo il fondale di “Andata semplice”, lo spettacolo ideato e diretto da Stefano Cioffi e curato da Stefano Saletti e Barbara Eramo, in collaborazione con Baobab Ensemble e con il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati. Uno spettacolo che per quattro giorni ha animato il Centrale Preneste, il Teatro del Lido, quello di Magliano Sabina. E infine, domani, all’Ara Pacis.

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Foto di Francesca Della Ratta

Contrariamente al senso del fondale, lo spettacolo è gioioso. Una preghiera comune, la ricerca di senso e di speranza, il piacere di cantare e ballare su un palco, condividendo brani della propria vita e della propria cultura.

Lo spettacolo è il risultato di quattro mesi di laboratorio musicale con un gruppo di rifugiati. Per loro il viaggio di andata non è certo stato semplice, e ancora più complicato sarà il nuovo percorso di vita: il pericolo della solitudine, dello spaesamento, di sentirsi senza approdo, è dietro l’angolo. Ma la musica aiuta, la musica e le canzoni che parlano le mille lingue africane, lo swahili, il wolof, il mandinga, il poular, il congolese, l’arabo. Quando cantano, accompagnati dal coro e dalla musica, è gioia pura.

Poi ci sono i testi di Claudio Magris, di Oran Pamuk, Tahar Ben Jallun. Il Mediterraneo, l’altro protagonista dello spettacolo, i confini del nostro mondo, la terra di mezzo che è il luogo della comunicazione, ma che le decisioni di una parte possono rendere una trappola di morte che falcia tante vite, anche. Uomini che dal nostro occidente in cerca di facili sicurezze qualcuno considera “a perdere”; uomini che dentro il cuore, nella traversata notturna nella quale si gioca la loro vita, quando lasciano tutto ciò che finora hanno avuto, conservano quelle musiche, quelle canzoni, quelle passioni.

 

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Nakupenda wewe Nakupenda wewe Mpenzi mbona wanisumbua Kila nifanyavyo sivyo Bibi wacha kunibagua Nakupenda vivyo ulivyo Nakupenda wewe Kichuna ewe kichuna Nina masikitiko Usiku kucha silali Hata nala kwa kijiko Nakupenda wewe”, Ti voglio bene, ti amo mia bellissima moglie, quel che faccio non importa, ti amo, ti amo così, sei una grande persona. Di notte non posso dormire ma domani dormirò. Oggi non sono a casa, domani ci sarò. Oggi sono così stanco che devo mangiare con il cucchiaio come un malato, ma domani starò bene. Ma ti voglio bene, ti amo cara…

 

E intanto, sullo sfondo, le onde inseguono le onde, sul molo che resta in mezzo al Mediterraneo. Ma è difficile guardarlo, quel mare, quando esplodono i tamburi, quando risuona l’oud, Quando i volti si illuminano, le voci si inseguono, cantano la lingua di una casa lontana, ti entrano nel cuore.