Lazio, per Zingaretti successo amaro

Strana storia. A guardare i dati elettorali, le elezioni politiche e quelle per il consiglio regionale del Lazio sembrano provenire da pianeti diversi. La candidata dei Cinque stelle è solo terza, il presidente uscente Nicola Zingaretti, primo tra tutti i presidenti di giunta regionale, ce l’ha fatta superando il 33.4 per cento, e il centro destra è stato penalizzato dalla candidatura del sindaco di Amatrice, Pirozzi,  che, se avesse sommato il suo 4,9 al 31,4 di Stefano Parisi, l’avrebbe portato alla vittoria. Un panorama molto diverso da quello della Lombardia, dove i risultati non si discostano molto da quelli nazionali.

A premiare Zingaretti – l’annuncio della vittoria è stato accolto con entusiasmo dal comitato elettorale e dal commissario Montalbano, Luca Zingaretti che aveva portato il suo sostegno al fratello – soprattutto la provincia di Roma, probabilmente grazie alla diffusa insoddisfazione per il governo dell’ineffabile sindaca Raggi. Che dal canto suo non ha sostenuto con convinzione la candidata del suo movimento, Roberta Lombardi, di corrente avversa. Il risultato, infatti, è più che deludente, rispetto soprattutto al 32% delle elezioni politiche. Nel Lazio i Cinque stelle sono al 22%, pari a 558.439 voti.
Tutto bene, quindi? Non tanto. Non è ancora chiaro se il Presidente, pur ottenendo 250.000 preferenze in più della sua coalizione, avrà a disposizione una maggioranza solida, o se dovrà fare accordi. Per ora si arrocca, smentisce le voci che lo vorrebbero come successore di Renzi alla guida del Pd e al segretario manda un sms dal tono implicitamente critico: “Ma il Pd ora deve ripartire”. Del resto sarebbe singolare, anche per un partito lacero e depresso come il Pd, abbandonare la Regione Lazio, l’unica vittoria della sinistra, per usare Zingaretti al Nazareno.
Intanto cominciano i conti sulla maggioranza, a rischio “anatra zoppa”, presidente forte ma senza maggioranza. Il Pd dovrebbe avere 18 seggi, la lista Zingaretti 3, Leu +Europa e Centro solidale uno a testa. Totale 24, più Zingaretti. Il centrodestra si attesta a 15 seggi – 6 Fi, 4 Lega, 3 Fdl – i grillini 10, più il sindaco di Amatrice. La maggioranza in consiglio, dunque, andrà cercata.


Perché un risultato così dissonante dal trend nazionale? Merito del buon governo, dicono nello staff del governatore del Lazio. Merito dello stile del governatore, basso profilo e lavorare, insistono.
Sicuro? Forse è anche merito del penoso scenario preelettorale, che vedeva vincenti Centrodestra e M5s. Chi non ha voluto regalare anche la Regione a uno dei due contendenti ha votato Zingaretti, che vanta tra l’altro un’alleanza solida con la sinistra di Leu, trattata con rispetto invece della iattanza abituale al segretario Pd.
Nonostante tutto, devono aver pensato gli elettori, anche quelli che “Il Pd questa volta non lo voto”, Zingaretti sì, si può votare. Anche se a sinistra sono state molte, e motivate le critiche al governo del Lazio. Il pernicioso piano casa ereditato dalla Polverini era a tempo, ma ha trovato, una volta scaduto, una nuova vita nella brutta legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Restano in attesa di tutela e salvaguardia molte aree verdi minacciate di edificazione, come il lago dell’ex Snia. Quanto alla sanità, per l’8 marzo Zingaretti ha annunciato l’inaugurazione di un centro antiviolenza a Velletri, bella iniziativa. Ma a Roma i centri antiviolenza già esistenti da anni sono sotto attacco. Un attacco subdolo, denunciano le donne di “Non una di meno”: “Sportelli antiviolenza, Case delle donne, Consultori e Consultorie hanno consentito e consentono a moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e rendono possibile la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura, di richiesta di risorse economiche esose, di definanziamento, conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di monetizzare e mettere a profitto ogni aspetto dell’esistente”. Se ne riparlerà l’8 marzo.
Per ora, da subito, in Consiglio regionale c’è un’anatra zoppa da rimettere in sesto.

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Mediterraneo, armi libiche anti ong

Chi fa la guerra in Mediterraneo? C’è una ong, tra le poche rimaste a salvare chi fugge dall’Africa, la spagnola Proactiva Open Arms. Ieri notte ha salvato 150 persone su un gommone che imbarcava acqua, alcune già in mare. E’ stato allora, raccontano i volontari della Ong, una motovedetta libica ha accostato, alcuni militari sono saliti sulle scialuppe con i migranti salvati, molte le donne e i bambini, e ha chiesto con insistenza che venissero consegnati a loro.

Quando la ong spagnola – che è impegnata sia nel Mediterraneo che a Lesbo, in Grecia – si è rifiutata, temendo per l’incolumità dei migranti, la motovedetta l’ha inseguita per ore, armi puntate e minacciose. Ma poiché i migranti non sono stati consegnati, nessun porto europeo ha accettato di accogliere i migranti. Alcuni dei quali in pessime condizioni di salute: un neonato è stato urgentemente evacuato insieme alla madre. Ma gli altri?  “A bordo ci sono molte donne e bambini in condizioni critiche – dicevano da bordo – Tutti al limite”.

L’onda lunga delle conseguenze delle norme e degli accordi per la “sicurezza” del Mediterraneo volute dal ministro Minniti portano così a un grottesco incidente diplomatico. L’allarme lo ha lanciato ieri il senatore Luigi Manconi: “Ieri una motovedetta libica ha tentato di impedire che la Ong Open Arms soccorresse centinaia di profughi in mare. Minacce e armi in pugno: un’azione al limite della pirateria. Oggi non un porto italiano o europeo vuole accoglierli. Molti i malati gravi”.

Installazione al Maxxi, barca costruita con le scarpe dei migranti. Foto di Ella Baffoni

Intanto la nave spagnola cercava un approdo sicuro per i salvati, il cui numero è cresciuto, dopo altri due soccorsi, fino a 218. Impedire che persone muoiano in mare sembra un’attività sospetta, mentre non è che la antica legge del mare e della più elementare umanità. Ma ambedue sembrano travolte da una finta emergenza.

La soluzione? Un atto diplomatico. Il ministro Graziano Del Rio, responsabile della guardia costiera italiana, ha spiegato a Manconi che “La Guardia costiera italiana ha detto alla nave che deve essere il governo spagnolo a chiedere al governo italiano la concessione di un porto dove approdare”. Alla fine sarà Pozzallo, il governo dopo una lunga attesa ha dato il via libera.

Del resto attendere non si può. Qualche giorno fa Proactiva Open Arms aveva sbarcato a Pozzallo un giovane eritreo soccorso in mare e detenuto per 19 mesi nelle carceri libiche. Segen pesava 35 chili, ed è morto di stenti  poche ore il ricovero nell’ospedale di Modica. Ma la prefettura di Ragusa sostiene che invece fosse gravemente malato; i medici della ong spagnola insistono, dalle nostre analisi, dicono, non ve n’è traccia. Marco Rotunno, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) è sicuro: le pessime condizioni in cui arrivano i migranti negli ultimi mesi sonio legate alla situazione nei campi di detenzione in Libia in cui sono rinchiusi per un periodo di tempo molto lungo, a causa della chiusura della rotta del Mediterraneo centrale. Dunque devono sbarcare rapidamente, per essere curati. Dunque non si può rimandarli in quell’inferno.

Di quel che avviene laggiù, però, pochi si preoccupano.

Clamoroso invece il sequestro della nave della Ong e l’apertura di un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un “reato di solidarietà “,  atto di guerra contro chi fa salvataggi in mare, come è avvenuto in Francia contro quella guida alpina che ha portato in salvo una donna incinta incontrata in montagna. Bisognerà fare un punto: può darsi che questa società decida di non potersi permettere il lusso della solidarietà e della empatia. Deve sapere che sta buttando a mare, così,  secoli di civiltà.  Oltre alla propria umanità.