Tra i braccianti in Puglia nelle baracche con i poster di An

Non chiamiamoli “ghetti”. In Puglia di ghetto ce n’è uno solo. Il Gran Ghetto di Rignano, il cui nome, con esplicita ironia, è stato deciso dagli abitanti, i braccianti africani. Gli altri sono insediamenti informali, casa degli invisibili. Quelli che in Puglia abitano da decenni o che ci vengono solo per qualche mese, al tempo del raccolto, dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’est. Mica solo pomodoro: c’è l’uva e le olive, ma ci sono anche, tutto l’anno, ortaggi dì ogni tipo. Cipolle e asparagi, sedano e meloni, zucche e zucchine. Ci sono le macchine per arare e seminare, e persino per infilare le piantine nei buchi, ma molto si fa ancora a mano, e servono braccia.

Le braccia, poi, sono uomini. Hanno bisogno di mangiare, riposare, dormire, lavarsi. Molti hanno occupato le vecchie masserie abbandonate, sperse nei campi. Le riconosci dai panni stessi, e dai bidoni blu dell’acqua, riforniti periodicamente dalla Regione, gli antichi pozzi sono spesso andati in malora negli anni dell’abbandono. Ecco, lì vivono i braccianti: nelle masserie diroccate, nelle fabbriche dismesse, nei borghi abbandonati.

Il viaggio per capire come si vive nelle campagne del foggiano comincia così, un piccolo gruppo di persone accomunate da un’esperienza di volontariato e dalla volontà di capire come funziona la filiera del pomodoro dall’ultimo anello della catena, quello dei braccianti. Un avvocato “di strada”, un’operatrice del progetto Presidio della Caritas, un videomacker e una giornalista hanno cominciato a vagare per le provinciali aguzzando gli occhi e cercando le masserie abbandonate e rioccupate dai gruppi di lavoratori. Ma prima, andando nei due luoghi ormai noti a tutti, il Gran Ghetto e la Pista.

Il Gran Ghetto

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Le baracche del Gran Ghetto di Rignano. Foto di Ella Baffoni

Fiore all’occhiello del governatore della Puglia, Emiliano, lo sgombero. La notizia fece, in marzo, il giro dei telegiornali ed ebbe un grande effetto. Come drammatica conseguenza ebbe un incendio che, alimentato dal vento, uccise due braccianti. Amhu c’era quando ci fu l’incendio. Con molti altri era tornato dopo lo sgombero: dove andare, se no? Ma si era accampato sotto gli ulivi, fuori dall’abitato. “I due ragazzi no – racconta Amhu – c’era vento e faceva freddo, e si sono chiusi dentro la loro baracca. L’incendio è scoppiato poco più in là, loro non sono riusciti ad uscire. Chi era fuori ha cercato di aiutarli ma le fiamme erano altissime e nel Ghetto, per favorire lo sgombero, la Regione aveva sospeso l’erogazione di acqua, impossibile spegnere il fuoco”. Lì, sul luogo della tragedia, c’è ancora il carbone che segna il perimetro delle baracche, e qualche lamiera contorta. Ogni tanto qualcuno si ferma a guardare, o a pregare.

Città dei caporali e dello sfruttamento del lavoro e non solo (i bordelli, ad esempio), il Ghetto aveva però alcune forme di socialità e di mutuo aiuto non trascurabili. Sgomberato il Ghetto senza soluzioni davvero alternative – un sistema pulito di reclutamento dei braccianti, garanzie di contratti e condizioni di lavoro non proibitive, versamento dei contributi – cosa è avvenuto? Alcuni braccianti si sono trasferiti dieci chilometri più in là a San Severo, all’”Arena”. Ma il sospetto che il sistema del caporalato per loro sia tutt’ora funzionante è più che legittimo.

Ghetto di Rignano, il luogo dove sono morti i due braccianti africani, nel marzo 2017. Foto di Ella Baffoni

Il Ghetto, intanto, si è riformato. Non sui terreni di proprietà della Regione, abbandonati a carboni e lamiere contorte, ma lì accanto, su terreni privati. Non più baracche ma tendine da campeggio e camper, più difficilmente sgomberabili, e la sera attorno ai caporali che fanno le squadre si formano decine di capannelli. I bar e i negozi hanno riaperto, le ragazze hanno ricominciato a riaffacciarsi. Non saranno i tremila abitanti dello scorso anno, prima dello sgombero, ma a fine agosto c’erano già ottocento persone almeno, e altre ne continuavano a venire. Però, dice Amhu che sta qui da anni e che tuttavia dorme all’addiaccio, prima c’era più solidarietà, più amicizia. Se si era in troppi ci si stringeva per far posto agli altri e un piatto di riuso non mancava a nessuno. Adesso ci vogliono soldi, sempre soldi,  tutto è più complicato e meno umano.

Molti invece se ne sono andati. Accanto alle case nella piana sono comparse le baracche degli ex abitanti del Ghetto, o le roulotte, o i pulmini attrezzati all’interno. Divisi all’ingrosso per nazionalità o, meglio, per lingua, i braccianti hanno cercato l’invisibilità che consentisse il lavoro. Invisibilità a tutti ma non a caporali o datori di lavoro. A Nord di Foggia, a Sud, a Est e Ovest. Con un’eccezione, la Pista.

La Pista di Borgo Mezzanone

Borgo Mezzanone è un sobborgo di Foggia, alle case rurali si sono sommati anni fa gruppi di case popolari. C’è una scuola e un ambulatorio, qualche raro negozio, il capolinea di un autobus per Foggia. E il Cara, il centro per i richiedenti asilo allestito fuori dal borgo, negli edifici dell’ex aeroporto militare. Una struttura inizialmente prevista per 800 persone che ne ospita più del doppio. Accanto, una vera lunga pista aeroportuale usata solo in guerra, proprio dietro al Cara, attrezzata di bagni e container per l’emergenza Nordafrica e poi abbandonata. Ovviamente i container sono stati subito occupati, dagli espulsi dal Cara ma anche da braccianti per lo più stanziali, due o tre persone ciascuno. E mentre la zona del vecchio insediamento resta sonnolenta, come al solito, l’ala nuova brulica di attività, soprattutto la sera.

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Infatti dopo lo sgombero molti degli espulsi dal Ghetto sono arrivati qui, terra di nessuno, ricostruendo baracche con una tecnica che al ghetto ha fatto scuola. E sommando ai tre o quattro baretti degli anni scorsi ujna raffica di servizi: oltre a quelli illegali, il caporalato e la prostituzione, anche quelli indispensabili, negozi, mense, taxi, un forno, meccanici d’auto o da bici, una chiesa, le prese per ricaricare il telefono, gli informatici. C’è l’acqua, c’è l’elettricità. C’è un’attività edilizia frenetica, che vede sorgere nuove baracche ogni giorno, e che occupa sempre nuovi spazi. Con alcuni effetti involontariamente comici, come la casa costruita con i cartelloni della campagna elettorale di Daniela Santanché e con i simboli di An che inneggiano contro i migranti.

Pista di Borgo Mezzanone. Le nuove baracche con i cartelloni elettorali. Foto di Ella Baffoni

Il terreno viene picchettato come nel West, il padrone del picchetto fa il prezzo che dovrà pagare chi vuole farsi una baracca. Centocinquanta, duecento euro: la pista è lunghissima, c’è posto per tutti, anche se qualcuno ha preferito occupare le casematte e i bunker del vecchio aeroporto.

C’è posto anche per Radio Ghetto, la radio gestita da volontari italiani che da anni dà voce e informazioni e musica ai braccianti, e che dopo l’incendio del Ghetto si è trasferita lì, all’estremità sinistra della pista guardando il Cara: una piccola veranda di canne che frusciano al vento e l’insolito lusso di una cabina di legno per la doccia. La radio e i suoi animatori hanno scelto, quest’anno, di diventare itineranti. Per esempio allestendo concerti e incontri a Lucera o Cerignola, o ancora tra i casolari spersi nella campagna e abitati dai bulgari, silenziosamente espulsi dal loro insediamento.

1 – continua

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Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

Il bracciante mancato

Poteva essere un fallimento. Un giornalista di origine togolese che cerca di infiltrarsi nel Gran Ghetto di Rignano, vive lì qualche giorno ma non riesce a trovare un ingaggio come raccoglitore di pomodori, l’”oro rosso” del foggiano che entra in quasi tutti i barattoli di pelati italiani. E’ alto, Matteo Koffi Fraschini, due spalle larghe, una struttura forte, la pelle nera e un po’ di dialetto africano. Ma le sue mani no, non vanno bene. Sono mani di intellettuale, abili sulla tastiera ma senza calli e ruvidezze, disabituate al lavoro manale. E poi non sono solo le mani: Koffi non ha la determinazione, la disperata speranza dei braccianti africani, quel che li rende capaci di una fatica disumana, il sudore negli occhi, le mani e i piedi verdi di linfa, la debolezza di accettare condizioni di lavoro inaccettabili.

Poteva essere un fallimento, l’Avvenire – il giornale a cui aveva proposto un reportage – aspetterà invano. Invece il libretto che Matteo Koffi ha scritto sulla sua esperienza apre uno squarcio su una realtà sfaccettata. Capitale dello sfruttamento in Puglia, il Gran Ghetto – molti altri luoghi del genere esistono in Puglia, più lontani dai clamori della stampa, ancora più disperati, la mappa va ancora fatta – contiene sopraffazione, sfruttamento, i caporali che assoldano e ricattano, i “capineri” africani che sono i caporali dei caporali; il costo maggiorato delle merci, il commercio di droga e la prostituzione per neri e per bianchi a prezzi differenziati, i furti e le piccole guerre tra poveri. Ma anche la solidarietà, l’offerta di un piatto di riso a chi non ha trovato da lavorare, l’aiuto per tradurre, per una connessione, per compilare i moduli dei documenti.

“Campi d’oro rosso. Nel Ghetto di Rignano” è il titolo del libro edito dal Gruppo Solidarietà Africa di Seregno (gsafrica@tin.it, www.gsafrica.it) con foto di Antonio Fortarezza. Un diario puntuale, dal 25 luglio al 9 agosto del 2015, dall’arrivo a piedi la sera in cerca di un letto all’affitto di un materasso per tutta la stagione (30 euro), al riso e alle cosce di pollo arrostite nella carcassa di un frigo. I topi, gli insetti, lo schiamazzo dei bar e delle discoteche fino a tarda sera, quando i braccianti si alzano la mattina alle 4 o alle 5 e si affollano sgomitando per poter entrare nei furgoni verso la caienna dei campi. Le relazioni, anche: per lo più suddivise per nazionalità, i maliani con i maliani, i guineani con i guineani, i ghanesi con i ghanesi fino a far quasi dei quartieri. Spicca l’unico italiano del Ghetto, un napoletano soprannominato “il camorrista”: suo il bar più grande, di notte quasi una discoteca, sue le ragazze più giovani e carine, suoi gli affari più lucrosi e illegali.

Intanto s’informa, Koffi. Capisce che bisogna avere pantaloni resistenti, scarponcini alti, un berretto. Persino i guanti deve portarsi un bracciante, ma la bottiglia d’acqua è vietata, la venderanno sul posto i capineri, guadagnando anche su questo e sul panino asciutto per lo spuntino di metà mattina. La tariffa del cottimo è scesa ancora, 2.5 euro a cassone da 100 chili, 25 euro per dodici ore di lavoro senza tregua nel sole cocente. Meno della paga per i “cafoni” pugliesi, cinquant’anni fa, nelle campagne del Tavoliere. Intanto il prezzo dei pelati, il prodotto finito, è vertiginosamente salito.

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Interessante guardare l’Italia dall’interno del Ghetto. Gli italiani che cercano sesso facile e economico, droga, affari. I volontari di Radio Ghetto, che vivono dentro il campo per due mesi per trasmettere informazioni e storie, musica e dibattiti utili nel raggio breve del Ghetto. Quelli del progetto “Io ci sto” che insegnano l’italiano e fanno ciclofficina perché pensano che il diritto di parola e quello di movimento siano fondamentali e irrinunciabili, e intanto giovani africani e giovani italiani s’incontrano e si guardano negli occhi, si scambiano le loro storie e i loro sogni. Le autorità che scelgono l’indifferenza e il quieto vivere. Gli agricoltori che arrivano prima dell’alba e reclutano braccia scegliendo 25 braccianti da una folla di cento che si accalcano e si spingono.

Sono i sogni a imprigionare i braccianti qui dentro. Il sogno di lavorare, di mandare a casa i 50 euro con cui l’intera famiglia potrebbe sostenersi per un mese, il sogno di andare via, anche se qualcuno poi resta intrappolato, perde anche i pochi soldi che ha e non riesce ad andare via. Sidibé, il tassista abusivo che fa navetta Ghetto-Foggia per 10 euro a viaggio, ha il sogno di racimolare 10 mila euro per tornare in Mali. E racconta di aver comprato la patente in una scuola guida di Roma, per 550 euro, e anche qui ci rimanda un’immagine di Italia che non va.

Ogni tanto il fuoco incendia i cartoni coperti da plastica e dai tubi dell’irrigazione, un miracolo non ci siano vittime. A volte s’infiammano gli animi, fioriscono le risse, qualche giorno fa è finita male, un morto e un ferito. Poi le baracche fatte di niente si rialzano, di nuovo casa per qualcuno. E la marcia dei nuovi arrivati non dà tregua: tutti cercano un materasso e un lavoro, tutti sanno di essere all’inferno ma in cammino verso il paradiso. Proprio come i nostri nonni, che in nome del loro sogno crepavano nelle miniere di Marcinelle, e marcivano nei ghetti tedeschi e americani. Allora l’Italia s’indignava, oggi ci fa affari. E nessuno si chiede a che prezzo i nostri pelati siano i più buoni del mondo, e i più economici.

Dal Ciad a Pisa, e a Roma

CiaLiLaPi, cioè le tappe di un lungo viaggio dal Ciad, passando per Libia e Lampedusa, infine a Pisa. E’ il titolo del documentario di Tiziano Falchi e Fabio Ballerini, proiettato ieri a Logos-Festa della Parola presso il centro sociale Ex Snia di Roma, a cura della Scuola popolare Pigneto Prenestino. Un’iniziativa fitta di dibattiti e incontri, venerdì tra l’altro quello con i no-border di Ventimiglia, sgomberati in malo modo appena il giorno prima.

CiaLiLaPi, (qui il trailer) racconta per la verità solo una parte del viaggio. L’occasione è la brusca chiusura dell’Emergenza Africa, la “dismissione” di un centro di accoglienza allestito dalla Croce Rossa alla bell’e meglio in vecchi container. Gran uso di personale volontario, 45 euro al giorno per ogni richiedente asilo, molto più dei 35 a cui ci ha abituato Mafia Capitale. Finito il flusso, via tutti con una mancia di 500 euro in cambio della firma sull’accettazione dello sgombero, e peccato che non sappiano l’italiano, che non sappiano che fare, dove dormire o mangiare. Una delle tante piccole storie ignobili che avrebbe potuto cadere nell’indifferenza. Invece no.

Invece un gruppo di richiedenti asilo non va via, resta. La Croce rossa smantella i letti, porta via le strutture, ma il gruppo resta lì, senza i 500 euro, affiancato da qualche operatore e da due associazioni, Africa insieme e Rebeldia. Il video racconta la storia di questo gruppo, il piccolo artigianato per autofinanziarsi con i mercatini, la scuola di italiano e inglese e arabo, i corsi di teatro, l’orto per tagliare i costi della spesa e avviare un micro commercio a km zero. E la partecipazione al documentario, la capacità e la voglia di raccontarsi. Così da diffondere anche il valore di questa esperienza, renderla conosciuta e paragonabile ad altre, lasciare una memoria che altrimenti sarebbe dispersa.

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Il difetto del video, la lunghezza, è però anche il suo pregio: il trasformare i richiedenti asilo in persone, con le loro diversità, le ombre e le bellezze. Diventano persone, leggi l’emozione sul viso di chi ricorda il viaggio, i compagni morti in mare, la perdita di un padre che non si potrà nemmeno piangere sulla tomba. L’orrore della guerra per chi non la fa, i civili, e per chi la fa, i ribelli. La fatica di reinventarsi, il rapporto con una specie di italiani diversi dai burocrati della Croce Rossa, i loro compagni di strada italiani. Una strada durata poco più di un anno: durante il quale ognuno ha trovato una sua strada. Ha proseguito il viaggio per raggiungere amici o familiari, è rimasto a Pisa con un contratto di lavoro. Ha trovato casa. Si è iscritto all’università grazie a borse di studio. Ognuno ha trovato la sua via, non ha più bisogno di vivere nel “Centro di accoglienza autogestito”. Che, infatti, ha chiuso con una grande festa.

Una storia quella di CiaLiLaPi che un po’ ricorda quella del centro sociale Ex Snia, che ha ospitato nella sua palazzina un gruppo di braccianti africani. Erano i giorni di Rosarno, dove si sparava nelle strade a chiunque avesse la pelle nera, una vergognosa vicenda di sfruttamento e razzismo. Di qui la fuga dei braccianti, molti dei quali si erano ridotti a dormire alla stazione Termini. E’ qui che è avvenuto l’incontro con i ragazzi del centro sociale, e un lungo percorso che ha portato un centinaio di braccianti a trovare la propria strada, senza dimenticare i compagni lasciati in Calabria o nei campi di Puglia. Nessuno del centinaio di africani dell’ex Snia abita ancora la palazzina, tutti hanno trovato una casa vera. Ma restano insieme per fare iniziative, manifestazioni, incontri nell’”assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma”. Da questa vicenda nasce anche la Scuola popolare Pigneto Prenestino, che dal 2010 insegna italiano a persone di ogni provenienza. Una scuola orizzontale che ha sede nella stessa palazzina in cui furono ospitati i rosarnesi, i cui i “maestri scalzi” insegnano gratuitamente per quattro sere a settimana, e che, oltre a portare molti studenti alla certificazione A2, rende concreto uno dei diritti fondamentali dell’uomo, il diritto di parola: parlare, capire, esprimersi. Raccontarsi e comunicare.

La filiera del pomodoro

Un corteo di migranti a Foggia, organizzato ieri pomeriggio da Campagne in lotta, per chiedere diritti e dignità, e l’abolizione del vincolo della residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, forca caudina inventata dai burocrati per tagliare surrettiziamente i permessi di soggiorno. La sera l’incontro “La filera (non) etica del pomodoro. Dai campi agli ipermercati”, che ha visto eccezionalmente attorno allo stesso tavolo amministratori, sindacalisti, imprenditori e giuslavoristi. Non tanto per parlare del Ghetto, la vergogna del foggiano che ora il governatore Emiliano vorrebbe eliminare con il rischio di crearne altri venti, e più nascosti, e più disumani: “solo un folle può pensare di sgomerare il Ghetto” ha detto Daniele Calamita, Flai-Cgil. Quanto per cercare la via giusta per sconfiggerlo, il caporalato e lo sfruttamento, magari trovando il punto debole della filiera.

Già, la filiera. Sotto i braccianti, sopra i capineri e i caporali, poi le imprese agricole, le aziende di trasformazione, i grossisti e la grande distribuzione, quella che fa il prezzo finale. Gli ultimi due gradini della filiera sono i grandi burattinai, si ammantano di invisibilità ma governano tutto il processo. Ma anche le aziende di trasformazione non scherzano: quest’anno hanno lasciato parte del prodotto a fermentare nei camion, così da spuntare un prezzo migliore ex post, anche se la contrattazione primaverile ne aveva deciso un altro. In sintesi: al produttore sono pagati 7/8 centesimi al chilo, la passata in bottiglia viene venduta dalle aziende di trasformazione a 40 centesimi al chilo. Sugli scaffali dei supermercati sappiamo tutti qual è il prezzo finale, e quindi chi se ne approfitta. Non è strano dunque che il presidente della Coldiretti, Giuseppe De Filippo, ammetta che buona parte degli agricoltori del pomodoro siano “sotto cravatta”, in mano agli usurai. Che a volte fanno addirittura intermediazione con le aziende.

Eppure, attacca il sindacalista, le aziende agricole fanno milioni di profitti, in media 1000 euro a ettaro:i soldi per usare lavoro pulito ci sarebbero, lo dimostra anche il fatto di aver snobbato i contributi della Regione Puglia per l’emersione del lavoro nero, pari al 30% dei contributi dovuti ai lavoratori su due anni, mica poco.

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Salsa e pelati pugliesi sono i migliori del mondo – sostiene Vito Ferrante, funzionario della regione Puglia che ha lavorato al progetto Capo free Ghetto out insieme all’ex assessore Guglielmo Minervini – ma a pochi interessa che siano raccolti da lavoratori schiavizzati. Anzi, peggio: il sistema degli schiavi almeno dava loro un valore, un costo. Invece i braccianti (africani, rumeni, polacchi che siano) sono gratis e intercambiabili, se “si rompono” ce ne sono sempre di nuovi. La morte da fatica e disidratazione nei campi avviene sempre più spesso, nell’indifferenza generale.

Bene dunque richiamare alle loro responsabilità gli industriali e gli agricoltori, che anche ieri sgusciavano come anguille. Alla domanda “perché le associazioni datoriali non espellono chi fa uso di lavoro nero?” la risposta di De Filippo è stata: “non abbiamo mica organi informativi. Bisogna sapere chi lo fa, poi lo si può espellere”. Patetico: lo fanno tutti, sarebbe il suicidio delle associazioni, Coldiretti in prima fila.

Bisognerebbe però richiamare alle loro responsabilità anche gli ispettori del lavoro. Sono pochi, si sa. Mal pagati, si sa. Ma se come secondo lavoro fanno i consulenti delle imprese, su quelle imprese non indagheranno mai. E se poi vanno in vacanza in agosto, all’epoca della raccolta del pomodoro, la aziende sanno di aver mano libera. Se non denunciano le minacce per paura di ritorsioni non sono degni del lavoro pubblico che dovrebbero fare. Un piccolo scandalo nascosto, un altro mattoncino della costruzione mafiosa della filiera.

Pensate cosa avverrebbe se uno, almeno uno degli ispettori del lavoro facesse quello che deve. Altro che spending review, altro che ipocrisie padronali. Due ispezioni al giorno, ma vere. Chi le fa? E’ qui il marcio che nessuno vede. Che fa sì che solo il 18% di braccianti stranieri abbiano i contributi, e dunque le indennità invernali, mentre quasi il 90% degli italiani ne usufruiscano. Ma poi, se si va nei campi, si vedono solo braccia straniere. E’ il fenomeno dei “falsi braccianti”, contributi venduti dalle aziende a chi non lavora, un’altra greppia di illegalità mafiosa sulla pelle di chi lavora davvero.

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Quello che vedono tutti, invece, è il mercato delle braccia, il Ghetto. Perché in venti anni nessuno ha fatto un lavoro di riqualificazione? chiede Nabir di Radio Ghetto, emittente autogestita e autorganizzata che ogni estate torna tra i braccianti. Perché non ci sono liste di collocamento agricolo, e uno sportello vicino al Ghetto? Domanda Idris. Una baraccopoli non si ristruttura, risponde Ferrante, bisogna lavorare alle alternative. Ma sul collocamento nessuno ha risposte.

Sarebbe meglio tornare al vecchio progetto regionale, fallito per la latitanza delle aziende, come denuncia Minervini? Bisogna andare avanti, accettare quel che avviene nei campi è impossibile. Magari lavorando al sistema dei controlli, chiamando prefettura e guardia di finanza ad affiancare gli ispettori.

Un dibattito non cambia il modo di produrre, ma ne rende chiare storture e responsabilità. Bello il video di Antonio Fortarezza. Bella dunque la testimonianza di Matteo Koffi Fraschini, giornalista di Avvenire, che in agosto al Ghetto ha vissuto, condividendone le condizioni estreme. E quella di Arcangelo Maira, scalabriniano e animatore del progetto Io ci sto che porta ogni anno nei ghetti della Capitanata i volontari della scuola di italiano e della ciclofficina, occasione di incontro e conoscenza tra ragazzi. Perché questo sono i braccianti, ragazzi. Come la nostra meglio gioventù hanno sogni e speranze, e il coraggio di affrontare l’ignoto. Che poi qui trovino anche qualcosa di diverso dalla sopraffazione e dallo sfruttamento, strumenti per crescere, conoscere, emanciparsi e lottare, sì, è un bene. E’ un bene che i nostri ragazzi capiscano le radici di questo sfruttamento, che pensino quando prendono un barattolo di pelati in un negozio, rivedano gli occhi dei loro studenti. Arcangelo Maira, che da bambino ha vissuto da clandestino in Svizzera, nello sfruttamento vede le radici del male. Quando invece l’incontro e la dignità potrebbero essere il bene, il futuro della nostra Italia, del mondo.

Qui il link al video completo dell’incontro su Foggia città aperta: http://www.foggiacittaaperta.it/news/read/foggia–convegno-filiera-non-etica-del-pomodoro–caporalato

La guerra del pomodoro

A piedi nudi tra i pomodori. Molti vanno così, scalzi, a raccogliere l’”Oro rosso” della Capitanata. I braccianti africani, o est-europei, o magrebini, lasciano le scarpe nei pulmini che li hanno portati nei campi, fossero anche solo ciabatte. E’ che il fango, i pomodori schiacciati o marci, le piante secche ingrommano con una palta puzzolente gli uomini e i loro vestiti. Fa caldo in Puglia, tanto. Fa scandalo che a morire di caldo e fatica non siano, questa stagione, solo i braccanti stranieri ma anche gli italiani. A Andria è morta Paola Clemente, 49 anni,e tre figli, durante l’acinellatura, la pulizia dei grappoli di uva da tavola dagli chicchi più piccini, così da far ingrossare gli altri: due euro l’ora la paga. Così è morto Abdullah Mohamed, sudanese, 47 anni e due figli, nei campi di pomodoro di Nardò.

E’ così: tra i braccianti pagati una miseria per un lavoro da bestie ci sono anche italiani. Anche loro soffrono per le condizioni lavorative e per uno sfruttamento bestiale. Almeno hanno una casa, una famiglia, degli affetti, amici che li possono piangere; gli stranieri no. Vivono in casolari abbandonati o nei ghetti nascosti nella piana, fanno chilometri per raggiungere il posto di lavoro o un negozio, o una farmacia: segregati. Se muoiono, il loro corpo resta lì, alla morgue. Braccia a perdere.

Uno scandalo, per chi ha cuore. Per chi riesce a vedere in questi giovani uomini i ragazzi che sono, felici a ballare sabato scorso al Ghetto al concerto di Sandro Joyeux, musicista errante che ha inteso così portare il suo contributo alla lotta al razzismo e allo sfruttamento, “Fuori dal ghetto tour”, musica per la libertà e contro la schiavitù. Ballano e cantano, almeno per una sera, con Sandro Joyeux e ras Bamba, canzoni nuove e canzoni di casa in wolof, bambarà, poular. Non fino a tardi però: l’indomani, anche se è domenica, nei campi ci si deve stare all’alba delle 6, dunque bisogna mettersi in cammino alle 4.30.

Ma non è qui, nel gran Ghetto di Rignano, la radice dello sfruttamento. Qui c’è il mercato delle braccia, certo, è l’aspetto più vistoso. Ma la filiera del pomodoro è complessa e lunga. Comincia a gennaio, quando chi possiede la terra e la semina a grano poi l’affitta alle aziende contadine, che pianteranno a giugno, dopo la mietitura: la coltivazione dei pomodori ammenda la terra e ne impedisce l’impoverimento. Ancora prima di piantare i campi i contadini fanno i contratti con le aziende conserviere: tanti ettari, tante tonnellate di sanmarzano tradizionale, tante di bio, tante di lotta integrata. Quest’anno il costo di un chilo di pomodoro tradizionale era stato contrattato a 10 centesimi, ma pochi sono stati pagati così. La sovrapproduzione dovuta al caldo ha consentito alle fabbriche di salsa di abbassarlo fino a 8, a volte 6. Con un trucco: quello di far scaricare con lentezza i camion carichi di cassoni. Il pomodoro – soprattutto quello raccolto a macchina, spesso graffiato o ammaccato – va lavorato entro 24 ore, 48 al massimo; se invece resta sui camion incolonnati, sotto il sole, comincia a marcire e lo scarto è maggiore. Per un’azienda come la Princes (dal 2012 acquisita dagli inglesi del gruppo Mitsubishi Corporation) che nello stabilimento di Foggia lavora 300.000 tonnellate di pomodoro fresco all’anno (otto tonnellate al giorno a ciclo continuo) due o tre centesimi al chilo possono fare la differenza. A rimetterci, gli agricoltori che a volte non riescono a rientrare nei costi, i camionisti costretti a fare la fila, a perdere le corse, a lavorare a volte 24 ore su 24. Tanto che, una settimana fa, sul piazzale di Foggia è scoppiata una rivolta tra i 400 camionisti accampati nel piazzale, alcuni hanno lasciato lì i cassoni appena svuotati. La Princes ha risposto: gli agricoltori vengono da noi perché conviene più che portarli nel casertano. Le aziende campane, probabilmente, pagano ancora meno per un viaggio più lungo.

cassoni

Tutta colpa delle aziende di trasformazione? E’ vero che vessano gli agricoltori, come gli agricoltori vessano i braccianti, questione di chi ha la frusta dalla parte del manico. Ma anche le aziende di trasformazione stanno sotto la frusta dei grossisti e della grande distribuzione, che poi fa il prezzo finale, quello sullo scaffale. E che strizzano per quanto possono i costi per aumentare i profitti. Probabile che con la scusa della sovrapproduzione anche le grandi aziende, persino le multinazionali come la Princes, dovranno stare sotto botta.

Sotto botta stanno certamente i consumatori. Non solo per il prezzo che pagano, in continuo aumento, mentre i costi del lavoro diminuiscono. Ma anche per la qualità. Per poter raccogliere i pomodori a macchina, i campi vengono irrorati da un prodotto che li fa maturare tutti insieme, e che resta sulla buccia insieme agli anticrittogamici. La scarsa attenzione per i diritti dei consumatori fa sì che alcune aziende paghino il biologico al costo del tradizionale, anche se la resa sul campo è minore, anche se il costo della coltivazione è maggiore, incentivando gli agricoltori a non impiantarlo più. E dopo le attese nei piazzali, raccontano i camionisti, il prodotto che viene lavorato è “uno schifo”. Ma dalle fabbriche di pelati la scatole che escono sono tutte uguali, latte nude (o “vergini”) con la sigla del lotto.

pelati

La Prince le manda nel suo deposito di Melfi, prima di riportarle qui, pronte per essere fasciate da questa o quell’etichetta, diverse solo per le campagne pubblicitarie che le contraddistinguono. E’ solo la fascinazione pubblicitaria a far sì che ci si immagini che questa marca sia migliore di quest’altra.

Una differenza invece ci potrebbe essere. Se le aziende avessero colto l’occasione del bollino etico, promossa lo scorso anno dalla Regione Puglia, la differenza ci sarebbe stata. Il bollino prevedeva il rispetto di un protocollo e soprattutto l’assunzione a contratto regolare dei lavoratori, tutti. Dai braccianti nei campi agli stagionali delle aziende. Nessuna delle aziende, grandi o piccole del Tavoliere pugliese ha saputo cogliere l’occasione, l’apertura di un mercato che oggi non c’è, se si eccettuano alcune piccole isole di autoproduzione militante, come “Genuino clandestino”.

E’ per questo che una realtà locale e innovativa come VàZapp (Va a zappare, significa, ma l’assonanza con WatsApp è intenzionale) ha lanciato una petizione che ha già raccolto migliaia di firme al ministro dell’agricoltura Martina perché venga a vedere sul campo la filiera del pomodoro, e s’impegni a regolarla: “Salviamo gli agricoltori che coltivano il pomodoro italiano, combattiamo lo sfruttamento della mano d’opera”, scrivono quelli di VàZapp (luogo di coworking nell’Azienda Agricola Cascina Savino su agricoltura sostenibile e innovativa).

Il ministro ha ascoltato, assicura che verrà. Intanto, per documentarsi, potrebbe affacciarsi all’incontro organizzato a Foggia su La filiera (non) etica”: accanto a due testimoni d’eccezione – il giornalista Matteo Koffi Fraschini che nel Ghetto di Rignano ha vissuto per giorni, e di Arcangelo Maira, sacerdote scalabriniano che organizza da otto anni il campo “Io ci sto”, scuola di italiano e ciclofficina per migranti – discuteranno della filiera e dei suoi ingorghi, ma soprattutto di chi tiene la frusta per il manico, sindacalisti, imprenditori, amministratori, volontari, giornalisti: l’ex assessore Guglielmo Minervini, Francesco Miglio, Daniele Calamita, Pierfrancesco Castellano e Madia D’Onghia, Claudio De Martino e Pamela Foti. Qui il promo. La discussione sarà costellata da testimonianze video di Antonio Fortarezza. Venerdì 4 settembre alle 20.30 nell’auditorium di santa Chiara a Foggia.

Dall’Expò ai campi

Possibile che l’Expo 2015 rappresenti l’agricoltura d’eccellenza e si affidi a sponsor come Coop Algida, Coca Cola, Ferrero, Monsanto? E’ davvero corretto farsi finanziare da multinazionali e grande distribuzione? No, ecco perché.

C’è naturalmente la filiera d’eccellenza, i piccoli produttori che riscoprono un cibo dimenticato, un modo di coltivare perduto, un seme o un frutto antichi. Ma il grosso del nostro cibo è altro. I cereali sono battuti in borsa, ormai hanno un valore finanziario ancor prima che nutritivo. E bisognerebbe andare nelle campagne italiane a vedere come si coltiva quel che arriva nei mercati e nei supermercati, se pure non si voglia guardare a quel che avviene nei grandi centri all’ingrosso.

Bisognerebbe andare nei campi a guardare come si coltiva, con quanto dispendio di chimica, con quanto sfruttamento umano. Ma chi ci va? Cinquanta associazioni si sono ritrovate, qualche giorno fa, a discutere di “Grave sfruttamento lavorativo degli immigrati. Quali politiche in Italia e in Ue?” presso il Cesv di Roma. Giuristi dell’Asgi, rappresentanti di associazioni che lavorano sul campo (Sos Rosarno, Io ci sto, Caritas, Radio Ghetto) sindacalisti, Medici per i diritti umani, cooperative sociali come Parsec o Bee free.

Che succede, dunque, nei campi? “Le filiere agricole vogliono lo sfruttamento dei caporali e dei capineri – dice Mimmo Perrotta, università di Bergamo – a cominciare dalla grande distribuzione e dalle aziende conserviere. I lavoratori no, ma spesso per ora è l’unico canale che li metta in contatto con i datori di lavoro”. Inutile sperare che denuncino i caporali: utopia, “Finchè almeno non si predispongano canali protetti con sportelli sicuri, e percorsi di immissione al lavoro regolare” sostiene Federico Di Mei, Altro diritto. Attenzione: la crisi ora spinge anche qualche italiano ad accettare i salari e le condizioni di lavoro finora appannaggio degli africani, racconta Arcangelo Maira, scalabrinano animatore dei campi “Io ci sto”: “Anche nelle campagne esiste la tratta sopratutto tra lavoratori europei, rumeni o bulgari. Però i percorsi spesso sono diversi. Nessuno obbliga i lavoratori a vivere insieme ai caporali, nel Ghetto di Rignano, ma c’è un insieme di dipendenze che li costringe lì. E sopratutto una diffusa mentalità dell’illegalità, in Italia: invece di tollerarla bisogna batterla insieme”.

Non è tanto questione del permesso di soggiorno, anche se la Bossi-Fini ci mette il suo carico: nelle campagne molti lavoratori sono richiedenti asilo, molti sono europei. Bisognerebbe imporre alla grande distribuzione di mettere in etichetta non solo la percentuale di frutta nei succhi o nei pelati ma anche dove sono prodotti e in quali aziende. E magari il bollino che certifica siano stati raccolti con un lavoro legale.

“Le rumene e le moldave che lavorano nelle serre del ragusano non hanno caporali – dice Alessandra Sciurba, Università di Palermo – ma vivono lì con i figli, in condizioni di segregazione assoluta, a volte sottoposte anche a sfruttamento sessuale. Un fenomeno in crescita in questi ultimi tre anni, in chi si è visto il Cara di Mineo diventare un luogo di reclutamento di manodopera”.

Bisognerebbe che i sindacati ritrovassero la sua vocazione antica, quella di sindacato di prossimità, incalza il sociologo Enrico Pugliese – dovremmo tutti riflettere come avvicinare domanda e offerta di lavoro: nella piana del Sele negli anni ’50 i braccianti si incontravano alla sede della Cgil, uno andava e contrattava per tutti.

Preistoria, forse. Certo è che studiare la filiera non è affatto una cattiva idea. Nonostante il forte dinamismo del mercato fondiario l’agricoltura che vince, almeno in Calabria, “è quella dei gestori delle Op, le organizzazioni dei produttori, dei grossi magazzini di lavorazione, spesso titolari di fondi consistenti che controllano il mercato, gestendo in oligopolio l’accesso ai canali della grande distribuzione organizzata. Lo dice un documento di Sos Rosarno: “ sono loro che rastrellano il prodotto a basso costo e fanno incetta di finanziamenti pubblici, a loro vengono dati i premi Ue alla produzione. Sono loro che crescono, braccio operativo della Grande distribuzione organizzata (Coop, Conad, Despar, Esselunga, Auchan, Carrefour) che ha esternalizzato le funzioni di approvvigionamento”.

Che fare, dunque? A lungo termine la ricetta è antica, cambiare il modo con cui si consuma, cambiare il modo in cui si vive, cambiare i rapporti sociali. A breve, le cinquanta organizzazioni che si sono incontrate a Roma hanno deciso di mappare la filiera agricola. Dal basso: così da formare “una rete più ampia possibile di soggetti che lavorano in questo campo perché nell’anno dell’Expo, quando si parla di eccellenza della produzione italiana, si tengano al centro i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici delle campagne”.