Vandali a Foggia

Un villaggio neolitico. Una fattoria romana. Un quartiere medievale. Il casino di caccia di Federico II. Accanto, una masseria settecentesca e forse più antica. Periferia di Foggia, tra la superstrada per Candela e via di san Lorenzo. Dalla sterpaglia ecco i ruderi della Masseria Pantano, poco lontano il tratturo Foggia-Ordona-Lavello, così trascurato che il cartello che racconta uno dei percorsi della transumanza è stato cancellato dal sole.

E’ il minore degli scandali. Lo scandalo vero è l’avanzata a tenaglia dell’edificazione di questa grande fetta di territorio, così importante per la città di Foggia, così abbandonata. Com’è possibile?

Federico II, convogliando le acque di un torrente vicino, aveva costruito qui un invaso – ancora visibile – a servizio del suo casino di caccia insieme al vivarium e ai padiglioni mobili. Qui ospitava amici e legazioni straniere, qui andava a caccia: al posto dei prati c’erano boschi ricchi di acqua e animali, altri ne aveva naturalizzati il re. Studi e scavi sono ancora da completare.

Poco più in là la Masseria reale, o Masseria Pantano, dal nome del luogo, san Lorenzo in Pantano. Un grande edificio rurale a volte, di cui restano vasti ambienti e si intravedono i piani sottostanti. Volte e archi abbracciati da fichi e rampicanti, semi sepolti da enormi cumuli di macerie, quasi fosse una discarica per calcinacci e scarti di mattonelle. Quasi come tutti i costruttori di Foggia si fossero dati di gomito: andate lì, per scaricare materiali inerti non si paga, in discarica sì. A difendere le mura, una rete da polli abbattuta in più parti, forse dai camion dei cantieri. Poco segnalata persino la “fossa granaria”, un pericolo per chi ci cadesse dentro.

Perché? Il luogo non è ignoto. L’università di Foggia lo ha studiato, il Fai ha fatto più di un’iniziativa per riportarlo in uno stato decente, convegni, manifestazioni, istanze al sindaco. Invano. Hanno ottenuto dal Comune un’ordinanza di messa in sicurezza che vale meno della carta su cui è stata scritta, e infatti.

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La questione è che quei terreni sono privati – possibile che nessuno, in Soprintendenza o in Comune o in Regione, abbia pensato all’esproprio: è un bene culturale una zona così ricca, o no? – e che probabilmente i proprietari abbiano presentato proposte di edificazione. Già preesistenze neolitiche sono state conglobate negli scantinati di alcuni dei palazzi in costruzioni, le cui gru stringono d’assedio la Masseria Pantano.

Impossibile verificare le voci: sta di fatto che quando si chiede di chi sono quelle aree, molti cambiano discorso e distolgono lo sguardo. Persone potenti, certo. Tanto da cancellare un gran pezzo di storia di Foggia? Pensate: Federico II trasferì a Foggia la capitale del Regno delle Sicilie, prima a Palermo. Innamorato di questa città e conscio della sua posizione strategica, vi costruì un palazzo imperiale di cui poco resta, se non il portale accanto al Museo Civico. Ancor più importante, dunque, la testimonianza di pietra di Masseria Pantano.

Invece no. Invece la valanga di calcinacci fin dentro la Masseria. Invece una rovina forse accelerata dalla mano umana, vandalizzata, così che quel “dente cariato” sia cancellato più presto dall’orizzonte. C’è chi, invitato a un laboratorio urbanistico, assicura che in comune si prevede sia cementificata tutta l’area e che i cittadini sarebbero stati convocati per chieder loro qualche compensazione vogliano, una pista ciclabile o l’area giochi per bambini.

Intanto le gru avanzano, a tenaglia. Da un lato la superstrada, dagli altri i cantieri dei palazzi di speculazione. Non c’è una piazza, non c’è un ritrovo, l’unico luogo “sociale” è il centro commerciale. Negli edifici già costruiti, poche le case occupate davvero, ma si va avanti, le betoniere macinano cemento, i camion marciano, le gru s’affannano. La Masseria Pantano, la sua storia, la sua ricchezza di testimonianze non è che un trascurabile inciampo nella gloriosa edificazione di una brutta periferia in una città che sceglie di essere sempre più brutta. E perde se stessa.

 Questo articolo è pubblicato anche su Eddyburg (http://www.eddyburg.it/2014/07/vandali-foggia.html)

Dal tramonto all’Appia

Un successo. “Ci aspettavamo trecento persone, ne sono arrivaste più di tremila” dice una funzionaria della Soprintendenza archeologica. L’affanno c’è nei trasporti: pieno il parcheggio, auto in seconda fila sull’Appia nuova, code per riuscire a prendere le navette di servizio. “Dall’Appia al tramonto”, evento speciale dei beni archeologici che ha aperto venerdì sera al pubblico per la prima volta nella tenuta di santa Maria Nova splendidamente restaurata.

Sull’Appia antica c’è una ridda di cancelli, a volte di muri. Quando si varca quello al numero 251 si ha un esempio di quel che nascondono gli altri: quattro ettari di campagna irti di monumenti, impreziositi dai mosaici dove rivivono i fasti gladiatori – il vincitore Montanus, l’arbitro Antonio, lo scudo dello sconfitto – dell’epoca di Commodo, 161-192 d.C.

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Ecco la chiesa di santa Maria Nova al quarto miglio, medievale. Ecco il casale Castellum Acquae, trasformazione di una cisterna d’era imperiale collegata agli acquedotti, poi trasformata in deposito agricolo, in sede convenutale dei monaci olivetani, in villa di lusso e persino set cinematografico dei nobili romani e dei ricchi americani. Proprio da un americano la Soprintendenza acquistò a trattiatva privata la tenuta (un milione e trecento mila euro nel 2006), ultimo atto del soprintendente Adriano La Regina. Poi gli scavi, che hanno riportato alla luce e allo splendore il basolato antico, un’area cimiteriale e la villa già segnatala dai disegni ottocenteschi di Luigi Canina: terme e lastre marmoree per accogliere la guarnigione dell’imperatore Commodo, a servizio della Villa dei Quintili. Altri 20 ettari – aperti al pubblico da tempo, questi – che si uniscono a questi ultimi nell’embrione di quel che dovrebbe essere il grande parco dell’Appia antica. Un sogno, ancora: nonostante la parte pubblica – villa dei Quintili, villa dei Sette Bassi, Santa Maria Nova, Mausoleo di Cecilia Metella con il Castello Caetani e la chiesa di San Nicola, del sito di Capo di Bove, acquistato nel 2002, da villa privata trasformato in luogo per la fruizione e centro di ricerca e documentazione, oltre ai 140 ettari tra Caffarella e complesso di Massenzio – la quasi totalità del parco è in mano privata, spesso preda di abusivismo. “Nonostante i vincoli a tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico che va considerato unitario, nonostante la legge regionale del Parco, l’abusivismo ha qui assunto dimensioni di cui tutti dovrebbero vergognarsi – dice Rita Paris, della soprintendenza archeologica – privati che hanno commesso le violazioni, amministrazioni che hanno lasciato che questo diventasse lo stato di fatto gravissimo con cui oggi doversi confrontare, motivo di infiniti contenziosi amministrativi derivati dalla necessità, almeno da parte della mia Soprintendenza, di applicare le regole”.

Che il rispetto delle regole sia difficile da ottenere, che il grumo di interessi privati intenda ancora fare mil bello e il cattivo tempo sull’Appia lo dimostra l’ultimo – non l’unico – episodio di vandalismo. Proprio alla vigilia dell’inaugurazione, il tentativo di sfondamento di due finestre del casale, per fortuna con vetri blindati ma il danno c’è pure stato. E il sabotaggio dei bagni pubblici durante la festa, prima impeccabili.

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Regole, qui, significano bellezza. Una bellezza che dovrebbe essere di tutti e che invece i piccoli egoismi privati non si peritano di devastare. Come il Complesso di S. Urbano sull’Appia all’altezza di Via dei Lugari, attrezzato nella metà degli anni 80 per un capriccio privato con tinello, cucina e barbecue, oggi inaccessibile e abbandonato. Quelle tremila persone – tra loro anche l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo, buon segno – che venerdì sera hanno scavalcato difficoltà logistiche e di trasporti per affollarsi a s. Maria Nova lo hanno capito. E il resto della città, sindaco compreso?

Ghetto di Rignano, il bello e il brutto

La mattina non c’è nessuno, il ritmo è sonnolento. Il Gran Ghetto di Rignano, venti chilometri da Foggia, si risveglia il pomeriggio dopo le 17, quando i braccianti tornano stanchi dai campi, quando si accendono fuochi e fornelli per la cena. Quando sul viale principale – strada bianca e polverosa – cominciano a comparire le bancarelle di un mercato povero e essenziale: vestiti usati, caricatori di cellulari, ciabatte, elettronica essenziale, indispensabile alle comunicazioni con “casa”, con le famiglie in Africa.

C’è il barbecue di pollo che rosola su un bidone di latta, ci sono gli spiedini del macellaio, comincia la fila dal barbiere. C’è il bar malfamato che comincia a pompare musica afro e reggae. Si prepara il cibo per il Ramadan, si lavano le patate, si fa il bucato. Vita quotidiana.

In questi giorni, però, ci sono anche i banchetti dei volontari e delle associazioni. La Cgil e la Caritas raccolgono le iscrizioni alle liste di collocamento dei braccianti, ai corsi professionalizzanti per i commercianti e, come sempre, c’è il tavolino per il problema dei problemi al Ghetto, i documenti. Anche se molti sono i regolari, ognuno ha una storia di norma complessa, un passaggio da completare, la residenza, il domicilio. I volontari, telefono alla mano, cercano di sbrogliare i nodi gordiani che la Bossi-Fini e l’inettitudine della burocrazia hanno spesso aggrovigliato in modo apparentemente inestricabile.

Attorno ai portatili e all’unico scanner una piccola folla di braccianti, la fronte aggrottata dall’attenzione, gli occhi scuri di apprensione. Sanno che la regione vorrebbe spostarli, che sta costruendo cinque campi nella zona di San Severo, temono la distanza da Foggia, città di riferimento per tutti. In gioco c’è il futuro, la possibilità di lavorare alla raccolta dei pomodori ora, di melanzane e peperoni poi, e dell’uva e delle olive. La stagione che rappresenta un anno di sopravvivenza per loro e per le loro famiglie, laggiù in Burkina Faso e in Guinea Bissau, in Senegal o in Mali. Come lo era per i braccianti italiani decenni fa.

Questo è il Ghetto. In queste baracche di legno con le pareti di cartone, protette dalle plastiche scartate dalle serre che i tubi degli impianti di innaffiamento, anch’essi di risulta, tengono insieme come se l’impacchettassero c’è il crocevia tra le vicende di politica internazionale e i destini delle persone, La storia dell’Africa si potrebbe leggere qui, nei volti degli invisibili che raccolgono i nostri ortaggi, la nostra frutta.

Lo sgombero – alla Regione Puglia respingono la parola però: sarà un trasloco, nessuno si presenterà con la forza – era annunciato per il 1 luglio, i tempi si sono allungati. Ride Miriam: gli italiani, si sa, non sono mai puntuali. Si preoccupa Laila: qualche cosa succederà, prima o poi: e se tutti vanno via che fine farà il mio lavoro, il mio ristorante? Ristorante sì, per quanto essenziale: un piatto unico per 3-4 euro in un ambiente più che spartano, “arredato” al meglio con tende e stoffe colorate, un pezzo di Africa clonato nelle campagne pugliesi.

Il fatalismo è filosofia quotidiana, ma l’apprensione, in questi giorni, resta. Che succederà? Se lo chiede Mohamed, commerciante: non ha una baracca ma una casetta di mattoni che ha allungato con una tettoia. E’ quello il suo “negozio”, una cassetta di patate, una di cipolle, una di arance. Figli e moglie in Senegal, aveva sperato di autofinanziarsi la stagione infilando nel baglio stoffe e abiti etnici, tutto sequestrato all’aeroporto, ed è qui a ricominciare da capo, patate e cipolle.

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C’è anche chi ha lo guardo chiaro verso il futuro, deluderlo sarebbe un danno grave. Nuria si iscriverà, ha deciso, ai corsi della regione per chi vede o somministra cibo: “Bisogna uscire dall’illegalità, così potremo lavorare il giusto, essere pagati il giusto”. Contro l’operazione complessa della Regione si scagliano i caporali del ghetto, i “capineri” che finora hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Si scaglia anche qualche italiano: altro che legalità, vogliono che paghiate le tasse, dice un foggianoche si aggira lì. Non è un buon samaritano, è il proprietario dei campi su cui sorgono le baracche, che senza lavorarla dalla terra ricava affitti più che ragguardevoli e in nero.

Questo è il Ghetto, e le sue contraddizioni. C’è il brutto – le risse, l’abuso di alcool, la droga, la prostituzione e i bordelli: e lo sfruttamento, soprattutto. C’è il bello e lo vedi: l’amicizia, la solidarietà, l’aiutarsi tra lavoratori, sempre qualcuno disponibile a tradurre in italiano inglese o francese le tante lingue che si parlano qui, in modo da capirsi. Il bello vero sarebbe non spezzarli questi legami, e spezzare invece la catena dello sfruttamento. Vivere fuori dalla precarietà e dal “brutto” sarebbe semplice: un bracciante pagato a contratto può affittarsi una casa e mantenersi senza morire di caldo l’estate e di freddo l’inverno. Se il progetto della Regione Puglia “Capo free, ghetto out” riuscisse nel suo intento, aiutando l’emersione del lavoro nero, non sarebbe male. Per gli abitanti del Ghetto, e anche per noi italiani. Ecco i calcoli di Daniele Calamita, segretario della Cgil-Flai di Foggia: “la quantità di denaro che gira intorno al caporalato nel solo periodo della raccolta del pomodoro va dai 21 ai 30 milioni di euro. In due mesi di lavoro ai braccianti immigrati arrivano a guadagnare intorno ai 27-36 (da 3 a 4 euro per cassone raccolto) milioni di euro, dai quali vanno, detratte tulle le speculazioni del caporalato, i conti sono fatti al singolo schiavo vanno circa 400-500 euro in 2 mesi di lavoro (circa 6-7 milioni di euro in 60 giorni) tutto il resto va nelle tasche del sistema perverso del caporalato”.

Se invece il lavoro nero emergesse? Ecco i calcoli della Cgil: ogni stagione si stimano almeno 1.500.000 giornate lavorative complessive. Ai 15.000 braccianti stranieri, dati sottostimati, toccano 1 milione di giornate. Con una retribuzione da contratto (49,88 € al giorno) “il gettito economico per la sola retribuzione sarebbe di € 49.880.000 milioni di euro. Se aggiungiamo il mancato gettito previdenziale (Inps) pari a circa 10.000.000 di euro (il calcolo è: 8,89% della retribuzione a carico del lavoratore e circa 5 euro giorno da parte delle imprese, visto che tutte applicano la fiscalizzazione degli oneri contributivi, con sconto del 80%), e se aggiungiamo anche il mancato gettito fiscale, che per i soli lavoratori ammonta ad € 1.122.400 (il 23% della retribuzione) al quale va aggiunto il mancato gettito dalle imprese… il sistema della illegalità sottrae alla collettività dai 60 agli 80 milioni di euro”. Dai 60 agli 80 milioni di euro, scusate se è poco.