Chi ricorda la Thyssen?

Succede a Torino. Il Comune ha approvato il Programma di trasformazione urbana 2013-2016 presentato lo scorso luglio dal sindaco Fassino e dall’assessore all’urbanistica. Si tratta delle aree ex ThyssenKrupp, 300 mila metri quadrati a ridosso del parco della Pellerina.

Nell’area ThyssenKrupp morirono nel 2007 sette operai, orribilmente ustionati da olio bollente, dopo dodici ore di lavoro e in condizioni di insicurezza. Sopravvisse, unico, Antonio Boccuzzi. Oggi gli ex lavoratori puntano il dito sull’amministrazione comunale: “Il comune non si pone neppure la questione almeno morale (visto che quella giuridica finora non ha visto nessuna condanna per i responsabili della strage) di trattare l’area con la logica di penalizzare chi ha causato quelle morti. La ThyssenKrupp dopo aver causato la morte di 7 operai si è intascata anche decine di milioni di euro dagli appalti per la realizzazione e manutenzione delle scale mobili nelle nuove stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa, con tanto di marchio in bella mostra! In sostanza il Comune fa affari con i responsabili di una tragedia che rimarrà per sempre una ferita indelebile per la nostra città”.

Ora anche la “riqualificazione” edilizia. La riqualificazione prevede una porzione residenziale (a fini abitativi), una di verde (da annettere al parco già esistente di v. Calabria adiacente al Parco della Pellerina) e una zona artigianale di terziario avanzato, nonostante l’area sia golenale, come dimostra l’esondazione del 2000. Infine un luogo di testimonianza di ciò che accadde quel 6 dicembre 2007, una foglia di fico sulla strage. Intanto, fanno notare gli ex operai, l’area resta contaminata dalle sostanze della lavorazione siderurgica e la bonifica è stata assegnata alla Bonafous spa (Gefim e Fintecna), acquirente dell’area. Gli ex operai invece rivendicano: fatela fare a noi la bonifica, dopo adeguati corsi di qualificazione: e la bonifica resti a carico di ha inquinato.
Per questo lanciano un appello “a lavoratori, disoccupati, cassintegrati, giovani, donne, studenti, immigrati e tutti quelli che lottano per difendere i propri diritti, primo fra tutti quello ad un lavoro utile e dignitoso, a creare un coordinamento tra associazioni e organismi (sindacali, ambientali, ecc.), esponenti politici e sindacali, singoli cittadini che lottano per non pagare gli effetti più nefasti della crisi a vigilare e mettere in campo tutte quelle azioni necessarie per impedire al Comune di speculare sull’area e costringere il Comune ad effettuare le dovute bonifiche”. Per far rinascere l’area senza speculazioni e in sicurezza. E invitano a partecipare, per la sentenza di Cassazione, il 24 aprile a Roma davanti al Tribunale in solidarietà ai familiari di tutte le vittime.

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Al Garage Zerocalcare e gli altri

Il più desiderato – era prevedibile – è stato Zerocalcare. La tredicesima tra la “Matite di quartiere” dev’essere stato colto da tunnel carpale, malattia professionale del disegnatore, dopo l’incontro di ieri, domenica, a GarageZero, (via Treviri, Roma Quadraro).

Incontro con i disegnatori romani – ognuno proveniente da una periferia: Marta Baroni e Circasette (Pigneto), Toni Bruno (San Giovanni), Davide De Cubellis (Tuscolano), Kanjano (Tor Marancia), LRNZ (Marconi/S.Paolo), David Messina (Pigneto), Rita Petruccioli (Tor Pignattara), Sara Pichelli (Garbatella), The Sando (Prenestino), Manuela Santoni (Tor Lupara), Silvia Sicks (Monteverde), Alessio Spataro (Casilino), Zerocalcare (Rebibbia). A richiamare folle di appassionati, non solo i lavori esposti e in vendita come in galleria, ma anche  il “gioco” proposto da Erbamama. I disegnatori schierati ognuno davanti al suo banco, con gli strumenti di lavoro pronti, un foglio bianco da comprare per 10 euro – sottoscrizione a sostegno di un’occupazione – e poi si va davanti al disegnatore prescelto e si contratta. Qualcuno avrà chiesto a Zerocalcare gli odiati gattini, qualcun altro una Lady Cocca da regalare alla mamma, purché non usi il computer. Qualcuno ha chiesto un ritratto, altri un nudo, un personaggio, un paesaggio. Un modo per avvicinare i fumettisti, di solito schivi e ben nascosti dietro le loro tavole, al loro pubblico.

zerouno

Ho visto ragazzini pazientemente in fila per ore, fan con fasci di libri sottobraccio, chi era venuto con il bimbo nel marsupio, chi con il cane. Un pomeriggio aperto da un bel mischione di età e di culture, proseguito con la presentazione della “Guida alla Roma ribelle”, editore Voland. Non ci saranno stati forse tutti i partecipanti che si erano annunciati su Facebook, 781, ma non molti di meno.

Un successo, a giudicare almeno dal commento di Zerocalcare all’1 di notte: “Vado a dormì quasi contento. Al netto dello sticazzi, lo scrivo qua così me ricordo che nel 2014 almeno un paro de volte è successo”.

Calamità nazionale

Era prevedibile, era previsto. Ma ora si piange. Passata la pioggia, spazzata via l’acqua, tornati a casa gli alluvionati si continuerà a ballare sul ponte del Titanic. E’ quel che accade da decenni: tutti a piangere e a strapparsi i capelli quando piove, e i fiumi esondano, e si allagano le pianure alluvionali costruite in prezzo del pericolo (pianure alluvionali vorrà ben dire qualcosa, ma pochi se ne danno pensiero). Lo stesso avverrà quando le prossime mareggiate strapperanno lembi di spiagge e faranno franare le ville costruite in pizzo all’arenile. Quando la neve si ammollerà per il caldo e inizieranno le valanghe. Quando la siccità brucerà le campagne e i fruttivendoli alzeranno ancora il prezzo di zucchine e pomodori (che si alzano facilmente e poi non si abbassano mai).

Non è fatalismo, è incuria. Se si devastano i territori, senza preoccuparsi che il suolo impermeabile non riesce ad assorbire la pioggia, quell’acqua finirà nei rivi e nei torrenti e nei fiumi che si ingrosseranno. Se si tagliano i boschi si aiuta la siccità: non subito, certo, ma più avanti. Se si costruisce selvaggiamente, selvaggiamente la natura reagirà. E’ questa la vera calamità nazionale.

Lo dice persino il ministro dell’ambiente Andrea Orlando: «Noi seguiamo tutte le emergenze legate al dissesto idrogeologico di questi giorni ma il problema è uscire dalla logica dell’emergenza e per farlo ci sono diversi interventi da attuare. Uno stop al consumo del suolo, c’è una legge che in prima lettura in Parlamento e ha iniziato il suo iter, una seria politica di riprogrammazione delle risorse spostandole il più possibile dall’emergenza alla prevenzione, e un sostegno alle attività che svolgono manutenzione del suolo». Scommettiamo che, finita l’emergenza, quella legge continuerà a ronfare nei cassetti parlamentari? Così si vive oggi in Italia: invece di sanare, restaurare, riconvertire si butta cemento su cemento: è più rapido, più facile, le norme si aggirano più facilmente. E c’è ancora chi, nel regno dell’abusivismo, si lamenta dei lacci e laccioli delle normative edilizie.

Capiamoci: massima solidarietà a chi si ritrova nel fango, fuori casa e devastato dai danni. E’ sperabile diventi il più accanito difensore dello stop al consumo di territorio. Ma intanto dovremmo tutti farci un esame di coscienza. Senza di ché quei morti non hanno colpevoli, se non la fatalità. Chi l’ha prodotta, quella fatalità, neanche se ne sente colpevole: non è la furbizia il gene italico? Chi ha costruito dove non doveva, gli amministratori che non hanno messo in sicurezza il territorio scegliendo attività elettoralmente più utili, si autoassolve, anzi non apre neppure il fascicolo. Nemmeno quando è direttamente coinvolto: potrebbero farci un pensierino in Veneto, territorio devastato in nome del profitto e del “padroni in casa nostra”. Fino alla calamità nazionale, allora il padrone torna lo stato Pantalone. Colpevole anche lui, intendiamoci, per mancato controllo o complicità. Ma non da solo.

(Nella foto un murale di Alice)