Lidl, storia di una lotta

E’ cominciata così. Il taglio degli alberi che ha eliminato una quinta di verde su via di Acqua Bullicante indigna la gente di Torpignattara. Via gli alberi, ma perché? Per giorni su quel cancello non è comparso il cartello che annunciava lavori, cosa succedesse nella antica zona artigianale è stato un mistero. Svelato dopo un po’ a cantiere già avviato; si stava costruendo l’ennesimo supermercato in un quartiere densissimamente popolato e già zeppo di discount e supermarket, circondato da un a landa di parcheggi. “Lidl taglia gli alberi” è stato il primo slogan che ha unificato un gruppo di associazioni e singoli attorno a questa vicenda. Si decide, dopo una sequenza fitta di assemblee in piazza, di fare un presidio davanti al cancello del cantiere. Era maggio, siamo arrivati a dicembre.

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Elogio del picchetto. Così, organizzati in mailing list, i no-Lidl hanno cominciato a presentarsi davanti al cancello, bloccando i mezzi pesanti che venivano ad abbattere i capannoni preesistenti e a scassare il terreno. Un duro braccio di ferro, soprattutto quando i conduttori dei mezzi hanno cercato di forzare il presidio per entrare, invano. Intanto chi volantinava contro quel cantiere ha cominciato a conoscersi, sono nati rapporti di fiducia e collaborazione, si è creato un piccolo gruppo di indagine sulla vicenda amministrativa che aveva reso possibile la licenza.

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La zona, innanzitutto: a rigor del decreto di istituzione del vincolo archeologico-paesaggistico “Ad duas lauros”, quel terreno rientrava nella zona da proteggere. Ma i disegni accompagnatori ne prevedevano solo per metà la tutela, ma pur sempre tutela. Dunque, come è possibile che i funzionari incaricati della vicenda abbiano assentito all’edificazione?

Poi il piano casa, utilizzato per commutare in commerciale i metri cubi prima artigianali. Già, ma – come esplicitavano i precetti della regione Lazio, inviati alla conferenza dei servizi – con alcune prescrizioni ineludibili. Ad esempio il fatto che i condoni fossero stati perfezionati prima di una certa data, e che le imprese avessero dismetto le attività prima del 2010. Non è così: almeno due artigiani hanno chiuso i battenti alla fine del 2014, e i condoni sono stati perfezionati, certo per caso, tutti nella stessa data, anche qui la fine di quell’anno. La Regione detta le prescrizioni, nella seconda seduta della conferenza dei servizi nessuno si accerta che le prescrizioni siano rispettata e la licenza viene data.

Piccolo mistero, ma significativo: perché l’assessorato al commercio del comune di Roma possa rilasciare una licenza edilizia che competerebbe all’assessorato all’urbanistica? La lunga scia del piano casa della giunta Polverini ancor oggi diffonde veleni.

Legalità a doppia velocità. Il coordinamento “No cemento a Roma est” ha cominciato a indagare sul serio, a denunciare, ad alzare la voce. Va al Suap, l’ufficio che ha rilasciato la concessione edilizia, all’assessorato al commercio. All’assessorato all’Urbanista, in Campidoglio, al Municipio, al Tar, in pretura. Che ci sia qualcosa che non andava è così chiaro che il presidente del Municipio, Palmieri, fa un’ordinanza di sospensione dei lavoro, ormai in luglio. Ma viene trascinato davanti al Tar con una mega richiesta di risarcimento, e dunque annulla l’ordinanza. I picchetti riprendono, si monitora a distanza le cave che si aprono, le strade antiche che riemergono.

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Il Comune intanto è in preda delle note vicende concluse con le dimissioni del sindaco Marino e il conseguente commissariamento. Ci penserà il commissario, si illudono i no-Lidl: è un prefetto, difende la legalità, qui la vicenda è più che discutibile, vedrete che sospenderà il cantiere e si faranno gli accertamenti. Macché: gli accertamenti si sono ridotti a una richiesta ai funzionari protagonisti della concessione: oste, il vino è buono?

Priorità delle priorità, il Giubileo. Poi i centurioni, l’Atac e i risciò. Per il resto non c’è tempo, nemmeno se bisogna tutelare il territorio, nemmeno se i comitati incalzano. Eppure per lui e i suoi la vicenda Lidl è troppo piccola per curarsene. E la frase che riferisce il Corriere della sera di oggi – «Io intendo il mio impegno al servizio dei romani come responsabilità. Un sistema funziona se si rispettano le regole. La legalità non è un concetto astratto, legalità è democrazia» suona come una beffa. Anche per i commissari venuti da fuori è valida la parola d’ordine che uccide il servizio pubblico, non solo in comune: “chi si prende la responsabilità?”

Che fare? Intanto non si molla. E’ necessario continuare a sognare. Pensare in che modo risarcire il quartiere di questa nuova costruzione, del taglio degli alberi, di un prevedibile affollamento di auto che peggioreranno i dati già pesanti dell’inquinamento dell’aria. Continuare a sognare, a vigilare, a dire che chi ci abita ha diritto di parola. Questo ha detto l’affollato corteo di sabato scorso, e l’assemblea tenuta davanti al cantiere, con relativo stop del traffico: basta auto, no cemento, no Lidl. Così anche la vecchia canzone di Celentano, “Il ragazzo della via Gluck, ” usato come colonna sonora, ha acquistato un nuovo senso di rivendicazione.

Accettare la condanna del cemento non è obbligatorio. A dimostrarlo la storia del Parco delle Energie, nell’ex Snia Viscosa, oggi un parco pubblico ricco di attività, ieri discarica abbandonata. E la storia del lago ex Snia, nato dall’ansia predatoria di un palazzinaro – lì era Auchan la meta finale – che ha rotto la falda acquifera prima e il collettore poi. Per anni il lago è rimasto isolato, è diventsto meta di uccelli, habitat di ricci e volpi, ci sono persino i pesci. Intanto una bella fetta di parco è stata strappata alla speculazione, presto – commissariamento permettendo – si arriverà all’apertura. Se la mano pubblica si disinteresserà ancora della questione, toccherà alla mano comune, il comitato del parco, farsene carico. Perché, chi ci abita lo sa, il verde in questo spicchio di Roma è prezioso: per la salute, per la natura, per la bellezza. Perché sognare si può, si deve. Proibirlo è impossibile.

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Sliding doors

Ora che nel Giubileo ci siamo entrati davvero, con gran dispiego di energie militari e poliziesche, forse è il caso di far notare una piccolissima questione. Il Papa apre la porta santa, Roma apre le sue porte, alberghi e B&B aprono le loro. Una porta che rimane chiusa, inesorabilmente, è quella del Baobab, il centro che ha riscattato per qualche mese la grettezza e lo schifo dell’accoglienza per i migranti e i richiedenti asilo. E per quelli che avrebbero diritto di chiederlo, l’asilo, ma che non vogliono farlo in Italia, dove ci vogliono due anno di limbo prima di avere una risposta, contro i due mesi della Germania.

Un luogo aperto, libero. Noi romani siamo stati liberi di aiutare chi ne aveva bisogno, a chi ha già fatto un pezzo di strada e ha un duro percorso ancora davanti a se si offre un letto, la possibilità di mangiare, lavarsi, cambiarsi, curarsi, riposarsi. Prima di riprendere la via. I viandanti hanno avuto la possibilità di non registrarsi, non dare documenti, e dunque non interrompere il loro progetto di migrazione.

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Eppure lì si sono incontrati flussi e persone. Da una parte eritrei, afghani, egiziani in fuga; dall’altra romani con bustone o i bagagliai pieni di cibo, vestiti, mutande e calzini, scarpe e saponi. Nessuno chiede, molti donano. Nessuno dà i documenti, ma sa di essere riconosciuto per quello che è, una persona in fuga, in difficoltà; viene accolto e abbracciato e, sì, consolato.

Apre la porta santa, chiude quella del Baobab. Chi dormiva lì dentro è stato ricollocato in altri luoghi, o ha ripreso il viaggio. Chi arriva non trova nulla, se non il pulmino di Medici per i diritti umani (Medu), qualche volontario a offrire indicazioni, le tettorie delle stazioni. Con buona pace della Misericordia, annichilita dall’ossessione della Sicurezza in nome della quale è stato sgomberato il Baobab.

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Dicono che il commissario al Comune si attiverà per trovare un altro luogo dove trapiantare il Baobab, difficile crederlo. Ma il Baobab non morirà, è certo: è un grande albero che fornisce generosamente cibo, foglie e frutti e semi edibili, salva vite e dà conforto. Quella fetta di romani che si sono riconosciuti attorno a quell’impresa resta attiva, vigile, propositiva: dove e come non so, ma  i semi del Baobab  germoglieranno.