L’abiura di Foggia

Foggia deve il suo nome alle fosse granarie, strutture interrate per conservare grandi accumuli di grano. Il Granaio d’Italia, ora, gira le spalle alla sua storia. Avviene così che il Silos di via Manfredonia, il più grande d’Italia, sia destinato alla demolizione. Enorme struttura, con tanto di ciminiera, abbandonata dopo il crack della Federconsorzi, per la sua inaugurazione – nel 1937, erano gli anni dell’ammasso obbligatorio – si scomodò perfino il re. E se le fosse granarie di Foggia sono scomparse – insieme a quelle di San Severo, Torremaggiore, San Paolo di Civitade, Manfredonia – il Silos per ora è ancora là. Di più che dignitosa qualità architettonica, avrebbe potuto essere una luogo di concerti, una biblioteca, un museo della città.

Invece è condannato a sparire dalla miopia – per non dire l’incultura di una classe politica per cui valgono più gli accordi tra sindaci e imprenditori della trasparenza sui beni comuni – di amministratori  che al recupero e al riuso hanno preferito far cassa con una mega lottizzazione che ne cancellerà l’esistenza. A nulla sono valse, finora, le prese di posizione di Salviamo il Silos, Italia nostra e Amici della domenica, oltre che di singoli intellettuali: le ganasce delle ruspe si stanno già allargando.

Al suo posto sorgerà un anonimo ammasso di cemento che si affaccia su una via trafficata di periferia. A nulla sono servite dichiarazioni, raccolte di firma, appelli che si sono susseguiti  negli ultimi anni. Struggente quello degli Amici della domenica che chiedono «un atto di generosità che questa città merita, segno del riconoscimento di un’appartenenza a un territorio, la cui storia e uno splendido edificio del passato contribuisce a testimoniare con la sua sopravvivenza. Togliamoci di dosso l’etichetta di “città dal mattone” facile e inutile». Invece no. Accanto al Silos  un cartellone esibisce già un progetto da periferia di speculazione, con il numero di telefono per le prenotazioni. La città-granaio rinnega se stessa.

E pensare che della vicenda si era occupata persino l’università di Roma. La facoltà diretta da Giorgio Muratore ha licenziato una tesi di laurea appunto sul Silos di Foggia, la sua storia e la proposta di destinarla a Museo di arte contemporanea per i Paesi del Mediterraneo. Con l’auspicio che la Soprintendenza architettonica decidesse di vincolare l’edificio, visto che i canonici 50 anni sono più che passati. Silenzio. Un silenzio in cui annegano, una volta di più, storia e memoria.

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Foro romanus sum

Sarà la notte dei Fori, questa notte. Una festa che segna un passaggio: via la romanità triste dei centurioni fasulli, che spillano l’elemosina con un costume da baraccone. Avanti il rispetto vero per il tesoro archeologico del cuore di Roma, via le auto, restauri, spazio libero alla passeggiata archeologica. Non è solo un cambio di linea politica e culturale, è il primo passo di un’altra epoca quello avviato dal sindaco Ignazio Marino. Purché…

Purché non ci si accontenti di una festa e si guardi lontano. Per esempio lanciando un concorso di idee che sappia chiedere alle intelligenze migliori – archeologi, storici, architetti, urbanisti… e quanto ci mancano Cederna e Insolera) di studiare l’assetto di quell’area. E che suggeriscano cosa fare. Cosa fare degli scavi recenti dei Fori? E’ legittimo e augurabile un intervento di anastilosi? Cosa fare di villa Rivaldi, ormai tornata nelle mani pubbliche dopo un non felice periodo di affidamento a don Verzè? Come ricucire – non solo con il riordino del traffico – le aree vicine, dall’Antiquarium all’ex Pantanella di via dei Cerchi,  al Colle Oppio? (A Colle Oppio, lo ricordo solo come esempio, le visite archeologiche sono interrotte, come interrotto è lo scavo del meraviglioso mosaico fortunosamente ritrovato: una teoria di donne, un Apollo, architetture fantastiche….).

Fuksas propose, a suo tempo, un’idea per l’area centrale, una passerella trasparente che lasciasse leggere le sottostanti aree dei Fori. Un’idea, non la sola possibile. Bisognerebbe, a margine, rivedere quel vincolo storico che fu apposto quasi sottobanco sulla via voluta da Mussolini: merce di scambio politica in un periodo in cui bisognava sdoganare i postfascisti arrembanti. Un vincolo debole: una volta finiti gli scavi archeologici, quella via non è neanche più il vialone di Mussolini incoronato dai pini, a cui il dittatore sacrificò uno dei colli di Roma, la Velia.

Ridotto il traffico – che potrebbe ridursi ancor di più se la metro C arrivasse fino a piazza Venezia, come pare possibile – c’è ancora molto da studiare, da capire. Per esempio: il progetto “Grande Campidoglio”, l’antiquarium comunale, lo spostamento degli uffici dal colle fatale…

In passato se ne è discusso molto, ne parla Paolo Grassi in questo articolo. Oggi se ne discute assai meno, e spesso con l’occhio miope del piccolo interesse personale o politico. Invertiamo la tendenza? Facciamo di quest’area un pezzo della città di tutti, com’era nel sogno di Argan e Petroselli.  Abbiamo un tesoro, neanche ben valorizzato: facciamone un luogo urbano, spazio di vita e conoscenza, vanto per tutti i cittadini.

Così Eddy Salzano sul suo sito, Eddyburg: “Finalmente si comincia. Eliminare lo smog, il frastuono e l’ingombro del traffico è un primo passo significativo per realizzare «il parco archeologico più grande del pianeta», e per restituire ai cittadini romani la dignità della loro storia e agli abitanti attuali e futuri del pianeta una patrimonio che è di tutti . Ma oltre alla morsa del traffico c’è quella del cemento. Si dovrà affrontareil problema di liberare quello che sarà il parco archelogico dallo stradone militare (non è forse in contrasto, almeno ideale, con l’articolo 11 della Costituzione?) che ne ha interrotto la continuità. Bisognerà allora rivolgersi a tecnici delle demolizioni e per operare una rimozione della superfetazione. Poi, più (e invece) di concorsi internazionali occorrerà costituire un pool di archeologi che esplorino e analizzino i differenti strati della storia del sito e saggiamente suggeriscano al decisore come restituire alla conoscenza e alla meditazione di tutti ciò che la storia ha lì accumulato. E magari includendo nel numero dei decisori anche il sovrano, il popolo. Il quale, come testimoniano i risultati del referendum organizzato dal sindaco, sembra interessato al miglior uso del patrimonio avito”.