Il sogno di Cederna per Roma

Lo so che i programmi elettorali sono come le promesse degli amanti che, come ci insegnava Catullo, sono scritte sull’acqua e nel vento.
Però  imbattersi, a pag. 47 del programma elettorale di Ignazio Marino, candidato sindaco di Roma, nella riproposizione  articolata del progetto Fori, fa tornare a sognare.

Si tratta del progetto nato da un’idea di Leonardo Benevolo, voluto da Adriano La Regina, allora Soprintendente archeologo di Roma, che nel dicembre 1978 lanciò un drammatico appello sul degrado dei monumenti antichi nell’area centrale, dovuto all’inquinamento da traffico. Ciò che si proponeva era, in estrema sintesi, la chiusura al traffico e successiva  eliminazione di via dei Fori Imperiali (la mussoliniana via dell’Impero, costruita per le parate militari fasciste) e la creazione di un grandioso parco archeologico che da Piazza Venezia giungesse a collegare Colosseo, Circo Massimo, e tutta l’area dell’Appia Antica. Un cuneo di verde e archeologia, natura e cultura che da Piazza Venezia potesse giungere fino ai piedi dei colli albani. Come l’ha più volte definita Vezio De Lucia, la pagina più straordinaria dell’urbanistica della Roma contemporanea.

L’idea fu subito sostenuta senza riserve da Antonio Cederna, Italia Nostra ed altri intellettuali e sposata, con grande energia, da Luigi Petroselli, divenuto sindaco nel settembre dell’anno successivo, il 1979.
Cederna in particolare la difese in ogni sede e, prima di altri, ne comprese il valore dirompente sul piano urbanistico: quel parco archeologico nel centro della città significava soprattutto dare forma ad un’altra idea di Roma, ripensarla facendo del suo passato archeologico non più solo una sfilata di monumenti per turisti, ma la riappropriazione della storia da parte dei cittadini romani.

Finchè Petroselli fu sindaco, il progetto conobbe progressi entusiasmanti: in pochi mesi l’eliminazione di via della Consolazione che spezzava in due il foro romano e quella del piazzale che separava l’arco di Costantino e il Palatino dal Colosseo. Ma dalla sua morte, nell’ottobre del 1981, cominciò un lento abbandono che neppure la tenacia polemica di Cederna riuscì a ribaltare. Nel 2001 il Ministero dei Beni culturali appose addirittura un vincolo sulla sistemazione littoria di via dei Fori Imperiali.

Eppure, nonostante la vittoria di chi si opponeva, in nome dei diritti degli automobilisti, ad un progetto così innovativo,  il progetto Fori ha continuato ad aleggiare fino ai giorni nostri: sia per la suggestione che continua a provocare quell’idea di “sublime spazio pubblico”, come lo definì Leonardo Benevolo, sia perchè i problemi dell’area centrale a Roma si sono, se possibile, aggravati.

Lo spazio archeologico forse più importante al mondo è tuttora spezzato in due monconi incongrui dallo stradone fascista, tutta la zona è congestionata dai cantieri della metropolitana, e  continua ad impazzare il suk di gladiatori, guide abusive, venditori di gadgets e souvenirs, camion bar e connessa umanità.

Naturalmente il traffico che ancora circonda il Colosseo non ha mancato di provocare danni sia all’anfiteatro che ai monumenti vicini: i milioni di Della Valle (se mai arriveranno) saranno utilizzati per rimediare soprattutto ai guasti da inquinamento.

L’area centrale è, come sempre, lo specchio della politica culturale e urbanistica del Campidoglio: cinque minuti bastano per avere la sintesi di questi ultimi anni di amministrazione della capitale, connotati dal degrado e dalla mancanza di una qualunque strategia per la città, il suo passato e il suo futuro.

Leggere nel programma di Marino le parole di Benevolo sul progetto Fori, risveglia antichi sogni. E non bastano i mugugni dei vecchi brontoloni – sempre Catullo – che subito hanno  ribadito “l’impossibilità” del progetto: perchè mancano le risorse, perchè un parco di tali dimensioni sarebbe ingestibile, perchè altri sono i problemi, oppure semplicemente perchè ormai è passato troppo tempo.

La politica deve poter essere anche lo spazio della speranza.
Ripartire dal progetto Fori, anche se gradatamente, come saggiamente indica Rita Paris, archeologa candidata della lista civica per Marino,  significa  credere nella possibilità di un diverso destino per Roma. Significa riconquistare ai suoi cittadini, prima che ai turisti, uno spazio pubblico di enorme valore simbolico e sociale.
Significa realizzare il sogno di Cederna e Petroselli nei cui confronti Roma ha un debito enorme che bisogna cominciare ad estinguere.

La storia dettagliata del progetto Fori, la potete leggere  oltre che su eddyburg.it, in due volumi recenti: E.Baffoni, V. De Lucia, La Roma di Petroselli, Roma 2011 e V. De Lucia, Nella città dolente, Roma 2013.

In eddyburg, in particolare:
V. De Lucia, Antonio Cederna, Luigi Petroselli, il progetto Fori
V. De Lucia, L’Appia antica e il Progetto Fori

Ragazzi in piazza

Pensate: siete minorenni, vi trovate in un paese straniero, senza adulti come punto di riferimento, senza soldi. Cosa vi succede? Teoricamente i minorenni in Italia sono sotto la tutela dello stato, anche quelli stranieri. Dunque finora venivano affidati a centri di accoglienza. Da due mesi a Roma questa procedura sta cambiando. Il giudice tutelare sta revocando l’affido dei minori ai centri e la revoca delle tutele per la minore età, e i ragazzi vengono convocati per continui controlli dell’età: se non fossero minorenni l’assistenza cesserebbe e loro torneranno in strada.

Singolare la vicenda di due bengalesi. Già in marzo i vigili urbani li avevano portati al Cie di Ponte Galeria, insieme agli adulti. Ma da lì sono usciti rapidamente, riaffidati al centro per minori che li aveva fino allora avuti in tutela. Ma il 13 maggio sono stati riconvocati dai vigili e riportati al Cie. Perché?

Domande senza risposta. Il sospetto è che in piena campagna elettorale gli uomini del Campidoglio che hanno tanto mal gestito la cosa pubblica da aver portato il Comune sull’orlo del dissesto (a detta dell’agenzia di rating Ficht) cerchi anche così di drenare risorse. Mentre nella capitale del Bangladesh le multinazionali occidentali fanno lauti guadagni a spese di lavoratori pagati 37 dollari al mese (recente il crollo di un edificio che ha provocato oltre 1000 morti, tutti operai tessili) nella capitale d’Italia ci si scrolla di ogni responsabilità abbandonando senza risorse i ragazzi, magari in fuga da fame e lavoro minorile. Così alcuni lasciano i centri, temendo di venir portati al Cie, ma correndo tutti i rischi della condizione di clandestinità.

Per questo oggi i circa mille migranti bengalesi dei centri di accoglienza manifesteranno sotto il Parlamento dalle 15. E distribuendo una loro lettera aperta al governo e al Parlamento. Eccone alcuni brani:

Siamo giovani bengalesi, siamo venuti in Italia per vivere la nostra vita meglio. […] Perché in Bangladesh ci sono tanti problemi: problemi politici e economici, non c’è lavoro, non ci sono soldi. Ogni giorno in Bangladesh stanno morendo tante persone. Per questo abbiamo lasciato i nostri genitori e parenti. […] Quando siamo venuti qui abbiamo trovato aiuto. La polizia ci ha raccolto, ci hanno fatto un controllo con il dottore per vedere quanti anni abbiamo. Quando il dottore ha deciso che noi abbiamo meno di 18 anni la polizia ci ha mandato in casa di accoglienza.

[…] Ma adesso il Comune di Roma vuole controllare di nuovo, dice che non siamo più minorenni. Prima ci hanno raccolto, ci hanno controllato con i dottori all’ospedale che hanno deciso che siamo minori. Adesso dicono che le nostre identità sono false. Come è possibile? Tra di noi il Comune ha preso alcuni ragazzi e li hanno mandati a Ponte Galeria. Adesso sono lì, stanno molto male perché quel posto è molto brutto. […]Secondo noi questa non è giustizia.

Tanti ragazzi scappano perché hanno paura […]. Hanno paura di andare a Ponte Galeria. Hanno paura di tornare in Bangladesh. Ma noi non vogliamo scappare dai centri. Perché il Comune fa questo gioco con le nostre vite? […] Noi vogliamo vivere in Italia, imparare l’italiano, lavorare. Vogliamo avere una speranza di vivere”.

Omnia sunt communia

Omnia sunt communia. Con questa programmatica parola d’ordine le ex Fonderie Bastianelli, quartiere san Lorenzo, il 24 aprile si sono coperte di striscioni. Un collettivo di studenti e precari hanno deciso di presidiare un palazzo da tempo abbandonato a una gigantesca speculazione.

Cosa sono le Fonderie Bastianelli? Uno stabilimento di archeologia industriale aperto all’inizio del 1900. E’ certo che le fucine fossero attive nel 1908. Da lì vengono gran parte dei chiusini di Roma, fateci caso. Da lì vengono parti (le altre furono fuse nella fabbrica di san Michele a Ripa) della statua equestre di Vittorio Emanuele, quella che campeggia sull’altare della Patria. A ricordarlo la foto, datata febbraio 2011, dell’inaugurazione informale, una cena da ventiquattro coperti allestita nella pancia del cavallo a celebrare la conclusione dell’opera: tra i commensali, oltre al sindaco Torlonia e lo scultore Trentanove, anche il fonditore Bastianelli.

Qui il Comune di Roma aveva concesso alla società Abriz la demolizione totale dell’edificio, considerato di nessun valore storico ma in realtà vincolato, e la costruzione di un palazzone di cinque piani con tre livelli di box interrati. Grazie alla mobilitazione del quartiere il progetto è stato fermato, ma non cancellato: tra gli appunti del Comitato di quartiere, anche il fatto che la copertura di eternit è stata demolita con seghe elettriche e nessuna delle precauzioni doverose in presenza di amianto. Qui il video girato dai residenti. In rete e qui l’appello per restituire al quartiere un pezzo della sua storia, tra i firmatari Simone Cristicchi, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Wu Ming, Daniele Biacchessi, Valerio Mastandrea, Il muro del canto,  Johnny Palomba, Marco Bersani, Elio Germano, Assalti Frontali, Pino Cacucci…

In attesa del nuovo progetto, il collettivo di studenti Communia ha occupato l’edificio. E’ già attivo uno sportello legale, sale studio per studenti, palestra popolare, cineforum. E un doposcuola, cioè lezioni di recupero per ragazzi delle medie e delle superiori, quelle lezioni che le scuole falcidiate dai tagli non fanno più. Non perché si voglia “privatizzare” un servizio che dovrebbe essere pubblico, ma appunto per sottolinearne la necessità. A insegnare i laureandi e gli insegnanti precari di Communia, ovviamente gratis. In via dei Reti ci sono due aule e 25 volontari, le lezioni sono aperte il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 16 alle 19. Chi è rimasto indietro in fisica, matematica, greco ora lo sa: la risposta la trova in fonderia.