Borgate di Roma, un secolo di esclusione

Dove comincia il centro, dove la periferia? A Roma, grazie all’abusivismo ma anche a scelte pubbliche sciagurate, al di fuori delle mura Aureliane i ceti si mescolano ma restano separati. Sono isole i quartieri di case popolari del Governatorato o dello Iacp (oggi Ater), sono isole i quartieri della piccola e media borghesia, isole erano i borghetti di baracche, le favelas degli anni 50-70. In mezzo galleggiavano i quartieri abusivi, lottizzazioni autogestite e una qualità edilizia per lo più pessima. Una situazione che dura da un secolo e esiste ancora, come sa chi abita fuori dal centro storico, fino al Raccordo e oltre. A fare il punto della situazione una interessante giornata di studio promossa dalla Casa della memoria e della storia e coordinata dal presidente del circolo Gianni Bosio, Alessandro Portelli.

Di ricucitura delle borgate si parla da decenni, a volte l’unico esito è stato ulteriore inutile cementificazione. Perché almeno una cosa è evidente: di nuove case Roma non ha bisogno affatto, visto che moltissime nuove edificazioni restano sfitte o invendute. Ma di case Roma ha un disperato bisogno, viste le lunghissime attese di chi ha diritto a un alloggio popolare, viste le peripezie a volte anche creative di chi cerca un affitto compatibile con il proprio stipendio, e non è facile. Viste le occupazioni di case patenti e quelle oscure, governate dalla criminalità organizzata nelle case pubbliche.

Pigneto-Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

A strutturare la storia degli edifici pubblici a Roma è stato lo storico Luciano Villani, coautore di “Borgate romane. Storia e forma urbana”. Proletari e sottoproletari, che disturbano la vetrina propagandistica del fascismo, sparati in casette squallide senza servizi né quartiere e disperse nel deserto dell’Agro, lontane chilometri dalla città costruita. Tiburtino III, Gordiani, Pietralata, Tor Marancio, San Basilio, Trullo, Quarticciolo, Primavalle, Acilia… Qui sta una chiave per capire la recente montata del razzismo, dice Villani: “Con gli anni – oltre alla pratica dell’ereditarietà della casa popolare c’è stata anche la cessione abusiva, gestita con il consenso – il ricambio degli abitanti non c’è stato. Tutti si conoscono, tutti sono parenti, tutti sono lì da decenni, generazione dopo generazione. La solidarietà è forte ma non non si vuole gente che venga da fuori, dagli stessi luoghi malfamati da cui provenivano in origine i vecchi assegnatari. Ancora negli anni ’60 a Pietralata ci fu una rivolta contro i nuovi inquilini provenienti da Borgata Gordiani. Ma allora c’era la mediazione politica del Pci e della chiesa, oggi non c’è più niente”. Se non le agitazioni razziste dei neofascisti e neorazzisti.

Il Pci del dopoguerra sceglie a Roma di andare nei quartieri popolari e nelle borgate, e anche nella favelas delle baracche. Non era una scelta scontata, racconta Walter Tocci, negli anni 70 giovanissimo presidente di circoscrizione a Pietralata: “Ci radicammo tra gli operai dei servizi, ma anche nel sottoproletariato, che tanto generosamente si era impegnato nella Resistenza. Per educarlo, per fargli superare il ribellismo e, come si diceva allora, il plebeismo. Per costruire il popolo di sinistra. Dicevamo: se si guarda all’innovazione, non ce n’è tra i benestanti; i malestanti invece ne sono ricchi. Avemmo un parziale successo: però nelle borgate abusive, una volta ottenuto giustamente servizi e decoro, gli ex abusivi si ritrovarono proprietari, e negli anni ’80 lasciarono il Pci per votare massicciamente la Dc di Sbardella o la destra di An”.

Certo hanno contato anche le giunte di sinistra alla fine degli anni ’70. “Il sindaco Luigi Petroselli governò solo due anni – ricorda Tocci – ma ha fatto la più grande operazione di politica amministrativa che si sia mai vista a Roma. Vero è che il Pci allora governava anche dall’opposizione, ottenendo importanti vittorie e precostituendo gli anni di governo: Chi non sa fare opposizione, difficile che poi al governo combini molto. Ma le giunte di sinistra, Argan e Petroselli, seppero fare questa e quello. Non solo la cultura, l’acquisizione dei grandi parchi pubblici, i servizi sociali, i nidi e i centri anziani. Ma anche un investimento gigantesco, mille miliardi di lire l’anno, per portare acqua luce fogne nelle borgate abusive; e la costruzione di enormi quartieri popolari che, se discutibili per architettura e per gestione sociale, hanno consentito di spianare le vecchie baracche che infestavano le periferie, dando a tutti una casa dignitosa e il diritto di cittadinanza. Non si dica che ci vogliono poteri speciali per governare Roma. Allora che le procedure erano ancora più farraginose ma la macchina capitolina girava meglio, in 12 ore il Servizio giardini spianava un borghetto, piantava gli alberi, srotolava l’erba, piazzava le panchine. Ma allora c’era una grande politica, un grande progetto. Oggi non più, sta alle nuove generazioni ritrovarlo”.

Lidia Piccioni ricorda la crescita affannosa di Roma per l’immigrazione, da 200.000 a 1.200.000 dopo la prima guerra mondiale. E nonostante le deportazioni mussoliniane e i bombardamenti massicci, alla fine della seconda guerra mondiale gli abitanti erano già 1.700.000, balzati a 2.250.000 negli anni ’60. Ma i quartieri signorili e popolari restano separati, anche se spazialmente adiacenti, pur condividendo una marginalità comune: i trasporti carenti, l’assenza di verde, la mancanza di strutture sportive. Maria Immacolata Macioti, invece, ricorda l’orrore della separatezza dei borghetti, cancellati alla vista e alle coscienze, quelle baracche umide, non riscaldabili nemmeno con le stufe a legna, le ore passate sui tram per andare a lavorare, i bambini sporchi e mocciolosi, una povertà che si tagliava con il coltello. Tanto che molti non riuscivano a pagare nemmeno la misera tariffa del medico condotto, e si presentavano con un pollo o l’insalata e la bieta dell’orto.

Eppure, nota Sandro Portelli, dalle periferie è venuta molta dell’innovazione musicale. Non solo le canzoni popolari di lotta, come quelle raccolte nei decenni dal Gianni Bosio e dal Canzoniere del Lazio; ma anche il rock o il rap di Casilino 23 e Centocelle. Nelle periferie – dice – arrivavano gli immigrati economici, spinti dagli stessi sogni e dalle stesse necessità di chi sbarca a Lampedusa anche se provenienti dalle zone depresse dell’Italia del sud invece che da Africa o Asia.

E’ pur vero che, accanto agli episodi di intolleranza, nelle borgate romane c’è anche solidarietà. Basti vedere, incalza Tocci, quel che succede nelle scuole: “ Mentre il governo gestisce in modo sciagurato l’immigrazione, le nostre scuole falcidiate dai tagli, i nostri insegnanti bistrattati accolgono 800.000 ragazzi di tutte le lingue: un grande sforzo di autoformazione e civiltà. Nonostante la fabbrica della xenofobia di giornali e televisioni, anche la battaglia sullo ius soli parte dagli insegnanti, che sanno di cosa si parla. Spero che ora si riesca, almeno quella legge, a vararla!”.

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La guerra delle case popolari

Cosa sono diventate le periferie di Roma – la burocrazia che le governa – lo raccontano oggi le peripezie delle famiglie che tentano di entrare nelle case a loro assegnate dall’Ater (l’ex istituto case popolari), e le trovano occupate. E magari difese da un presidio di fascisti, Forza nuova o Casa Pound che sia, che sbatte sul tamburo del razzismo facile, quello di pancia. Vogliono togliere le case a noi per darle agli stranieri, ripetono. Difendono chi non ha titolo per avere l’assegnazione – o forse ha persino titolo, ma non si è curato di chiedere e di mettersi in fila, e per questo pensa che la sua emergenza valga di più, chiudendo gli occhi sulle emergenze degli altri.

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Una volta la lotta per la casa non era così. Si cercava di evitare di occupare case popolari, proprio per non ledere i diritti di chi stava in graduatoria. Si occupava alla luce del sole, per rendere evidente la mancanza di case da una parte, la fame di case dall’altra. Poi qualcosa è cambiato, si è cominciato a occupare silenziosamente, in proprio. Moriva la vecchietta dell’appartamento accanto? Giù la porta e ci entra chi dico io, al prezzo che dico io, meglio se paga me che i politici, tutti zozzoni.

Il mercato delle case popolari si fa così, se conosci le persone giuste, che sanno imporre la loro forza nel quartiere e pazienza se sono legate alla criminalità organizzata, anzi meglio.
Nessuno tra gli occupanti che abbia il coraggio di guardare negli occhi chi ha avuto l’assegnazione, un diritto che è meglio calpestare da lontano. Dall’altro lato, l’Ater sopporta con noncuranza seimila casi di occupazione – quelli che si sanno – su 48.000 appartamenti senza far molto per recuperarli. Comportamento dissennato. In tempi di penuria di case a basso prezzo e di zero investimenti per nuove case, quelle che ci sono almeno dovrebbero essere gestite al meglio.

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In più c’è il protagonismo dei fascisti. Che c’è di meglio che suonare la tromba del “prima noi italiani” per escludere chi magari sta peggio di te?
Puntualizziamo. Le assegnazioni delle case si fanno solo a italiani, anche se hanno la pelle nera, anche se tra i migranti la necessità di un alloggio è fortissima. E anche le assegnazioni ai nuovi italiani sono solo il 10% del totale.

L’ultima vicenda, quella di una famiglia di quattro persone – una madre single e tre fratelli, il più piccolo di 5 anni – è incredibile. Per sei volte hanno ottenuto l’assegnazione di un appartamento, per sei volte l’hanno trovato occupato. La prima volta, a Tor Bella Monaca, li hanno minacciati di buttare loro addosso l’olio bollente. Poi gli hanno urlato di tutto: vergognatevi, tornate al vostro paese. Sono trent’anni che vivono qui, anche se la madre è di origine nigeriana, e sono italiani di diritto, altro che ius soli. Dormono dove possono, a volte in un autobus. Ma sono poveri, e non si appoggiano alla criminalità locale. Di che dovrebbero vergognarsi? Forse di essere più poveri dei poveri che calpestano i loro diritti.

Un po’ è così: la solidarietà che c’era nelle periferie romane sta svandendo, il liberismo ha fatto il suo lavoro, mors tua vita mea. Un po’ lo sdoganamento dei fascisti, anche quelli estremi, ha aperto loro agibilità sul territorio. Così il leader di Forza nuova Giuliano Castellitto sarà pure ai domiciliari, ma i suoi battagliano nelle strade di Tor Bella Monaca, al Trullo, a Primavalle. E chi finalmente ottiene, dopo anni di peregrinazioni, l’assegnazione della casa popolare, e per giunta ha la pelle scura, se la ritrova negata.

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E’ successo a gennaio scorso al Trullo: una famiglia di origine nordafricana – padre, madre e cinque figli – è rimasta fuori la casa assegnata; dentro la casa, abusivamente, c’erano un ventenne precario e una diciassettenne al sesto mesi di gravidanza. Poco prima è toccato a una famiglia di egiziani a san Basilio. In luglio, a Tor Bella Monaca, un italiano di origine bengalese è stato duramente picchiato quando ha chiesto indicazioni per raggiungere la casa che era stata asssegnata a lui e ai suoi due figli, uno dei quali disabile.

Succederà ancora, e ancora. Almeno fin quando la sindaca Raggi, una volta occupate tutte le poltrone che interessano il M5s, non si decida a prendere in mano la politica della casa invece di farla gestire dai fascio-razzisti. A cui gli amministratori grillini invece prestano un orecchio attento, quando non si fanno dettare l’agenda. Tanto che solo le proteste di un gruppo di abitanti ha fatto saltare, il mese scorso, la convocazione di un consiglio straordinario del IV municipio richiesto proprio da Casa Pound.