L’Aquila nelle mani

Il passato dell’Aquila – città ferita e non solo dal terremoto ma anche dall’improvvido intervento del governo berlusconiano e dalle passerelle mediatiche sulle macerie – lo sappiamo bene. Dal 2014 qualcosa s’è mosso, però, e la zona rossa si è aperta a una selva di gru. Di cantiere in cantiere già si vede il risultato, qui qualche palazzo libero dalle transenne, là gli ultimi ritocchi, e ancora palazzi, per lo più pubblici, in stand by. Cosa sarà il futuro dell’Aquila non si sa, il suo presente è nei cantieri, una popolazione di operai per lo più immigrati da fuori città.

E’ “Le mani della città”, il progetto di Claudia Pajewski diventato mostra e ospitato nell’Asilo occupato (viale Duca degli Abruzzi 4, L’Aquila) fino al 30 aprile, con il contributo della Fillea-Cgil. Pendolare tra L’Aquila e Roma, dove ha studiato ed è stata allieva di Sebastiana Papa, Claudia Pajewski ha in dote uno sguardo diverso, la capacità di cogliere l’attimo, e di comporre un fecondo dialogo di luci e ombre. E con questo progetto riesce a toccare profondamente.

Gli occhi, le braccia, le mani dell’esercito impegnato nella ricostruzione. C’è il lavoro, certo, il freddo, quando ti si ghiaccia il fiato e bisogna fare un focheraccio per tenere dritta la cazzuola. La tensione dell’altezza, i muscoli che si tendono. E la polvere, la terribile polvere ovunque.

Singolare la sfida del doppio binario della ricerca, la ricostruzione da una parte, la fatica del lavoro dall’altra, e la sua pena. E la difficoltà dell’incontro nei cantieri, ingresso vietato ai non addetti. Ma la tenacia, la capacità di far relazione, la volontà d’incontro – e l’abilità tecnica, certo – hanno guadagnato la partita.

C’è una città-dentro-la-città – dice Claudia Pajewski – C’è un’altra città che ricostruisce questa. Le mani di migliaia di operai ricostruiscono le case e le strade che torneremo ad abitare. I loro volti si fondono per anni con la bellezza delle cupole, delle piazze e delle fontane di questo territorio che lotta per rinascere, una pietra dopo l’altra”. E intanto cattura la meraviglia di un camion tra uno scorcio di due palazzi, un edile a mezz’aria che salta giù dal cassone, i riflessi del sole sulle finestre e le ombre umane che s’intrecciano a terra. O il volto di un altro operaio, sullo sfondo gli affreschi antichi di una chiesa. In più, i racconti, raccolti a incorniciare i ritratti.

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Migliaia di operai, una folla che vive all’Aquila come fosse all’estero. Distaccati, senza legami con gli aquilani, dormendo in appartamenti affittati dalle imprese o nei dormitori, come quando si emigrava in Germania, magari negli anni ’50. Mica tutti sono stranieri, anche se c’è una fetta di immigrati africani o slavi. Molti vengono dal sud, da Sicilia e Calabria e Puglia. E’ davvero necessario?

Sei di qui? Sei aquilana?” è stata la prima cosa che Pajewski si è sentita chiedere da Vito, di Bitonto (Bari). E’ del ’63 ed è già nonno, “in due anni non ho conosciuto nemmeno un aquilano”, una frase che è come una fucilata al cuore. Un edile, ovvio, va dove c’è il cantiere, lavora e poi lo lascia. Qui però funziona come se il cantiere fosse in Algeria, in Mali, in Moldavia, dove almeno c’è la scusa della differenza di abitudini e cibo, la separazione della lingua.

Qui siamo migliaia di operai – racconta Vito alla fotografa – ma non ci incontriamo mai, nell’orario di pausa c’è solo il tempo di prendere il caffè, poi c’è il pranzo e poi di nuovo in cantiere. Torniamo a casa, ci laviamo, ceniamo, ma la sera siamo stanchi, un po’ di televisione e si va a dormire. (…) Due chiacchiere in appartamento, qualche volta una partita alle carte e basta. Chi tiene la voglia di andare in giro? Mangiare, dormire, lavorare”. Ti guarda dritto negli occhi, Vito, fermo e mite, una di quelle rocce su cui è fondata la parte migliore dell’Italia, e anche il futuro dell’Aquila.

Martin viene dal Benin, ha lavorato in Costa d’Avorio dove ha imparato le lingue, la guerra l’ha spinto via fino in Italia, dove ha studiato, ha preso la patente dell’auto e dei mezzi pesanti, ha fatto il camionista e il musicista. Poi la nascita del figlio (“si chiama Wanyiyi, che nella mia lingua significa amore”) lo ha spinto nei cantieri, impossibile restare lontano settimane.

Laurentiu viene da Galati, Romania, ha imparato l’italiano in cantiere, lavora con una squadra di rumeni come lui. Falegname, rimpiange l’Urss, ricorda quando è finita e “piano piano ci hanno tolto tutto, le fabbriche hanno chiuso, è arrivata la disoccupazione, poi negli anni ’90 è iniziata l’emigrazione per cercare lavoro… Adesso è fuori controllo, è pieno di ladri perché tutti vogliono fare i soldi subito, quelli facili”.

Felice è di Sciacca ma si sente pantesco (“La roccia lavica di Pantelleria mi manca più di qualunque cosa”), ha studiato all’Accademia d’arte e ha fatto l’artista, per un po’, a Roma. Poi si è trasferito all’Aquila e si è fidanzato, del cantiere soffre la ripetitività del lavoro, e l’incertezza: “E’ una sorta di paradosso, non è facile trovare lavoro nonostante ci sia un’intera città da ricostruire. Ne trovi uno, pensi di star bene per due mesi, e poi tutto cambia, la ditta fallisce, quello non va, quell’altro chiude. Se ti eri fatto due progetti, ecco che devi cambiare di nuovo”. Il ché la dice lunga sulla qualità degli imprenditori italiani.

Nelle foto sui muri bianchi dell’Asilo occupato s’inseguono storie diverse, che s’incrociano nel cantiere ma non s’incontrano, ognuno segue il suo sogno. Che poi, in fondo, è il sogno di tutti: una vita meno agra, la famiglia, un lavoro, un po’ di tempo. Chissà cosa succederebbe se si guardassero negli occhi, se si riconoscessero uguali desideri. E riuscissero, insieme, a guardare in avanti.

Mondi dietro le sbarre

Un anno fa chiudevano gli Opg, i famigerati ospedali psichiatrici giudiziari. Luoghi di contenzione in cui venivano richiuse persone giudicate malate ma anche pericolose agli altri. Senza fine pena: persone richiuse in una cella di cui spesso si buttava via la chiave.

Un anno è poco tempo, eppure qualche passo verso una soluzione più dignitosa è stato fatto, il novanta per cento degli ex internati ora sono fuori, in un percorso di reinserimento sociale lungo ma almeno iniziato. A pare il punto è stato un incontro presso la Cgil nazionale a Roma organizzato dalla galassia di sigle che si riconoscono nel Comitato nazionale Stopopg (www.stopopg.it) e che il 5 e 6 aprile promuovono uno spettacolo teatrale nell’Opg di Montelupo Fiorentino.

Sì, nell’Opg. Alcuni ce ne sono ancora. Quaranta internati a Montelupo, sei a Reggio Emilia, diciotto ad Aversa, trentacinque a Barcellona Pozzo di Gotto. Per ricordare la loro esistenza, la loro presenza, nel centro convegni una parte delle poltrone era stata ricoperta di tela, tanti posti quanti internati.

E le strutture alternative agli Opg, le Rems (residenze regionali per l’esecuzione della misura di sicurezza), spesso sono, come a Castiglione delle Stiviere, i vecchi Opg a cui è stata cambiata la targa all’ingresso. Non tutte però: in alcune Rems gli ospiti possono fare attività interne ed esterne, c’è uno stretto collegamento con i servizi sociali e territoriali, le dimissioni sono frequenti. Certo è difficile se si decide di installare una Rems a cinquanta chilometri dalla città o dal paese vicino, se alla radice resta il vecchio intento segregazionista con la scusa della prevenzione dell’allarme sociale. Per quanto aperte siano le strutture, la risocializzazione tra i lupi è difficile.

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Così il Comitato Stopopg ha iniziato un viaggio conoscitivo attraverso le Rems, e certo ce n’è bisogno: qui il filo spinato e il metal detector, là moderne strutture e sistemi di sicurezza non invasivi. Qui nessun miglioramento, là porte aperte e iniziative che mescolano parenti e malati. Ne ha dato conto il documentario – parziale certo, il viaggio non è ancora concluso – di Antonio Fortarezza, proiettato durante il convegno. Un fatto è chiaro e positivo, almeno: dopo la legge 81 dalle Rems si esce, quando si entra si conosce già la data di uscita, la chiave non si butta ma si usa.

Dice Franco Corleone, commissario nazionale per il superamento degli Opg: “C’è un’accelerazione, nei prossimi mesi il quadro sarà diverso: attendiamo a breve l’apertura di Rems in Abruzzo, Piemonte e Calabria, mentre in quelle di Veneto e Toscana verrà aumentata la capienza. Questo accelererà la chiusura degli Opg di Aversa, prevista entro due mesi, e di Reggio Emilia, tra qualche settimana. L’auspicio, se si prosegue in questa direzione, è di chiudere gli OPG in sei mesi. Alla fine avremo 30 Rems ma servirà un monitoraggio attento per verificare che qui non si riproduca una logica manicomiale”.

Annuncia Luigi Manconi, presidente Commissione Diritti Umani del Senato: a partire da maggio la Commissione farà un’indagine conoscitiva sulla contenzione meccanica, la camicia di forza e la pratica di legare al letto malati psichiatrici, anziani, bambini, diversamente abili. Mica solo negli Opg o nelle Rems: negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle istituzioni totali. Dieci anni fa un’analoga indagine dimostrò che nell’80 per cento dei centri di diagnosi e cura la camicia di forza era pratica usuale.

Montelupo, dicevo. Tre iniziative questo aprile: il 4 e 6 uno spettacolo teatrale, esterni e internati insieme, nell’atrio della terza sezione dell’Ospedale psichiatrico, “Uomini paralleli”, testo di Rita Filomeni e interpretato da Marco Gargiulo. E, il 12 aprile, “Visione notturna, occhi sul cielo”: cinema, animazione, teatro, scienza. E’ obbligatoria la prenotazione.