Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

La scelta della periferia

L’appuntamento è lì, davanti all’acquedotto. Insomma, a casa sua. Sotto quegli archi don Roberto Sardelli ha vissuto per anni insieme ai suoi ragazzi e ai loro genitori, i baraccati dell’Acquedotto Felice. Cacciato via dalla parrocchia ufficiale, san Policarpo, don Roberto ha scelto di vivere lì, in mezzo a loro, fratelli che avevano bisogno di attenzione. E di scuola. Non di campi di calcio, non di divaghi: avevano bisogno di scuola i bambini delle baracche, perché nelle scuola di stato erano umiliati e relegati nelle terribili, per fortuna dimenticate, differenziali, o peggio, nelle pluriclassi: ghetti abbandonati da tutti, anche dai loro insegnanti, perché sui baraccati e sui poveri gravava un pesante stigma razzista: gente perduta. E senza scuola perdersi è più facile, soprattutto se si vive in un luogo nascosto, in case che non sono case, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento, in mezzo all’umido e alla vergogna.

Non è vero che fosse gente perduta: in quell’umanità dolente e rabbiosa, ricorda don Roberto – convocato a narrare da Cantiere della Memoria, progetto di Alter cities, che coinvolge quattro città: Parigi, Berlino, Roma e Istanbul, ideato da Fernanda Pessolano (Ti con Zero), Giulia Fiocca e Maria Morhart – c’era una umanità ricca di solidarietà e di fraternità. Come quella di Rita, prostituta di lungo corso, precedente proprietaria della baracchetta in cui si è installato don Roberto con la sua Scuola 725. Una donna “con una montagna di dignità”, ricorda: “Quando morì Clelia, anziana abbandonata da tutti, le donne si diedero il cambio al suo capezzale, anche Rita. E quando morì e bisognava vestirla (non c’era nulla di adatto in quella baracca umida e piena di stracci), ci pensò lei, portò uno dei suoi vestiti migliori. Il funerale lo facemmo qui, nonostante il vescovo avesse detto che questo non era un luogo dignitoso. Dissi messa, i bambini raccolsero i fiori nei campi, a salutare Clelia c’erano tutti”.

 

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C’erano operai, tra le baracche, gli edili: qualcuno leggeva i libri di Gramsci. C’erano prostitute, anche, la grande baracca dei trans, che quando furono date le case al borghetto rifiutarono. C’erano i bambini che morivano di broncopolmonite. Non era il luogo della criminalità. C’era una umanità composta, per lo più contadini che venivano dai paesini d’Abruzzo, ma anche sardi, veneti, piemontesi. Si litigava, certo, ma poi si trovava un accordo. Nel caso ci si aiutava con generosità, in soldi, oggetti e tempo, un gruppo umano unico. Si commuove, a tratti, don Roberto, ricorda la prima messa di Natale. “Non volevo dire messa, volevo offrire alla gente la mia scelta, la scuola, non la fede. Ma poi mi hanno chiesto: è la sera di Natale, hanno detto. Mentre mi vestivo venne Pina, indicando delle finestre: e lì non ci va nessuno? Era la casa dei travestiti. Andai. La messa, poi, la facemmo in una grotta, una grande grotta vuota”.

Se c’erano problemi? Certo, quello della casa prima di tutto. Si manifestava in piazza, all’epoca, si occupavano case, si facevano sit in in Campidoglio. C’era un movimento per la casa forte, e alla fine, una volta vinte le elezioni dalla sinistra, si fecero anche le case, sparì il borghetto. E don Sardelli lì a trattare, a controllare, a verificare: Purtroppo, dice, ci hanno sparpagliati da per tutti, non hanno tenuto conto del nostro essere comunità.

La scuola, però, è servita. I ragazzi hanno studiato, alcuni oltre l’università. Le regole erano ferree: nessuno si doveva isolare, ognuno doveva insegnare agli altri quello che sapeva, aiutare i compagni. E bisognava dire la verità: nessuno doveva mentire, nascondere il fatto di essere “uno delle baracche”. Quando, dopo un anno di lavoro lento e faticoso, finalmente dalla scuola 725 uscì la “Lettera al sindaco” (era il 1968), scoppiò come una bomba. Diceva, tra l’altro: “La politica è l’unico mezzo umano per liberarci. I padroni lo sanno bene e cercano di addormentarci. Ci portano il vino, la televisione e i giradischi, macchine e altri generi di oppio. Noi compriamo e consumiamo. Serviamo ad aumentare la ricchezza padronale e a distruggere la nostra intelligenza”.

Ho avuto la fortuna di conoscere don Milani, racconta don Roberto, e “mi si è aperta una possibilità”. Una strada lunga, ricca. Uno dei primi scontri con la parrocchia fu sulla politica: “Fai politica, mi accusavano. E sì, non si può omettere la riflessione politica. Bisogna capire il perché delle cose, chi sono i responsabili. Stare dalla parte dei senza voce e esigere giustizia con loro”. La scuola serve anche a questo, a uscire dall’ingiustizia, a dare il senso dell’uguaglianza. A far crescere la coscienza, fin dall’asilo nido. Dà fastidio? Disturba? Magari, sorride don Roberto: “Se la scuola non disturba, non serve. Non serve se non insegna a scrivere e a dire l’ansia di giustizia. Se la geografia non tiene conto delle lotte (anche per questo noi studiammo il Vietnam, all’epoca c’era l’aggressione americana, e lo ricordammo con un fiammeggiante murale). Non serve se si limita a ricordare, come quando si studia una storia lontana e indifferente. Il ricordo non è memoria. Solo la memoria è la guida che fa entrare il passato nell’oggi. Cultura, coscienza, verità”.

Lidl, il vincolo retrattile

Sembrava una vicenda piccola piccola. Invece, come da un pozzo senza fondo, dalla Lidl di via Acqua Bullicante continuano a emergere sorprendenti fatti. Eccone alcuni.

Il vincolo “Ad duas lauros”, innanzitutto. Abbraccia un’area vasta, venne apposto nel 1995 dopo studi e analisi accurate dalla Soprintendenza archeologica di stato – allora la dirigeva Adriano La Regina – per la “compresenza” in un “ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche”, “di valori storici, paesistici o ambientali”. Scriveva La Regina sul manifesto “a ridosso della via Labicana, restano, nel tratto che attraversa l’antico suburbio, ciò che fu la campagna romana, zone di grande interesse storico e ambientale ancora non pesantemente occupate dai quartieri moderni che ora vi gravitano”; “questa parte di Roma ha nel patrimonio archeologico e nei caratteri storici ed ambientali l’unica vera e grande possibilità di riscatto dalle condizioni di anonimato in cui versa”. E ancora, “Fonti antiche di tradizione manoscritta ed iscrizioni forniscono una messe straordinaria di dati per la storia di questa parte del suburbio romano”.

Già, ma quindici anni dopo, i prati e il verde sono già erosi, pezzetto dopo pezzetto, progetto dopo progetto. Un pezzetto di quel verde prezioso è anche quel lembo di terra che oggi ospita il discount Lidl, nonostante già dal primo insediarsi del cantiere gli abitanti, organizzati nel coordinamento No cemento a Roma Est, abbiano fatto tutto quello che potevano per fermare l’abbattimento degli alberi prima, la cementificazione dell’area poi. Picchetti, volantinaggi, manifestazioni, presidi, e anche ricorsi al Tar e alla Procura.

E per fortuna. Così si viene a sapere che nel 2006 ci fu accertamento dei vigili urbani proprio lì, in un capannone artigianale, per abuso edilizio. In quell’occasione, era il 2006, i vigili interpellarono la Soprintendenza archeologica per capire se quella particella rientrasse appunto nel vincolo “Ad duas Lauros”. La funzionaria Buccellato predispose un sopralluogo e al termine degli accertamenti il soprintendente Angelo Bottini dichiarò nettamente che quell’area “è da ritenersi inclusa nel perimetro del Dm citato. Si fa rilevare che per un errore grafico, nella planimetria allegata al decreto, la particella risulta esterna alla perimetrazione, ma che tuttavia deve ritenersi inclusa in quanto fa fede la descrizione letterale dei confini così come enunciato nel Dm 21/10/95”. Traducendo dal burocratese: sì, quell’area è compresa nel vincolo, anche se c’è un errore nella mappa che va corretto perché quel che conta è il testo del vincolo.

 

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La mappa non è stata corretta. Passa il tempo, compare l’interesse della Lidl a costruire una sua filiale e, di nuovo interpellata dalla conferenza dei servizi, la Soprintendenza cambia di segno: no, l’area non è compresa nel vincolo, si può costruire il supermercato. Curioso, ad occuparsi della questione è la stessa funzionaria Buccellato che si occupò della vicenda nel 2006. Questa volta scrive: “l’assenza di incrocio tra via di San Vito (sic) e via Villa S.Stefano non consente la chiusura della perimetrazione. È pertanto evidente che fa fede la planimetria allegata che definisce precisamente l’area”. Il parere del 2006 è completamente rovesciato, quel che conta è la mappa.

Sliding doors? Oppure il fatto è che aver compiuto l’abuso edilizio, quei 200 metri quadrati nel 2006, era una piccola azienda artigiana, mentre nel 2015 il mandante della costruzione del supermercato era il gigante tedesco Lidl, sponsor della Nazionale italiana di calcio?

Sta di fatto che gli amministratori, i funzionari, dovrebbero prendere decisioni in nome del popolo e sulla base di fatti, di atti, di atti precisi. In questo caso né i cittadini, né Italia nostra, hanno ottenuto l’accesso agli atti chiesto con insistenza e con tutti i crismi formali. Perché?

Non c’è solo il mistero del vincolo. Alla ditta costruttrice è stato fatto un notevole sconto – da che giustificato? – sugli oneri di concessione, il denaro pagato per risarcire la comunità dall’aggravio di traffico, gas e polveri sottili portato da un nuovo supermarket. Anche gli oneri di concessione, in questo caso, hanno goduto di un parametro al ribasso, che ha fatto risparmiare 56.449,53 ai bilanci dei costruttori impoverendo le casse del comune.

Ancora. Poiché chiudere un occhio è ormai un’abitudine, ecco che le procedure che la Regione Lazio considera indispensabili per la concessione della licenza edilizia non sono state rispettate. Tra le cubature artigianali da sostituire è stata conteggiata una palazzina residenziale; le cubature per poter essere conteggiate avrebbero dovuto avere la concessione in sanatoria entro l’agosto del 2011 ma almeno 803,73 metri quadri sul totale di 1.363,50 l’hanno ottenuta nel 2014. Le attività nel 2011 avrebbero dovuto essere cessate, invece almeno il fabbro è stato attivo fino al 2014, come da sua testimonianza, da visure alla Camera di commercio e dalla sua dichiarazione dei redditi del 2015.

Ora la Procura dovrà decidere che fare, il Pm ha chiesto l’archiviazione ma questa ridda di compiacenze, errori, discrepanze sembra incredibile. Dovesse finire in gloria per la Lidl resterà un retrogusto amaro nei cittadini: perché lo sconto di 50.000 e rotti euro? Perché l’inversione dei pareri in soprintendenza, perché nessuno ha controllato la questione dei condoni e della cessazione di attività? E invece a chi protestava contro il cantiere i vigili hanno contestato una multa di 500 euro perché – era agosto – avevano messo sul pubblico marciapiede un ombrellone per ripararsi dal sole, poi subito tolto. Altro che chiudere un occhio.

 

I post precedenti

12 giugno 2015  Lidl taglia gli alberi

3 luglio 2015  Si ferma il cantiere mangia alberi

28 ottobre 2015 Il mistero buffo del discount

23 dicembre 2015 Lidl, storia di una lotta

9 marzo 2016  Sigilli alla Lidl

 

 

 

 

 

Il cemento elettorale

Brutta questa campagna elettorale romana. Le premesse c’erano tutte: un sindaco poco amato e molto zoppicante giubilato non da un voto in consiglio comunale ma da una processione di consiglieri e un notaio. Un governo che tende a restringere sempre più le occasioni di voto, la riforma delle provincie è lì a dimostrarlo, non bastassero le riforme costituzionali. Una situazione di sfascio, dopo gli anni di Alemanno, a cui Marino non ha saputo opporre che poche cose, tra cui la benemerita cancellazione di una parte della pioggia di cemento prevista e contrattata con i costruttori. E che la pallida amministrazione dei commissari di governo non ha che favorito, peggiorandola anzi con una raffica di sgomberi e sfratti alle poche attività sociali, provvedimenti mascherati dalla scusa di affittopoli, i cui beneficiari sono invece come prevedibile rimasti nelle loro residenze privilegiate.

Dunque, che fare? Una piccola smossa al vuoto di contenuti dei candidati – riempire le buche non è un programma, è la normalità in una città civile, come il ripristino della legalità e la lotta alle mafie, mentre il dibattito su Almirante, più che retrò è solo penoso – l’ha dato il comitato Salviamo il paesaggio insieme alla rete dei comitati per la moratoria del cemento e al coordinamento per il regolamento del verde e del paesaggio. Che hanno rivolto ai candidati una serie di richieste concrete.

Stella polare, ricorda l’urbanista Vezio De Lucia, il pensiero di Italo Insolera, che – dopo aver studiato storia e urbanistica romana raccolte nel suo “Roma moderna” – diceva che a Roma non c’è politica senza politica urbanistica. Strumento concreto, la lotta al diritto di edificazione e al suo corollario, la compensazione, invenzione romana oggi esportata anche altrove che fa nascere dalla terra, come i cavoli, il diritto a costruire. E invece, ricorda Paolo Maddalena, giurista e costituzionalista, il diritto a costruire lo detiene il popolo, gli amministratori dovrebbero amministrarlo nel suo interesse. Nessuno può negare che a Roma si è costruito troppo, cancellare quelle previsioni, rifiutare le concessioni, è un diritto che non dà aggio a risarcimenti. La proprietà privata, ricorda Maddalena, è garantita nella costituzione in quanto ha scopo sociale: quanta socialità c’è nella raffica di palazzoni che deturpano la periferia? “Il permesso a edificare il comune lo dà, il comune lo toglie” conclude De Lucia.

Cemento zero, proprietà pubblica dell’acqua. E manutenzione e restauro del verde, oggi abbandonato da un Servizio Giardini che vent’anni fa era all’avanguardia, oggi ridotto a una pattuglia di 350 persone, molte anziane, che si devono occupare – ricorda Vittorio Emiliani, ex direttore del Messaggero – di 330.000 alberi e 39 milioni di metri cubi di verde pubblico. Come pretendere che i prati vengano falciati e gli alberi potati e curati se, dopo la vicenda di Mafia Capitale i relativi appalti alle cooperative di Buzzi sono stati recisi senza sostituzioni? Dunque serve la messa in sicurezza dal rischio idrogeologico – il lungarno di Firenze è un monito a tutti –

Il primo atto della nuova amministrazione dovrebbe essere – dice l’urbanista Paolo Berdini – l’istituzione di una commissione per capire cosa è successo a Roma, chi ha sbagliato, chi ha rubato. Come definire altrimenti i costruttori che ottengono di fare nuove palazzine impegnandosi a importanti lavori pubblici e ora, a palazzine vendute, dei lavori promessi non c’è traccia? E’ successo ad Acilia, con il sottopasso fantasma e 1200 concretissimi appartamenti, ma anche in piazza dei Navigatori… E per fortuna è stato fermato, per ora, il tavolo di conciliazione al ribasso tra assessorato e costruttore.

Dice la Corte dei conti: nei piani di zona ci sono ammanchi importanti, fino a 3 miliardi. Chi li ha presi? – insiste Berdini – Sono stati ritrovati reperti archeologici straordinari a Cecchignola e Grottaperfetta, perché non si sono fermati i cantieri? Sulla Prenestina per la cocciutaggine di un gruppo di cittadini è finalmente diventata pubblica una parte del lago ex Snia, nato da una speculazione edilizia del costruttore Pulcini che ha illegalmente ritoccato le carte del Piano regolatore. Bucata la falda acquifera si è formato il lago, e l’illegalità è stata evidente e dunque fermata. Ma pochi metri più in là, ecco altro cemento, il discount Lidl nell’area del vincolo Ad duas lauros, vincolo paesaggistico e archeologico. Ora si scopre che gli oneri di urbanizzazione chiesti e pagati sono molto più bassi di quelli previsti per legge. La magistratura indagherà, ma noi ci chiediamo come sia stato possibile, e grazie a chi”.

I candidati rispondano. Da Marchini non c’è da sperare sponde, costruttore e figlio di costruttori. La candidata 5 stelle sembra molto attenta a non prendere impegni vincolanti, non sia mai il direttorio le metta veti. La candidata di destra, oculatamente intenta a scrollarsi dalle spalle l’eredità di Alemanno, non sembra però cambiare strada. Resta Giachetti: vorrà mettere in discussione la pesante eredità di Veltroni e prendere impegni concreti? Vedremo: l’unico candidato per ora schierato con i comitati No cemento è Fassina, che nel programma – sì, almeno lui ce l’ha un programma – ha da tempo inserito la moratoria del cemento.

  • Nell’immagine la festa del 1 maggio al Lago della Snia, aperto da aprile grazie al lavoro volontario del Centro sociale

 

Sigilli alla Lidl

E stamattina sono arrivati i sigilli. Via dell’Acqua Bullicante, il nuovissimo discount Lidl è transennato, vuoto il mega parcheggio. A bloccare quell’edificio, questa volta, è la Procura, sequestro penale per due reati, art. 44 del Dpl 380701 e 323 c.p,). Insomma, come i cittadini che si sono mobilitati per tempo, a cantiere appena iniziato, c’era qualcosa che non andava in quella concessione edilizia.

Certo, Lidl è potente. La multinazionale tedesca sta avanzando a larghi passi su Roma. E’ sponsor della nazionale di calcio, gode buona stampa in Italia (in Germania però è stata pesantemente contestata per l’organizzazione interna e la gestione del lavoro: in “Germania anni dieci. Faccia a faccia con il mondo del lavoro” Günter Wallraff racconta come si lavora in un’azienda che lavora esclusivamente per Lidl).

Intanto è chiuso il nuovo capannone, a cui sono stati sacrificati gli alberi che ombreggiavano la strada: anche per questo sabato scorso, a contestare l’apertura dello stabilimento, un gruppo di cittadini con le sagome di alberi si è presentato a volantinare davanti all’ingresso. Ricordate la profezia delle Streghe del Macbeth? “Macbeth non sarà vinto / fino a quando di Birnam la foresta / non moverà verso il colle di Dùnsinane / contro di lui”.

Macbeth-Lidl non è ancora vinto, ma c’è del marcio in Danimarca. Il fatto è che la licenza per quella costruzione, che cementifica e impermeabilizza un’altra preziosa porzione di verde, dovrebbe essere vincolata, a stare al testo che stende una protezione paesaggistica sul comprensorio Ad duas lauros. Ma l’attuale funzionaria della soprintendenza garantisce che no, l’area è libera da vincoli, ma nega a cittadini e associazioni come Italia nostra l’accesso alle relazioni archeologiche. Si sa infatti che durante gli scavi del cantiere sono stati ritrovati vie e selciati, grotte e ipogei.

In più, il Piano Casa utilizzato per ottenere la concessione e il cambio di destinazione d’uso da artigianale a commerciale prevede che tutte le attività dovrebbero essere cessate entro il 2010, invece si ha notizia di alcune attività ancora attive nel 2014.

Tenacemente cocciutamente i cittadini hanno protestato, si sono appellati a Comune, Municipio, Regione; presentato esposti in Procura e al Tar per chiedere intanto la sospensione dei lavori; fatto picchetti all’alba per impedire l’ingresso delle macchine pesanti; organizzato manifestazioni e cortei per il quartiere, molto partecipato quello del 19 dicembre. A supermercato inaugurato infine l’ultima protesta: qui c’erano alberi, ora c’è cemento e Co2.

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Torpignattara è un quartiere dove le centraline del monitoraggio atmosferico sfornano dati sempre più allarmanti, e via dell’Acqua Bulicante mette in collegamento Casilino e Prenestino, due zone con la densità abitativa più alta. Quel pezzetto di verde avrebbe potuto essere un parco, un campo giochi, un campo di bocce, una palestra all’aperto in una zona dove l’arrivo della metropolitana C ha trasformato le poche piazze verdi in spianate di asfalto e travertino. Un posto per bambini, ragazzi, anziani, donne. Persone, non merci.

Il comitato “No cemento a Roma est” intanto fa notare che “E’ inaccettabile che un privato possa costruire un’opera di simili dimensioni senza alcun rispetto per la tutela della salute degli abitanti e le regole urbanistiche ed altrettanto inaccettabile che cittadini e realtà territoriali siano stati ripetutamente e sistematicamente ignorati e dileggiati dalle istituzioni competenti, e lasciati soli a fronteggiare arroganza e provocazioni degli speculatori nei presidi che quotidianamente hanno organizzato per tutelare il verde e la salute nel quartiere”. E invita a un’assemblea pubblica davanti alla Lidl, venerdì alle 18, con “Berta Caceres nel cuore”, la militante pro-foreste uccisa nei giorni scorsi in Honduras.

Povero verde

Cominciamo da qui, dai numeri. Roma ha 41 mila ettari di parchi e verde. Se le riserve e i parchi (18 aree della portata di Veio, Appia antica, Insugherata, Marcigliana, Pineto, valle dei Casali, parco dei Massimi) sono gestiti da un ente apposito, Roma Natura, il servizio giardini comunale si occupa di 32.360.555 metri quadrati, distribuiti su 1.230 aree. Da cui per fortuna sono escluse le zone del municipio XIII a cui è stata da tempo affidata la competenza, i mezzi e gli uomini almeno per quella fetta di città.

Ripeto: 32.360.555 mq distribuiti su 1.230 aree, per non parlare delle alberature. L’ufficio giardini è suddiviso in 19 settori operativi, vanta un centinaio di dipendenti distaccati presso altre amministrazioni, e poiché sono in continua crescita i funzionari, i giardinieri e gli operai sono sempre meno. Nel ’96 erano 1124, nel 2003 erano quasi dimezzati, 612, nel 2014 se ne contavano poco più di cinquecento.

Pochissimi. Ma anche questo numero non sembra reale. “Siamo 160, altro che – diceva stamattina un giardiniere con tanto di divisa, un maglione rosso con ancora scritto “Comune di Roma” invece del tronfio e inutile “Roma capitale” – e se quel furgone cammina – indica – è grazie a noi che l’abbiano riparato, se no non ci sono i soldi per la manutenzione”.
E’ vero, in questi anni le cooperative sociali – prima tra tutte la 29 giugno di Salvatore Buzzi, quella finita nel calderone di Mafia capitale – hanno preso sempre più appalti. A volte con una facilità sospetta, dicono negli uffici. I cittadini segnalavano, protestavano per l’erba alta, ed ecco un affido di emergenza alla coop giusta. Passo dopo passo, una larga fetta del verde è passata sottobanco in appalto.

Non c’è da stupirsi. Con operai e giardinieri sempre più decurtati da pensionamenti o promozioni in ufficio, e senza turnover, ovvio che non ce la si faccia. Lo stato dei parchi e dei giardini, oggi che gli affidamenti sono cessati sull’onda dello scandalo, è sotto gli occhi di tutti.

carlo felicebis

Un esempio. Tra la manciata di appalti per il Giubileo “povero” di papa Francesco, ecco quello dei giardini di via Carlo Felice, la che porta dalla chiesa di santa Croce in Gerusalemme alla basilica di san Giovanni. Parco chiuso per 20 giorni, 600.000 euro di appalto (ma cito a memoria, potrei sbagliare) restyling di staccionata e giochi per i bambini, ripiantumazione di parte delle alberature morte d’incuria. Tutto bene? No.
Guardando san Giovanni, a sinistra, da almeno una quindicina d’anni c’è una piccola palude, l’acqua sgorga da un tombino e scola giù per la strada e il prato sottostante, un ruscello più che un rivolo. Quindici anni per quel che so, il parco lo frequento da allora. Due volte ho visto qualche operaio affannarsi attorno ai tombini, che probabilmente si intasano, ma il problema prestissimo si ripresenta. D’inverno ghiaccia, d’estate è una festa per le zanzare.

Ecco, i nuovissimi lavori hanno lasciato intoccato il problema. L’acqua scola tranquilla, ancora e ancora.

Chi ha controllato l’appalto? Chi è venuto a vedere? A che serve quello stuolo di addetti negli uffici? Non mi si dica che il capitolato non prevedeva quel lavoro: chi l’ha scritto, nel caso, non si è nemmeno disturbato a fare un sopralluogo. Che i beni pubblici fossero lasciati nell’incuria – meglio, affidati ai privati – sotto Alemanno era cosa risaputa. Ma Marino? Aveva promesso che avrebbe ribaltato le cose, e nei suoi due anni di governo ha lasciato molto come stava.

L’impressione, amara, è che qualcuno pensi che se non si hanno i soldi per mantenere in modo decoroso un servizio pubblico, meglio affidarlo ai privati, gli asili nido come i giardini. Appunto: nell’ambito della manutenzione del verde lo si è già fatto. I Punti verdi Qualità, ricordate? Sono finiti in larga parte in tribunale. Continuiamo così?

La questione è quella delle risorse. Perché non ci sono? Mica è una strada obbligata, quando si fanno i bilanci si sceglie. Parigi, è solo un esempio, spende per la manutenzione del suo verde circa quattro volte quel che spende Roma, 5.07 euro al metro quadrato. Roma solo 1,22. E’ una scelta, il risultato si vede.