La sindaca Raggi sfratta la Casa delle donne

Le denunce di violenze e molestie sessuali travolgono Hollywood e non solo. I movimenti femministi si organizzano e invadono le piazze del mondo. E che fa nostra provincialissima sindaca di Roma? Minaccia di chiusura la Casa internazionale delle donne di via della Lungara, che da decenni è presidio di pensiero e azione femminista, con i suoi incontri, le iniziative, il centro antiviolenza. Oggi se ne parlerà in una conferenza stampa, lunedì c’è l’assemblea cittadina indetta dalle quaranta associazioni che lavorano alla Casa a cui aderiranno i gruppi che lavorano nel territorio da cui usciranno, è facile immaginarlo, iniziative di lotta con l’hashtag #lacasasiamotutte. La Casa delle donne non può morire strozzata da una burocrazia cieca al valore sociale delle attività che lì hanno sede.
Inutile elencare le benemerenze della Casa delle donne, più utile forse ricordare la storia del Buon Pastore, un edificio del 600 usato allora come carcere femminile per ragazze ribelli. Un rudere abbandonato che riprese vita trent’anni fa, nel 1983, quando venne destinato “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile (Casa della donna, sede dei movimenti femministi)” da una delibera comunale e poi in parte assegnato al Centro Femminista Separatista (CFS), cioè a dieci associazioni femministe che allora occupavano la sede storica di via del Governo Vecchio.
Nel 1987 l’Associazione federativa femminista internazionale (Affi) occupò l’ala seicentesca avviando una trattativa con il comune. Di qui nasce il Progetto Casa internazionale delle donne, sostenuto dal Coordinamento donne elette del Comune di Roma e elencato tra le opere di Roma Capitale, approvato nel 1992. L’iter per la sua realizzazione porta alla Costituzione del Consorzio Casa Internazionale delle donne (oggi Associazione di Promozione Sociale) che sottoscrive con il Comune la convenzione, prevista dalla delibera di assegnazione, per gestire il complesso dell’ex Buon Pastore.


Dunque, nessuna illegalità. Non si tratta di un affitto “di favore” come tanti appartamenti di pregio nel centro storico ceduti a vip o a persone vicine a questo o quel potente, che contrariamente ai luoghi sociali restano indisturbati. Si tratta di un luogo affittato a 9.000 euro e gestito da volontari, senza fini di lucro se non per la manutenzione dell’edificio, che offre servizi sociali e culturali che spetterebbero all’amministrazione di una grande città capitale. E che fa questa, invece? Come già avvenuto per molte realtà – dalla Scuola di musica popolare di Testaccio a Celio Azzurro – gli uffici contabilizzano il valore dell’immobile e del suo affitto a valori di mercato, contabilizzano gli arretrati e intimano con una raccomandata di pagare 833.000 euro entro un mese. Una procedura che prevede, in assenza di risposta positiva, “l’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela”. Insomma, lo sfratto.


Impossibile trovare 833.000 euro in un mese, se almeno non si è speculatori o affaristi. Questo è quel avviene quando la richiesta di legalità si fa ottusa burocrazia. Va ricordato anche che nel 2013, nel corso di una trattativa con la Casa delle donne, il Comune aveva stabilito il valore delle attività che si svolgevano al Buon Pastore pari a 700.000 euro all’anno. Peccato che anche questo percorso sia franato con l’abbattimento della giunta Marino.
E’ singolare che a sfrattare la Casa internazionale delle donne – e con queste brutali modalità – sia la prima sindaca di Roma. Si potrebbe notare che l’avvio della vicenda fu firmato da due sindaci uomini, il democristiano Signorello prima e il socialista Carraro poi, evidentemente più sensibili alle questioni sociali della signora Cinque stelle. Resta da chiedersi se Virginia Raggi proprio non conosce la Casa delle donne e la sua valenza, o se è prigioniera della burocrazia comunale; non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la più grave. Come già avvenuto per altre realtà sociali, l’aratro cieco della burocrazia fa terra bruciata, l’ignavia e l’ignoranza dei nuovi amministratori vi sparge sopra il sale per farne un deserto. Ma i semi di ribellione e resistenza, è sperabile, saranno più forti.

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La scelta della periferia

L’appuntamento è lì, davanti all’acquedotto. Insomma, a casa sua. Sotto quegli archi don Roberto Sardelli ha vissuto per anni insieme ai suoi ragazzi e ai loro genitori, i baraccati dell’Acquedotto Felice. Cacciato via dalla parrocchia ufficiale, san Policarpo, don Roberto ha scelto di vivere lì, in mezzo a loro, fratelli che avevano bisogno di attenzione. E di scuola. Non di campi di calcio, non di divaghi: avevano bisogno di scuola i bambini delle baracche, perché nelle scuola di stato erano umiliati e relegati nelle terribili, per fortuna dimenticate, differenziali, o peggio, nelle pluriclassi: ghetti abbandonati da tutti, anche dai loro insegnanti, perché sui baraccati e sui poveri gravava un pesante stigma razzista: gente perduta. E senza scuola perdersi è più facile, soprattutto se si vive in un luogo nascosto, in case che non sono case, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento, in mezzo all’umido e alla vergogna.

Non è vero che fosse gente perduta: in quell’umanità dolente e rabbiosa, ricorda don Roberto – convocato a narrare da Cantiere della Memoria, progetto di Alter cities, che coinvolge quattro città: Parigi, Berlino, Roma e Istanbul, ideato da Fernanda Pessolano (Ti con Zero), Giulia Fiocca e Maria Morhart – c’era una umanità ricca di solidarietà e di fraternità. Come quella di Rita, prostituta di lungo corso, precedente proprietaria della baracchetta in cui si è installato don Roberto con la sua Scuola 725. Una donna “con una montagna di dignità”, ricorda: “Quando morì Clelia, anziana abbandonata da tutti, le donne si diedero il cambio al suo capezzale, anche Rita. E quando morì e bisognava vestirla (non c’era nulla di adatto in quella baracca umida e piena di stracci), ci pensò lei, portò uno dei suoi vestiti migliori. Il funerale lo facemmo qui, nonostante il vescovo avesse detto che questo non era un luogo dignitoso. Dissi messa, i bambini raccolsero i fiori nei campi, a salutare Clelia c’erano tutti”.

 

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C’erano operai, tra le baracche, gli edili: qualcuno leggeva i libri di Gramsci. C’erano prostitute, anche, la grande baracca dei trans, che quando furono date le case al borghetto rifiutarono. C’erano i bambini che morivano di broncopolmonite. Non era il luogo della criminalità. C’era una umanità composta, per lo più contadini che venivano dai paesini d’Abruzzo, ma anche sardi, veneti, piemontesi. Si litigava, certo, ma poi si trovava un accordo. Nel caso ci si aiutava con generosità, in soldi, oggetti e tempo, un gruppo umano unico. Si commuove, a tratti, don Roberto, ricorda la prima messa di Natale. “Non volevo dire messa, volevo offrire alla gente la mia scelta, la scuola, non la fede. Ma poi mi hanno chiesto: è la sera di Natale, hanno detto. Mentre mi vestivo venne Pina, indicando delle finestre: e lì non ci va nessuno? Era la casa dei travestiti. Andai. La messa, poi, la facemmo in una grotta, una grande grotta vuota”.

Se c’erano problemi? Certo, quello della casa prima di tutto. Si manifestava in piazza, all’epoca, si occupavano case, si facevano sit in in Campidoglio. C’era un movimento per la casa forte, e alla fine, una volta vinte le elezioni dalla sinistra, si fecero anche le case, sparì il borghetto. E don Sardelli lì a trattare, a controllare, a verificare: Purtroppo, dice, ci hanno sparpagliati da per tutti, non hanno tenuto conto del nostro essere comunità.

La scuola, però, è servita. I ragazzi hanno studiato, alcuni oltre l’università. Le regole erano ferree: nessuno si doveva isolare, ognuno doveva insegnare agli altri quello che sapeva, aiutare i compagni. E bisognava dire la verità: nessuno doveva mentire, nascondere il fatto di essere “uno delle baracche”. Quando, dopo un anno di lavoro lento e faticoso, finalmente dalla scuola 725 uscì la “Lettera al sindaco” (era il 1968), scoppiò come una bomba. Diceva, tra l’altro: “La politica è l’unico mezzo umano per liberarci. I padroni lo sanno bene e cercano di addormentarci. Ci portano il vino, la televisione e i giradischi, macchine e altri generi di oppio. Noi compriamo e consumiamo. Serviamo ad aumentare la ricchezza padronale e a distruggere la nostra intelligenza”.

Ho avuto la fortuna di conoscere don Milani, racconta don Roberto, e “mi si è aperta una possibilità”. Una strada lunga, ricca. Uno dei primi scontri con la parrocchia fu sulla politica: “Fai politica, mi accusavano. E sì, non si può omettere la riflessione politica. Bisogna capire il perché delle cose, chi sono i responsabili. Stare dalla parte dei senza voce e esigere giustizia con loro”. La scuola serve anche a questo, a uscire dall’ingiustizia, a dare il senso dell’uguaglianza. A far crescere la coscienza, fin dall’asilo nido. Dà fastidio? Disturba? Magari, sorride don Roberto: “Se la scuola non disturba, non serve. Non serve se non insegna a scrivere e a dire l’ansia di giustizia. Se la geografia non tiene conto delle lotte (anche per questo noi studiammo il Vietnam, all’epoca c’era l’aggressione americana, e lo ricordammo con un fiammeggiante murale). Non serve se si limita a ricordare, come quando si studia una storia lontana e indifferente. Il ricordo non è memoria. Solo la memoria è la guida che fa entrare il passato nell’oggi. Cultura, coscienza, verità”.

La moltiplicazione dei muri

Un muro. E ancora un altro. Al Brennero no, pare. A difendere frontiere evocate bastano i militari armati. Ma a Calais sì, un muro, finanziato dalla Gran Bretagna. Molti muri sono già costruiti nei paesi dell’ex Cortina di ferro, e chi la voleva abbattere allora oggi li costruisce contro chi fugge dalla dittatura, dalla guerra, dalla fame. Un altro muro sarà tra Messico e Stati Uniti, che allunghi quello che c’è già e che certo non impedisce la voglia di futuro di chi migra. Fermare il mare non le mani non si può, nemmeno gli uomini con i muri. Al Festivaletteratura di Mantova, cosmopolita per elezione, la questione tiene banco in moltissimi incontri.

Frei Betto, teologo domenicano, rivendica il diritto di far politica: sono un discepolo di un prigioniero politico, dice, Gesù non è morto di epatite o cadendo da un cammello. Ora guarda al papato di Francesco I con grande speranza. E’ un Papa che ha ammonito: non costruite muri ma ponti. E insiste: “L’Africa è stata colonizzata da tutta Europa, e che ne è rimasto? Povertà, miseria, corruzione. L’Europa che ancora la depreda ora vuol chiudere le porte ai popoli in fuga. Non muri, ponti”.

Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio, dice l’albanese Gazmend Kapllani (“Breve diario di frontiera”): “Per qualche anno abbiamo vissuto senza frontiere in Europa. Istituirle di nuovo apre a nuovi conflitti. Le società più inclusive sono le più progredite. Ci siamo dimenticati di essere da secoli un continente di migranti che hanno popolato le Americhe. Ora ci chiudiamo, eppure l’avventura umana è storia di migrazioni”. Oggi vive negli Stati Uniti, ma è stato profugo in Grecia per 23 anni senza riuscire ad ottenere la cittadinanza.

Esuli per secoli sono gli ebrei, nella nostra Europa. Eppure è Wlodek Goldkorn (Il bambino nella neve) di origine ebraica, a ricordare che i “sommersi” di cui parlava Primo Levi oggi sono nelle fosse comuni del mar Mediterraneo: “Andiamo a Auschwitz, e diciamo mai più, poi bombardiamo ospedali e bambini in Siria. Ho il sospetto che i viaggi servano a non vedere i sommersi di oggi. Preferirei meno viaggi della memoria ma più navi che vagano a prendere i profughi, e il blocco dei bombardamenti”. La memoria, dice Sigmund Ginzberg (Spie e zie) è come il canarino nelle miniere, serve a dare l’allarme all’odore del razzismo, non a girare la testa”.

Il muro tra Messico e Stati Uniti? “Non ce ne frega nulla – dice il messicano Paco Ignacio Taibo II con un linguaggio più che colorito – i muri si saltano, il filo spinato si taglia. Una parte di muro già c’è, ma è interrotto da piccoli spazi di 80 centimetri: oculatamente lasciati dagli operai messicani che l’hanno costruito. E poi Donald Trump che picchia duro sui messicani non si chiede chi pulirà le piscine di Los Angeles, chi raccoglierà le mele dell’Oregon, chi lavorerà nelle fabbriche di scarpe dell’Illinois. Senza il lavoro nero dei clandestini gli Stati Uniti sono fottuti”.

C’è chi dice no. A raccontare la storia dell’incontro tra un centinaio di africani e alcuni berlinesi è la tedesca Jenny Erpenbeck, “Voce del verbo andare”. Dal 2013 ha seguito il gruppo di persone che, all’inizio si erano accampate in una piazza, e anche dopo, con l’accoglienza ma col divieto di lavoro, ha raccolto le loro storie. E quelle delle persone – il dentista, l’avvocato, il medico, il maestro – che sono entrate in relazione con i rifugiati. “In Germania – dice – molte famiglie hanno esperienza di fughe forzate. L’accoglienza non c’entra nulla con la bontà, è solo capacità di immaginazione. Viviamo in pace da molti anni, ma le cose possono rapidamente cambiare”.

L’albanese Elvira Mujčić lo sa bene. Viene da Srebrenica, e nel suo “Dieci prugne ai fascisti” racconta la fatica della fuga, le ferite e le assenze e il dolore di una famiglia matriarcale, la creazione di nuove frontiere, di nuovi muri nel suo paese. Anche se, racconta, piccole realtà, piccole comunità cercano di andare avanti ricostruendo relazioni: non a caso spesso gruppi di donne.

Intanto però i muri crescono, e a volte non sono quelli materiali alle frontiere, ma quelli immateriali nelle questure, negli uffici comunali, nelle scuole. Sono quelli dell’informazione, che annuncia ogni giorno il numero degli sbarchi, a stento la provenienza di chi arriva, ma non il perché. Eppure – dice l’eritreo Tsegehans Weldeslassie, Ziggy, di cui Erminia Dell’Oro ha raccontato la storia in “Il mare davanti” – le ragioni del viaggio sono differenti: “Noi non fuggiamo dalla guerra, ma da una dittatura durissima che fa affari con l’Italia. E durissimo è stato il viaggio. Tutti sanno quanto sia pericoloso attraversare il mare, attraversare 5.000 chilometri di deserto lo è altrettanto”.

Quella che avviene sotto i nostri occhi, sulle nostre coste – dice Lella Costa, che con Marco Baliani porta in scena “Human” – è una tragedia, l’Odissea, l’Eneide dei nostri giorni. Dobbiamo ascoltare la voce di chi racconta i suoi viaggi. E ricordare che l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo sancisce la libertà di movimento per tutti. All’ingresso di un campo profughi palestinese c’è una grande chiave: tutti i residenti conservano gelosamente le chiavi delle loro case che forse neanche esistono più. Quante chiavi di casa sono negli zaini, nel deserto, in fondo al mare? Pensiamoci”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità l’11 settembre 2016

Molveno, il prezzo della modernità

C’è una foto che colpisce. Una donna vestita di nero, come le paesane delle montagne trentine, ha smesso per un attimo di lavare i panni di famiglia alla vasca comune per guardare tre villeggianti, anch’esse donne, vestite anni ’60, pantaloni corti o vestiti leggeri e fiorati, sbracciate e scollate. Perché colpisce?

I due libri fotografici che sto sfogliando parlano di un piccolo paese del Trentino, Molveno, editi dal comune e dalle Biblioteche della Paganella. Sottotitolo del primo è “Passato presente”, del secondo “Presente passato”. Non è un gioco, è un differente punto di vista. Oggetto dei due volumi, fotografie di famiglie e cartoline del paese sotto le Dolomiti: il primo sull’evoluzione storica del paese nel lavoro, nella ricchezza, nell’economia, e sul suo ingresso nella modernità. Il secondo sulle relazioni, i costumi, i mutamenti più sottili e irreversibili.

La foto che colpisce – non l’unica, certo – è a pagina 114 del secondo volume, “Presente passato”. La chiave è negli occhi, negli sguardi. La molvenese che guarda le forestiere, le signore, come fossero venute dal futuro. Queste che guardano la contadina che ricorda la loro nonna, il passato, specchio del mutamento.

In quegli sguardi incrociati non c’è solo una generazione, come pure potrebbe superficialmente apparire, ma almeno due secoli. Perché?

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I due libri in qualche modo lo raccontano. Fino agli anni ’50 Molveno – come i vicini Andalo, Fai, San Lorenzo, Cavedago – era un piccolo isolato paese del Trentino, attraversato a volte da alpinisti stranieri e italiani, persone anomale che pur di conquistare una vetta si conformavano agli usi del posto, povertà e semplicità. Gli unici a vedere qualcosa del mondo di fuori erano i coscritti, i ragazzi che partivano per il servizio militare. Nella scuola elementare c’era la classe unica, e si andava in aula con un ciocco  sotto il braccio per il riscaldamento, i calzerotti negli zoccoli di legno sulla neve.

E’ stato il boom degli anni ’60 a cambiare tutto. Le auto, il turismo di massa, l’abitudine ai tre mesi di vacanze portano un cambiamento epocale: appunto, due secoli in una generazione. Le trenta di case di allora oggi si sono moltiplicate: sulla sponda del lago non ci sono più pascoli e campi ma alberghi, tanti, e tante case. Al Grand Hotel, dove dal primo ‘900 l’alta borghesia veniva a ricrearsi con il paesaggio della val delle Seghe e delle Dolomiti in radicale isolamento dal paese, si sono aggiunti decine e decine di alberghi di tutti i tipi, con Spa, giochi di bimbi, centri congressi. E i turisti, un tempo ben più ricchi degli albergatori, oggi sono stati scavalcati: altro che benessere, i molvenesi hanno trovato nello sfruttamento del paesaggio e dei loro pascoli, magicamente trasformati in terreni edilizi, la loro fortuna. Impensabile sessanta anni fa.

Il prezzo è stato alto, però. Non solo un’edificazione imponente. L’abbandono degli antichi lavori che rende più fragili i boschi e le montagne. Le piste da sci, gli impianti di risalita, la moltiplicazione di chalet e pretesi rifugi che in realtà solo soltanto ristoranti e alberghi, le strade carrozzabili che solcano i boschi a servizio del turismo hanno ferito le montagne che pure pretenderebbero di vendere. Così come avviene per le merci: più si fanno rustici e fantasiosi i nomi, più sono industriali e commerciali le cose. E persino nelle malghe, impoverite di mucche, il formaggio e il burro non sono più quelli di allora, e si usano macchine e processi industriali proprio mentre si beatifica il modo di produzione antico, saggio e sano, di una volta.

Molveno ha pagato al progresso, all’abbandono della povertà nera ma orgogliosa, un prezzo salato, forse più dei paesi vicini. La decisione di usare il lago come invaso idroelettrico ha portato alla costruzione di una diga, di gallerie sotto il lago, dell’allagamento volontario di un pezzo di paese. In più, lo sversamento del lago di Andalo in quello di Molveno per aumentare l’apporto delle acque ha lasciato la vicina Andalo con una pozza acquitrinosa e Molveno con un invaso più ampio, sì, ma lattiginoso, mentre i due laghetti erano prima limpidi e chiari come il lago di Carezza.

I due libri, costruiti con le foto di famiglia dei cittadini di Molveno e con le cartoline d’epoca, che anch’esse restituiscono uno sguardo singolare sul paesaggio, cercano di ricordare un modo di vita antico e perduto, di ridare significato all’oggi guardando a ieri. Quei corpi composti, quegli sguardi dritti dei paesani di allora, le grandi famiglie con i bambini vestiti alla bell’e meglio con i vestiti dismessi degli adulti, imepgnati nel lavoro dei campi o in giro per l’Italia più ricca come spazzacamini per portare due lire in più a un’economia all’osso. Erano i nonni dei benestanti di oggi, che di quell’epoca ricordano solo il peggio, non il meglio.

Una fortuna, il turismo. Una fortuna che potrebbe scomparire in fretta, se non si riuscirà a vedere il confine oltre cui la bellezza si trasforma in banale, ovvio, inutile. Un senso del limite che per ora non sembra chiaro.

I turisti che dopo aver fatto la dura fatica di prendere due funivie si accalcano in un quasi-rifugio per poter mangiare lo stinco e la polenta, ma gettano un occhio distratto su un panorama mozzafiato, sanno poco della montagna, della passione vera per le arrampicate, della sapienza e dell’umiltà e della fatica che ci vuole per attraversarle. Però spesso hanno, oggi, un abbigliamento tecnico invidiabile, usato magari solo per andare in cabinovia.

Vero, non tutto il turismo è devastante. A volte si ristrutturano vecchi edifici svuotandoli come zucchine e ricostruendoli all’interno come case di città, a volte invece si rispettano gli usi antichi e gli spazi, le stufe antiche e la cucina economica. C’è chi ha stretto amicizie non occasionali o di utilità. C’è chi ama questi luoghi, e non solo perché ci ha passato una infanzia fatata. I due libri lo ricordano, ai turisti e agli abitanti. Perché non si perda la memoria di quel che si è stati, la speranza di quel che si sarà.

Ricordare non esercita solo la memoria, anche il cuore. I volti di quei bambini lavoratori, di quelle donne orgogliose del falcetto e dei rastrelli, degli uomini nelle segherie e al lavoro d’ascia nei boschi richiamano a un rigore perduto. All’essere, non all’avere. A un tempo perduto, che ancora deve venire, in cui il rispetto per le persone – uguali, diverse, estranee e vicinissime, i nostri bambini e i nostri vecchi, e quelli degli altri – si affiancherà al rispetto per le cose. Quelle vere, vive, quelle che qui contano: il paesaggio, la natura, la montagna.

Salviamo l’Africa

Cronache da Mantova

Una tragedia mondiale. I fuggitivi che si presentano alle nostre porte non si fermeranno, dietro a loro guerra, stragi e una miseria intollerabile sono i ponti spezzati che non consentono di tornare indietro. Indietro dove? «È stupefacente quanto tardiva sia la reazione dell’Europa» dice il premio Nobel Wole Soyinka, a confronto con Romano Prodi (che è stato presidente della commissione Onu-Unione Africana) al Festivaletteratura di Mantova nell’incontro L’Africa come futuro del mondo. E continua come un fiume in piena: «Triste vedere che la reazione è iniziata quando gran parte delle persone che volevano attraversare il mare giacciono nel suo fondo. Troppo a lungo l’Italia è rimasta sola, troppo a lungo l’Europa ha insistito con la regola che obbliga chi fugge a restare nel paese dove approda. All’arrivo in Europa il viaggio del fuggitivo non è finito, vuol andare dove ha parenti, amici, opportunità di inserirsi, conoscenza della lingua. E poi non si fugge solo in Europa: in Africa le migrazioni interne sono enormi, colossali. Solo in Nigeria, colpa di Boko Haram, ci sono due milioni di profughi interni. All’inizio, quando è partita l’ondata di migranti africani ho pensato: eccoli a chiedere quel che è loro dovuto, dopo le spoliazioni coloniali. È vero, ma non si può essere così cinici: questa migrazione è un fatto storico, si trova la morte mentre si cerca di sfuggire alla morte. È in gioco la dignità dell’esistenza, l’entità umana».

Centrale il ruolo dei fondamentalisti islamici, in Africa come in Asia, ma in Africa, dice Soyinka, si rapiscono ragazze, si sgozzano famiglie, attentati e kamikaze sono notizie quotidiane. Il nemico è ubiquo e senza volto, c’è bisogno di una risposta umanitaria al dramma dei profughi, ma anche di una soluzione politica.

romano prodiIl fatto è che l’unico paese a promuovere lo sviluppo africano è la Cina – ribatte Prodi – e per interesse: ha il 20% della popolazione mondiale, il 5% delle terre coltivate. Ha bisogno di cibo, materie prime e energia, e li trova in Africa e in America Latina: «Apprezzo la posizione della Germania e della Merkel, anche se tardiva. Sì all’accoglienza, poi servizi e inserimento in una società che sta invecchiando, che ne ha bisogno: questa è una politica seria, vorrei che lo potessimo fare anche noi. L’Onu ha i suoi limiti: vogliamo che risolva i problemi del mondo, che blocchi i conflitti, e poi le leghiamo le mani con i veti. In Libia, Siria, Ucraina non può far nulla. In Libia dovremmo impararlo finalmente: non basta uccidere un dittatore per creare la democrazia: quando cominciò a girare l’arsenale libico, arrivarono lì faccendieri e criminali, disperati e mascalzoni, i mercanti di carne umana. Chi appoggia i fondamentalisti in Africa? Turchia, Egitto giocano la loro partita, i grandi della terra li lasciano fare. O decideranno di giocare la partita della pace, o ci sarà una guerra devastante».

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Soyinka annuisce: quando ci fu il rapimento di Boko Haram la Nigeria si ribellò all’ipotesi di un intervento dall’esterno, lo definì un atteggiamento neocolonialista. E i fondamentalisti dilagarono. In Mali il pericolo è così grave che l’intervento unilaterale francese è stato giudicato salvifico. Altrimenti, se dal Mali l’Isis fosse tracimato in Nigeria io non sarei qui stasera, sarei in un barcone in viaggio verso l’Italia. Sì, i meccanismi dell’Onu sono macchinosi e tardivi, è più efficace a volte un intervento unilaterale. Ma i governi dei paesi africani contribuiscono spesso alle tragedie che colpiscono i loro popoli».

Guardiamo al futuro, propone Prodi: «L’Africa si sta sviluppando, cresce più del resto del mondo anche se i due fattori del suo sviluppo sono la Cina e i cellulari. Sì, il telefonini sono un mezzo di comunicazione vitale in un paese che non ha infrastrutture, affatto. Ha risorse naturali, il dinamismo dei suoi uomini, ma se non ricostruisce la sua struttura politica non ce la farà. Per questo sostengo, con tutti i suoi limiti, l’Unione Africana. Solo nell’unità, e se si saprà sbarazzare dei suoi governi corrotti, l’Africa ce la può fare». Soyinka gli fa eco: «Agli africani il compito di distinguere amici da nemici, e di prendere finalmente in mano il nostro futuro».

Laboratorio Ishiguro

Una vecchia coppia, Beatrice e Axel, in un paese rurale, antico. Una terra desolata dove tutti hanno la disabitudine a ricordare. I due coniugi sanno di aver avuto un figlio, perché non sia lì con loro l’hanno dimenticato. Per questo iniziano a viaggiare, a cercare figlio e memoria. Sulla via incontreranno folletti e cavalieri, re e giganti. Già, i giganti, sono sepolti in luoghi lontani, riportarli in vita è un rischio, un rischio lasciarli lì. In queste nebbie si muove Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro, al Festivaletteratura di Mantova, in un incontro moderato da Michela Murgia.

Un fantasy, come il precedente romanzo è stato definito fantascienza. Con garbo Ishiguro taglia corto: «Sono sorpreso da questo dibattito sui generi letterari. Non credo ci sia letteratura alta e letteratura di genere, non mi piacciono o ghetti, soprattutto se vogliono ingabbiare l’immaginazione, mentre invece ci sono libri buoni e meno buoni. Quanto a me, cerco di scrivere il migliore libro che mi è possibile, cosa c’entrano le etichette? Capisco, è un sistema utile agli editori, che pensano così di raggiungere i loro lettori. Ma i lettori, appunto, dovrebbero spezzare questi recinti».

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Scrivere è difficile, le parole e le storie a volte fanno resistenza: «Dopo anni di lavoro a volte perdo la testa – dice Ishiguro – farei di tutto per far funzionare la storia, per farla decollare. E dunque uso personaggi insoliti, Galvano, re Artù. E se poi somigliano al John Wayne di Sentieri selvaggi, è proprio quello che voglio». Senza dimenticare che nella cassetta degli attrezzi dello scrittore c’è una forte passione musicale. Ishiguro ascolta musica e la fa, suona piano e chitarra: «La musica è istintiva, mi aiuta a prendere decisioni artistiche, lascia libera la parte meno cerebrale di me».

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In viaggio per ricordare il passato, in viaggio per trovare se stessi: chi si è senza il proprio passato? Ma leggendo il libro, nota Michela Murgia, a volte si ha la sensazione che sia pericoloso disseppellirlo, che magari siano successe cose gravissime, tremende; tirarle fuori significherebbe rompere l’armonia, la pace. «Ma quando è giusto ricordare, quando dimenticare? – chiede Ishiguro – Per amor di pace si può accantonare un conflitto, nascondere una ferita, Ma quale pace può fondarsi sull’oblio? È vero per le coppie, per le famiglie, per gli amici, e anche per le nazioni, per i popoli. Si lascia perdere, si guarda avanti; ma quale amore può fondarsi sull’omissione? Pian piano comincerà a sfarinarsi, a dissolversi. Beatrice e Axel sono vecchi, sanno di avere poco tempo per ricordare e per continuare ad amarsi».

Quando a perdere la memoria sono le nazioni, prima o poi i conflitti riesplodono, Ishiguro ne è convinto. Ottimo lavoro giudica quello fatto in Sudafrica, alla fine dell’apartheid: una riconciliazione basata sul ricordo, sul dolore condiviso, sul fare giustizia pur senza pena. Bene ha fatto l’Europa a elaborare una sua strategia che ha portato oggi a vivere in pace paesi che si sono sanguinosamente massacrati nella prima metà del secolo scorso. Diverso è il discorso per il Giappone e la Corea, ad esempio, o per gli Stati uniti, dove il conflitto razziale ancora non trova una soluzione. Chi fa la guardia ai giganti sepolti? «E guardate quel che avviene in questi giorni con i profughi: Ogni paese ricorda le proprie responsabilità in modo diverso, ognuno si racconta una sua storia invece di accertare e accettare le proprie responsabilità». Poi torna al Gigante sepolto: il mio, assicura, non è un saggio, è un romanzo che lavora su sentimenti ed emozioni. «Sapendo che i sentimenti sono complessi, ambivalenti, si mescolano tra loro, s’intrigano. Scrivo per condividerli con chi mi legge, vorrei chiedergli è così anche per te? Così da fare insieme, in qualche modo, il viaggio della vita».

Le parole e il potere

Cronache da Mantova

Italiani di oggi, italiani di ieri. Mentre in diverse città c’è la marcia degli scalzi, che chiedono corridoi umanitari per bloccare l’ecatombe in mare (solo quest’anno i morti accertati sono 2.748. a cui aggiungere i tanti naufragi sconosciuti), e accoglienza dignitosa, solidarietà attiva, Carlo Lucarelli si unisce virtualmente a quel cammino collettivo. Al Festivaletteratura di Mantova avrebbe dovuto parlare del suo romanzo in uscita, La valle dei sicomori, e invece no. Parla d’altro. Anzi, dell’altro.

«Dalla mia cameretta di Parma vedevo la statua di Bottego, l’esploratore – racconta – sotto di lui, inchinati, due tizi seminudi con scudo e lancia. Chi sono? Un esploratore, come Sandokan? Due indiani, come Toro seduto o Tremal Naik? Sono vinti, è chiaro, ma qual è la storia?». Cosa succede se ci confrontiamo, davvero, con l’altro? Se riusciamo a scardinare gli stereotipi, se ci guardiamo nell’immagine di noi che ci rimanda?

Pregiudizi, stereotipi, desideri. A sfogliare le cartoline d’epoca sull’Eritrea ci sono sempre bellissime donne nude, comunque a seno nudo. Mica ci si veste così sull’altipiano, fa freddo, ma così le vedono gli italiani, così le vogliono. Il sogno sexy dell’esotico non fa paura perché lo domini, se non altro con il denaro o il potere. Eppure ci sono anche rare immagini diverse che guardano gli eritrei e le eritree come persone, non come proiezioni di desiderio, racconta Lucarelli: la foto di una donna decorosamente vestita, evidentemente la compagna dell’italiano fotografato con lui. Lei è una persona, rispettata e probabilmente amata.

Cosa c’è negli occhi di chi guarda? Cosa c’è nei nostri occhi quando guardiamo l’esodo dei migranti, dei fuggitivi? È bello farsi domande, anche se non ci sono spesso risposte: s’intravedono mondi nuovi, si aprono cammini sconosciuti. Per esempio: gli italiani di oggi sono poi così diversi dagli italiani di allora? Istruttivo è rileggere i diari di Montanelli, o il manifesto per la difesa della razza. Lucarelli racconta la storia, una di tante, di un italiano in Eritrea, capo dei carabinieri di Massaua, un certo Livraghi. Che nel 1890 si era messo d’accordo con un faccendiere cosicché ufficiali e ascari italiani arrestavano, e portavano fuori città per poi torturarli e ucciderli concorrenti e chiunque gli facesse ombra negli affari. Associazione a delinquere, una volta scoperta è scandalo, Livraghi scappa in Svizzera. Di lì scrive un memoriale, al processo nonostante le parziali ammissioni verrà assolto. Siamo stati così o siamo ancora così, capaci di corruzione e sopraffazione, anche estrema, per interesse?

E poi. Che cosa andiamo a fare nelle colonie? Un arguto osservatore inglese ci disse: venite in Africa senza sapere che fare, e comunque non ne avete i soldi. Per Lucarelli quello che voleva fare Ferdinando Martini, primo governatore d’Eritrea, era chiarissimo: voleva sostituire gli eritrei con gli italiani, e lo diceva. «Bisognava fare come gli americani con gli indiani, sostituire razza a razza. Poi, giacché aveva il mandato di tagliare le spese, tagliò le scuole per i ragazzi autoctoni. Del resto, che ne facciamo della meglio gioventù eritrea? Ascari, meccanici, camerieri, serve: inutile perder tempo con lo studio».

Tanti echi tra ieri e oggi, troppi. «Bisogna sradicare stereotipi e razzismi dannosissimi per inconsapevoli che siano – conclude Lucarelli – Perché tutti sono l’altro, il diverso, il differente, il nuovo, l’originale. Tutti siamo l’altro, persino se fratello. Senza l’altro, chi siamo?».

gianrico carofiglioSe Lucarelli vuole scardinare gli stereotipi, Gianrico Carofiglio nel suo nuovo libro, Con precise parole,indaga le verità nascoste nelle metafore nell’affollato incontro a Palazzo Ducale. Perché la metafora veicola concetti, produce passione politica, crea comunità riconoscimento reciproco. Può essere usata per scopi malvagi e per ottime imprese, bisogna saperla leggere. Cosa c’è di più efficace e evocativo della “scesa in campo” annunciata da Berlusconi? Scende in campo una squadra di calcio, di qui il nome di Forza Italia, e “gli azzurri” invece che “i forzisti”: metafora calcistica esplosiva in un paese di tifo sgangherato ed emotivo come il nostro. Cosa c’è di più efficace di quel «mettere le mani nelle tasche degli italiani» che equipara le tasse al furto? Monti provò a ribaltarla sostenendo «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», l’effetto fu di riconfermare che le tasse sono un furto. Inutile la negazione; come dimostra l’efficacissimo pamphlet di George Lakoff, Non pensare all’elefante, è anzi un rafforzativo.

Perché la sinistra, il centrosinistra, non sa trovare metafore positive, condividere valori? Obama lo ha fatto: yes, we can evoca una grande possibilità collettiva, c’è il , c’è il noi, c’è il futuro davanti. La traduzione veltroniana, «si può fare», non è efficace. Se pure si prescinde dall’indimenticabile Frankenstein junior, è impersonale, apre una visione parziale, modesta. Il noi non c’è. Né sono più efficaci le metafore bersaniane, insiste Carofiglio che pure ha sostenuto e votato Bersani con convinzione: dannosissimo quel richiamo al partito come “ditta”, impresa commerciale, oppure gli stralunati «tre prosciutti non vengono da un maiale» o ancora «meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto». Chi l’ha mai visto un tacchino sul tetto?

Infine quelle renziane, già quasi dimenticate: «asfaltare», «rottamare». «Al di là dell’indubbia violenza, sono immagini meccaniche. Buone per vincere le elezioni, non per cambiare il mondo. Diceva De Gasperi, e aveva ragione: il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». La lingua del potere, anche nell’epoca della velocità e della pubblicità, va analizzata e decrittata: cruciale questione di democrazia e del vivere civile.

zerocalcareAffollatissimo l’incontro con Zerocalcare, fumettista di culto ormai fenomeno editoriale. In attesa dell’ultimo libro, “L’elenco telefonico degli accolli”, ha sedotto i giovani volontari del Festival che gli hanno riservato un’accoglienza smagata e ironica, ma poi si sono arresi: lui risponde sempre, onestamente e seriamente. Eppure le sue risposte sono spesso accompagnate da risate, risate di riconoscimento, sì anche io penso così, dai, anche tu, possibile? «Se la gente non sa chi sono ci sta – commenta un video in cui anziani mantovani interpellati sul suo nome evocano saponi e bucati – mica tutti leggono libri, e poi i miei sono di una categoria infima come il fumetto, perché dovrebbero conoscermi? In fondo parlo solo di cose personali, fatti miei». Invece s’appassiona, racconta di Kobane, il suo viaggio con la Rojava calling in sostegno della lotta di liberazione curda, racconta il legame antico dei centri sociali con il Kurdistan. E questi ragazzi che di queste vicende sanno così poco ascoltano, domandano, forse approfondiranno. Intanto, tutti in fila fino a notte fonda per il disegnetto di rito sul libro, a rischio di tunnel carpale: «Ma siccome è tardi – dice Zero – non chiedetemi la cappella Sistina addobbata a festa. Solo cose semplici, per favore».

(questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi)