Eppur bisogna andar

C’è una politica di chiacchiere, che annuncia quello che non fa e quando fa esige carta bianca al Parlamento a colpi di fiducia, magari riscrivendo la prima parte della costituzione – scritta da 556 costituenti eletti. Eletti, sottolineo.

C’è una politica di ricorrenze, pronta a ricordarsi delle donne l’8 marzo e dei rom l’8 aprile e a dimenticarsene il giorno dopo. Per cui, dire che il 25 aprile non è una festa, ma un’occasione di memoria condivisa sarebbe ancora più necessario quando invece di ricordare e cercare di imitare i resistenti si mima in Italia il conflitto israelo-palestinese. Come se le Brigata ebraica non fosse parte indiscutibile della Resistenza di ieri. Come se le bandiere palestinesi non rappresentassero una lotta di liberazione dell’oggi.

E’ dunque singolare, in questo tempo, il modo con cui Gazebo (RaiTre) ha deciso di sottolineare il 25 aprile.

Low profile, Diego Bianchi e Andrea Salerno salgono sulla moto e fanno un giro per Roma, #eppurbisognaandar. Dai muri sfregiati dalle mitragliate dei tedeschi in via Rasella, il giorno dell’attentato gappista. Al Museo della Liberazione di via Tasso, ex luogo di tortura della polizia speciale nazifascista, al mausoleo delle Fosse Ardeatine, 335 civili massacrati per rappresaglia dai tedeschi. Insieme a Porta san Paolo, dove si combattè la prima battaglia della resistenza italiana, e dove caddero 414 militari e 183 civili, 597 in tutto. I luoghi classici, perché in ogni quartiere c’è poi un percorso di memoria, la casa di un capo partigiano, la lapide che ricorda un eccidio, un luogo di ritrovo dei gappisti.

Ma il giro, invece, non finisce qui. La moto esce da Roma sulla via Portuense, arriva davanti al Cie di Ponte Galeria, Centro di Identificazione e Espulsione. La moto si ferma, e intanto Paolo Pietrangeli canta “quando ancora non sentivi il rimpianto del futuro”. Andrea Salerno tira fuori tre bandiere tricolore dell’Anpi, e le allaccia al palo del segnale stradale: divieto di transito. #eppurbisognaandar .

eppur

Low profile, messaggio diretto e efficace. La lotta di liberazione, oggi, è lottare contro questo obbrobrio, carcere per chi non ha commesso reati, pagato dai nostri soldi nella nostra indifferenza. E sostenere i movimenti di liberazione che vogliono diritti e libertà, ora e dovunque, dal Kurdistan alla Palestina. Eppur bisogna andar, il 25 aprile, il 26, il 27….

Il biondo Tevere. E il generale Garibaldi

Eccolo qui, che splende sotto il sole. Una meraviglia appare a chi scende sulle sue rive. Meraviglia zeccosa, avrebbe detto Pasolini, il limo che resta sulle banchine dopo le piene puzza, i salici e le canne che spuntano disordinati danno ricovero a gabbiani e nutrie. Ma come brilla l’acqua e che voli d’uccelli richiama. Quando si muove verso ovest, verso il mare, la riva si stende pacificata, dopo il percorso in gabbia tra i muraglioni. Sì, sono loro che separano il fiume dalla sua città. Eppure l’hanno salvata da inondazioni e pestilenze: grazie a Garibaldi, che pure i muraglioni aborriva.

Andò così: nel 1870, non era ancora Capitale d’Italia, Roma viene colpita da una piena devastante, quasi 18 metri di acqua nei quartieri popolosi e la città in ginocchio. Che fare? Ci fu una commissione e tre progetti, ma i denari? Fu allora che Garibaldi presentò una legge che dava all’arginatura del Tevere il crisma e i soldi della pubblica utilità. Anche se poi il suo progetto, quello di scavare un canale ad est che deviasse l’acqua del Tevere dal centro, non fu preso in considerazione, del chè il generale si amareggiò moltissimo. Invece ecco i muraglioni, sopra cui scorre il traffico isolando i barconi, gli approdi, la vita fluviale. Funzionò per le piene, un po’ meno per la malaria che continuò a flagellare Roma fino agli anni ’50.

E’ così. Il fiume è separato. Si vede dall’alto dei ponti o dal basso dell’argine, se si scende sulle banchine. Di lì il fracasso del traffico è ovattato, si sente il gorgoglio dell’acqua, stridi di anatre e rondoni. C’è chi corre, chi passeggia, i fidanzati che si abbracciano o che litigano. Ci sono gli accampamenti disperati di chi non ha altro luogo dove andare, cacciato dalla città “civile”, civile tra virgolette. Ogni tanto fanno una retata, mandano via homeless e rom, immigrati senza documenti e ragazzi sbandati. Torneranno, il fiume ha le braccia larghe: accolse Romolo e Remo, figli bastardi di una donna uccisa dalla sua gente, e i loro successori portarono la corona. Accolse schiavi in fuga e popoli sconfitti e ne fece dei dominatori. Per quanto costretto, per quanto ingabbiato, volete che non accolga quel che la gente per bene non vuol vedere, che la città ufficiale rifiuta?

Lo farà, infatti. Fin quando Roma diventerà davvero civile e non ci sarà bisogno di ricoveri rimediati. Allora degli argini si impadronirà la natura, flora e fauna, e i giovani e i bambini scopriranno le sue meraviglie. Invece delle meste bancarelle estive, cinema e teatro e giochi e poesia. Chissà che nella notte non si senta, finalmente riconciliato, il fruscio del mantello amerindo del generale Garibaldi.

Questo testo è stato letto giovedì 16 aprile al Biondo Tevere, nel corso del reading “Barcaroli controcorrente 2” organizzato da Daniela Amenta

Chi è capace di sognare?

Qual è il futuro di Roma? Pochi se lo domandano. Certo non i politici, decisi a bordeggiare con vele ridotte e lo sguardo corto. Certo non gli intellettuali, che guardano più ai politici che alla società. Si muovono molte cose a Roma, ci sono fermenti – anche potenti – di nuovo. Ma spesso quei movimenti – colti, sapienti e energici – sono concentrati su obiettivi locali o parziali più che verso l’orizzonte della città.

Chi se ne occupa di Roma? Anzi: chi vuol bene a Roma? E’ vero, la stagione alemanniana ha corrotto l’amministrazione e la cosa pubblica per farne utilità di pochi, scarsissima la resistenza. E’ vero, la stagione berlusconiana ci ha abituato alla filosofia della delega e dell’uomo solo al comando, che il renzismo incarna benissimo. L’incapacità di combattere, di costruire un’alleanza contro la destra è una febbriciattola che ci tiriamo ancora appresso, nonostante siamo passati ormai anni, che ci lascia come spossati.

Eppure ci sarebbe di che riflettere. Il sindaco Marino ha annunciato sorridente che i prossimi restauri dei Fori imperiali saranno a spese di un magnate uzbeko: lo stato italiano non investe affatto. Il sito ufficiale dei Fori (http://www.capitolium.org/italiano.htm) è semiabbandonato, il capitolo news è fermo al 2009. E la pedonalizzazione dei Fori – tra gli obiettivi preelettorali dell’allora candidato Marino – si limita per ora a un’operazione di traffico. Forse il sindaco proprio a questo pensava, alle norme per la chiusura al traffico.

Non è questa la pedonalizzazione che ci vuole. Giustissimo chiudere al traffico, ma la pedonalizzazione dei Fori è un progetto antico che guarda lontano, molto più lontano del breve tempo di una sindacatura. Ed è questo il problema forse. Andiamo con ordine.

Il Progetto Fori è una iniziativa complessa che intende rimettere al centro di Roma il suo cuore antico, facendone un pezzo di città non musealizzata ma vissuta, conosciuta, amata, parte del paesaggio sentimentale di cittadini e turisti. Un luogo che abbia l’impatto del Partenone senza il suo isolamento. Un luogo pubblico che faccia capire la città antica e presagire quella che verrà. Per farlo, è ovvio, bisogna cancellare lo stradone littorio che trancia i fori stravolgendone l’assetto, grazie al quel Mussolini urbanista che cianciava di romanità senza capirla o, meglio, solo per farne sfondo al suo potere. E non si tratta solo dei Fori, ma del Colosseo, del Campidoglio, del Colle Oppio e della Domus Aurea, del Palatino e del Circo Massimo fino a collegarsi all’Appia antica: una meraviglia. Un sogno antico che iniziò con i sindaci Argan e Petroselli.

Bene. Chi ne parla? Chi chiama a consulto urbanisti, archeologi, ambientalisti, architetti, disegnatori di giardini per discutere cosa fare di questa preziosissima e trascurata area? Non cì+ più Antonio Cederna, che tanto si è speso negli anni 80-90. Non c’è più Italo Insolera, che con il suo megafono guidava le visite popolari ai Fori, immaginando e affascinando studenti e pensionati. C’è ancora, però, chi ha vissuto quell’epoca. Qualche giorno fa Adriano La Regina – allora soprintendente archeologico, che lanciò l’allarme sul marmi distrutti dallo smog – ha ripreso le fila del dibattito, ha lanciato proposte dal prestigioso palco dell’associazione Bianchi Bandinelli. Qualcuno ha ripreso il discorso, qualcuno ha polemizzato? Macché. Silenzio assordante.

Dove sono le associazioni ambientaliste? Dov’è Italia nostra e Legambiente? Dove sono gli intellettuali, i direttori di giornale, i maetre à penser? Ehi, dico a voi. C’è ancora qualcuno che pensa a Roma, al suo destino, suo futuro? C’è ancora qualcuno capace di sognare?

Aggiungi un posto alla tavola d’arte

Tempo di Expò, tempo di cibo. A cogliere le suggestioni lanciate da Milano sono in molti, anche in altre città. E forse per questo che S-Arte contemporanea, animata da Carmine Siniscalco, ha deciso di dedicare al nutrimento una mostra in due cicli nella sua galleria di via della Penna 59 a Roma. In galleria una tavola apparecchiata con piatti e bottiglie d’autore, che evocano il cibo e intendono offrire un pasto ricco di suggestioni culturali e di rimandi colti. Dal 27 marzo al 10 aprile chef dell’insolita mostra sono stati Rosetta Acerbi, Anna Addamiano, Giovanni Balderi, Valeria Catania, Isabella Collodi, Ana Maria Laurent, Stefania Lubrani, Piero Mascetti, Lina Passalacqua, Alessandra Porfidia, Elio Rizzo, Sinisca, Siscia, Isabella Tirelli e gli artisti dello Studio Arte fuori centro (Minou Amirsolemaini, Francesco Calia, Elettra Cipriani, Raffaele Della Rovere, Gabriella Di Trani, Silvana Leonardi, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Franco Nuti, Luciana Puzzo, Fernando Rea, Alba Savoi).

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Il 13 e 14 aprile, e fino alla fine del mese, sarà la volta di Claudia Bellocchi, Marco Calì Zucconi, Andrea Cerqua, Angelo Colagrossi, Giuseppe Colin, Fabio Ferretti De Virgilis, Pietro Fornai Tevini, Danilo Maestosi, Mauro Magni, Vito Miroballi, Franco Mulas, Bruno Parretti, Lina Passalacqua, Claudio Perri, Giorgio Pirrotta, Marialisa Pizzorno, Eugenia Serafini, Siscia, Giovani Soccol, Mariarosa Stigliano e gli artisti dello Studio Arte fuori centro (Franca Bernardi, Salvatgore Giunta, Patrizia Molinari, Antonio Picardi, Teresa Pollidori, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Grazia Sernia, Ilia Tufano, Oriano Zampieri). Colin e Mulas, invece di imbandire piatti d’autore hanno lavorato a due opere di grande formato, appese alle pareti.

Cinquantasei artisti attorno allo stesso tavolo, con la stessa intenzione. Ma poiché, si sa, in tempi di crisi non c’è cibo per tutti, ecco la volontà di “aggiungere un posto a tavola”, nella nobile tradizione popolare ereditata dal capodanno nordico e dalla festa di Ognissanti, quando davvero si apparecchiava per chi avesse, eventualmente, bussato in cerca di ospitalità.

Così la galleria, in accordo con la Comunità di sant’Egidio, mostrerà anche la rassegna di opere “Un’arte per la vita”, con l’intendo di contribuire al found raising della nota associazione. Quindi, ecco le prime sette opere esposte in galleria: il ricavato andrà tutto – senza commissioni o intermediazioni, al progetto della Comunità di sant’Egidio scelto dal donatore. Offrendo così – scrivono insieme Studio S-Arte Contemporanea e Stefano Carmenati, amministratore della Comunità di sant’Egidio, “l’opportunità di arricchire a condizioni particolari la Sua collezione d’arte, o di iniziarne una, contribuendo allo stesso tempo ad un’attività umanitaria di pubblica utilità”.

Per informazioni sugli orari della mostra e sull’iniziativa Studio S-arte contemporanea 06 3612086 (16.00-19.00 da lunedì a sabato), Comunità di sant’Egidio, Paola Federici, 06 585661 oppure 06 5883625.