Articoli scritti da: @ellabaffoni

Giornalista dal 1964. Fin dal 1973 ha lavorato al Manifesto. Nel 2002 è arrivata all'Unità, dove ha fatto desk al politico. Negli ultimi anni è stata agli esteri, e ha collaborato all'online. Appassionata lettrice e viaggiatrice, ha due figlie. E' comunista.

La musica è un biglietto di “Andata semplice”

Sullo sfondo, una sequenza bloccata di un film. E’ il mare, il mare, con le sue onde sempre uguali e sempre diverse. Al centro, un molo a cui è legata una barca. Già, ma il molo non tocca terra. Resta lì, circondato dalle onde. La promessa di approdo è fallace. Non ci saranno abbracci, strette di mano, uomini a riceverti. Sei solo, solo.

Bellissimo il fondale di “Andata semplice”, lo spettacolo ideato e diretto da Stefano Cioffi e curato da Stefano Saletti e Barbara Eramo, in collaborazione con Baobab Ensemble e con il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati. Uno spettacolo che per quattro giorni ha animato il Centrale Preneste, il Teatro del Lido, quello di Magliano Sabina. E infine, domani, all’Ara Pacis.

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Foto di Francesca Della Ratta

Contrariamente al senso del fondale, lo spettacolo è gioioso. Una preghiera comune, la ricerca di senso e di speranza, il piacere di cantare e ballare su un palco, condividendo brani della propria vita e della propria cultura.

Lo spettacolo è il risultato di quattro mesi di laboratorio musicale con un gruppo di rifugiati. Per loro il viaggio di andata non è certo stato semplice, e ancora più complicato sarà il nuovo percorso di vita: il pericolo della solitudine, dello spaesamento, di sentirsi senza approdo, è dietro l’angolo. Ma la musica aiuta, la musica e le canzoni che parlano le mille lingue africane, lo swahili, il wolof, il mandinga, il poular, il congolese, l’arabo. Quando cantano, accompagnati dal coro e dalla musica, è gioia pura.

Poi ci sono i testi di Claudio Magris, di Oran Pamuk, Tahar Ben Jallun. Il Mediterraneo, l’altro protagonista dello spettacolo, i confini del nostro mondo, la terra di mezzo che è il luogo della comunicazione, ma che le decisioni di una parte possono rendere una trappola di morte che falcia tante vite, anche. Uomini che dal nostro occidente in cerca di facili sicurezze qualcuno considera “a perdere”; uomini che dentro il cuore, nella traversata notturna nella quale si gioca la loro vita, quando lasciano tutto ciò che finora hanno avuto, conservano quelle musiche, quelle canzoni, quelle passioni.

 

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Nakupenda wewe Nakupenda wewe Mpenzi mbona wanisumbua Kila nifanyavyo sivyo Bibi wacha kunibagua Nakupenda vivyo ulivyo Nakupenda wewe Kichuna ewe kichuna Nina masikitiko Usiku kucha silali Hata nala kwa kijiko Nakupenda wewe”, Ti voglio bene, ti amo mia bellissima moglie, quel che faccio non importa, ti amo, ti amo così, sei una grande persona. Di notte non posso dormire ma domani dormirò. Oggi non sono a casa, domani ci sarò. Oggi sono così stanco che devo mangiare con il cucchiaio come un malato, ma domani starò bene. Ma ti voglio bene, ti amo cara…

 

E intanto, sullo sfondo, le onde inseguono le onde, sul molo che resta in mezzo al Mediterraneo. Ma è difficile guardarlo, quel mare, quando esplodono i tamburi, quando risuona l’oud, Quando i volti si illuminano, le voci si inseguono, cantano la lingua di una casa lontana, ti entrano nel cuore.

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Tra i braccianti in Puglia nelle baracche con i poster di An

Non chiamiamoli “ghetti”. In Puglia di ghetto ce n’è uno solo. Il Gran Ghetto di Rignano, il cui nome, con esplicita ironia, è stato deciso dagli abitanti, i braccianti africani. Gli altri sono insediamenti informali, casa degli invisibili. Quelli che in Puglia abitano da decenni o che ci vengono solo per qualche mese, al tempo del raccolto, dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’est. Mica solo pomodoro: c’è l’uva e le olive, ma ci sono anche, tutto l’anno, ortaggi dì ogni tipo. Cipolle e asparagi, sedano e meloni, zucche e zucchine. Ci sono le macchine per arare e seminare, e persino per infilare le piantine nei buchi, ma molto si fa ancora a mano, e servono braccia.

Le braccia, poi, sono uomini. Hanno bisogno di mangiare, riposare, dormire, lavarsi. Molti hanno occupato le vecchie masserie abbandonate, sperse nei campi. Le riconosci dai panni stessi, e dai bidoni blu dell’acqua, riforniti periodicamente dalla Regione, gli antichi pozzi sono spesso andati in malora negli anni dell’abbandono. Ecco, lì vivono i braccianti: nelle masserie diroccate, nelle fabbriche dismesse, nei borghi abbandonati.

Il viaggio per capire come si vive nelle campagne del foggiano comincia così, un piccolo gruppo di persone accomunate da un’esperienza di volontariato e dalla volontà di capire come funziona la filiera del pomodoro dall’ultimo anello della catena, quello dei braccianti. Un avvocato “di strada”, un’operatrice del progetto Presidio della Caritas, un videomacker e una giornalista hanno cominciato a vagare per le provinciali aguzzando gli occhi e cercando le masserie abbandonate e rioccupate dai gruppi di lavoratori. Ma prima, andando nei due luoghi ormai noti a tutti, il Gran Ghetto e la Pista.

Il Gran Ghetto

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Le baracche del Gran Ghetto di Rignano. Foto di Ella Baffoni

Fiore all’occhiello del governatore della Puglia, Emiliano, lo sgombero. La notizia fece, in marzo, il giro dei telegiornali ed ebbe un grande effetto. Come drammatica conseguenza ebbe un incendio che, alimentato dal vento, uccise due braccianti. Amhu c’era quando ci fu l’incendio. Con molti altri era tornato dopo lo sgombero: dove andare, se no? Ma si era accampato sotto gli ulivi, fuori dall’abitato. “I due ragazzi no – racconta Amhu – c’era vento e faceva freddo, e si sono chiusi dentro la loro baracca. L’incendio è scoppiato poco più in là, loro non sono riusciti ad uscire. Chi era fuori ha cercato di aiutarli ma le fiamme erano altissime e nel Ghetto, per favorire lo sgombero, la Regione aveva sospeso l’erogazione di acqua, impossibile spegnere il fuoco”. Lì, sul luogo della tragedia, c’è ancora il carbone che segna il perimetro delle baracche, e qualche lamiera contorta. Ogni tanto qualcuno si ferma a guardare, o a pregare.

Città dei caporali e dello sfruttamento del lavoro e non solo (i bordelli, ad esempio), il Ghetto aveva però alcune forme di socialità e di mutuo aiuto non trascurabili. Sgomberato il Ghetto senza soluzioni davvero alternative – un sistema pulito di reclutamento dei braccianti, garanzie di contratti e condizioni di lavoro non proibitive, versamento dei contributi – cosa è avvenuto? Alcuni braccianti si sono trasferiti dieci chilometri più in là a San Severo, all’”Arena”. Ma il sospetto che il sistema del caporalato per loro sia tutt’ora funzionante è più che legittimo.

Ghetto di Rignano, il luogo dove sono morti i due braccianti africani, nel marzo 2017. Foto di Ella Baffoni

Il Ghetto, intanto, si è riformato. Non sui terreni di proprietà della Regione, abbandonati a carboni e lamiere contorte, ma lì accanto, su terreni privati. Non più baracche ma tendine da campeggio e camper, più difficilmente sgomberabili, e la sera attorno ai caporali che fanno le squadre si formano decine di capannelli. I bar e i negozi hanno riaperto, le ragazze hanno ricominciato a riaffacciarsi. Non saranno i tremila abitanti dello scorso anno, prima dello sgombero, ma a fine agosto c’erano già ottocento persone almeno, e altre ne continuavano a venire. Però, dice Amhu che sta qui da anni e che tuttavia dorme all’addiaccio, prima c’era più solidarietà, più amicizia. Se si era in troppi ci si stringeva per far posto agli altri e un piatto di riuso non mancava a nessuno. Adesso ci vogliono soldi, sempre soldi,  tutto è più complicato e meno umano.

Molti invece se ne sono andati. Accanto alle case nella piana sono comparse le baracche degli ex abitanti del Ghetto, o le roulotte, o i pulmini attrezzati all’interno. Divisi all’ingrosso per nazionalità o, meglio, per lingua, i braccianti hanno cercato l’invisibilità che consentisse il lavoro. Invisibilità a tutti ma non a caporali o datori di lavoro. A Nord di Foggia, a Sud, a Est e Ovest. Con un’eccezione, la Pista.

La Pista di Borgo Mezzanone

Borgo Mezzanone è un sobborgo di Foggia, alle case rurali si sono sommati anni fa gruppi di case popolari. C’è una scuola e un ambulatorio, qualche raro negozio, il capolinea di un autobus per Foggia. E il Cara, il centro per i richiedenti asilo allestito fuori dal borgo, negli edifici dell’ex aeroporto militare. Una struttura inizialmente prevista per 800 persone che ne ospita più del doppio. Accanto, una vera lunga pista aeroportuale usata solo in guerra, proprio dietro al Cara, attrezzata di bagni e container per l’emergenza Nordafrica e poi abbandonata. Ovviamente i container sono stati subito occupati, dagli espulsi dal Cara ma anche da braccianti per lo più stanziali, due o tre persone ciascuno. E mentre la zona del vecchio insediamento resta sonnolenta, come al solito, l’ala nuova brulica di attività, soprattutto la sera.

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Infatti dopo lo sgombero molti degli espulsi dal Ghetto sono arrivati qui, terra di nessuno, ricostruendo baracche con una tecnica che al ghetto ha fatto scuola. E sommando ai tre o quattro baretti degli anni scorsi ujna raffica di servizi: oltre a quelli illegali, il caporalato e la prostituzione, anche quelli indispensabili, negozi, mense, taxi, un forno, meccanici d’auto o da bici, una chiesa, le prese per ricaricare il telefono, gli informatici. C’è l’acqua, c’è l’elettricità. C’è un’attività edilizia frenetica, che vede sorgere nuove baracche ogni giorno, e che occupa sempre nuovi spazi. Con alcuni effetti involontariamente comici, come la casa costruita con i cartelloni della campagna elettorale di Daniela Santanché e con i simboli di An che inneggiano contro i migranti.

Pista di Borgo Mezzanone. Le nuove baracche con i cartelloni elettorali. Foto di Ella Baffoni

Il terreno viene picchettato come nel West, il padrone del picchetto fa il prezzo che dovrà pagare chi vuole farsi una baracca. Centocinquanta, duecento euro: la pista è lunghissima, c’è posto per tutti, anche se qualcuno ha preferito occupare le casematte e i bunker del vecchio aeroporto.

C’è posto anche per Radio Ghetto, la radio gestita da volontari italiani che da anni dà voce e informazioni e musica ai braccianti, e che dopo l’incendio del Ghetto si è trasferita lì, all’estremità sinistra della pista guardando il Cara: una piccola veranda di canne che frusciano al vento e l’insolito lusso di una cabina di legno per la doccia. La radio e i suoi animatori hanno scelto, quest’anno, di diventare itineranti. Per esempio allestendo concerti e incontri a Lucera o Cerignola, o ancora tra i casolari spersi nella campagna e abitati dai bulgari, silenziosamente espulsi dal loro insediamento.

1 – continua

Se abitassi a Ostia? Voterei M5s contro la destra

Da una parte c’è la battagliera candidata del centrodestra, Monica Picca. Dall’altra la delegata della sindaca Raggi, Giuliana Di Pillo, che davanti alle telecamere ha mostrato una competenza e una conoscenza del territorio degna della sua sindaca, dunque molto bassa. Donna contro donna, in un municipio sciolto per mafia.

Non è una sfida di poco conto, Ostia essendo uno dei più popolosi municipi di Roma. Da una parte la candidata di centrodestra che coalizza attorno a sé FdI, c’è Forza Italia, Noi con Salvini, e tre civiche che hanno raccolto complessivamente il 26,7%, a cui andranno probabilmente aggiunti i voti ottenuti dieci giorni fa da Casa Pound, un gruzzoletto che vale il 9%. Dall’altra la grillina che ha raggiunto il 30,2 per cento, ma che potrebbe essere danneggiata dal protagonismo della sua sindaca, molto attiva a Ostia in questi giorni, e insolitamente.

Che faranno gli elettori del Pd, il 13,7%, e quelli della lista del prete di sinistra, Franco De Donno, al 8,6%? La domanda non è peregrina, anche se la miseria dell’offerta elettorale potrebbe suggerire – come già avvenuto alle comunali scorse – l’astensionismo.

Per quel che vale – nulla statisticamente – è però interessante vedere cosa hanno risposto alla domanda di un giornalista su Facebook i suoi lettori. “Ma voi – e la domanda è sincera – se abitaste a Ostia al ballottaggio che fareste?” ha scritto Pietro Spataro, di strisciarossa. Un diluvio di risposte. Più che i risultati (due terzi voterebbero M5s, pur con occhi aperti sull’incompetenza e l’incapacità amministrativa, un quarto si asterrebbe, per il resto si bilanciano i “non so”, “aiuto”, “mamma mia” e chi invece annullerebbe la scheda) è singolare il dibattito.

Ragiona Andrea: “Difficile capire quella realtà per chi non la vive. Io sto nel VII Municipio e mi ritengo fortunato. Forse, pur senza particolare entusiasmo (non ce ne sono motivi e presupposti), se abitassi ad Ostia, voterei la candidata del M5S, senza esserne un attivista né un estimatore, pur riconoscendo che è portatore di alcune istanze che ritengo condivisibili e pur restandomi più di una perplessità. Tanto mi pare che garanzie assolute non ce ne siano più da nessuna parte. Non mi piace Grillo, non mi piace che un movimento politico che sta nelle istituzioni si richiami ad una società privata, ma d’altro canto se soprattutto il Csx è stato ciò che è stato e ha combinato ciò che ha combinato, non ci si può neanche meravigliare che un movimento raccolga il 26% di colpo. Se la Sinistra avesse fatto il suo lavoro, non staremmo così e se chi ha governato le istituzioni negli ultimi 20 anni, non avesse lasciato gran parte della città nell’abbandono, non saremmo arrivati dove siamo”.

Gli astensionisti si fanno forti delle dichiarazioni di Grillo, nel febbraio 2014, a confronto con il leader di Casa Pound a cui apriva le porte: “Chi di voi ha i requisiti per entrare nel Movimento può farlo. L’antifascismo non ci compete”. Oggi quelle frasi suonano davvero improvvide per il M5s. Non abbastanza però per scoraggiare chi pensa che sia necessario comunque far argine alla destra, e dunque di malavoglia voterebbe i grillini. Come Oriano: ”Se concordiamo che il pericolo vero sia una nuova destra che avanza mi pare inevitabile battersi per sconfiggerla ovunque, in particolare ad Ostia. Quindi M5s”.

Ornella ammette: “Non riesco a scegliere tra schifo e schifo”. La rimbecca Zoia: “Così scelgono gli altri”. Tamara se la cava in questo modo: “Valuterei la candidatura alternativa. Di Maio e Di Battista non li voterei ma la Di Pillo si. Il voto al sindaco è al sindaco, non al partito”. Elisabetta annullerebbe: “Non voterei. Scriverei Falcone e Borsellino sulla scheda. O Fava, Impastato, Siani o il nome di qualche giornalista messo all’indice da Grillo e i suoi ma non voterei per chi non mi piace”. Come Luana: “Annullerei la scheda come ho fatto alle amministrative…. Ci scrissi sopra Avevo votato Marino”. Quella ferita, evidentemente, è ancora aperta.

Non è facile, ovviamente. Ogni scelta è legittima, eccetto votare centrodestra, non è un caso che nessuno ne faccia menzione.

Alle scorse comunali di Roma, per la prima volta nella mia vita, ho annullato la scheda al ballottaggio. Impossibile votare per il candidato di quel Pd che ha dimesso il precedente sindaco – per inadeguato che fosse – davanti al notaio, invece di sfiduciarlo in consiglio comunale. Ripugnante votare per la candidata 5 stelle, proveniente da ambienti di destra, dopo una campagna elettorale più che mediocre. L’offerta politica essendo quella, come dice Zoia, ho lasciato decidere gli altri.

A Ostia no. C’è un’ondata di destra, populista, che ha visto una forte affermazione di Casa Pound. Vincesse il M5s, Ostia si ritroverebbe una presidente inadeguata quanto la sindaca, forse meno forse più. Vincesse quella destra, invece, sarà quello il segno dell’amministrazione che ne nascerà, il segno della tartaruga. E magari un ulteriore sdoganamento di idee a cui non bisogna dare dignità politica. Idee pericolose, che vanno invece combattute e ricacciate indietro. Nelle urne come nei quartieri, a Ostia e a Roma e in Italia e in Europa.

E voi come votereste?

La sindaca Raggi sfratta la Casa delle donne

Le denunce di violenze e molestie sessuali travolgono Hollywood e non solo. I movimenti femministi si organizzano e invadono le piazze del mondo. E che fa nostra provincialissima sindaca di Roma? Minaccia di chiusura la Casa internazionale delle donne di via della Lungara, che da decenni è presidio di pensiero e azione femminista, con i suoi incontri, le iniziative, il centro antiviolenza. Oggi se ne parlerà in una conferenza stampa, lunedì c’è l’assemblea cittadina indetta dalle quaranta associazioni che lavorano alla Casa a cui aderiranno i gruppi che lavorano nel territorio da cui usciranno, è facile immaginarlo, iniziative di lotta con l’hashtag #lacasasiamotutte. La Casa delle donne non può morire strozzata da una burocrazia cieca al valore sociale delle attività che lì hanno sede.
Inutile elencare le benemerenze della Casa delle donne, più utile forse ricordare la storia del Buon Pastore, un edificio del 600 usato allora come carcere femminile per ragazze ribelli. Un rudere abbandonato che riprese vita trent’anni fa, nel 1983, quando venne destinato “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile (Casa della donna, sede dei movimenti femministi)” da una delibera comunale e poi in parte assegnato al Centro Femminista Separatista (CFS), cioè a dieci associazioni femministe che allora occupavano la sede storica di via del Governo Vecchio.
Nel 1987 l’Associazione federativa femminista internazionale (Affi) occupò l’ala seicentesca avviando una trattativa con il comune. Di qui nasce il Progetto Casa internazionale delle donne, sostenuto dal Coordinamento donne elette del Comune di Roma e elencato tra le opere di Roma Capitale, approvato nel 1992. L’iter per la sua realizzazione porta alla Costituzione del Consorzio Casa Internazionale delle donne (oggi Associazione di Promozione Sociale) che sottoscrive con il Comune la convenzione, prevista dalla delibera di assegnazione, per gestire il complesso dell’ex Buon Pastore.


Dunque, nessuna illegalità. Non si tratta di un affitto “di favore” come tanti appartamenti di pregio nel centro storico ceduti a vip o a persone vicine a questo o quel potente, che contrariamente ai luoghi sociali restano indisturbati. Si tratta di un luogo affittato a 9.000 euro e gestito da volontari, senza fini di lucro se non per la manutenzione dell’edificio, che offre servizi sociali e culturali che spetterebbero all’amministrazione di una grande città capitale. E che fa questa, invece? Come già avvenuto per molte realtà – dalla Scuola di musica popolare di Testaccio a Celio Azzurro – gli uffici contabilizzano il valore dell’immobile e del suo affitto a valori di mercato, contabilizzano gli arretrati e intimano con una raccomandata di pagare 833.000 euro entro un mese. Una procedura che prevede, in assenza di risposta positiva, “l’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela”. Insomma, lo sfratto.


Impossibile trovare 833.000 euro in un mese, se almeno non si è speculatori o affaristi. Questo è quel avviene quando la richiesta di legalità si fa ottusa burocrazia. Va ricordato anche che nel 2013, nel corso di una trattativa con la Casa delle donne, il Comune aveva stabilito il valore delle attività che si svolgevano al Buon Pastore pari a 700.000 euro all’anno. Peccato che anche questo percorso sia franato con l’abbattimento della giunta Marino.
E’ singolare che a sfrattare la Casa internazionale delle donne – e con queste brutali modalità – sia la prima sindaca di Roma. Si potrebbe notare che l’avvio della vicenda fu firmato da due sindaci uomini, il democristiano Signorello prima e il socialista Carraro poi, evidentemente più sensibili alle questioni sociali della signora Cinque stelle. Resta da chiedersi se Virginia Raggi proprio non conosce la Casa delle donne e la sua valenza, o se è prigioniera della burocrazia comunale; non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la più grave. Come già avvenuto per altre realtà sociali, l’aratro cieco della burocrazia fa terra bruciata, l’ignavia e l’ignoranza dei nuovi amministratori vi sparge sopra il sale per farne un deserto. Ma i semi di ribellione e resistenza, è sperabile, saranno più forti.

Borgate di Roma, un secolo di esclusione

Dove comincia il centro, dove la periferia? A Roma, grazie all’abusivismo ma anche a scelte pubbliche sciagurate, al di fuori delle mura Aureliane i ceti si mescolano ma restano separati. Sono isole i quartieri di case popolari del Governatorato o dello Iacp (oggi Ater), sono isole i quartieri della piccola e media borghesia, isole erano i borghetti di baracche, le favelas degli anni 50-70. In mezzo galleggiavano i quartieri abusivi, lottizzazioni autogestite e una qualità edilizia per lo più pessima. Una situazione che dura da un secolo e esiste ancora, come sa chi abita fuori dal centro storico, fino al Raccordo e oltre. A fare il punto della situazione una interessante giornata di studio promossa dalla Casa della memoria e della storia e coordinata dal presidente del circolo Gianni Bosio, Alessandro Portelli.

Di ricucitura delle borgate si parla da decenni, a volte l’unico esito è stato ulteriore inutile cementificazione. Perché almeno una cosa è evidente: di nuove case Roma non ha bisogno affatto, visto che moltissime nuove edificazioni restano sfitte o invendute. Ma di case Roma ha un disperato bisogno, viste le lunghissime attese di chi ha diritto a un alloggio popolare, viste le peripezie a volte anche creative di chi cerca un affitto compatibile con il proprio stipendio, e non è facile. Viste le occupazioni di case patenti e quelle oscure, governate dalla criminalità organizzata nelle case pubbliche.

Pigneto-Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

A strutturare la storia degli edifici pubblici a Roma è stato lo storico Luciano Villani, coautore di “Borgate romane. Storia e forma urbana”. Proletari e sottoproletari, che disturbano la vetrina propagandistica del fascismo, sparati in casette squallide senza servizi né quartiere e disperse nel deserto dell’Agro, lontane chilometri dalla città costruita. Tiburtino III, Gordiani, Pietralata, Tor Marancio, San Basilio, Trullo, Quarticciolo, Primavalle, Acilia… Qui sta una chiave per capire la recente montata del razzismo, dice Villani: “Con gli anni – oltre alla pratica dell’ereditarietà della casa popolare c’è stata anche la cessione abusiva, gestita con il consenso – il ricambio degli abitanti non c’è stato. Tutti si conoscono, tutti sono parenti, tutti sono lì da decenni, generazione dopo generazione. La solidarietà è forte ma non non si vuole gente che venga da fuori, dagli stessi luoghi malfamati da cui provenivano in origine i vecchi assegnatari. Ancora negli anni ’60 a Pietralata ci fu una rivolta contro i nuovi inquilini provenienti da Borgata Gordiani. Ma allora c’era la mediazione politica del Pci e della chiesa, oggi non c’è più niente”. Se non le agitazioni razziste dei neofascisti e neorazzisti.

Il Pci del dopoguerra sceglie a Roma di andare nei quartieri popolari e nelle borgate, e anche nella favelas delle baracche. Non era una scelta scontata, racconta Walter Tocci, negli anni 70 giovanissimo presidente di circoscrizione a Pietralata: “Ci radicammo tra gli operai dei servizi, ma anche nel sottoproletariato, che tanto generosamente si era impegnato nella Resistenza. Per educarlo, per fargli superare il ribellismo e, come si diceva allora, il plebeismo. Per costruire il popolo di sinistra. Dicevamo: se si guarda all’innovazione, non ce n’è tra i benestanti; i malestanti invece ne sono ricchi. Avemmo un parziale successo: però nelle borgate abusive, una volta ottenuto giustamente servizi e decoro, gli ex abusivi si ritrovarono proprietari, e negli anni ’80 lasciarono il Pci per votare massicciamente la Dc di Sbardella o la destra di An”.

Certo hanno contato anche le giunte di sinistra alla fine degli anni ’70. “Il sindaco Luigi Petroselli governò solo due anni – ricorda Tocci – ma ha fatto la più grande operazione di politica amministrativa che si sia mai vista a Roma. Vero è che il Pci allora governava anche dall’opposizione, ottenendo importanti vittorie e precostituendo gli anni di governo: Chi non sa fare opposizione, difficile che poi al governo combini molto. Ma le giunte di sinistra, Argan e Petroselli, seppero fare questa e quello. Non solo la cultura, l’acquisizione dei grandi parchi pubblici, i servizi sociali, i nidi e i centri anziani. Ma anche un investimento gigantesco, mille miliardi di lire l’anno, per portare acqua luce fogne nelle borgate abusive; e la costruzione di enormi quartieri popolari che, se discutibili per architettura e per gestione sociale, hanno consentito di spianare le vecchie baracche che infestavano le periferie, dando a tutti una casa dignitosa e il diritto di cittadinanza. Non si dica che ci vogliono poteri speciali per governare Roma. Allora che le procedure erano ancora più farraginose ma la macchina capitolina girava meglio, in 12 ore il Servizio giardini spianava un borghetto, piantava gli alberi, srotolava l’erba, piazzava le panchine. Ma allora c’era una grande politica, un grande progetto. Oggi non più, sta alle nuove generazioni ritrovarlo”.

Lidia Piccioni ricorda la crescita affannosa di Roma per l’immigrazione, da 200.000 a 1.200.000 dopo la prima guerra mondiale. E nonostante le deportazioni mussoliniane e i bombardamenti massicci, alla fine della seconda guerra mondiale gli abitanti erano già 1.700.000, balzati a 2.250.000 negli anni ’60. Ma i quartieri signorili e popolari restano separati, anche se spazialmente adiacenti, pur condividendo una marginalità comune: i trasporti carenti, l’assenza di verde, la mancanza di strutture sportive. Maria Immacolata Macioti, invece, ricorda l’orrore della separatezza dei borghetti, cancellati alla vista e alle coscienze, quelle baracche umide, non riscaldabili nemmeno con le stufe a legna, le ore passate sui tram per andare a lavorare, i bambini sporchi e mocciolosi, una povertà che si tagliava con il coltello. Tanto che molti non riuscivano a pagare nemmeno la misera tariffa del medico condotto, e si presentavano con un pollo o l’insalata e la bieta dell’orto.

Eppure, nota Sandro Portelli, dalle periferie è venuta molta dell’innovazione musicale. Non solo le canzoni popolari di lotta, come quelle raccolte nei decenni dal Gianni Bosio e dal Canzoniere del Lazio; ma anche il rock o il rap di Casilino 23 e Centocelle. Nelle periferie – dice – arrivavano gli immigrati economici, spinti dagli stessi sogni e dalle stesse necessità di chi sbarca a Lampedusa anche se provenienti dalle zone depresse dell’Italia del sud invece che da Africa o Asia.

E’ pur vero che, accanto agli episodi di intolleranza, nelle borgate romane c’è anche solidarietà. Basti vedere, incalza Tocci, quel che succede nelle scuole: “ Mentre il governo gestisce in modo sciagurato l’immigrazione, le nostre scuole falcidiate dai tagli, i nostri insegnanti bistrattati accolgono 800.000 ragazzi di tutte le lingue: un grande sforzo di autoformazione e civiltà. Nonostante la fabbrica della xenofobia di giornali e televisioni, anche la battaglia sullo ius soli parte dagli insegnanti, che sanno di cosa si parla. Spero che ora si riesca, almeno quella legge, a vararla!”.

La filiera sporca del pomodoro e le case di Boccadirosa

In Puglia Giuseppe Di Vittorio iniziò lavorare come bracciante, all’inizio del secolo scorso. Delle lotte che guidò, del suo pensiero sono molte le tracce che restano. Nella Cgil che guidò a lungo, ma anche nei suoi territori, tra i cafoni come lui a cui insegnava di non togliersi il cappello davanti ai padroni. Fosse vivo oggi, riconoscerebbe come suoi fratelli i ragazzi dalla pelle nera e quelli che vengono dall’est, sfruttati come bestie nei campi pagati in nero o in grigio come all’inizio del secolo. Ai braccianti sottopagati diceva: “I vostri agrari e quelli di Cerignola vendono il loro grano o il vino allo stesso prezzo. Perché dunque voi dovete lavorare un maggior numero di ore e guadagnare di meno? Organizzatevi in grande massa, come i vostri fratelli di Cerignola, e otterrete anche voi gli stessi miglioramenti”.

 

Borgo Mezzanone, il riposo dopo il lavoro nei campi. Foto di Ella Baffoni

Oggi ricorderebbe che negli anni 50 la paga dei braccianti era simile a quella di oggi, mentre il barattolo dei pelati costa molto di più. Chi ci ha guadagnato, chi ci guadagnerà?
E’ lungo il viaggio nelle campagne alla ricerca degli insediamenti informali dei braccianti d’oggi. Ma le tracce sono ancora quelle dei tempi di Di Vittorio, anche se le storie sono diverse, ognuna è un insegnamento nuovo. Un viaggio fatto insieme alla responsabile del progetto Presidio della Caritas, a uno dei fondatori dell’associazione Avvocati di strada, a Antonio Fortarezza, che sul lavoro in agricoltura nel Tavoliere ha molto lavorato (qui il link a uno dei suoi lavori).

 

Cerignola

Sul ovest di Foggia, il luogo dei grandi scioperi del braccianti negli anni ’50. Qui c’è l’insediamento più antico della Capitanata, più antico anche del Ghetto. Quando, quindici anni fa, nella piana sotto Rignano cominciavano a popolarsi i casali che restano il nucleo forte del Ghetto, nelle campagne di Cerignola la presenza dei braccianti era già strutturata. Come sempre, nel bene e nel male. Il male è il controllo forte dei caporali su tutti gli aspetti della vita quotidiana, non solo il lavoro ma anche l’accoglienza e il cibo. Il male è la presenza endemica di prostituzione, per gli africani ma anche per gli italiani. Tanto che, in uno di questi paesini si racconta che ci fu una rivolta delle mogli contro le prostitute africane, una sorta di “Bocca di rosa” che non è finita con l’espulsione, come nella canzone di De André ma, più modestamente e chissà se felicemente, con la riconquista di qualche marito.

La strada che si stende lungo la campagna piatta è affiancata, ogni quattrocento metri, da una casa poderale. Ridipinte fuori, attrezzate all’interno, sembrano residenze stanziali più che accampamenti di passo. Prima due casali gemelli di ghanesi, poi quello dei moldavi, due “case delle ragazze”, e ancora ghanesi. Una situazione decorosa, nel complesso, senza cumuli di rifiuti ma con carenza di acqua: le cisterne azzurre dell’acqua sono dovunque, l’autobotte della regione fa il suo dovere. Ma comunque il bucato si riesce a fare solo una volta a settimana, e chi lavora nei campi – soprattutto con i pomodori, il cui lezzo di piante schiacciate e di marciume si sente da lontano – avrebbe bisogno di lavarsi molto più spesso.

Tende e roulotte attorno a una masseria di Cerignola. Foto di Ella Baffoni

Non solo pomodori; molti abitano qui tutto l’anno. Per le cipolle, i meloni, le zucche, i finocchi, i cavoli, anche d’inverno. In primavera si ricomincia con le verdure a foglia larga e gli asparagi, i cereali. Fino all’estate, regno incontrastato del’oro rosso, il pomodoro da sugo.

 

La fabbrica di Foggia

La chiamano così “la fabbrica”. Pochi ricordano cosa producesse, forse era una Centrale del latte. Annegata nella zona industriale periferica, nel cortile ha un pozzo, intensamente usato dagli abitanti che da molti mesi vivono qui. Di giorno, la mattina soprattutto, sembra davvero una fabbrica abbandonata, la sera si anima, comincia la musica, il profumo di cibo e la fila davanti al pozzo. La mattina dopo una fila di pulmini porta i lavoratori nei campi.

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All’inizio erano un’ottantina, ora superano abbondantemente il centinaio. L’interno è suddiviso in stanze e stanzine, come separé teli di stoffa e cartelloni pubblicitari, una corda stesa è l’armadio dei panni, vecchie poltrone sono il salotto, fornelli e bombole per cucinare. Tanti i materassi anche l’aperto, e meno male che non piove. Ma anche no: mannaggia al sole, che quando piove non si può fare la raccolta meccanizzata dei pomodori e bisogna ricorrere al lavoro manuale, molte più squadre sul campo a infangarsi i piedi. Le macchine, pesanti come sono, s’impantanerebbero e i pomodori s’impasterebbero con il fango. Quando piove, i braccianti lo sanno, le macchine si fermano, c’è più lavoro ed è più facile strappare una paga meno indecorosa del solito.

Vivere alla periferia della città, comunque, affranca dalla schiavitù del trasporto governato dai caporali per chi ha bisogno di una farmacia, per chi si ammala o per chi abbia voglia, ogni tanto, di mangiare un pezzo di pizza o di mescolarsi con gli italiani.

 

La filiera e i controlli

Gli ispettori del lavoro a Foggia sono una quarantina, sei dedicati all’agricoltura. Ma in estate i turni di vacanza impoveriscono le squadre che fanno i controlli sui campi. A parlare con qualcuno degli ispettori la visione delle condizioni di lavoro appare divergente da quel che raccontano i braccianti. E per forza: quando arrivano nei campi i lavoratori scappano, anche quando i documenti sono in regola, anche quando hanno il contratto di lavoro nello zainetto. Peccato: in teoria gli ispettori vanno nei campi anche per difendere i loro diritti. Così invece gli ispettori parlano quasi solo con gli agricoltori e le aziende, e quando pure riescono a interrogare qualche bracciante, il bracciante mente, non indica mai il caporale.

Perché? Perché il caporale è l’unico tramite per ottenere un lavoro il giorno dopo. Chi lo denuncia, grazie al passaparola, sarà messo al bando. Così gli agricoltori sostengono di pagare 6-7 euro per ogni cassone di 300 chili riempito, e ci vuole quasi un’ora. E’ lavoro a cottimo, vietatissimo e pure tolleratissimo, Però i braccianti sostengono di ottenere 2.50, 3 e in rarissimi casi 4 euro a cassone. Probabilmente nessuna delle due parti imbroglia, c’è un terzo protagonista che maneggia arbitrariamente il denaro delle paghe che riceve dall’agricoltore e che distribuisce ai braccianti, il caporale. Che probabilmente ne trattiene una parte. Finché non si troverà il modo di eliminare i caporali e rendere trasparente e rapida l’assunzione dei braccianti – quando il pomodoro è maturo non si può aspettare troppo – truffe e sfruttamento continueranno.

Chi pensa di eliminare con le ruspe un Ghetto, o gli altri insediamenti informali, non sa di cosa parla. È lo sfruttamento, non le sue conseguenze, che bisognerebbe eliminare.

I camion con i cassoni dei pomodori in attesa davanti alle fabbriche di trasformazione

Invece finché il prezzo del prodotto lo faranno le ditte della grande distribuzione, magari con aste al doppio ribasso, gli agricoltori strozzati strozzeranno i braccianti, ultimo anello della filiera. Non solo Auchan Italia, Carrefour Italia, Conad, Coop Italia, Crai, Despar, Esselunga, Eurospin, Interdis, Lidl Italia, Gruppo Pam Panorama, Selex, Sigma, Sisa, Sma Italia fanno con gli agricoltori e con le aziende di trasformazione i contratti preventivi in appositi tavoli dedicati, in primavera. Ma poi, in rete, partono le aste al doppio ribasso. Una catena di supermercati, ad esempio, lancia on line la richiesta: mi servono tot quintali di pelati e tot di passata: chi offre meno? Una volta arrivate le offerte, rilancia dalla più bassa: Princess offre x, chi offre di meno? Le offerte speciali, i “sottocosto” nascono così, e sono davvero sottocosto. Ma chi paga in sostanza la strozzatura del mercato, se non il penultimo anello della catena? Gli agricoltori che, di nuovo, si rifanno sui braccianti. Loro sì, davvero gli ultimi.

In più, c’è la criminalità organizzata, quella vera. Che approfitta degli agricoltori più deboli, più indebitati. E propone di finanziare la semina, le piantine e la chimica necessaria, contrattando un tot per il prodotto finito. Un tot ancora più basso dei valori già bassi del mercato. L’agricoltore sarebbe in perdita se non ci fosse la speranza dei Fondi europei.

Già, i fondi europei. Dureranno ancora tre anni, poi dovrebbero estinguersi: finora sono un sostegno indispensabile alla nostra agricoltura, una droga. Potrebbero essere un forte volano di cambiamento, se venissero usati a sostegno della legalità invece che erogati a pioggia. Era il pensiero di Guglielmo Minervini, assessore della precedente giunta regionale che aveva organizzato un accurato piano per lo smantellamento del Ghetto e dello sfruttamento. Sventuratamente poco ascoltato, sventuratamente stroncato da un’impietosa malattia. Ora non resta che il presidente Emiliano, quello che si vanta dello sgombero del Ghetto. Sgomberato e rinato e moltiplicato. Perché non bisogna dimenticarlo: se il lavoro naviga in un mare di illegalità, è difficile poi che chi lavora possa vivere nella legalità. Era così quando a guidare le lotte nelle campagne c’era Di Vittorio, tanto più è così ora che le lotte sono sempre più deboli. Ma l’eco di quelle lotte c’è ancora, nelle campagne, a volerlo sentire. Dunque, chi può dire che sarà sempre così? Finché ci sarà bisogno di braccia per il lavoro nelle campagne, arriveranno uomini. Con le loro storie, i solo sogni, le loro speranze. E, sì, anche il loro bisogno di un futuro senza sfruttamento, che è anche il nostro.

3 – fine

La prima parte

La seconda parte

Insediamenti informali tra Lucera e Lesina

Foggia. Con la responsabile del progetto Presidio della Caritas, un avvocato di strada, un documentarista abbiamo cercato i luogi dove vivono i braccianti di oggi, africani o provenienti dall’est europa. Nascosti alla fine di una strada sterrata, o addirittura antiche masserie dove arrivano solo sentieri di terra battuta tra campo e campo, la stagione della raccolta del pomodoro ne richiama qui tantissimi. Molti però si fermano anche tutto l’anno, per i lavori dell’agricoltura.

Lucera

A nord est di Foggia c’è Lucera, con i suoi diversi insediamenti informali. Qui venivano i contadini negli anni ’50 a fare le scampagnate pasquali. Oggi, spersi tra le provinciali, nelle masserie abbandonate e diventate terra di nessuno si insediano i nuovi braccianti, gli stranieri.

La masseria dev’essere stata bellissima, e la sua buona qualità architettonica resiste ancora alla rovina del tempo: la sua torretta quadrata, le stalle ad arco a destra, i magazzini a sinistra, la grande aia davanti all’abitazione capace di contenere una famiglia allargata. Oggi ci vivono centoventi-centocinquanta ghanesi, governati da un caporale che prima dello sgombero viveva al Ghetto. Ha preferito venire qui e governare in proprio questa masseria circondata dai rifiuti, e all’occorrenza un’altra poco lontano. Ha installato due pannelli solari, e ora c’è l’elettricità. A lui si chiede lavoro, per lavorare a mano o anche a macchina. A lui si chiede un materasso al chiuso o all’aperto. A sua moglie, che gestisce il negozio-bar, si chiede una bibita fredda o un piatto caldo. E forse a loro si chiede una delle poche ragazze che vivono lì ma che non vanno nei campi. Un sistema integrato, come al Ghetto, ma ormai sottratto persino al controllo informale della città dello sfruttamento.
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Qui vive Koffi, in Italia da dodici anni. Ha vissuto tra Verona e Treviso facendo l’operaio interinale: metalmeccanica, logistica, imballaggi. Poi la crisi, ed è venuto a sud per lavorare in agricoltura. Ha avuto i documenti in regola a lungo, ma alla scadenza non è riuscito a esibire un contratto (per la crisi, appunto), ed è diventato clandestino. Ora il contratto lo avrebbe, se avesse i documenti. E vorrebbe, se possibile, uscire dall’inferno del lavoro grigio che l’imprigiona da un anno. Perché resta qui? Lo spiega lui, nel suo ottimo italiano: “In Ghana la paga di un operaio è duecento euro, quando ero in regola su al nord guadagnavo mille e duecento euro. Con la terra, con i pomodori guadagno molto meno, ma molto di più di quanto guadagnerei in Africa, e posso mandare qualcosa a casa”. Anche se il prezzo da pagare è una fatica da bestie e condizioni di vita molto peggiori che in Africa.

Altro casale, altra storia. Oleg è rumeno e ha una grande famiglia. Moglie e sette figli, quasi tutti sposati e con bambini. Il casale è del padrone, lui non l’ha occupato perché vuole fare le cose in regola. Non lavora solo i pomodori ma anche gli asparagi e gli ortaggi. E’ nel foggiano da quattordici anni, la casa è linda e ben attrezzata, con frigo e lavatrice, elettricità e acqua. Accanto, le roulotte per i figli e le loro famiglie. Oleg ha un problema: quando va sui campi con i suoi figli, a volte viene fermato dalla polizia, e accusato di essere il caporale. Ma siamo una famiglia, dice, è normale lavorare tutti insieme. E forse, grazie a un commercialista, ha trovato una soluzione: costituire una cooperativa di servizi, così da rendere legale la sua contrattazione con il padrone. Mostra le carte, l’atto di costituzione, i versamenti. Ma se tutti i caporali facessero così, famiglia o no, non sarebbe comunque intermediazione illegittima di lavoro? Sa davvero il fatto suo quel commercialista oppure è un furbetto che imbroglia chi si vuol mettere in regola?

Poggio Imperiale – Lesina

Sotto lo svincolo dell’autostrada, a nord di Foggia verso il mare, c’è una piccola zona industriale. Il capannone che cerchiamo sembra abbandonato: forse era una fabbrica di lavorazione della pietra rosa che scava da queste parti, ad Apricena, e poi forse è diventato un deposito di pelati. Sta di fatto che il tetto è crollato quasi ovunque, se non nell’ala destra. Qui si affollano materassi e tendine, il luogo del sonno per più di un centinaio di braccianti, all’inizio ghanesi ma anche sudanesi e senegalesi, musulmani e cristiani. In fondo, un bancone tipo bar per l’acqua e le bibite.
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Nel grande spiazzo aperto che era una fabbrica, sotto lo scheletro del tetto, ci sono materassi usati come divani, per chiacchierare e prendere il te, piccoli fornelli a legna per cucinare. Per l’acqua, non potabile, bisogna andare lontano, almeno duecento metri nelle campagne, e da lì si torna con i panni lavati e la doccia fatta. L’acqua è un problema sempre: due anni fa, quando piovve tanto, la fabbrica venne inondata e ci volle l’iniziativa della Caritas per trovare una tendopoli che accogliesse gli alluvionati. La siccità di quest’anno fa supporre che ora non ci sia pericolo.

Nonostante le condizioni di vita proibitive, le condizioni lavorative sono migliori che altrove, 52 euro a giornata, e solo per sette ore. Molti hanno un contratto (bisogna poi vedere se alle giornate lavorate corrispondano i contributi versati). Ma intanto qui il lavoro c’è, dice Ibra, che a lungo è stato a Brescia, operaio di fabbrica. La crisi ha espulso lui come molti, ora gira per le campagne. Chi ha il permesso di soggiorno trova lavoro più facilmente, chi lo ha perso viene sfruttato molto di più. Ma, dice Ibra, “con il mio gruppo ci muoviamo insieme. Questi due mesi a Lucera per il pomodoro, e stringiamo i denti per le condizioni di vita. Poi andremo a Adria per l’uva e le olive, in Sicilia per le patate e le olive, in Calabria per gli agrumi. Una vita nomade e sacrificata qui in Puglia, un po’ meno dove ci sono le tende con i servizi e l’acqua”. Le grandi tende azzurre della Protezione civile.

Al tramonto, una piccola pattuglia di braccianti stende al centro della fabbrica un telone di plastica azzurra e si china a pregare. Sembra plastica, ed è una moschea.

Il Ghetto bulgaro

Ora non ci abita più nessuno. Nella masseria in rovina a qualche chilometro dalla Pista di Borgo Mezzanone restano, oltre ai sigilli rotti, un’infilata di archi imponenti e cumuli di stracci, anche imballati, come se la concitazione dello sgombero non avesse consentito di portar via pacchi e bagagli. I rifiuti, per la verità, c’erano anche prima. E qui vivevano una miriade di bambini di ogni età, anche piccolissimi, spesso a piedi nudi. Bulgari, ma rom anche, vivevano qui come vivono nelle periferie delle città italiane.
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Uno scandalo ovunque ed anche qui: il difficile percorso di integrazione, cominciato con l’inserimento dei bambini nella scuola si è interrotto al secondo giorno di scuola, quando è stata burocraticamente minacciata la sottrazione della patria potestà. I bambini sono scomparsi dalla scuola e dalle baracche, speriamo rimpatriati, speriamo ospitati in altri campi rom. Grazie anche all’approvazione dell’Opera nomadi locale, lo sgombero è stato eseguito nell’indifferenza e nel silenzio.

Lì non restano che gli stracci e i giocattoli abbandonati, mentre il vento suggerisce l’eco delle voci dei bambini alle orecchie di chi li ha conosciuti.
La masseria attorno a cui vivevano centinaia di bulgari, moltissimi bambini. Foto di Ella Baffoni

2 – (continua)

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