Articoli scritti da: @ellabaffoni

Giornalista dal 1964. Fin dal 1973 ha lavorato al Manifesto. Nel 2002 è arrivata all'Unità, dove ha fatto desk al politico. Negli ultimi anni è stata agli esteri, e ha collaborato all'online. Appassionata lettrice e viaggiatrice, ha due figlie. E' comunista.

Silenzio sulle città. Parla Vezio De Lucia

Raccolte di firme, articoli indignati: a Roma, nel quartiere Coppedè sono in predicato di demolizione una serie di villini storici, Villa Paolina è già cantiere. Saranno sostituiti da anonimi palazzi di abitazione, aumentati di una buona parte di cubatura. A chi si indigna nessuno offre una risposta, le amministrazioni, anche se differenti di orientamento politico, si lavano reciprocamente le mani. Partiamo da qui per chiedere all’urbanista Vezio De Lucia un’analisi di quel che sta avvenendo.

Come è possibile un’operazione di sostituzione così pesante e senza riguardo per l’aspetto storico-urbanistico, dentro la città consolidata?
All’origine c’è il famigerato piano casa di Berlusconi, che in effetti non è mai stato un provvedimento nazionale ma un accordo con le regioni perché ciascuna approvasse provvedimenti per agevolare la realizzazione di interventi che consentissero l’incremento volumetrico e di superficie. Era, attenzione, un provvedimento a termine. Che ha avuto un esito disastroso soprattutto nelle regioni meridionali, dove si sono proposte, una dopo l’altra, proroghe e dilatazioni dei volumi da costruire. Tra le regioni che si sono comportate peggio c’è anche la Regine Lazio.

Innanzitutto con il Piano Casa della Polverini; che però, alla scadenza, è stato prorogato dall’amministrazione Zingaretti fino al 2016. E’ appunto grazie a questa proroga che sono stati approvati i progetti di cui oggi si discute. Anche quelli dei Villini Coppedè.
Per i meno attenti, l’esito di questi provvedimenti che covava da anni, piomba sulla città come una sorpresa.
Bisognava essere attenti, invece. Quella legge, una volta scaduta, è risorta e ha trovato una vita stabile, permanente, nella legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Penso sia grave che l’amministrazione comunale non abbia mai preso quella posizione energica, che sarebbe invece indispensabile contro una legge che consente alla Regione di derogare agli strumenti urbanistici che sarebbero competenza del Comune. Ora il Comune di Roma è obbligato a dare quelle autorizzazioni. Ma in questi lunghi anni in cui la vicenda si è trascinata, il Comune non ha mai espresso una netta presa di posizione. Quanto alle autorizzazioni dei villini Coppedè, del 2016 e del 2017 sono in regime Raggi.

Dunque non c’è nulla da fare.
La situazione è pregiudicata. Bisognava pensarci prima. Spicca anche in questa vicenda, come in tante altre, l’immobilismo e l’inerzia del Ministero dei Beni culturali, che pure potrebbe porre limiti e tutele a un patrimonio importante nella storia della città.


Come mai c’è tanto disinteresse per le questioni urbanistiche? Non è questo il campo in cui si discute e si intravede il futuro delle città?
Dovresti chiederlo alla politica. Ma non è vero che nessuno ne parla. Basti pensare agli interventi reiterati di Berlusconi sul condono, in modo esplicito o larvato. Il condono è una piaga, quel che è avvenuto negli ultimi vent’anni lo prova. Eppure il condono non è stato mai bloccato. In Campania continuano a essere riproposte e a volte approvate leggi di sanatoria. Al sud l’abusivismo continua a procedere a gonfie vele, indisturbato. Da una parte si propone di perpetuare i condoni, dall’altra parte si sta zitti: a sinistra non c’è nettezza e chiarezza.

Ad esempio?
Nel dicembre 2017 è stata approvata dalla Regione Emilia Romagna una legge urbanistica. La peggiore che sia mai stata fatta dalle regioni. In sostanza trasferisce il potere urbanistico dalle amministrazioni comunali alle imprese che intendano fare trasformazioni. Neanche la famigerata legge di Lupi proponeva una così esplicita resa del potere pubblico. Questa legge dice che la disciplina urbanistica viene proposta da chi vuole realizzare il piano di trasformazione, ai comuni spetta solo dire sì. Anche su questa legge – con l’eccezione del mondo degli specialisti, del sito Eddyburg, ad esempio – non c’è stata una generale mobilitazione a sinistra. Proprio in Emilia, dove il Pd è alleato con Sinistra italiana e Mdp, il provvedimento è stato approvato con il solo voto favorevole del Pd, il voto contrario dei partiti che si sono riuniti in Liberi e Uguali, l’astensione di Forza Italia. Ed è una legge pessima, la peggiore che si sia mai vista. Secondo molti specialisti è una legge incostituzionale, ma in campagna elettorale la legge è andata avanti. La speranza è che qualcuno faccia ricorso e si vada in Corte costituzionale.

Perché in campagna elettorale nessuno ne parla?
Dovreste farvi un esame di coscienza anche voi giornalisti. Eppure sulla legge dell’Emilia c’ è stata una colossale mobilitazione. Una lunga campagna, massiccia; di grande valore i firmatari delle petizioni, tra cui moltissimi i tecnici delle istituzioni. La maggioranza dei tecnici e molti sindaci che hanno tentato di opporsi erano del Pd, ma scandalizzati da questo provvedimento. Una nostra collega ha fatto una puntuale analisi semantica del provvedimento e ha mostrato come fosse ripreso pari pari da documenti dell’Ance, dell’organizzazione dei costruttori. L’ispirazione politica viene da là ormai. Ma nessuno se ne vuole accorgere. La grande stampa è stata tempestata di sollecitazioni, non ha raccolto.

Porto fluviale, un particolare del murale di Blu. Foto di Ella Baffoni

Noi giornalisti abbiamo le nostre responsabilità, certo: basta vedere quel che è avvenuto sulle vicende del razzismo. Ma, per tornare alle città, come mai ci fermiamo a guardare il sanpietrino che abbiamo davanti ai piedi e mai alle montagne che sono all’orizzonte?
L’Inu, l’Istituto nazionale di Urbanistica, è scomparsa dalla scena. Per anni è stato almeno una garanzia di competenza giuridica e culturale. La Cgil, che pure battaglie ne ha fatte su questioni ambientali, sulla legge dell’Emilia era d’accordo. C’è una sorta di corporativismo che raccoglie il mondo del lavoro e dell’impresa. La stessa alleanza che si è formata dietro la proposta di legge sul consumo di suolo: una legge avviata per nobili motivi dal ministro Mario Catania, che intendeva preservare le campagne dall’urbanizzazione, è stata manomessa e rifatta, trasformata in un provvedimento che tutto faceva meno che bloccare il consumo di suolo. Un disegno di legge sostenuto non solo dal governo ma da un arco vastissimo di posizioni. Anche a sinistra.
Il fatto è che c’è anche una carenza di cultura, di approfondimento. Una parlamentare, che si è ricreduta, ha commentato: beh questa ipotesi era stata scritta dai costruttori. Ed è gravissimo. Torniamo alla legge sul consumo di suolo: come fa chi ha sostenuto fino a dicembre che quella legge doveva assolutamente essere approvata, sostenere oggi che quella legge era sbagliata? E si badi: gli appelli erano formati da intellettuali di primo piano. Approvata dalla Camera, il Senato l’ha modificata ma non ha fatto in tempo ad approvarla. Ma è probabile che verrà ripresentata alla prossima legislatura.

Nei programmi della campagna elettorale, a sinistra, qualcuno ripropone il tema?
L’unico partito che propone in campagna elettorale le questioni urbanistiche in modo netto è Potere al popolo. Ma sono contenuti che girano pochissimo, li trovi sul manifesto o su Eddyburg.
Libertà e uguaglianza ha diverse anime, alcuni hanno preso posizione, non tutti. Ma c’era chi era contro e si è battuto. Parecchi anni fa i 5 stelle furono tra i promotori del miglioramento di questa legge, con Civati e la sinistra. Poi i pentastellati si sono liquefatti.
L’urbanistica era a pieno titolo nel programma del Brancaccio, invece.
Certo che c’era, anzi sono uno di quelli che ha collaborato alla stesura delle tesi in materia urbanistica. Le cento piazze organizzate da Tomaso Montanari erano quasi sempre sulle questioni della città. A Bologna, dove i problemi urbanistici sono davvero pesanti, è rimasto in piedi un osservatorio sull’urbanistica. Ma il Brancaccio è finito male. E a sinistra si è persa un’occasione.

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Macerata, la piazza senza bavaglio

Stamattina a Roma uno striscione inneggiante allo sparatore di Macerata. In rete una ridda di ammiratori della testa tatuata. La vicenda, agitata come una bandiera elettorale dalla destra, tutta la destra, continua a dividere. L’Anpi, che aveva ieri indetto una manifestazione antifascista sabato, a Macerata, ha deciso di raccogliere l’appello del sindaco a non organizzare raduni di piazza. “Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città – aveva scritto il sindaco del Pd Romano Carancini – si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze che non vogliamo, non vogliamo… credo ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra costituzione, per i dritti alla legalità, Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo”.

antifa1Un appello tardivo, giudicano Anpi, Arci, Cgil, Libera, che avevano indetto la manifestazione, ma accolto “non senza preoccupazione e inquietudine”. Sospendono il corteo ma pretendendo che “siano vietate le iniziative annunciate per i prossimi giorni in città da Forza nuova, da Casapound e da tutti i seminatori di razzismo. Il Sindaco sia protagonista, assieme ai Ministri deputati, di questa operativa assunzione di responsabilità. Resta fermamente inteso che il nostro impegno continua nel solco di una forte azione di contrasto ai fascismi e ai razzismi che dovrà necessariamente condurre il Governo a sciogliere i partiti e le associazioni che si richiamano a quelle aberranti ideologie. Nell’invitare caldamente le cittadine e i cittadini a firmare in modo massiccio l’appello Mai più fascismi, chiamiamo fin d’ora a raccolta tutti i sinceri antifascisti e democratici per una grande manifestazione nazionale unitaria, da realizzare prossimamente”.

La risposta arriva immediatamente. Già ieri Casa Pound aveva organizzato una fiaccolata a Macerata, oggi in piazza c’è una conferenza stampa di Simone Di Stefano, il leader delle tartarughe, che domani sarà a Coffie Break di La7. Domani a Macerata è prevista una manifestazione al grido di “Di immigrazione si muore”: proprio lì dove a rischio di morire sparati sono gli immigrati. E’ evidente che si vuol agitare questa vicenda come fecero le truppe di Alemanno alla vigilia delle elezioni comunali di Roma, che infatti videro la destra arrivare in Campidoglio.

L’allarme non è solo italiano. Oggi il Guardian ha pubblicato un articolo preoccupato, intervistando anche Carla Nespolo, presidente dell’Anpi: “Questi nuovi fascisti attaccano i nostri uffici e sembra che non ci sia alcuna volontà di fermarli. Abbiamo chiesto al governo di impedire la partecipazione di partiti di ispirazione fascista nelle prossime elezioni, perché erano incostituzionali e non abbiamo mai ricevuto una risposta”. Scrive ancora il Guardian: “L’anno scorso l’Anpi ha stilato una lista di 500 siti internet che elogiavano il fascismo in Italia, chiedendo che fossero bloccati. Non è stato fatto nulla. ‘Questi sono luoghi che diffondono odio tra la gente, specialmente contro i migranti – ha detto Nespolo – E lo fanno diffondendo notizie false riguardo ai rifugiati sui social network’. I falsi racconti di stupri commessi da richiedenti asilo sono condivisi da migliaia su Facebook e Twitter”.

Evitare la manifestazione di sabato, comunque, sarà complicato. Era stata convocata dall’Anpi, certo, ma insieme a una miriade di realtà antifasciste territoriali e locali. Sembra difficile che le bandiere dell’antifascismo e dell’antirazzismo verranno ripiegate in buon ordine, mentre i fascisti impazzano in piazza, on line e in tv.  Ed è grave, molto grave, che in Italia oggi ci siano luoghi in cui l’agibilità democratica e la difesa della democrazia non vengano garantite dalle istituzioni.

Macerata, niente cortei. E la destra si scatena

Stamattina a Roma uno striscione inneggiante allo sparatore di Macerata. In rete una ridda di ammiratori della testa tatuata. La vicenda, agitata come una bandiera elettorale dalla destra, tutta la destra, continua a dividere. L’Anpi, che aveva ieri indetto una manifestazione antifascista sabato, a Macerata, ha deciso di raccogliere l’appello del sindaco a non organizzare raduni di piazza. “Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città – aveva scritto il sindaco del Pd Romano Carancini – si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze che non vogliamo, non vogliamo… credo ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra costituzione, per i dritti alla legalità, Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo”.

Un appello tardivo, giudicano Anpi, Arci, Cgil, Libera, che avevano indetto la manifestazione, ma accolto “non senza preoccupazione e inquietudine”. Sospendono il corteo ma pretendendo che “siano vietate le iniziative annunciate per i prossimi giorni in città da Forza nuova, da Casapound e da tutti i seminatori di razzismo. Il Sindaco sia protagonista, assieme ai Ministri deputati, di questa operativa assunzione di responsabilità. Resta fermamente inteso che il nostro impegno continua nel solco di una forte azione di contrasto ai fascismi e ai razzismi che dovrà necessariamente condurre il Governo a sciogliere i partiti e le associazioni che si richiamano a quelle aberranti ideologie. Nell’invitare caldamente le cittadine e i cittadini a firmare in modo massiccio l’appello Mai più fascismi, chiamiamo fin d’ora a raccolta tutti i sinceri antifascisti e democratici per una grande manifestazione nazionale unitaria, da realizzare prossimamente”.

La risposta arriva immediatamente. Già ieri Casa Pound aveva organizzato una fiaccolata a Macerata, oggi in piazza c’è una conferenza stampa di Simone Di Stefano, il leader delle tartarughe, che domani sarà a Coffie Break di La7. Domani a Macerata è prevista una manifestazione al grido di “Di immigrazione si muore”: proprio lì dove a rischio di morire sparati sono gli immigrati. E’ evidente che si vuol agitare questa vicenda come fecero le truppe di Alemanno alla vigilia delle elezioni comunali di Roma, che infatti videro la destra arrivare in Campidoglio.

L’allarme non è solo italiano. Oggi il Guardian ha pubblicato un articolo preoccupato, intervistando anche Carla Nespolo, presidente dell’Anpi: “Questi nuovi fascisti attaccano i nostri uffici e sembra che non ci sia alcuna volontà di fermarli. Abbiamo chiesto al governo di impedire la partecipazione di partiti di ispirazione fascista nelle prossime elezioni, perché erano incostituzionali e non abbiamo mai ricevuto una risposta”. Scrive ancora il Guardian: “L’anno scorso l’Anpi ha stilato una lista di 500 siti internet che elogiavano il fascismo in Italia, chiedendo che fossero bloccati. Non è stato fatto nulla. ‘Questi sono luoghi che diffondono odio tra la gente, specialmente contro i migranti – ha detto Nespolo – E lo fanno diffondendo notizie false riguardo ai rifugiati sui social network’. I falsi racconti di stupri commessi da richiedenti asilo sono condivisi da migliaia su Facebook e Twitter”.

Evitare la manifestazione di sabato, comunque, sarà complicato. Era stata convocata dall’Anpi, certo, ma insieme a una miriade di realtà antifasciste territoriali e locali. Sembra difficile che le bandiere dell’antifascismo e dell’antirazzismo verranno ripiegate in buon ordine, mentre i fascisti impazzano in piazza, on line e in tv.  Ed è grave, molto grave, che in Italia oggi ci siano luoghi in cui l’agibilità democratica e la difesa della democrazia non vengano garantite dalle istituzioni.

 

Le cicogne nere sono protette. Perchè noi, uomini in fuga, no?

Come ti chiami? Quanti anni hai? Domande banali per noi, qui in occidente. Servono a segnare con un nome un volto, a incasellare in un’età una persona e i suoi diritti. Ma per chi viene da lontano non sono affatto domande banali.

Lo spiega Abdelfetah Mohamed nel presentare il suo “Le cicogne nere”, un libro sulla sua fuga dall’Eritrea. Più che raccontare ha messo insieme ricordi, momenti, e uno scandire del tempo niente affatto banale. E narra con linguaggio asciutto e denso a volte poetico – una fuga comune a tanti, diversa per ognuno (Le cicogne nere, a cura di Saul Caia, Istos editore, pp.130, 12 euro).

E’ il tempo che gli consente di ritrovarsi sulla barca che l’ha portato a Lampedusa, insieme a 200 persone: un altro numero, ma sono uomini, volti, e storie. Quel ricordo gli sale alla memoria – con i suoi odori, rumori, immagini – mentre è in viaggio su un’altra barca, la nave di una Ong che pattuglia il Mediterraneo alla ricerca di gente in pericolo di vita su natanti alla deriva. Anni dopo quel suo viaggio disperato, Abdel fa il mediatore culturale, è lui che parla le molte lingue dell’Eritrea, è lui che abbraccia e rassicura, saluta e consola chi mette piede sulla tolda di una nave salvatrice, terra d’Europa finalmente.

Ma torniamo al nome e alla data di nascita. In Africa, soprattutto nelle zone rurali, i nomi sono aleatori. Abdel racconta di esserselo dato da solo, il suo, quello che aveva scelto il fratello per lui era Fatharahman. E Abdelfetha è stato. Mohammed, il cognome, è il nome del padre, combattente nella guerra di liberazione prima e poi cantautore di canti popolari e di lotta. Quanto all’età, la data di nascita è poco importante, sua mamma diceva: solo chi non sa quando è nato può vivere centinaia di anni; sei nato quando il presidente degli Usa era Ronald Reagan. Una volta in Italia, costretto a tirar fuori una data, invece di lasciare che siano i funzionari a scrivere come di routine 1 gennaio (creando un artificiale fenomeno di esplosione demografica a capodanno), dice: 26 dicembre 1981. Il giorno della fuga dal carcere militare in Eritrea, il mese della nascita della figlia, l’anno dell’elezione di Regan. Andrà bene come la data vera, in fondo non è che una convenzione.

Molti gli chiedono del viaggio, lui racconta il rumore del mare nel silenzio della notte. Non ci sono sogni, dice, in quel silenzio. Solo la voglia di restare vivo, la vita.

A guardar bene, nel libro di Abdel, le date ci sono. Nato in un campo profughi in Sudan quando l’Eritrea venne invasa dall’Etiopia, il 23 maggio 1991 è stato il giorno in cui gli etiopici se ne sono andati, si è potuto tornare a casa. Festa grande, poi arriverà la delusione. Nel 2000 tornano gli etiopi, i patrioti eritrei sono di nuovo in fuga verso il Sudan. Da lì, un’altra fuga, durerà mesi, fino alla Libia. Dopo la fuga dal carcere in Eritrea, di nuovo è prigioniero in un centro in Libia, altro carcere e peggiore.

Così Abdel si ritrova sulla barca. Notte dopo notte, tra la paura degli adulti e pianti di fame dei bambini.

Le cicogne nere, in Etiopia, sono simbolo di fortuna. Quando arrivano, segnano la stagione delle piogge, la prosperità dei campi. “Nel mio paese dicono che sono una specie protetta, quindi toccarle è reato – scrive Abdel – ma nessuno ha mai avuto il coraggio di chiedere al governo perché le persone non sono protette nella loro terra, come invece avviene per questi volatili. Siamo rimasti a fissare per diversi istanti lo spettacolo emozionante della natura. Quelle creature volano sopra di noi, con le ali aperte, con leggerezza, andando avanti per la loro strada, che già conoscono, al contrario di noi”.

Il viaggio continua. “Siamo in acque internazionali, urla a squarciagola qualcuno della nostra barca, Questo è l’unico posto che non appartiene a nessuno, qua potete sentirvi liberi nessuno vi chiederà un documento un passaporto o un permesso di soggiorno, dice un’altra voce. Perché non ci sono delle terre internazionali nei confini tra due paesi? chiede un viaggiatore. Sarebbe l’unica soluzione per i rifugiati. Nessuno sarebbe più costretto a scappare lontano”.

Arriverà a Lampedusa, Abdel, salvato dalle motovedette italiane. Ma ancora non è finito il viaggio, Abdel racconta anche di quel che avviene dopo, l’accoglienza italiana. Lui è uno che ce l’ha fatta, studia all’università, lavora. Ma quando parla del tempo perduto nel centro di accoglienza a Mineo, il suo è un mite atto di accusa: “Il ritmo della mia vita quotidiana nel centro di accoglienza è diventato insopportabile. Si può solo mangiare e dormire, nient’altro. Bisogna aspettare che arrivino i permessi di soggiorno… un permesso di soggiorno che poi ci farà finire in messo alla strada. Non solo devi aspettare la decisione della commissione ma anche la risposta della questura, che lucra su noi rifugiati, costretti a pagare cento euro per avere il certificato, dopo mesi di attesa”. Quando arriva, è la strada, la ricerca di un tetto provvisorio, di un lavoro che non sia una truffa, di una persona con cui parlare, di calore e rifugio difficili da trovare. E’ difficile, molti si perdono, qualcuno ce la fa.

Ricordo che i miei salvatori erano tristi – scrive – dispiaciuti perché già immaginavano cosa sarebbe accaduto in futuro. Ti salvano dal mare, ma sanno che poi annegherai nella solitudine e nell’indifferenza delle strade”. L’accoglienza è un’altra cosa.

Nespolo: “Urgono verità e giustizia”

Carla Nespolo è la presidente dell’Anpi, l’associazione nazionale partigiani d’Italia. Una donna, per la prima volta, e una donna che non è stata partigiana. Perché? Cosa vuol dire essere partigiani oggi?

“E’ vero, non sono stata partigiana, anche se da dieci anni sono stata una dei vicepresidenti della nostra associazione. Carlo Smuraglia ha deciso di lasciare la presidenza – oggi è presidente emerito – e il testimone è passato a me. Sento tutta la responsabilità di essere la prima presidente non partigiana. Ma spetta alla nostra generazione e a quelle che seguono la mia il compito di diventare, come dice Marco Revelli, i partigiani dei partigiani.

carla1Chi dice che l’Anpi deve chiudere con la morte degli ultimi partigiani sbaglia. A noi spetta prendere il loro testimone e trasmettere memoria. Non solo il ricordo, intendiamoci. La Resistenza è una pagina di storia che agisce profondamente nell’oggi. Da lì è nata la Costituente, e le regole fondamentali del nostro vivere civile. Certo, sento anche la responsabilità di essere la prima donna presidente: so che scegliendo una donna si intendeva fare un omaggio alle partigiane e al loro contributo alla Resistenza, a volte rimasto in ombra. Eppure il ruolo delle partigiane è stato fondamentale; gli uomini, renitenti alla leva, erano obbligati a salire in montagna e combattere da lì. Diverse donne li hanno seguiti, partecipando alle operazioni da pari. Altre sono rimaste a valle, ma portando ordini, informazioni, armi. Quando sono state scoperte, hanno pagato con la vita, come gli uomini. Nelle campagne come nelle città hanno ospitato, nascosto, nutrito i fuggiaschi, oltre a curare i campi e le bestie, le famiglie. E il ruolo delle donne è stato determinante anche nella Costituente, non a caso il troppo negletto articolo 3 vieta le discriminazioni di genere. Sento il peso di questa doppia responsabilità, una sfida democratica all’onda di individualismo e di subalternità con il potere che ci sta spingendo indietro. Sono felice che vicepresidente dell’Anpi sia una partigiana come Marisa Ombra”.

Non solo in Italia, ma in Europa soffia un vento di destra. Sdoganati i fascismi, i partiti che vi si richiamano si presentano alle elezioni e conquistano consenso, commisti ai partiti razzisti. E c’è anche chi dice: destra e sinistra non esistono più.

“Il vento di destra rende evidente la crisi della democrazia rappresentativa. Tra l’Europa sognata a Ventotene e questa di oggi c’è un abisso. Il tradimento delle speranze, l’assenza di cultura si incontrano nel razzismo. Mio figlio non trova lavoro? È lo straniero che glielo ruba. Il fascismo trova il suo brodo di cultura nel razzismo, le masse popolari più povere sono in balia di pregiudizi senza fondamento. C’è bisogno di una nuova battaglia culturale. Ho molto apprezzato il sindaco di Marzabotto che ha portato il calciatore che ha esibito la maglietta dell’Rsi a Monte Sole, mostrandogli cos’era davvero la Repubblica sociale. Un tempo c’erano i testimoni, i partigiani a raccontare quegli anni. Oggi spetta a noi”.

Intanto a Predappio si progetta un Museo del fascismo. E ad Affile si erige un monumento a Graziani…

“Contro il monumento di Affile noi dell’Anpi ci siamo costituiti parte civile, e il primo grado di giudizio ci ha dato ragione, interdicendo dai pubblici uffici quegli amministratori. Quanto al museo del fascismo, se ben fatto, sarebbe utile a mostrare la storia vera, i crimini del fascismo. Ma non a Predappio: facciamolo, se ci sono i denari, a Marzabotto, a Milano, a Roma. Predappio è la città natale di Mussolini, non da oggi meta di pellegrinaggi. Difficile non intravvedere nell’operazione un intento commerciale. Nel comitato scientifico ci sono buoni storici, ma non bastano alcuni buoni ingredienti a fare una buona torta; qui l’ingrediente che non va è proprio Predappio”.

L’Anpi è impegnata da tempo anche contro la violenza alle donne.

“Certo. C’eravamo anche noi alla giornata contro la violenza convocata dalla presidente della Camera Boldrini. Le donne, nei campi di concentramento o nelle celle di tortura, hanno sempre subito una violenza in più, quella sessuale. Hanno subito come e più degli uomini, come dimenticarlo? E la violenza maschile, quella domestica soprattutto, intende fermare il cammino di liberazione delle donne. Il fascismo è violenza. E’ violenza anche quella del Veneto Fronte Skinhead, questi ragazzotti che hanno minacciosamente circondato gli attivisti pro migranti. Ci vuol poco a passare da queste esibizioni alle testate in faccia”.

25-aprile11.jpgChe fare, dunque, davanti al moltiplicarsi di questi episodi?

“Quelle formazioni vanno sciolte. Le leggi ci sono, vanno applicate. Ma non basta la repressione. E’ facile al sud, dove il 40% dei ragazzi non ha lavoro, dire che il lavoro non c’è per colpa degli stranieri, quando lo stesso presidente dell’Inps Boeri dice che le pensioni vengono pagate anche grazie al contributo dei migranti. Si torni a un sentimento di giustizia. E poi la politica deve interrompere il corto circuito tra speranze e risposte asfittiche. Si dica la verità: si dica chi ha depredato i paesi in cui si muore di fame, si dica chi ha fatto affari con i signori della guerra, chi ha venduto fino all’altro ieri le armi all’Isis. Mi fa impressione il razzismo distribuito a manciate, per conquistare un pugno di voti. Mi fa impressione la mancanza di solidarietà e di pietà. Mi fa impressione la zona d’ombra degli indifferenti. L’informazione dovrebbe fare di più, nella tv o nel web. Serve una conoscenza vera, che aumenti la capacità di analisi”.

Certo, se poi Berlusconi ripete che Mussolini non era poi un dittatore, che il confino era villeggiatura…

“Si accredita una vulgata bonaria del fascismo, come non ci fossero state le leggi razziali e la durissima repressione. Più che le frange fasciste ho paura dell’indifferenza e della disinformazione. I fascisti di oggi si riempiono la bocca della parola patria. Ma in nome della patria i fascisti hanno mandato 225.000 giovani a morire nelle trincee. Per i partigiani la patria è una casa comune, dove si vive sereni e in pace, senza violenza. Mia nonna materna, genovese e vedova con tre figli, quando Mussolini arrivava in città veniva arrestata preventivamente. Era mite e inoffensiva, ma non aveva mai voluto prendere la tessera del fascio. Ce lo siamo dimenticato? Non c’era libertà di parola, di stampa, di voto. Anzi, il voto non c’era proprio. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, disse Matteotti. E fu ucciso”.

Abbiamo davanti una strada in salita.

“Sicuro. Ma ci sono anche segnali positivi. Quando chiamiamo alla mobilitazione, la gente risponde e scende in piazza. E poi almeno il voto referendario ha invertito la tendenza dell’astensionismo alle elezioni. Nonostante la destrutturazione sociale, la maggioranza ha voluto preservare la Costituzione come bene comune. Non è poco, si può cominciare da qui”.

La musica è un biglietto di “Andata semplice”

Sullo sfondo, una sequenza bloccata di un film. E’ il mare, il mare, con le sue onde sempre uguali e sempre diverse. Al centro, un molo a cui è legata una barca. Già, ma il molo non tocca terra. Resta lì, circondato dalle onde. La promessa di approdo è fallace. Non ci saranno abbracci, strette di mano, uomini a riceverti. Sei solo, solo.

Bellissimo il fondale di “Andata semplice”, lo spettacolo ideato e diretto da Stefano Cioffi e curato da Stefano Saletti e Barbara Eramo, in collaborazione con Baobab Ensemble e con il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati. Uno spettacolo che per quattro giorni ha animato il Centrale Preneste, il Teatro del Lido, quello di Magliano Sabina. E infine, domani, all’Ara Pacis.

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Foto di Francesca Della Ratta

Contrariamente al senso del fondale, lo spettacolo è gioioso. Una preghiera comune, la ricerca di senso e di speranza, il piacere di cantare e ballare su un palco, condividendo brani della propria vita e della propria cultura.

Lo spettacolo è il risultato di quattro mesi di laboratorio musicale con un gruppo di rifugiati. Per loro il viaggio di andata non è certo stato semplice, e ancora più complicato sarà il nuovo percorso di vita: il pericolo della solitudine, dello spaesamento, di sentirsi senza approdo, è dietro l’angolo. Ma la musica aiuta, la musica e le canzoni che parlano le mille lingue africane, lo swahili, il wolof, il mandinga, il poular, il congolese, l’arabo. Quando cantano, accompagnati dal coro e dalla musica, è gioia pura.

Poi ci sono i testi di Claudio Magris, di Oran Pamuk, Tahar Ben Jallun. Il Mediterraneo, l’altro protagonista dello spettacolo, i confini del nostro mondo, la terra di mezzo che è il luogo della comunicazione, ma che le decisioni di una parte possono rendere una trappola di morte che falcia tante vite, anche. Uomini che dal nostro occidente in cerca di facili sicurezze qualcuno considera “a perdere”; uomini che dentro il cuore, nella traversata notturna nella quale si gioca la loro vita, quando lasciano tutto ciò che finora hanno avuto, conservano quelle musiche, quelle canzoni, quelle passioni.

 

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Nakupenda wewe Nakupenda wewe Mpenzi mbona wanisumbua Kila nifanyavyo sivyo Bibi wacha kunibagua Nakupenda vivyo ulivyo Nakupenda wewe Kichuna ewe kichuna Nina masikitiko Usiku kucha silali Hata nala kwa kijiko Nakupenda wewe”, Ti voglio bene, ti amo mia bellissima moglie, quel che faccio non importa, ti amo, ti amo così, sei una grande persona. Di notte non posso dormire ma domani dormirò. Oggi non sono a casa, domani ci sarò. Oggi sono così stanco che devo mangiare con il cucchiaio come un malato, ma domani starò bene. Ma ti voglio bene, ti amo cara…

 

E intanto, sullo sfondo, le onde inseguono le onde, sul molo che resta in mezzo al Mediterraneo. Ma è difficile guardarlo, quel mare, quando esplodono i tamburi, quando risuona l’oud, Quando i volti si illuminano, le voci si inseguono, cantano la lingua di una casa lontana, ti entrano nel cuore.

Il land grabbing visto da vicino

La grande fabbrica di cellulosa ancora non c’è, ma le piantagioni che le forniranno materia prima sì. Succede in Mozambico, è uno dei tanti casi di land grabbing che martoriano l’Africa e le sue popolazioni. Land grabbing, accaparramento di terre: come spesso avviene, le parole “tecniche” nascondono una realtà desolante.
Grazie a uno studio fatto da alcune Ong internazionali e locali (Epn, Adecu, Ara, Kkm, Quercus, qui la versione inglese, qui quella in portoghese) è possibile vedere più da vicino le conseguenze dell’appropriazione di terre in Mozambico.
L’attore principale è Portucel Mozambique, una società controllata da The Navigator Company. Il cui progetto è costruire una fabbrica di cellulosa da 1.500.000 tonnellate l’anno, raddoppiando così l’attuale produzione. Ma intanto si è procurata le terre su cui impiantare le coltivazioni di eucalipto: nel 2010 175.000 ettari nella regione di Zambesia, nel 2011 altri 185.000 ettari nella provincia di Manica.

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Zambesia è il titolo di un film Disney noto in tutto il mondo. La Zambesia mozambicana non c’entra nulla geograficamente, essendo al centro dello stato africano, ma condivide con quel cartoon la bellezza delle macchie di bosco costiero e delle foreste di miombo (che vantano 8.500.000 specie vegetali di cui 300 di alberi). Nella foresta asciutta e rada, punteggiata di villaggi rurali attorniati da campi coltivati, vivono grandi mammiferi, 633 specie di uccelli, antilopi, impala, scimmie tra cui le bushbabbies, i piccoli galagoni di Grant. La Portucel dichiara di aver verificato che gli animali selvatici sono rari, ma invece di chiedere alle comunità locali, i dirigenti hanno inviato in zone difficilmente raggiungibili persone del tutto estranee al contesto, che hanno avuto evidenti difficoltà a trovare animali selvaggi che non hanno alcuna voglia di essere trovati.

Foto di Adecru

Oscuro è stato il modo con cui la società è riuscita a farsi assegnare le terre dal governo: le risoluzioni del consiglio dei ministri sono segrete, a darne notizia è stata la stessa Portucel. Ufficialmente il progetto prevede un progetto integrato di silvicoltura industriale e energetica. Che, come tutti i progetti del genere, dovrebbe avere l’assenso delle popolazioni. E la società l’ha fatto, in portoghese, lingua scarsamente compresa da chi vive in zone molto isolate, invece che nelle lingue locali. Hanno promesso case strade scuole e lavoro. Finora hanno costruito solo le strade. Quanto al lavoro, è vero, hanno assunto delle persone perché diserbassero le fattorie che avrebbero dovuto abbandonare. Finito quel lavoro, gli autoctoni si sono ritrovati licenziati ed espulsi dalle loro terre, Interpellati dalle ong, ora gli ex abitanti dei villaggi dicono : “Hanno garantito che avrebbero portato posti di lavoro, ci hanno dato biscotti e caramelle, sale e pochi dollari al nostro capo”. “Non sapevo che ci chiedevano il consenso di distruggere le nostre coltivazioni”. “Abbiamo lavorato alcuni giorni e ci hanno mandato via dalla nostra terra”. “Non ho preso denaro per la mia fattoria ma solo per il lavoro che ho fatto nella mia fattoria, che prima produceva mais, e fagioli con cui viveva la mia famiglia”.
Nonostante la legge mozambicana preveda l’impossibilità di assegnazione delle terre utilizzate dalle comunità locali senza il loro esplicito consenso, in Zambesia e in Manica è andata così. Molti degli abitanti dei villaggi sono stati costretti a spostarsi in cerca di altre terre, ancora più lontane dalle città e dai servizi sanitari, una delle tante migrazioni interne che noi chiamiamo “economiche” e che invece sono costosissime dal punto di vista umano e ambientale.
Grazie alla distruzione della foresta nel settembre 2015 è nato, salutato da evviva, “il più grande vivaio di tutta l’Africa” con una capacità produttiva di oltre 12 milioni di piante all’anno. E già sono state costruite le strade, diserbate e ripiantate molte aree, protette e deviate le acque, così da sostituire con gli eucalipti la foresta, in 12 anni sarà “coltivato il 69% delle terre. Gentilmente una quota verrà risparmiata dalle ruspe: un 10% in tutto, per lo più zone inaccessibili e rocciose, picchi e alte colline.


Che succederà ora? Le ong chiedono innanzitutto il ripristino dei diritti umani, il riconoscimento dei diritti ancestrali sulla terra, un consenso libero e informato, il risarcimento per i danni già fatti che a volte ha provocato conflitti locali per la terra con altre popolazioni. Oltre a contratti di lavoro chiari e non temporanei, con relativa protezione dei lavoratori da malattie professionali o incidenti sul lavoro.
Poi c’è la questione ambientale. Gli eucalipti crescono rapidamente e producono molta cellulosa ma succhiano moltissima acqua dal terreno, quelle vene sotterranee e nascoste che garantiscono il mantenimento della biodiversità. Servono 30 litri di acqua al giorno per albero, cosa che lo rende molto utile a bonificare zone paludose e umide. Ma nelle zone aride è una catastrofe, tanto più se in quantità intensiva: una volta piantati 400 alberi ogni ettaro, a distanza di tre metri l’uno dall’altro, una piantagione di 70.000 ettari assorbirà 840 milioni di litri al giorno. E’ sostenibile in un paese spesso martoriato dalla siccità? E almeno, sottolineano le ong, bisognerebbe che la Portucel avviasse uno studio indipendente sulla situazione idrologica. Sospendendo nel frattempo, richiesta ragionevole e difficile da ottenere, nuovi abbattimenti delle foreste.