Articoli scritti da: @ellabaffoni

Giornalista dal 1964. Fin dal 1973 ha lavorato al Manifesto. Nel 2002 è arrivata all'Unità, dove ha fatto desk al politico. Negli ultimi anni è stata agli esteri, e ha collaborato all'online. Appassionata lettrice e viaggiatrice, ha due figlie. E' comunista.

Rosarno, tutto cambia, ma lo sfruttamento resta uguale

Otto anni fa, i “fatti di Rosarno” portarono sotto gli occhi del mondo quel che avveniva da tempo nelle campagna calabresi – e pugliesi, e siciliane, e piemontesi, in Basilicata o nell’Agro pontino. Lo sfruttamento bestiale dei braccianti africani.
Otto anni dopo. dicono desolati gli animatori di Medu (Medici per i diritti umani) che da allora affiancano con le loro postazioni fisse o mobili i lavoratori, la situazione dello sfruttamento è la stessa, identica. Nonostante la legge contro il caporalato, nonostante i protocolli, gli intenti, le dichiarazioni.

Eppure qualcosa è cambiato. Nel 2008 la maggioranza dei lavoratori di Rosarno – e San Ferdinando, dove si ammassano le baraccopoli spontanee e le tendopoli ufficiali – parlavano veneto, o comunque italiano: molti erano stati appena espulsi dalle fabbrichette, erano sindacalizzati e ben orientati. Forse anche per quello l’intollerabilità della situazione li ha portati alla rivolta. Oggi la maggioranza invece ha il permesso di asilo (41%) o il permesso umanitario (45%), espulsi dal sistema di accoglienza appena ottenuto il permesso. Pochissimi parlano italiano (a dimostrazione delle pecche del sistema di accoglienza), quasi tutti ignorano i loro diritti, quasi nessuno sa orientarsi nella giungla burocratica dell’assistenza sanitaria, in Calabria ancora più deficitaria e farraginosa che al nord.
Insomma, il fallimento dell’accoglienza e i grandi affari nascosti dietro l’agricoltura e la sua commercializzazione.
Partiamo dal basso, dai braccianti. Medu ha stilato un documentato rapporto sulle condizioni di vita dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro irto di cifre. Più di un terzo dei lavoratori si rivolge ai caporali: il gap linguistico e della conoscenza dei luoghi e delle aziende – e l’assenza di qualsiasi mediazione pubblica – non lascia molte altre scelte. Raccolgono arance, mandarini, kiwi e olive per paghe bassissime. Molto al di sotto di quelle dovute per contratto. E i contratti, se pure ci sono, sono un pro forma, registrati solo dopo il controllo degli ispettori, comunque non rispettati.


Quelle che sono uguali, almeno per gli africani, sono le paghe, 25 euro a giornata meno i 3-5 euro del trasporto per il caporale, meno guanti e scarpe da lavoro. Nessuno sa se gli verranno versati i contributi, nessuno sa cosa sia la disoccupazione agricola, e certo non l’ha mai percepita. Se avessero una paga regolare per due anni, e 102 giorni lavorati dal terzo in poi avrebbero diritto a una sorta di cassa integrazione stagionale, poco meno di mille euro al mese. Che, spesso, invece tocca a ex braccianti italiani che nei campi non ci mettono piede, a cui gli agricoltori girano i contributi, dietro compenso o perché sono parenti. Una truffa, ma molto diffusa.
Ovvio che poi i braccianti cerchino soluzioni abitative informali, baracche nel peggiore dei casi, o brandine nelle tendopoli azzurre del Ministero degli interni. Che sia una fatica, e non solo il lavoro, lo testimonia Ousmane, mediatore culturale, che lì ha lavorato questo inverno. Intanto a San Ferdinando, dove sono le tendopoli e i ghetti, si arriva a piedi dopo una camminata di chilometri. Poi, una volta trovato un lavoro, “ti svegli alle 4 per poter stare nel campo alle 7, lavori incessantemente fino alle 16. Quando torni al campo, devi fare lunghissime file per prendere l’acqua potabile o fare una doccia. La vita, lì, è difficile: la gente ci va solo se non trova un’altra possibilità”.
Due le tendopoli “ufficiali”, una ma grande quella completamente informale. Più una fabbrica abbandonata, e i casolari diroccati attorno cui gemmano altre baracche. Spesso senza acqua, sempre senza luce. Altissimo il rischio di incendi, soprattutto d’inverno quando il freddo rigido – Medu ha riscontrato diversi principi di congelamento ai piedi – obbliga ad accendere fuochi. In un incendio è morta, nel gennaio scorso, Becky Moses. Una storia emblematica e agghiacciante la sua. Arriva in Italia, in due mesi ha il diniego all’asilo, arriva a San Ferdinando, destino prostituzione. Chi gli ha dato il diniego – dice accorato Antonello Mangano di Medu – non può non sapere che ad ogni no s’ingrassano i ghetti. “La gestione politica dell’immigrazione, che ha prodotto la persecuzione di chi fa solidarietà, in mare e non solo, produce effetti anche nelle campagne, offre schiavi ai padroncini, Che, non nascondiamocelo, sono ricattati dai prezzi della grande distribuzione, a sua volta ricattata dall’e-commerce. C’è sempre un pesce più grande che ti inghiotte, nel sistema globalizzato”.

Eppure cambiare si può. Se le paghe fossero regolari, non ci sarebbe bisogno di ghetti. Se ci fosse un’intermediazione – magari liste di prenotazione on line – tra padrone e bracciante il caporale sarebbe superfluo. Se ci fosse un trasporto pubblico, opportunità formative, i sindacati. Se ci fossero i controlli dell’ispettorato del lavoro… Invece da Foggia, altra zona di bracciantato e di lavoro nero, ieri è arrivata la notizia di arresti tra gli ispettori del lavoro, avvisavano le aziende prima dei conttrolli.
E poi ci sono i laccioli burocratici, la difficoltà di avere una residenza, i tempi della richiesta di asilo, i rinnovi del permesso di soggiorno che arrivano in tempi biblici.

Nella fabbrica dismessa. Foto di Rocco Rorandelli

In questa situazione di emarginazione e stigma, anche la presenza della clinica mobile di Medu è un sostegno, materiale medico e psicologico: “Quello che vogliamo fare – dice Jennifer Locatelli, autrice del rapporto – è certo dare un sostegno medico a persone che vivono in condizioni igieniche precarie e spesso soffrono le conseguenze dei lager in Libia. Ma soprattutto costruire relazioni umane, fiducia, sostegno reciproco. E non in una direzione soltanto: abbiamo imparato tanto dai nostri pazienti”.
Cambiare si può, ci sono anche i “buoni esempi”. C’è la cooperativa Sos Rosarno, impegnata sul lavoro pulito, sul biologico e su una distribuzione equa e solidale, C’è l’esempio di Drosi, comune di Rizziconi, che grazie alla Caritas ha organizzato un sistema di accoglienza diffuso per 150 persone, affitti calmierati in case lasciate vuote dagli emigrati. Quelli di buona volontà, quando si impegnano e guardano gli uomini che faticano accanto a loro, sono spesso più efficienti degli scribi e dei farisei, che agitano in campagna elettorale lo spauracchio dell’invasione, e ingrassano i ghetti dello sfruttamento nelle campagne d’Italia.

Annunci

La guerra contro le donne, la politica, la storia. Un libro dalla parte giusta

La violenza contro le donne non è un’emergenza. E’ un dato di fatto. Per ricercarne le radici, le ragioni, bisogna indagare lontano, nella storia, quando quella violenza era “normale”, era “naturale”. Non si tratta solo della guerra, guerreggiata anche sul corpo delle donne, viste non solo come preda ma addirittura come mezzo per rendere infecondo il nemico. C’è una guerra in tempo di pace, che ha le sue norme a lungo accettate. E la sua ideologia: l’istinto del maschio è predatorio, essere soggetto; la natura della donna è affidarsi, subire, sopportare: essere oggetto. L’uomo è padrone in casa sua, anche dei corpi di mogli e figli. Chi si meravigliava nell’800 – ma anche oltre la metà del 900 – degli stupri delle serve, nelle case padronali? Chi si ribellava contro gli stupri nelle colonie, e l’uso dei giovani corpi da parte dei militari italici? Il diritto del padrone è un diritto “naturale”, non c’era neppure da discuterne. Illuminante il dialogo tra Montanelli e Elvira Banotti in tv, e era il 1969, sulla dodicenne moglie abissina a tempo, comprata dal padre.


“La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto, secoli XV-XXI” a cura di Simona Feci e Laurea Schettini (Viella editore, pgg 287, 27 euro) indaga appunto quelle radici. Scegliendo le fonti giudiziarie, i diversi saggi raccolti in questo volume indagano storie, testimonianze e contesti sociali. “Innocenti e maliziose. Bambine in tribunale a Firenze nel lungo Ottocento”, il saggio di Cristel Radica, cerca nelle sentenze e nelle testimonianze su violenze sessuali di cinque tribunali fiorentini, In tutte nota una sottolineatura particolare sulla “malizia” delle bambine chiamate a testimoniare qualcosa di cui spesso non avevano parole per dirlo. Maliziosa è una bambina che parla di pene e vagina, che sa cos’è il sesso. Nel tribunale “per tutto il secolo persistette la convinzione che una bambina, al fine di essere ritenuta innocente, non dovesse avere alcun tipo di cognizione sessuale, idea che, aggiunta al mito dell’impossibilità di penetrazione di un bambino, rendeva le accuse poco accoglibili. Questa connessione tra infanzia, innocenza e asessualità sembra passare immutata dall‘ancien régime fino alla fine dell’Ottocento, e in realtà non sembra estranea neanche alla contemporaneità”. Violare una bambina che ha conoscenze sessuali è considerato meno grave e a discarico dello stupratore: avranno anche nove anni le bambine-messaline che seducono un prete, ma la colpa in qualche modo è loro. Un aspetto della colpevolizzazione delle vittime così incistata socialmente da persistere ancora oggi.

1962, manifestazione per il divorzio

Nelle carte dei tribunali ecco anche i conflitti familiari, per lo più cause intentate da famiglie di alto lignaggio e con consistenti interessi economici, che a volte sfociano in complesse separazioni personali e di beni. Difficile non notare che le percosse personali, gravi e abituali, non vengono quasi mai considerate buone ragioni per una separazione. Difficile non notare che una imprevista autonomia finanziaria della moglie viene lamentata dal marito come causa di malessere del matrimonio. Difficile non notare quanto l’avidità dei mariti sia la ragione di violenze, soprusi, segregazioni domestiche, se non peggio. A riprova di quanto la concezione proprietaria sia stata persistente nei secoli. “Di quel complesso campo che è il dominio maschile sulle donne – scrivono le curatrici – la nostra società e la nostra tradizione giuridica hanno isolato come eccessi da sanzionare esclusivamente alcuni precisi atti che avevano a che fare con la sfera sessuale (e con la penetrazione in particolare) al di fuori della relazione coniugale”. All’interno della famiglia, il dominio patriarcale è altro affare.
Il conflitto coniugale tra Antonia Sanvitale e Aurelio Dall’Armi, due nobili bolognesi all’inizio del 600, apre uno spiraglio sull’inferno dei matrimoni politici, combinati dalle famiglie, grazie alle testimonianze di parenti e servi. E dalle famiglie, con la mediazione del tribunale, risolte. Per la cronaca: il nobile marito viene assolto dall’accusa di aver segregato la moglie, averla percossa e aver portato l’amante in casa. Lei chiederà però lo scioglimento del matrimonio alla Sacra Rota con la restituzione della dote, prendendosi una rivincita sostanziale. Andrea Borgione analizza lo ius corrigendi, il diritto di correzione (a suon di botte) che spetta al marito sulla moglie, durato a lungo, a lungo teorizzato. Se abbassano l’asticella sulle violenze considerate legittime, i tribunali civili del secondo 800 però, scrive l’autore, continuano a legittimare la famiglia patriarcale, con il suo “sottobosco di sevizie e maltrattamenti, soprattutto se confinati nella nuova privacy borghese delle mura domestiche”.

Manifestazione femminista in occasione della Giornata della Donna.

Il volume arriva fino ai giorni nostri, passando per la storia del movimento femminista e le sue battaglie, fino all’analisi del linguaggio e delle retoriche della violenza di oggi. Ricordando che l’inserimento nel codice penale della violenza sessuale è avvenuto solo nel 1997. E rovesciando sempre – come avviene in tutti i saggi del volume – il punto di vista, comunque dalla parte della vittima: salvo lodevoli eccezioni anche nelle recentissime campagne contro la violenza di genere, al centro dell’osservazione c’è l’immagine della donna, graffiata, ferita, impaurita; l’aggressore invece è sempre in ombra. Eppure è lui, non la donna offesa, l’accusato, il responsabile.
Giacché, concludono le curatrici, “la violenza sulle donne è questione che invita a ragionare di uso pubblico della storia e di storiografia, di responsabilità sociale degli storici e delle storiche e di “flusso di comunicazioni dirette o indirette sul passato” che circolano nella nostra società globalizzata fuori dai libri e dal controllo della storia professionale”.

Donne contro Raggi: a noi il Buon Pastore

Adesso la sindaca di Roma nicchia, stempera, modera. «Questa amministrazione non intende chiudere la Casa Internazionale delle Donne né intende procedere allo sgombero», fa sapere. Ma intanto il M5s ha presentato e approvato una mozione in consiglio comunale che chiede proprio questo, intanto gira una lista di luoghi da sgomberare, tra cui il Buon Pastore alla Lungara.

Foto di Ella Baffoni

Così la folla di donne – e uomini – che si sono ritrovati ieri sera in Campidoglio hanno ribadito proprio questo: quel progetto, strappato con la lotta delle femministe al comune, epoca Vetere, non si sfratta d’imperio, e la comunità di donne che l’hanno ideato, attuato, animato da più di trent’anni non si cancellano con un disinformato tratto di penna.

Foto di Ella Baffoni

“A te le pecore, a noi il Buon Pastore”. “Non una di meno, insieme siamo partite e insieme arriveremo”, “Tremate, tremate, le streghe son tornate. E sono tornate davvero, senza scope ma con i con i coperchi, i tamburi, le voci. Le femministe antiche e quelle nuove, bambine all’epoca del Governo vecchio. C’è Serena Dandini, Laura Boldrini, Dacia Maraini, Lidia Ravera. C’è il coro del Gianni Bosio, c’è la Murga, danza di strada. Ci sono le ragazze e le bimbe, le nonne e le mamme: tutte con un cartello con l’hashtag: #la casa siamo tutte. Un cartello rosso che a un certo punto finisce magicamente in grembo e ai piedi della Dea Roma, la statua che domina dalla fontana la piazza michelangiolesca. O in pugno alla statua del Tevere, lì a fianco.

Foto di Ella Baffoni

La Casa delle donne è un’istituzione, dice una che di istituzioni se ne intende, avendone presieduto la Camera dei deputati. Laura Boldrini è diretta: quello è un luogo dove le donne, tutte le donne, fanno cultura, fanno prevenzione della violenza, studiano, fanno ricerca, si ritrovano. Che ci si accanisca su questa realtà proprio la prima sindaca della Capitale è incomprensibile:”Minacciare lo sfratto è incredibile. La casa delle donne non esiste senza chi l’ha ideata e voluta. Con quelle persone bisogna negoziare e trovare un accordo”.
Altrimenti si rischia il degrado e l’abbandono. Come è avvenuto alla Rustica, periferia di Roma, dove dal centro Lucio Conte che ospitava molte associazioni di base, con legami nel territorio, sono state sfrattate le associazioni per far posto a una sede di vigili urbani. Risultato: una notte di vandalismi e una sede che era attiva e aperta ora è un rudere in cui i vigili si sono rifiutati di andare. Monumento all’ottusità di chi non sa costruire legami e, in nome di una insipiente legalità, li distrugge.


Cosa succederà ora? Durante la manifestazione una delegazione della Casa delle donne guidata dalla presidente Francesca Koch è stata ricevuta dalla sindaca e dai tre assessori competenti, Politiche sociali, Patrimonio, Roma semplice. L’incontro è andato male, non nascondono quelle della Casa delle donne. Il Campidoglio vuol fare del Buon Pastore una struttura comunale con servizi messi a bando: è un obbligo di legge, dicono. La sensazione che si voglia espellere le 30 associazioni di donne e chiudere quell’esperienza resta, fortissima. La mobilitazione è alta. Un appello su Change ha raccolto in poco tempo 75.000 firme. E si moltiplicano le dichiarazioni di sostegno alla Casa.
L’ultimo appello è quello di Francesca Koch: «Ci ripensi, non fosse altro che per salvare la coerenza: dall’opposizione Raggi era disponibile a difendere la Casa nella trattativa con il Campidoglio. Non basta essere donna per essere femminista, ma Raggi nega qualsiasi appartenenza politica diversa da quella del Movimento Cinque stelle».

Operai in fabbrica negli anni ’70

Cos’è la fabbrica? Come è andata la stagione delle grandi lotte operaie negli anni Settanta? Per ricercare i mille fili – storici, sociologici, politici, tecnologici – il centro di documentazione Maria Baccante, ospitato nella Casa del Parco delle Energie, a Roma su via Prenestina, ha organizzato una mattinata di confronto e studio, dibattito e testimonianze scegliendo alcuni testimoni del tempo, coordinati da Michele Colucci, Giovanni Pietrangeli, Ilenia Rossini.
Difficilmente una persona normale – se non è un operaio, un tecnico, un medico – entra in fabbrica, quella vera. Gli ospiti si fermano alla palazzine della direzione, semmai. Il rumore, il sudicio, l’oscurità o la luce abbagliante restano il vissuto di una parte limitatissima della società.


Invece le cinque testimonianze degli operai chiamati al convegno restituiscono il fracasso, i pericoli, le condizioni di lavoro dentro quei capannoni chiusi, separati. Dove si viveva, come racconta Aldo Polido della Fatme, ma è il sentimento di tutti, una relazione di amore e odio. Amore, perché il lavoro dà autonomia, consente di fare scelte da adulto, di costruirsi una vita e una famiglia. Odio per la condizione ristretta, i ritmi sempre più affannosi, i rischi per la salute e per la stessa vita. L’odio lo provano tutti: “Sono entrato in Fatme nel ’62 a 19 anni, subito mi sono accorto come fosse distruttivo e massacrante quel lavoro, c’era gente che piangeva perché non riusciva a mantenere i ritmi. All’uscita eri sfinito. Alle presse – era una fabbrica di meccanica pesante – c’erano ritmi tremendi, i capireparto (spioni li chiamavamo) si nascondevano dietro le colonne per prendere i tempi di nascosto. E se sbagliavi, le mani ti restavano sotto le presse. Alla galvanica invece il problema era la salute, gli acidi, l’aria che si respirava. Non era un caso isolato: alla Coppola, fabbrica di batterie, gli operai ogni sei mesi dovevano farsi la lavanda gastrica. Il capitalismo è senza cuore”.


Eppure sono stati proprio i ritmi il collante che ci ha portato a unirci, dice Irma, del Comitato operaio Autovox, un gruppo di donne e uomini che hanno mantenuto ancora oggi relazioni e rapporti stretti, anche questo è il risultsto delle lotte di allora. Racconta Rosa: “Facevamo televisori e autoradio, eravamo una fabbrica elettronica metalmeccanica a alto tasso di tecnologia. Andava bene, poi, quando è stata rilevata dalla Motorola, che aveva interesse solo a entrare nel mercato europeo, ricerca e innovazione sono stsate abbandonate e la fabbrica ha cominciato a andare male. Il decentramento e la precarizzazione hanno fatto il resto. Oggi che le fabbriche non ci sono più è sparito anche il rispetto della persona e fare lotte per i diritti minimi è ancora più difficile. All’inizio, nel ’69, c’era la catena di montaggio, c’erano i forni in cui inserivamo con le mani nude le basette a cui dovevano saldarsi i diversi componenti. A volte dai forni uscivano vampate improvvise, soprattutto quando lo pulivamo a fine lavoro. Poi hanno ristrutturato,furono costretti a ristrutturare, inserendo cappe di aspirazione per evitare gli effetti della nocività sulla salute della lavorazione, la nocività modificò i miei ormoni femminili riempiendomi di peli, fummo posti a cure e controlli periodici. La ristrutturazione portò una lavorazione a isole, e una catena di montaggio non meccanizzata”.

“Tu eri un pezzo della macchina – ricorda Maria Maggio, Voxon – avevo 19 anni quando sono entrata. Grandi saloni e la catena di montaggio, in mano un saldatore a piombo. I nostri movimenti erano misurati e richiesti al millimetro. E non c’era orario, ti veniva comunicato giorno per giorno, il sabato per la domenica. C’ero andata perché volevo essere libera, decidere il mio futuro, ma in fabbrica, anche se allora avevamo stipendi dignitosi, non era possibile. Ci siamo ribellate, eravamo al pieno delle commesse. Poi il declino, la crisi, la cassa integrazione. Oggi le cose sono molto cambiate, è tornato il cottimo, non c’è dignità. Se un lavoratore viene pagato 300 euro per 4 ore al giorno, come potrà mai alzare la testa e fare sciopero?”.

Non solo nelle fabbriche metalmeccaniche. L’interno dei capannoni sono antri oscuri e insospettabili anche nell’alimentare. Racconta Raffaele Lo Russo, operaio Peroni: “Entro nel ’74, e mi mandano al reparto 40, l’imbottigliamento: eravamo 150. Poi c’erano la sala cottura, filtrazioni, officine, falegnamerie, gli altri reparti. Il malto e l’orzo entravano in sala cottura, fermentavano, passavano per la filtrazione e arrivavano al nostro reparto. C’era un rumore spaventoso, sembrava una guerra: erano le bottiglie che scoppiavano. I carrelli diesel, e a terra era tutta acqua che si usava per togliere i vetri delle bottiglie rotte. La macchina lavava le bottiglie con sala soda e fumi nocivi, poi, una volta inserita la birra nelle bottiglie, andavano dentro ai pastorizzatori. La pastorizzazione è un sistema di passaggi rapidi di caldo e freddo per ammazzare i microbi, c’erano enormi serpentine per il raffreddamento e il riscaldamento. Intanto, con le temperature caldissime le bottiglie scoppiavano dentro il pastorizzatore, i vetri cadevano su altre bottiglie e facevano cadere o scoppiare anche loro. All’uscita c’era un operaio addetto a raddrizzare le bottiglie, quelle cadute e ancora intatte. Dopo il pastorizzatore andavano all’etichettatrice. Anche qui era una guerra sui ritmi, contro chi ci controllava”.


Alla Contraves, multinazionale svizzera, la catena non c’era, era una fabbrica di colletti bianchi, gli operai una minoranza. Maurizio Rossi ci è entrato nel ’69, e da allora ha costruito sistemi elettronici per armi, una produzione rivolta all’estero, soprattutto in terre di conflitti, dal Medioriente alla Libia, all’Iran e all’Iraq. Tra le fabbriche romane – che raccoglie decine di migliaia di lavoratori, nonostante la vulgata che sostiene non ci fossero a Roma, con l’eccezione della classe operaia tradizionale di edili e tipografi – molte erano militari. “Noi, dice Maurizio, eravamo cinquecento, in migliaia alla Selenia, all’Elettronica, alla Romanazzi. Certo, c’era il polo poligrafico, è leggenda la lotta dell’ Apollon, occupata dai lavoratori per un anno, fino al maggio ’69. Ma c’erano anche la Rotocolor, la Tecnicolor, il gruppo Abete… 20-25.000 lavoratori a cui aggiungere la valanga degli edili. Un milione di lavoratori che in quegli anni cominciarono a diventare protagonisti di lotte importanti. Per questo decidemmo, in Contraves, di contattare le altre fabbriche della Tiburtina, quando c’era una lotta tutti insieme andavamo davanti ai cancelli. E ottenemmo grandi risultati, certo. Innanzitutto l’abolizione di quattro ore settimanali, così da arrivare alle famose 40 ore, poi l’abolizione del cottimo. Infine il superamento delle commissioni interne e l’istituzione dei consigli di fabbrica eletti a liste aperte, iscritti e non iscritti ai sindacati. Abbiamo anticipato così alcuni contenuti della legge 300, lo Statuto dei lavoratori. Ricordo ancora il diritto all’istruzione, le 150 ore, le lezioni di fisica di Marcello Cini, in aula insieme noi operai e gli studenti, lo studio della medicina del lavoro. E il grande salto culturale che facemmo, noi che avevamo poco studiato, per conoscere e portare sul posto di lavoro le lotte per la salute”.

La nostra forza non fu solo la contrattazione sindacale, ricorda Aldo della Fatme: “All’interno le cose miglioravano, ma all’esterno peggioravano, aumentava il costo della vita, la questione della casa diventava sempre più stringente. Per questo siamo usciti sul territorio. Il sindacato fece resistenza, cercò di stoppare la relazione tra avanguardie operaie e movimento studentesco. Anche il Pci, che per anni ha occupato le case e lottato con gli strati popolari, ha smesso e ci fermava. Il sindacato, l’Flm, si è diviso, le lotte si sono fermate. Paghiamo ancora quella divisione”.
E’ d’accordo Anna, comitato Autovox: “L’Flm è stata l’espressione più avanzata del sindacato e del Pci. La rottura è stata durissima. Noi però avevamo creato il comitato operaio, spesso in frizione con il sindacato e con la Cgil, soprattutto sulla questione dello scorporo.
Contro i licenziamenti certi, resistemmo ancora, occupammo la palazzina della direzione chiedendo unità fra lavoratori contro i licenziamenti certi, così che i destinatari delle assunzioni non potessero salire a firmare le lettere di assunzione alla Nuova Autovox, altrimenti avrebbero lasciati soli i certi licenziamenti. Un po’ ci sopportarono, poi la beffa: arrivò il delegato sindacale a scortare un gruppo di lavoratori, volutamente impauriti, per firmare le lettere di assunzione alla Nuova Autovox, da parte nostra nessuna reazione nei loro confronti. Arrivarono i licenziamenti, con la lista di lavoratori compreso tutto il comitato operaio autovox, nella lista di licenziamenti furono messi anche marito e moglie e persone vicine alla pensione e persone con handicap, una lista fatta a tavolino e concertativa”.

Raffaele è orgoglioso dei risultati delle sue lotte: “alla rappresentanza del taylorismo contrapponevamo il delegato per gruppo omogeneo. Il consiglio di fabbrica era eletto su scheda bianca, tutti elettori, tutti eleggibili. Abbiamo lottato a fianco degli stagionali, ottenendo liste di precedenza di chi aveva già lavorato, scelto per carichi familiari e anzianità. Per ottenerlo, era l’86, gli stagionali occuparono la mensa, noi entrammo e ci fermammo dietro i cancelli, in agitazione. Fuori dai cancelli c’erano i disoccupati organizzati che appoggiavano gli stagionali: insomma, un assedio”.

La repressione. Fermo immagine dal fil di Gian Maria Volonté “La tenda in piazza”

Amara la conclusione di un altro operaio, più giovane di Raffaele, anche lui alla Peroni: oggi le condizioni in fabbrica sono cambiate, abbiamo un sistema giapponese basato sull’efficienza. Voi eravate tutti uguali, oggi c’è un operaio a 3 giorni, un altro a 3 mesi, salari diversi e incentivi diversi. Come si può fare una lotta unitaria se si è così diversi e sotto ricatto? Abbiamo perso lo sguardo e il percorso di insieme. Sono le conseguenze di un’Europa del mercato che non ha saputo essere l’Europa dei diritti”.
Maria Maggio è sempre stata iscritta alla Cigl, ma non è meno amara: con le operaie di altre fabbriche in cassa integrazione è riuscita a commutare l’assistenza in lavoro, nella Multiservizi che è subentrata al lavoro dei bidelli nelle scuole: “Negli anni ’80 è iniziato il declino. Da allora la sinistra ci lascia. In Multiservizi avevamo otto ore e tutti i diritti. Oggi siano tornati al cottimo e alle divisioni”.
Non ci sono ricette, è evidente. Ma la storia delle lotte è una ricchezza democratica e progressista, può dare spunti e suggerimenti anche oggi. Conclude Raffaele della Peroni, ricordando l’occupazione a fianco degli stagionali: “Quella volta anche i crumiri, quelli che avevano sempre chinato la testa davanti al caporeparto, durante gli scioperi trovarono il loro riscatto. Sapete, da allora alcuni si misero all’avanguardia delle lotte. E poi l’esperienza dei consigli di zona fu importantissima. Dovremmo ricostruirli oggi, i consigli di zona: oggi che le fabbriche non ci sono più, e non c’è più il lavoro fisso. Lì potrebbero organizzarsi i precari e i disoccupati, che non sono rappresentati. Il ‘900 non ha lasciato solo macerie”.

La lezione di Proactiva: altro che taxi del mare

E’ stata a lungo ferma nel porto di Pozzallo la nave Proactiva Open Arms (Braccia aperte). I responsabili erano indagati per associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ora, caduta l’accusa surreale di associazione a delinquere, la nave è stata dissequestrata, e può ripartire a salvare vite umane. In assenza di navi salvatrici, comunque, i tentativi di arrivare in Europa non si sono fermati: a contare le vittime però, in questo periodo di tempo non c’è stato nessuno.
Cosa ci dice il dissequestro? Sicuramente che la Libia “non è in grado di riaccogliere i migranti soccorsi in mare nel rispetto dei loro diritti fondamentali”, come scrive il giudice nel dispositivo di dissequestro. Visto che la maggioranza dei passeggeri dei barconi proviene esattamente dagli stessi campi di concentramento dove li si vorrebbero ributtare, con la complicità anche dell’Italia. Ma ci dice anche che è prioritario il rispetto delle Convenzioni internazionali del mare e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Insomma, che la stella polare nell’agire in mare, come è da secoli, è la salvezza delle persone più che gli accordi tra stati, tra Libia e Italia. Una decisione che ci riporta nell’Europa di Spinelli, da cui gli accordi italo-libici ci avevano fatto allontanare.


Al governo italiano bisognerebbe ricordare che mai, senza un bagno di sangue, si è riusciti a bloccare un’ondata di emigrazione. Se madri e padri affidano a quei fragili natanti i loro figli è perché dietro non hanno nulla se non fame o morte. In altri tempi i nostri nonni sono emigrati – legalmente e anche illegalmente – per più di un secolo, spinti dalle stesse urgenze, la fame, la guerra, la persecuzione politica o sociale: dovremmo ricordarlo quando scriviamo norme che riguardano persone che partono per gli stessi motivi.
Dovremmo ricordare anche che il diritto di chiedere asilo è una grande conquista: restringerlo ai cittadini di un pugno di stati è incivile. E chi approda sulle nostre coste è, per lo più, un richiedente asilo. Chiamarlo clandestino prima dell’approdo è da canaglie.
Un’ultima cosa. Quel dissequestro rende alle Ong non l’onore delle armi, che non hanno, ma l’onore della loro azione pacifica e umanitaria. Chi ha descritto le Ong come “taxi del mare” – vabbè, si era in campagna elettorale – dovrebbe almeno ora chiedere scusa.

Dopo la sconfitta il Pd romano s’interroga

La sala ha un nome singolare e evocativo, “Aquile randagie”. Ma al centinaio di persone che rispondono al richiamo di Roberto Morassut nel Roman Scout center per riflettere sull’esito delle elezioni (che per la terza volta hanno mandato Morassut in parlamento) la metafora dell’aquila si attaglia poco. C’è un’analisi da fare, c’è da cercare le ragioni per la caduta libera dell’appeal elettorale del Pd, c’è il deserto da attraversare. E, sì, anche un lutto da elaborare, cinque milioni di voti persi in cinque anni.


Morassut ha una sua ricetta: la rifondazione del Pd. Torniamo allo spirito del Lingotto, alla capacità di analisi politica, alla lettura della società. Ora il partito, dice, non fa politica, ma vive un conflitto interno di correnti e consorterie. “Non è solo un rovescio elettorale – dice – è finito il rapporto sentimentale con gran parte del nostro popolo, quella speciale relazione tra il padre-partito e gli iscritti, i militanti, gli elettori. Molti hanno iniziato a rompere il legame, i giovani non hanno mai cominciato a tesserlo. La sinistra era una religione civile, la speranza dell’uguaglianza tra gli uomini”.
Discontinuità, dunque. Il neoeletto propone un congresso straordinario di rifondazione di un nuovo movimento: “Nel Pd abbiamo 200 mila iscritti, molti meno sono gli attivi. Ma ci sono dieci milioni di persone che si impegnano nel volontariato, a volte con valori paralleli ai nostri. Ecco, dobbiamo creare un perimetro in cui tutti possano sentirsi fondatori. Uno spazio aperto, i Democratici”. Invece di dividersi in lotte tra correnti o di stilare una pace effimera, l’Assemblea nazionale dovrebbe nominare una commissione di alto profilo aperta a personalità esterne che stenda un documento politico da discutere in tutt’Italia. E che vigili sul percorso politico.


Suggestiva l’ipotesi, ma l’analisi delle ragioni della sconfitta resta ancora da fare, dei bisogni, delle domande sociali. Nessuno, tra i dirigenti, gli amministratori, i segretari di circolo (“ormai siano clandestini, le sedi non ci sono più, ci ritroviamo nelle case” dice uno, sconsolato) parla del risultato del referendum costituzionale, che pure avrebbe dovuto essere un segnale allarmante. Tutti invece sono decisamente contrari all’ipotesi della creazione di una sorta di movimento verso destra alla Macron, un En marche a guida renziana che lascerebbe il partito ancora più in macerie con l’ambizione di raccogliere gli elettori in fuga da Forza Italia.
Walter Verini, anche lui neoeletto, la mette così: “Aumentano la solitudine delle persone e le disuguaglianze, ma non c’è una sinistra all’altezza. Il partito è come un acquario in cui l’acqua diminuisce e i pesci si addentano l’un l’altro immaginando di salvarsi. Bisogna invece alimentare l’acquario, far entrare acqua nuova. Altrimenti non siamo classe dirigente ma ceto politico che pensa solo alla sua sopravvivenza, la testa girata a guardare il cacicco o il capobastone, non quel che avviene nella società”. In due mesi, racconta, alla Commissione nazionale di garanzia sono arrivati 200 ricorsi per brogli nel tesseramento, liste truccate, anomalie elettorali.
“La mia esperienza nel Pd è finita – dice Raffaele Ranucci, anche lui d’area veltroniana, imprenditore privato e amministratore pubblico – Di fronte alla finanziarizzazione del mondo, che taglia posti di lavoro e impoverisce i già poveri, non siamo stati capaci di capire che bisognava cambiare passo. E intanto i servizi peggioravano, soprattutto in periferia, ovvio che lì c’è rabbia e paura, ci hanno votato contro”. Già, gli elettori chiedono protezione, e non gliel’abbiamo data, dice amaro Antonio Rosati: “Guardiamo cosa abbiano attorno: la Banca d’Italia dice che il 13% della popolazione è povero, 13.800.000 persone. Mentre governavamo la povertà è aumentata di cinque punti”.
“Non abbiamo organizzazione, né progetto, né pensiero – dice Roberto Amici, nella segreteria provinciale di Roma, nel Pci dal ’73 – siamo ancora a declamare valori e contenuti che nella pratica si ignorano. E poi, eliminato il finanziamento pubblico ai partiti, come si fa? Per l’intanto il Pd è governato da chi ha responsabilità nelle istituzioni, ma anche la forma di rappresentanza sembra ora ossidata. E poi nessuno chiede conto a chi ha un incarico politico del lavoro fatto”.


C’è rabbia, anche, che a volte erutta incontrollata: “Ma insomma… ci sono ovunque cacicchi e portaborse, ormai il territorio è balcanizzato, altro che disagio – dice un dirigente intermedio – ma io me ne vado, continuerò a fare politica in un altro modo, in un altro spazio”. “Invece di ascoltare il paese l’abbiamo sfidato” ammette sconsolato Massimo De Simone, vicepresidente di Municipio. “Inutile irridere i Cinque stelle – commenta Silvio Di Francia, ex assessore alla cultura di Roma – arroccandosi nel disprezzo. Abbiamo perso la stima degli elettori, alcuni si sentono traditi. E se vogliamo cercare i colpevoli del disastro, basta guardare gli esempi di familismo nelle liste. Il caso De Luca in Campania, ad esempio…”.
C’è un gran fermento nel Pd, lì almeno dove la botta elettorale non ha lasciato candidati e militanti tramortiti. Così stamattina, al Centro congressi Cavour di Roma, è Peppe Provenzano a chiamare a dibattere di “Sinistra anno zero”. Perché – dice il vicedirettore della Svimez che ha rinunciato a candidarsi nel Pd per protesta contro le liste farcite di famigli, soprattutto al sud – con la crisi “sono tornati i bisogni, la ripresa li ha lasciati intatti. Anche nella ripresa si stavano allargano i divari, tra i cittadini, tra le imprese. Una minoranza ce la faceva per tutti, la media cresceva ma la maggioranza non vedeva via d’uscita. Noi raccontavamo il mondo dei vincenti… il problema non è solo starci, nelle periferie. Il problema è cosa gli dici al popolo…. Se c’è un bisogno di sicurezza, di protezione, vuol dire che la sinistra non fa il suo mestiere. La sicurezza sociale, i servizi che funzionano per tutti: scuole, sanità, assistenza. L’austerità ha finito di distruggere lo stato, dopo il processo di denigrazione e destrutturazione a cui abbiamo contribuito anche noi, la sinistra. Ma se la cosa pubblica non mi protegge, a che serve la politica?”:

Lazio, per Zingaretti successo amaro

Strana storia. A guardare i dati elettorali, le elezioni politiche e quelle per il consiglio regionale del Lazio sembrano provenire da pianeti diversi. La candidata dei Cinque stelle è solo terza, il presidente uscente Nicola Zingaretti, primo tra tutti i presidenti di giunta regionale, ce l’ha fatta superando il 33.4 per cento, e il centro destra è stato penalizzato dalla candidatura del sindaco di Amatrice, Pirozzi,  che, se avesse sommato il suo 4,9 al 31,4 di Stefano Parisi, l’avrebbe portato alla vittoria. Un panorama molto diverso da quello della Lombardia, dove i risultati non si discostano molto da quelli nazionali.

A premiare Zingaretti – l’annuncio della vittoria è stato accolto con entusiasmo dal comitato elettorale e dal commissario Montalbano, Luca Zingaretti che aveva portato il suo sostegno al fratello – soprattutto la provincia di Roma, probabilmente grazie alla diffusa insoddisfazione per il governo dell’ineffabile sindaca Raggi. Che dal canto suo non ha sostenuto con convinzione la candidata del suo movimento, Roberta Lombardi, di corrente avversa. Il risultato, infatti, è più che deludente, rispetto soprattutto al 32% delle elezioni politiche. Nel Lazio i Cinque stelle sono al 22%, pari a 558.439 voti.
Tutto bene, quindi? Non tanto. Non è ancora chiaro se il Presidente, pur ottenendo 250.000 preferenze in più della sua coalizione, avrà a disposizione una maggioranza solida, o se dovrà fare accordi. Per ora si arrocca, smentisce le voci che lo vorrebbero come successore di Renzi alla guida del Pd e al segretario manda un sms dal tono implicitamente critico: “Ma il Pd ora deve ripartire”. Del resto sarebbe singolare, anche per un partito lacero e depresso come il Pd, abbandonare la Regione Lazio, l’unica vittoria della sinistra, per usare Zingaretti al Nazareno.
Intanto cominciano i conti sulla maggioranza, a rischio “anatra zoppa”, presidente forte ma senza maggioranza. Il Pd dovrebbe avere 18 seggi, la lista Zingaretti 3, Leu +Europa e Centro solidale uno a testa. Totale 24, più Zingaretti. Il centrodestra si attesta a 15 seggi – 6 Fi, 4 Lega, 3 Fdl – i grillini 10, più il sindaco di Amatrice. La maggioranza in consiglio, dunque, andrà cercata.


Perché un risultato così dissonante dal trend nazionale? Merito del buon governo, dicono nello staff del governatore del Lazio. Merito dello stile del governatore, basso profilo e lavorare, insistono.
Sicuro? Forse è anche merito del penoso scenario preelettorale, che vedeva vincenti Centrodestra e M5s. Chi non ha voluto regalare anche la Regione a uno dei due contendenti ha votato Zingaretti, che vanta tra l’altro un’alleanza solida con la sinistra di Leu, trattata con rispetto invece della iattanza abituale al segretario Pd.
Nonostante tutto, devono aver pensato gli elettori, anche quelli che “Il Pd questa volta non lo voto”, Zingaretti sì, si può votare. Anche se a sinistra sono state molte, e motivate le critiche al governo del Lazio. Il pernicioso piano casa ereditato dalla Polverini era a tempo, ma ha trovato, una volta scaduto, una nuova vita nella brutta legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Restano in attesa di tutela e salvaguardia molte aree verdi minacciate di edificazione, come il lago dell’ex Snia. Quanto alla sanità, per l’8 marzo Zingaretti ha annunciato l’inaugurazione di un centro antiviolenza a Velletri, bella iniziativa. Ma a Roma i centri antiviolenza già esistenti da anni sono sotto attacco. Un attacco subdolo, denunciano le donne di “Non una di meno”: “Sportelli antiviolenza, Case delle donne, Consultori e Consultorie hanno consentito e consentono a moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e rendono possibile la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura, di richiesta di risorse economiche esose, di definanziamento, conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di monetizzare e mettere a profitto ogni aspetto dell’esistente”. Se ne riparlerà l’8 marzo.
Per ora, da subito, in Consiglio regionale c’è un’anatra zoppa da rimettere in sesto.