La brutta Padania

È un catalogo del brutto, un elenco fotografato con cura degli orrori del territorio padano. Un pesante tomo che evidenzia, meglio non si potrebbe fare, i guasti della commistione di scatenata iniziativa privata e dissennatezza delle grandi opere pubbliche. La Padania, lo sappiamo, non esiste, storicamente né culturalmente. Ma negli ultimi 50 anni si è costruita, ha preso forma. La trovate qui, in questo libro fotografico ragionato, Padania classic. L’Atlante dei Classici Padani, pubblicato da Krisis Publishing grazie a un riuscito crowdfunding (chi la cerca può ordinarla qui, e c’è anche un omonimo sito aggiornato continuamente). La dimostrazione di un “dissesto psicoinfrastrutturale”, la presenta Wu Ming 1 in uno degli ultimi incontri di Festivaletteratura di Mantova.

Piemonte, Lombardia, Veneto, una macroregione che ha in comune lo spreco del suolo, la mostruosità degli esiti, la sostituzione di un antico paesaggio rurale in grandi forchettate di svincoli e rotonde, discariche e inceneritori, capannoni più o meno utilizzati. «E intanto il cancro della cementificazione inutile e brutta cresce – incalza lo scrittore Wu Ming 1, che dal canto suo sta lavorando da tempo su territorio e conflitto in Val di Susa – anche perché una grande opera non è solo uso di quel particolare territorio. Come una goccia d’inchiostro su carta assorbente una grande opera dilaga, cambia il traffico, gli spazi intorno. Crea nuove necessità, esige nuove strade, suggerisce nuovi centri commerciali. Se non sapremo difendere quel che è rimasto ci condanneremo a vivere tra le macerie. E la macroregione sarà il carcere dell’anima».

cementificazioneL’autore del progetto, Filippo Minelli (che ha cofirmato il lavoro con Emanuele Galesi), ha passato tre anni a fotografare il brutto, e altri due a redarre il libro: «Questa bulimia cementizia è recente – nota – dagli anni ’60 a oggi. Ma ha già mutato profondamente il suolo con un incredibile cambio architettonico, omologato ai peggiori esempi delle periferie del mondo, complice una deregulation totale. La parola chiave per attuare il dissesto psicostrutturale è stata “polifunzionale”, centri commerciali, artigianali, abitativi, tutto insieme, le colonnine doriche e i nani da giardino, mega scheletri iniziati e abbandonati, la pubblicità dei compro-oro e dei centri massaggi ammiccanti, una Las Vegas opulenta e insieme miserabile. Nel paesaggio, una volta, si specchiava la comunità, ora solo l’individualità, il potere e l’ostentazione del denaro, il vuoto culturale. Su questa perdita d’identità la Lega ha incistato una identità inventata, con riti druidici e acque del Po. Sotto c’è il disastro delle grandi opere pubbliche e delle piccole private azioni quotidiane».

Cosa ci vuole a tirare su un capannone? Semplice, modulare, può essere modificato alla bisogna, e comunque crea valore, il fido in banca; che poi sia utile è davvero superfluo. E intanto si cementifica, si tombano i corsi d’acqua, si riempie un “vuoto” che invece è pieno di campi e prati. Un’ossessione che ha trasformato il territorio in un orrendo blob di asfalto e cemento e cartelloni pubblicitari di qualsiasi cosa. Piscine poggiate sul prato. Lacerti cementizi. Transenne edilizie abbandonate. Senza alcun senso.

Ne risulta un paesaggio pazzesco, se lo si guarda davvero. Perché spesso lo sguardo cancella il non finito, l’orribile, il cattivo gusto, il cervello non li registra. Questo libro obbliga a guardare, invece. Un esempio? Le palme. Un tempo Leonardo Sciascia l’aveva segnata sullo stivale, la capacità delle palme da datteri di attecchire sempre più a nord, metafora della capacità invasiva della mafia. Ma qui, nella macroregione, le palme di sono davvero, e da per tutto. Invece della fragile palma da datteri mediorientale, la più robusta Trachycarpus fortunei, origine asiatica e foglie a ventaglio. E’ da per tutto, basta farci caso: nell’aiola del comune e nel giardino privato, davanti alla sede aziendale o al centro della rotonda. A volte addirittura sfacciatamente finta, di plastica rossa, o luminosa. Un’ossessione, l’emblema vero e vuoto della Padania.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

La moltiplicazione dei muri

Un muro. E ancora un altro. Al Brennero no, pare. A difendere frontiere evocate bastano i militari armati. Ma a Calais sì, un muro, finanziato dalla Gran Bretagna. Molti muri sono già costruiti nei paesi dell’ex Cortina di ferro, e chi la voleva abbattere allora oggi li costruisce contro chi fugge dalla dittatura, dalla guerra, dalla fame. Un altro muro sarà tra Messico e Stati Uniti, che allunghi quello che c’è già e che certo non impedisce la voglia di futuro di chi migra. Fermare il mare non le mani non si può, nemmeno gli uomini con i muri. Al Festivaletteratura di Mantova, cosmopolita per elezione, la questione tiene banco in moltissimi incontri.

Frei Betto, teologo domenicano, rivendica il diritto di far politica: sono un discepolo di un prigioniero politico, dice, Gesù non è morto di epatite o cadendo da un cammello. Ora guarda al papato di Francesco I con grande speranza. E’ un Papa che ha ammonito: non costruite muri ma ponti. E insiste: “L’Africa è stata colonizzata da tutta Europa, e che ne è rimasto? Povertà, miseria, corruzione. L’Europa che ancora la depreda ora vuol chiudere le porte ai popoli in fuga. Non muri, ponti”.

Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio, dice l’albanese Gazmend Kapllani (“Breve diario di frontiera”): “Per qualche anno abbiamo vissuto senza frontiere in Europa. Istituirle di nuovo apre a nuovi conflitti. Le società più inclusive sono le più progredite. Ci siamo dimenticati di essere da secoli un continente di migranti che hanno popolato le Americhe. Ora ci chiudiamo, eppure l’avventura umana è storia di migrazioni”. Oggi vive negli Stati Uniti, ma è stato profugo in Grecia per 23 anni senza riuscire ad ottenere la cittadinanza.

Esuli per secoli sono gli ebrei, nella nostra Europa. Eppure è Wlodek Goldkorn (Il bambino nella neve) di origine ebraica, a ricordare che i “sommersi” di cui parlava Primo Levi oggi sono nelle fosse comuni del mar Mediterraneo: “Andiamo a Auschwitz, e diciamo mai più, poi bombardiamo ospedali e bambini in Siria. Ho il sospetto che i viaggi servano a non vedere i sommersi di oggi. Preferirei meno viaggi della memoria ma più navi che vagano a prendere i profughi, e il blocco dei bombardamenti”. La memoria, dice Sigmund Ginzberg (Spie e zie) è come il canarino nelle miniere, serve a dare l’allarme all’odore del razzismo, non a girare la testa”.

Il muro tra Messico e Stati Uniti? “Non ce ne frega nulla – dice il messicano Paco Ignacio Taibo II con un linguaggio più che colorito – i muri si saltano, il filo spinato si taglia. Una parte di muro già c’è, ma è interrotto da piccoli spazi di 80 centimetri: oculatamente lasciati dagli operai messicani che l’hanno costruito. E poi Donald Trump che picchia duro sui messicani non si chiede chi pulirà le piscine di Los Angeles, chi raccoglierà le mele dell’Oregon, chi lavorerà nelle fabbriche di scarpe dell’Illinois. Senza il lavoro nero dei clandestini gli Stati Uniti sono fottuti”.

C’è chi dice no. A raccontare la storia dell’incontro tra un centinaio di africani e alcuni berlinesi è la tedesca Jenny Erpenbeck, “Voce del verbo andare”. Dal 2013 ha seguito il gruppo di persone che, all’inizio si erano accampate in una piazza, e anche dopo, con l’accoglienza ma col divieto di lavoro, ha raccolto le loro storie. E quelle delle persone – il dentista, l’avvocato, il medico, il maestro – che sono entrate in relazione con i rifugiati. “In Germania – dice – molte famiglie hanno esperienza di fughe forzate. L’accoglienza non c’entra nulla con la bontà, è solo capacità di immaginazione. Viviamo in pace da molti anni, ma le cose possono rapidamente cambiare”.

L’albanese Elvira Mujčić lo sa bene. Viene da Srebrenica, e nel suo “Dieci prugne ai fascisti” racconta la fatica della fuga, le ferite e le assenze e il dolore di una famiglia matriarcale, la creazione di nuove frontiere, di nuovi muri nel suo paese. Anche se, racconta, piccole realtà, piccole comunità cercano di andare avanti ricostruendo relazioni: non a caso spesso gruppi di donne.

Intanto però i muri crescono, e a volte non sono quelli materiali alle frontiere, ma quelli immateriali nelle questure, negli uffici comunali, nelle scuole. Sono quelli dell’informazione, che annuncia ogni giorno il numero degli sbarchi, a stento la provenienza di chi arriva, ma non il perché. Eppure – dice l’eritreo Tsegehans Weldeslassie, Ziggy, di cui Erminia Dell’Oro ha raccontato la storia in “Il mare davanti” – le ragioni del viaggio sono differenti: “Noi non fuggiamo dalla guerra, ma da una dittatura durissima che fa affari con l’Italia. E durissimo è stato il viaggio. Tutti sanno quanto sia pericoloso attraversare il mare, attraversare 5.000 chilometri di deserto lo è altrettanto”.

Quella che avviene sotto i nostri occhi, sulle nostre coste – dice Lella Costa, che con Marco Baliani porta in scena “Human” – è una tragedia, l’Odissea, l’Eneide dei nostri giorni. Dobbiamo ascoltare la voce di chi racconta i suoi viaggi. E ricordare che l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo sancisce la libertà di movimento per tutti. All’ingresso di un campo profughi palestinese c’è una grande chiave: tutti i residenti conservano gelosamente le chiavi delle loro case che forse neanche esistono più. Quante chiavi di casa sono negli zaini, nel deserto, in fondo al mare? Pensiamoci”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità l’11 settembre 2016

Libri senza frontiere

Facile dire: frontiere. Un muro, una barriera. Che cosa c’è al di qua o al di là fa la differenza di una vita. Sarà per questo che uno dei primi appuntamenti di Festivaletteratura, la settimana di incontri con gli autori di Mantova, alla ventesima edizione, è proprio sulle frontiere e sull’esclusione. Tema che attraverserà molti degli incontri di quest’anno.

Ecco dunque, solo nella prima giornata, il dibattito tra Gazmend Kapllani e Alessandro Leogrande. Ecco il dibattito tra Christiane Taubira, ex ministro della giustizia francese e Domenico De Masi “Se i cittadini non sono tutti uguali” soprattutto quelli con due nazionalità dovute alla migrazione. Ecco l’incontro a tre tra Paolo Di Paolo, Siegmund Ginzberg e Wlodek Goldkorn sulle storie di famiglie ebree che hanno attraversato il secolo scorso spostandosi su, dice Di Paolo, un atlante impazzito.

gazmend-kapllaniL’albanese Kapllani racconta, in “Breve diario di frontiera” la sua storia di emigrato colto e plurilingue. Accompagnato da Alessandro Leogrande che il mondo dei migranti conosce bene, come mostra il suo recente Uomini e caporali sullo sfruttamento dei braccianti in Puglia, nella raccolta del pomodoro da sugo e non solo. Tutti ricordiamo l’immagine dell’esodo biblico dell’Albania, quando disfatto il regime oppressivo di Enver Hoxha le frontiere di un paese isolato da decenni si dissolsero (ed è difficile dimenticare il trattamento che l’Italia ha riservato alle 16.000 persone a bordo del mercantile Aurora, stipate in uno stadio di sinistra memoria e poi respinte).

Il bambino Kapllani studiava italiano a otto anni, raccoglieva sulla spiaggia bottiglie di Coca Cola provenienti dall’altro lato dell’Adriatico, contrabbandava libri e letteratura rischiando la prigione. Tentare di evadere da un paese che aveva tagliato ogni contatto con il resto del mondo – «Eppure cantavamo l’Internazionale due volte al giorno», ricorda, «si parlava di proletari di tutto il mondo»: quale mondo? – e sentire musica italiana poteva costare la vita. «L’Albania – dice ora – era una piccola prigione governata da paranoici».

Franato il regime, svaniti i controlli alle frontiere, Kapllani migra verso la Grecia, a piedi. Qui sperimenta la vita da immigrato, indesiderato nel paese comunista, indesiderato in quello capitalista. L’umiliazione di dover chiedere protezione, quella sperimentata da Dante: «Tu proverai siccome sa di sale lo pane altrui». Passata una frontiera, bisogna scavalcarne altre, la lingua, l’identità: «Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio – dice – uscito dalla prigione dei paesi dell’est sono diventato clandestino. Resterò in Grecia 23 anni, imparando la lingua tanto da scrivere il mio primo libro proprio in greco, ma non ho mai ottenuto la cittadinanza: con tutto il tempo impiegato per ottenere documenti e permessi avrei scritto altri dieci libri».

Oggi Kapllani vive negli Stati Uniti e sogna «un mondo senza immigrati, ma di viaggiatori in un mondo di eguali. Ci vuole fegato, ci vuole forza per lasciare il proprio paese e andare in un altro, imparare la lingua, trovare il proprio posto in una città sconosciuta. Del resto da sempre la sopravvivenza dell’uomo dipende dalla capacità di cambiare, di migliorare la propria vita, di superare la sofferenza della povertà e della disuguaglianza». Infine un monito: «Negare la cittadinanza è una vergogna. Come è possibile che i bambini che nascono in un paese dove vivranno e andranno a scuola non siano cittadini? Come si fa a creare scientemente cittadini terza categoria? L’immigrazione è una opportunità. Ma se la si vede solo come minaccia, attenti: può diventare una minaccia».

mantova1L’esperienza di essere “l’altro” l’hanno provata anche Siegmund Ginzberg e Wlodek Goldkorn, entrambi prestigiosi giornalisti italiani. La storia delle loro famiglie, ebree entrambe, è fatta di traslochi, mutamenti, esilii. «In Turchia, quando il mio cognome a scuola denunciava una ma non turchità – dice Ginzberg, che ha scritto Spie e zie – mi dichiaravo italiano, ma di italiano non sapevo una parola. In Italia mi dichiaravo turco, poi ho imparato a dirmi ebreo. Ma di quegli ebrei speciali che non vanno in sinagoga. Solo molto più tardi ho detto: sono italiano». Scrivere in una lingua non materna dà una libertà indicibile, dice Goldkorn, come faceva Conrad, come Beckett. Ma quando il conduttore, Paolo Di Paolo, lo interroga sulla seconda parte del suo libro, Il bambino nella neve, sui luoghi della Shoa, Goldkorn esplode. Ricordando il libro di Primo Levi, Sommersi e salvati, dice: «I sommersi sono tra noi. Sono qui, nel nostro Mediterraneo, negli ospedali bombardati in Siria e pieni di bambini, Quando vedo i treni della memoria che vanno a Auschwitz per dire ‘mai più’ penso che lo si faccia per non vedere i sommersi di oggi. Sarebbe meglio non fare visite a Auschwitz e evitare i bombardamenti. E mandare le navi a prendere i migranti al di là del Mediterraneo».

Questo articolo è stato pubblicato anche da Succede oggi.

Il Messico di Paco

Un’esplosione, un fuoco d’artificio di humor, a volte nero, a volte sboccato. Paco Ignacio Taibo II (nella foto qui accanto) è come scrive, più spontaneo, forse: empatico. Irresistibile. Al Festivaletteratura di Mantova ha presentato la riedizione di un romanzo del 1995, A quattro mani, insieme al collega Juan Villoro (nella foto sotto), come lui messicano, come lui scrittore, che ha scritto Il testimone. Argomento comune, i disastri del Messico. Non sarà una lagna però, questo incontro, né un catalogo delle miserie messicane: il nostro è «paese autoritario, repressivo e deprimente, puzzolente e schifoso, ma anche ridicolo. E l’umorismo è un sistema di resistenza». Ecco il ritratto del Messico dipinto in rapide pennellate e battute irresistibili.

Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Entro in un ufficio pubblico, uno di quelli in cui si fanno i documenti e i certificati. Mi avvicino allo sportello e dico: “Buongiorno”. Da dietro lo sportello mi risponde una voce cavernosa “No”. Ma come no, vaffanculo, non ho neanche detto cosa voglio. “No”. È la sindrome del buttafuori da discoteca, se dai a un idiota il potere di buttarmi fuori lo farà. E io non avrò il mio certificato».

Il cahier de doléances è lungo: il presidente è un analfabeta funzionale, alcuni dei ministri non hanno mai letto un libro (e speriamo non lo facciano, si augurano i due scrittori, dovessero sfogliare i nostri ce la vedremmo brutta). Il presidente ha falsificato la tesi di laurea, viviamo circondati da leccaculo, l’informazione nasconde notizie importanti, come la scomparsa di 43 ragazzi nello stato di Guerrero. Eppure a Città del Messico, capitale della resistenza, ci sono ogni due giorni manifestazioni di protesta imponenti, di 400.000 persone ciascuna.

juan-villoroConferma Villoro, e cita quella famosa zia messicana che diceva: «La vita ha voluto che io fossi disgraziata ma non ne avevo voglia». Villoro incalza: paradossale la questione dei rapporti con gli Stati Uniti, il più grande paese consumatore di droga. Nella giostra della ricerca del nemico perfetto sono passati dai nazisti ai comunisti, poi ai terroristi islamici e ai trafficanti di droga messicani. Che però agiscono negli Usa protetti dalle forze dell’ordine. Paradossale anche l’invito di un importante ministro messicano a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle presidenziali, dopo le valanghe di insulti razzisti che ha rovesciato sui messicani: «Siamo così fottuti che non ci resta che ridere».

Lo hanno definito barocco, Paco Ignacio Taibo II, chissà se lo sa. Certo non gli piacerebbe: barocco definisce il potere messicano, barocco come la cattedrale dove angioletti evirati con le natiche paffute sono circondati da mais, uva, frutta. Perché? L’architetto spagnolo patito degli angeli che seguiva i lavori si ammalò sul più bello, l’assistente indigeno andò avanti da solo e rovesciò sulle mura della chiesa una cornucopia agricola. «I buoni scrittori messicani sono come quell’assistente indigeno – dice Paco Ignacio Taibo II – mostriamo il reale anche se inopportuno. Ci si aspetta dal romanzo che metta ordine nel caos. Forse in Svizzera. Ma penso che invece abbia il compito di produrre caos e disordine, la complessità e la profondità. La tensione sociale e l’antiprovincialismo». «C’è una tensione continua tra la realtà e quel che cerchiamo di vedere – insiste Villoro – è ai margini di questa tensione che si può scrivere un buon romanzo».

Il muro, il muro che si vorrebbe costruire al confine con gli Stati uniti per fermare i migranti, come se i muri non si potessero saltare. Questo, in modo particolare. Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Un pezzo di muro c’è già, a Ciudad Juárez. L’ho visto: 20 metri di muro e poi una fessura di 80 centimetri, e così via. Perché il buco? ho chiesto ai muratori che lo costruivano. Risero di me. Lo chiesi ancora: perché il buco? Risposero: da dove pensi che noi passeremo, poi? Infatti, erano tutti messicani».

Nessun muro può fermare le persone che cercano il futuro. «Trump non sa che se ci fosse il blocco della migrazione di lavoratori illegali nessuno pulirà più le piscine di Los Angeles, nessuno raccoglierà mele in Oregon, o lavorerà nei calzaturifici dell’Illinois», insiste Paco Ignacio Taibo II. E Villoro racconta la storia di una rapina in un bar americano: «I gangster tengono tutti sotto tiro. A un certo punto di sente un trambusto in cucina. Bloccate i messicani, dice uno dei gangster. Non l’ha visto ma lo sa, in cucina non possono che esserci messicani. I gangster conoscono la realtà meglio di Trump».

Oltre la risata, la speranza. Marx sì, ma quale? Bisogna rileggere la realtà, riscriverne le categorie. E andare avanti: nelle comunità zapatiste e in quelle indigene c’è già un nuovo modo di prendere le decisioni, insieme. Insieme si fa comunità. Altrimenti, conclude Paco Ignacio Taibo II, non resta che arrendersi: «Nel film di Woody Allen Prendi i soldi e scappa Woody e la sua banda organizzano una rapina, ma quando arrivano in banca c’è già un’altra rapina in corso. E Woody propone ai derubati: votate quale banda vi porterà via i soldi. Questa è la democrazia oggi: la possibilità di scegliere da chi farci assaltare. Dunque arrendersi non si può».

Le favole fanno bene

Chi la sa questa favola? C’era una volta… C’era una volta, e c’è ancora, un pediatra bizzarro dalla doppia vita. Si chiama Andrea Satta, di giorno cura i bambini, di sera fa il cantante di una formazione molto conosciuta, Têtes de Bois. Forse perché la mamma, la sera, gli leggeva i “Promessi sposi” da grande si è appassionato alle favole. Ecco come.

Il suo ambulatorio è a Valmontone, sulla Casilina, sobborgo di Roma, dove vive chi a Roma lavora ma non si può permettere l’affitto; molti stranieri. Un territorio sgarrupato, tra ferrovie, viadotti, capannoni industriali, i fumi di Colleferro a due passi, termovalorizzatori e discariche. Per un pediatra, questo vuol dire allergie oltre la norma, patologie tiroidee, bronchiti croniche. E quella strana malattia, la sindrome da centro commerciale, le rinofaringiti, le pleuriti, le tracheiti che i frigoriferi e l’aria condizionata dei supermercati producono, soprattutto d’estate.

Questa è la storia delle storie che Satta ha portato ieri al Festivaletterature di Mantova, con il suo secondo libro Mamma quante storie, Treccani editore, arricchito da un fumetto di Fabio Magnasciutti e da illustrazioni di Sergio Staino.

Cosa c’entra l’ambulatorio di Valmontone con le favole? C’entra. Tutta colpa della mamma di Mohamed che una volta gli ha confessato: «Dottore, tu se l’unico con cui io parlo, qui, insieme alle persone in sala d’aspetto. Niente amiche, niente famiglia». Che fare? Ecco un’idea bizzarra, la sintetizza un cartello: «Mamme, vi aspetto sabato prossimo alle 18 per raccontare le favole con cui vi addormentavate da piccole. Portate i vostri bambini».

Tè e succhi di frutta, biscotti e patatine: verranno? Vengono. Vengono anche le favole, semplici, complesse, con i sapori di tutte le terre da cui vengono le mamme: paesi dell’est, nordafrica, Bangladesh, Ecuador, Perù, Brasile, Belgio. Ma anche Puglia, Campania, Calabria.

Così, una volta al mese, da sette anni le mamme raccontano, parlano, si conoscono, fanno amicizia tra loro, condividono cous cous e felafel e fejoada, altro che patatine. Così, Andrea Satta raccoglie le loro storie: la sua doppia vita diventa trina, pediatra e musicista e raccoglitore di favole.

La sapete quella della capra e del cavoli? Sì, la sapete. In Nigeria c’è, solo “tradotta”: capra cavoli e lupo diventano gazzella leone e pescatore. Chi l’avrà portata? Le storie superano meridiani e paralleli, con il loro carico di arguzia e di poesia. Nelle favole del mondo anche gli animali fanno rumori diversi. Bau in italiano diventa Au in portoghese, Ham Ham a Galati…

Andrea Satta è sicuro, le favole fanno bene. Ai bambini soprattutto, è scientifico. “Una ricerca canadese – dice – dimostra che i neonati pretermine seguiti in terapia intensiva prenatale migliorano moltissimo se ascoltano la voce della mamma, anche registrata. Forse perché l’hanno sentita nella pancia, forse perché è la voce dell’amore. Se è così importante per un neonato che ha così poche capacità dialettiche pensate cosa succederà a un bambino di due o cinque anni. Il sonno che si avvicina, la mamma o il babbo che sussurrano, la storia nota che si dipana pian piano”.

Le favole, a volte, sono crudeli. Pensate a Cappuccetto rosso, a Hansel e Gretel… Chi le scriverebbe così, quelle storie? Chi manda una bambina dalla nonna, sola e senza cellulare? Chi abbandona i figli nel bosco perché non ha abbastanza cibo per nutrirli? I pericoli affascinano i bambini, ma producono paura. Però è la mamma che racconta la storia, è la sua voce che dà protezione e sicurezza. E, dice Satta, l’elastico della paura si tende ma si sa che non può finire così. Il lieto fine consola e placa. Chiede: dunque è giusto raccontare favole crudeli, matrigne che maltrattano bambine, leoni sbudellati, streghe che mangiano i bambini? Forse sì, se c’è la mediazione dei genitori. L’iperprotezione dal mondo non fa crescere, rende deboli di fronte allo scacco, al cataclisma, al dolore.

Ma forse non basta. Ecco perché un ambulatorio dove da anni ci si parla, ci si scambiano racconti, si fa amicizia, si creare una comunità. Una piccola piazza dove si trovano abbracci e conforto, sostegno e soluzioni. Dove le categorie ridiventano persone, una a una, e ciascuna con il suo sorriso. Con le sue storie, e quelle della sua mamma.

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Coe: svegliati, sinistra

“Arriva il momento in cui rapacità e follia diventano indistinguibili. E poi arriva un altro momento in cui anche tollerare la rapacità e viverci fianco a fianco, o addirittura prendersene carico, diventa una sorta di follia.” E’ una frase chiave di Numero 11 (Feltrinelli), ultimo libro di Jonathan Coe, protagonista ieri di un evento partecipatissimo al Festivaletteratura di Mantova. Non il seguito de La famiglia Winshaw, che si concluse con la morte di tutti i protagonisti, ma alcuni personaggi che legano le due storie. Il legame più forte, dice Coe, è che nel Regno Unito la gente che era al potere all’avvento del thatcherismo è al potere ancora, la vittoria della rapacità è una follia.

Prima domanda impudica. Qual è per lei l’urgenza, la necessità di scrivere?

Come molte altre persone, e certo gli scrittori sono persone, non sono soddisfatto del mondo, e del mio rapporto con il mondo. E dunque scrivendo creo una realtà diversa, alternativa, che mi consente di forgiarla e controllarla.

Prima dell’esito delle votazioni in Gran Bretagna avevi detto: “Il sì e il no all’Europa sono vicini. Chi perde proverà molta rabbia”. C’è ancora questa rabbia, o è diventata disillusione?

In Gran Bretagna viviamo in uno strano momento. Stiamo cercando di capire che decisione abbiamo davvero preso. Sì, c’è stata rabbia, ma ora l’emozione ha cambiato segno. E’ davvero una situazione bizzarra: abbiamo votato per la Brexit, e ora ci chiediamo cosa sia la Brexit. E’ singolare che nessuno lo sappia, tanto meno le persone che hanno votato per il sì, e nemmeno i politici che l’hanno sostenuto. Perché non si è votato solo l’uscita dall’Europa. Il cuore della questione è: quale tipo di paese vogliamo essere? E’ una domanda più difficile e dolorosa. Ci vorranno anni per capire che conseguenze, che effetto avrà questo nostro voto.

Nel ’68 si ripeteva uno slogan anarchico: una risata vi seppellirà. E’ possibile ridere, oggi? Non è un atto di distrazione?

Ritengo sia un atto di distrazione, in molti sensi. Sono convinto sia utile e fondamentale ridere su aspetti essenziali della vita che sono immutabili, immodificabili, e allora la risata può essere salvifica, consolante. Ma in molti altri casi, se si ride su questioni sociali si rischia: il riso può far sì che la gente si rassegni invece di darsi da fare per cambiare le cose.

Lei ha parlato di perdita dell’innocenza per la sua generazione. Ma i giovani, e le generazioni non ancora anziane, non hanno perso anche la speranza, l’orizzonte sul futuro?

Quando passo un po’ di tempo con dei ragazzi – mia figlia ha diciannove anni – resto sorpreso dall’ottimismo e dalle speranze che riescono ad esprimere. Un peccato di ingenuità? Forse non vogliono o non riescono a vedere il mondo com’è? Non so. La mia generazione è sicuramente pessimista, ma non voglio proiettare il mio pessimismo sulla gioventù. Non sarebbe rispettoso verso di loro e verso di noi. Dobbiamo avere fede nei giovani.

Che non hanno, di questi tempi, molte ragioni di ottimismo e fiducia…

Sì, hai ragione.

In alcuni suoi libri, penso a I terribili segreti di Maxwell Sim, parli della crisi della normalità. Che ne resta? La sofferenza della solitudine? La depressione?

E’ indiscutibile, il senso delle connessioni sociali si è indebolito, rispetto a quaranta anni fa. E’ l’onda lunga del thatcherismo, che qualcuno chiama neoliberalismo, un senso politico che invece di curarsi del benessere comune si concentra sempre più sull’individuo. Credo e spero ci sia una reazione nel prossimo futuro. Da destra c’è: la candidatura di Donald Trump, la stessa Brexit… Ma in vari paesi europei è innegabile la crisi e la mancanza di identità della sinistra, di qualunque sinistra, che si mostra incapace di una reazione.

Dunque, che fare?

Non sono un politico, non ho una soluzione politica. Scrivo libri, e penso che i romanzi siano strumenti per riflettere sulla realtà che vedo, e che non mi piace. Scrivere vuol dire condividere il mio punto di vista con il pubblico, con i lettori. Ma su quel che dovrebbe fare la sinistra in Europa, sul nostro futuro, sono confuso come tutti noi.

Qual è il più riuscito dei suoi libri, non dal punto di vista letterario ma appunto dalla capacità di trasmettere la sua visione del mondo?

Pinter ha una volta sostenuto che ogni tipo di libro è un diverso tipo di fallimento. In ognuno dei miei libri non sono riuscito ad esprimere esattamente quello che volevo dire, ma in ognuno in modo interessante. Se proprio devo scegliere, La banda dei brocchi e Circolo chiuso. Perché il significato profondo è nel rapporto tra questi due libri, uno la riscrittura dell’altro. E’ una storia complessa di persone che si muovono in uno sfondo molto ampio, negli anni ’70 prima e negli anni ’90 poi. Nel rapporto tra questi due libri c’è l’equilibrio tra dimensione politica e personale.

Un po’ come avviene tra La famiglia Winshaw e Numero 11.

In un certo senso. Quando ho scritto La famiglia Winshaw, però, non avevo affatto l’idea di fare un sequel. mentre con La banda dei brocchi era chiaro. Forse è perché nella scrittura dei miei primi libri pianificavo trama e intrecci in modo molto dettagliato, lanciando fili pendenti che poi intrecciavo via via. Oggi mi piace una scrittura più improvvisata, in cui i personaggi a volte conducono me, non sempre li sposto io come pedine sulla mia scacchiera.

Questo non ha portato a esiti imprevisti?

Sì, ma se funziona, e spesso funziona, è uno degli aspetti che mi piace di più nel mio lavoro, e mi dà una sensazione relativamente nuova. La mia scrittura mi sorprende. Il finale di Numero 11, infatti, è stata una sorpresa. Anche per me.

 

Questa intervista è uscita sull’Unità il 9 settembre 2016