La signora del manifesto

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato oggi al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni  dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”. Quindi di politica si è occupata lei, e con decisione. Partigiana e ribelle, poi l’impegno nel partito, totale. “Volevo il comunismo, la fine dell’ingiustizia, la differenza tra chi può molto e chi niente. Non è accettabile vedere persone che muoiono di fame, che non riescono neanche a pensare a sé tanto sono oppressi. E’ inaccettabile che vengano a morire sulle nostre coste”. Ingiustizie che, purtroppo, durano ancora. E forse oggi sono più dure.

Dunque, un fallimento la sua vita? Ultranovantenne, Rossana fa un bilancio impietoso: l’avventura partita impetuosamente nel ’68, la classe operaia all’attacco e l’impronta libertaria di quegli anni, oggi ha perduto forza, sembra esaurita. La possibilità che il mondo cambiasse radicalmente c’era, allora; oggi sembra oltre l’orizzonte. E poiché è difficile pensarsi oltre l’arco della propria vita, sì, Rossana fa i conti con il suo fallimento e quello di quella generazione.

Sconfitta certo, non arresa. Mai arresa.

L’ingiustizia è aumentata, è diminuita la forza con cui la si combatte. Però, ammonisce materna, “Mai rinunciare alla ragione, alla libertà. Mai rinunciare a combattere i condizionamenti materiali della libertà”. Il crocicchio da cui non si torna indietro, invece, è la questione femminile, il femminismo. Il prendere la parola sul patriarcato: ogni uomo, individualmente preso, pensa di non essere patriarcale e dunque che la questione non lo riguardi: ancora aspettiamo una parola maschile sul patriarcato. Anche l’incontro con il femminismo però non fu senza frizioni: ci guardavamo con diffidenza, dice.

 

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Il film di Mara Chiaretti (amica da quarant’anni di Rossana, documentarista e gallerista) con un accurato montaggio e una ampia scelta di documentazione fotografica racconta anche le sue frequentazioni, l’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, l’incontro con Castro a cui cucinò la pasta al pomodoro in una cucina da campo, la fuga notturna per Praga con Pier Paolo Pasolini, innamoratissimo di un chitarrista. Poi c’è la vita privata: le foto di una bella ragazza giovanissima sdraiata sulla spiaggia, la forza dell’amore per il mare e l’acqua. Della passione per la terra, gli alberi e le rose parla invece il lussureggiante giardino su cui affaccia la casa parigina di Rossana, e i vasi colmi di fiori recisi che accompagnano gli incontri con i suoi interlocutori. Della sua eleganza, affatto artefatta ma molto invidiata, parla lei stessa, che sfilò sulla Piazza Rossa (era un viaggio ufficiale della delegazione italiana dopo la guerra) con un abitino simil-Dior, il collo a barchetta, fatto da una sartina. Tanto colpì un alto militare sovietico che le diede un astrakan grigio per completarlo.

Bella non sono stata mai, dice, e non è vero. Anche carismatica, e materna con i “suoi ragazzi”, noi giovani del manifesto che lavoravamo con un salario pari a quello dei metalmeccanici ma facevamo esperienze professionali e politiche entusiasmanti. Si andava inviati facendosi ospitare in casa dei compagni, facendosi invitare a colazione e pazienza per il pranzo, cena a panini. Ci si faceva prestare le auto da chiunque e si prendevano i treni meno costosi e più faticosi: Crippa, l’amministratore austero che lesinava persino le penne e contava le bobine delle telescriventi, sentenziava spesso: devi partire? Benissimo: con i mezzi tuoi. Fine del discorso. Noi comunisti, dice oggi Rossana, eravamo capaci di far tacere le ragioni della persona davanti alle ragioni di tutti.

Sempre dalla parte del torto? le chiede un polemico Freccero. Sapevamo di stare dalla parte della ragione, ribatte lei, anche se oggi i tempi ci danno torto. Vero. La storia non si fa con i se, ma il Pci non avesse liquidato, insieme a loro, ogni critica all’Unione sovietica, e allo stalinismo, forse oggi il panorama politico sarebbe diverso.

La delusione, infatti, è stata grande, e la delusione uccide la speranza. “Perché un ideale di libertà – dice ancora Rossana – si sia rovesciato nel suo contrario è una risposta che ancora non abbiamo saputo dare”. A chiudere il documentario, uno Charlot d’annata, in “Tempi moderni”. Quello che raccoglie la bandiera rossa caduta da un camion e si ritrova alla testa di un corteo di operai furibondi. Appunto, chi raccoglierà quella bandiera?

Il Messico di Paco

Un’esplosione, un fuoco d’artificio di humor, a volte nero, a volte sboccato. Paco Ignacio Taibo II (nella foto qui accanto) è come scrive, più spontaneo, forse: empatico. Irresistibile. Al Festivaletteratura di Mantova ha presentato la riedizione di un romanzo del 1995, A quattro mani, insieme al collega Juan Villoro (nella foto sotto), come lui messicano, come lui scrittore, che ha scritto Il testimone. Argomento comune, i disastri del Messico. Non sarà una lagna però, questo incontro, né un catalogo delle miserie messicane: il nostro è «paese autoritario, repressivo e deprimente, puzzolente e schifoso, ma anche ridicolo. E l’umorismo è un sistema di resistenza». Ecco il ritratto del Messico dipinto in rapide pennellate e battute irresistibili.

Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Entro in un ufficio pubblico, uno di quelli in cui si fanno i documenti e i certificati. Mi avvicino allo sportello e dico: “Buongiorno”. Da dietro lo sportello mi risponde una voce cavernosa “No”. Ma come no, vaffanculo, non ho neanche detto cosa voglio. “No”. È la sindrome del buttafuori da discoteca, se dai a un idiota il potere di buttarmi fuori lo farà. E io non avrò il mio certificato».

Il cahier de doléances è lungo: il presidente è un analfabeta funzionale, alcuni dei ministri non hanno mai letto un libro (e speriamo non lo facciano, si augurano i due scrittori, dovessero sfogliare i nostri ce la vedremmo brutta). Il presidente ha falsificato la tesi di laurea, viviamo circondati da leccaculo, l’informazione nasconde notizie importanti, come la scomparsa di 43 ragazzi nello stato di Guerrero. Eppure a Città del Messico, capitale della resistenza, ci sono ogni due giorni manifestazioni di protesta imponenti, di 400.000 persone ciascuna.

juan-villoroConferma Villoro, e cita quella famosa zia messicana che diceva: «La vita ha voluto che io fossi disgraziata ma non ne avevo voglia». Villoro incalza: paradossale la questione dei rapporti con gli Stati Uniti, il più grande paese consumatore di droga. Nella giostra della ricerca del nemico perfetto sono passati dai nazisti ai comunisti, poi ai terroristi islamici e ai trafficanti di droga messicani. Che però agiscono negli Usa protetti dalle forze dell’ordine. Paradossale anche l’invito di un importante ministro messicano a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle presidenziali, dopo le valanghe di insulti razzisti che ha rovesciato sui messicani: «Siamo così fottuti che non ci resta che ridere».

Lo hanno definito barocco, Paco Ignacio Taibo II, chissà se lo sa. Certo non gli piacerebbe: barocco definisce il potere messicano, barocco come la cattedrale dove angioletti evirati con le natiche paffute sono circondati da mais, uva, frutta. Perché? L’architetto spagnolo patito degli angeli che seguiva i lavori si ammalò sul più bello, l’assistente indigeno andò avanti da solo e rovesciò sulle mura della chiesa una cornucopia agricola. «I buoni scrittori messicani sono come quell’assistente indigeno – dice Paco Ignacio Taibo II – mostriamo il reale anche se inopportuno. Ci si aspetta dal romanzo che metta ordine nel caos. Forse in Svizzera. Ma penso che invece abbia il compito di produrre caos e disordine, la complessità e la profondità. La tensione sociale e l’antiprovincialismo». «C’è una tensione continua tra la realtà e quel che cerchiamo di vedere – insiste Villoro – è ai margini di questa tensione che si può scrivere un buon romanzo».

Il muro, il muro che si vorrebbe costruire al confine con gli Stati uniti per fermare i migranti, come se i muri non si potessero saltare. Questo, in modo particolare. Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Un pezzo di muro c’è già, a Ciudad Juárez. L’ho visto: 20 metri di muro e poi una fessura di 80 centimetri, e così via. Perché il buco? ho chiesto ai muratori che lo costruivano. Risero di me. Lo chiesi ancora: perché il buco? Risposero: da dove pensi che noi passeremo, poi? Infatti, erano tutti messicani».

Nessun muro può fermare le persone che cercano il futuro. «Trump non sa che se ci fosse il blocco della migrazione di lavoratori illegali nessuno pulirà più le piscine di Los Angeles, nessuno raccoglierà mele in Oregon, o lavorerà nei calzaturifici dell’Illinois», insiste Paco Ignacio Taibo II. E Villoro racconta la storia di una rapina in un bar americano: «I gangster tengono tutti sotto tiro. A un certo punto di sente un trambusto in cucina. Bloccate i messicani, dice uno dei gangster. Non l’ha visto ma lo sa, in cucina non possono che esserci messicani. I gangster conoscono la realtà meglio di Trump».

Oltre la risata, la speranza. Marx sì, ma quale? Bisogna rileggere la realtà, riscriverne le categorie. E andare avanti: nelle comunità zapatiste e in quelle indigene c’è già un nuovo modo di prendere le decisioni, insieme. Insieme si fa comunità. Altrimenti, conclude Paco Ignacio Taibo II, non resta che arrendersi: «Nel film di Woody Allen Prendi i soldi e scappa Woody e la sua banda organizzano una rapina, ma quando arrivano in banca c’è già un’altra rapina in corso. E Woody propone ai derubati: votate quale banda vi porterà via i soldi. Questa è la democrazia oggi: la possibilità di scegliere da chi farci assaltare. Dunque arrendersi non si può».

Il cemento elettorale

Brutta questa campagna elettorale romana. Le premesse c’erano tutte: un sindaco poco amato e molto zoppicante giubilato non da un voto in consiglio comunale ma da una processione di consiglieri e un notaio. Un governo che tende a restringere sempre più le occasioni di voto, la riforma delle provincie è lì a dimostrarlo, non bastassero le riforme costituzionali. Una situazione di sfascio, dopo gli anni di Alemanno, a cui Marino non ha saputo opporre che poche cose, tra cui la benemerita cancellazione di una parte della pioggia di cemento prevista e contrattata con i costruttori. E che la pallida amministrazione dei commissari di governo non ha che favorito, peggiorandola anzi con una raffica di sgomberi e sfratti alle poche attività sociali, provvedimenti mascherati dalla scusa di affittopoli, i cui beneficiari sono invece come prevedibile rimasti nelle loro residenze privilegiate.

Dunque, che fare? Una piccola smossa al vuoto di contenuti dei candidati – riempire le buche non è un programma, è la normalità in una città civile, come il ripristino della legalità e la lotta alle mafie, mentre il dibattito su Almirante, più che retrò è solo penoso – l’ha dato il comitato Salviamo il paesaggio insieme alla rete dei comitati per la moratoria del cemento e al coordinamento per il regolamento del verde e del paesaggio. Che hanno rivolto ai candidati una serie di richieste concrete.

Stella polare, ricorda l’urbanista Vezio De Lucia, il pensiero di Italo Insolera, che – dopo aver studiato storia e urbanistica romana raccolte nel suo “Roma moderna” – diceva che a Roma non c’è politica senza politica urbanistica. Strumento concreto, la lotta al diritto di edificazione e al suo corollario, la compensazione, invenzione romana oggi esportata anche altrove che fa nascere dalla terra, come i cavoli, il diritto a costruire. E invece, ricorda Paolo Maddalena, giurista e costituzionalista, il diritto a costruire lo detiene il popolo, gli amministratori dovrebbero amministrarlo nel suo interesse. Nessuno può negare che a Roma si è costruito troppo, cancellare quelle previsioni, rifiutare le concessioni, è un diritto che non dà aggio a risarcimenti. La proprietà privata, ricorda Maddalena, è garantita nella costituzione in quanto ha scopo sociale: quanta socialità c’è nella raffica di palazzoni che deturpano la periferia? “Il permesso a edificare il comune lo dà, il comune lo toglie” conclude De Lucia.

Cemento zero, proprietà pubblica dell’acqua. E manutenzione e restauro del verde, oggi abbandonato da un Servizio Giardini che vent’anni fa era all’avanguardia, oggi ridotto a una pattuglia di 350 persone, molte anziane, che si devono occupare – ricorda Vittorio Emiliani, ex direttore del Messaggero – di 330.000 alberi e 39 milioni di metri cubi di verde pubblico. Come pretendere che i prati vengano falciati e gli alberi potati e curati se, dopo la vicenda di Mafia Capitale i relativi appalti alle cooperative di Buzzi sono stati recisi senza sostituzioni? Dunque serve la messa in sicurezza dal rischio idrogeologico – il lungarno di Firenze è un monito a tutti –

Il primo atto della nuova amministrazione dovrebbe essere – dice l’urbanista Paolo Berdini – l’istituzione di una commissione per capire cosa è successo a Roma, chi ha sbagliato, chi ha rubato. Come definire altrimenti i costruttori che ottengono di fare nuove palazzine impegnandosi a importanti lavori pubblici e ora, a palazzine vendute, dei lavori promessi non c’è traccia? E’ successo ad Acilia, con il sottopasso fantasma e 1200 concretissimi appartamenti, ma anche in piazza dei Navigatori… E per fortuna è stato fermato, per ora, il tavolo di conciliazione al ribasso tra assessorato e costruttore.

Dice la Corte dei conti: nei piani di zona ci sono ammanchi importanti, fino a 3 miliardi. Chi li ha presi? – insiste Berdini – Sono stati ritrovati reperti archeologici straordinari a Cecchignola e Grottaperfetta, perché non si sono fermati i cantieri? Sulla Prenestina per la cocciutaggine di un gruppo di cittadini è finalmente diventata pubblica una parte del lago ex Snia, nato da una speculazione edilizia del costruttore Pulcini che ha illegalmente ritoccato le carte del Piano regolatore. Bucata la falda acquifera si è formato il lago, e l’illegalità è stata evidente e dunque fermata. Ma pochi metri più in là, ecco altro cemento, il discount Lidl nell’area del vincolo Ad duas lauros, vincolo paesaggistico e archeologico. Ora si scopre che gli oneri di urbanizzazione chiesti e pagati sono molto più bassi di quelli previsti per legge. La magistratura indagherà, ma noi ci chiediamo come sia stato possibile, e grazie a chi”.

I candidati rispondano. Da Marchini non c’è da sperare sponde, costruttore e figlio di costruttori. La candidata 5 stelle sembra molto attenta a non prendere impegni vincolanti, non sia mai il direttorio le metta veti. La candidata di destra, oculatamente intenta a scrollarsi dalle spalle l’eredità di Alemanno, non sembra però cambiare strada. Resta Giachetti: vorrà mettere in discussione la pesante eredità di Veltroni e prendere impegni concreti? Vedremo: l’unico candidato per ora schierato con i comitati No cemento è Fassina, che nel programma – sì, almeno lui ce l’ha un programma – ha da tempo inserito la moratoria del cemento.

  • Nell’immagine la festa del 1 maggio al Lago della Snia, aperto da aprile grazie al lavoro volontario del Centro sociale

 

Mondi dietro le sbarre

Un anno fa chiudevano gli Opg, i famigerati ospedali psichiatrici giudiziari. Luoghi di contenzione in cui venivano richiuse persone giudicate malate ma anche pericolose agli altri. Senza fine pena: persone richiuse in una cella di cui spesso si buttava via la chiave.

Un anno è poco tempo, eppure qualche passo verso una soluzione più dignitosa è stato fatto, il novanta per cento degli ex internati ora sono fuori, in un percorso di reinserimento sociale lungo ma almeno iniziato. A pare il punto è stato un incontro presso la Cgil nazionale a Roma organizzato dalla galassia di sigle che si riconoscono nel Comitato nazionale Stopopg (www.stopopg.it) e che il 5 e 6 aprile promuovono uno spettacolo teatrale nell’Opg di Montelupo Fiorentino.

Sì, nell’Opg. Alcuni ce ne sono ancora. Quaranta internati a Montelupo, sei a Reggio Emilia, diciotto ad Aversa, trentacinque a Barcellona Pozzo di Gotto. Per ricordare la loro esistenza, la loro presenza, nel centro convegni una parte delle poltrone era stata ricoperta di tela, tanti posti quanti internati.

E le strutture alternative agli Opg, le Rems (residenze regionali per l’esecuzione della misura di sicurezza), spesso sono, come a Castiglione delle Stiviere, i vecchi Opg a cui è stata cambiata la targa all’ingresso. Non tutte però: in alcune Rems gli ospiti possono fare attività interne ed esterne, c’è uno stretto collegamento con i servizi sociali e territoriali, le dimissioni sono frequenti. Certo è difficile se si decide di installare una Rems a cinquanta chilometri dalla città o dal paese vicino, se alla radice resta il vecchio intento segregazionista con la scusa della prevenzione dell’allarme sociale. Per quanto aperte siano le strutture, la risocializzazione tra i lupi è difficile.

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Così il Comitato Stopopg ha iniziato un viaggio conoscitivo attraverso le Rems, e certo ce n’è bisogno: qui il filo spinato e il metal detector, là moderne strutture e sistemi di sicurezza non invasivi. Qui nessun miglioramento, là porte aperte e iniziative che mescolano parenti e malati. Ne ha dato conto il documentario – parziale certo, il viaggio non è ancora concluso – di Antonio Fortarezza, proiettato durante il convegno. Un fatto è chiaro e positivo, almeno: dopo la legge 81 dalle Rems si esce, quando si entra si conosce già la data di uscita, la chiave non si butta ma si usa.

Dice Franco Corleone, commissario nazionale per il superamento degli Opg: “C’è un’accelerazione, nei prossimi mesi il quadro sarà diverso: attendiamo a breve l’apertura di Rems in Abruzzo, Piemonte e Calabria, mentre in quelle di Veneto e Toscana verrà aumentata la capienza. Questo accelererà la chiusura degli Opg di Aversa, prevista entro due mesi, e di Reggio Emilia, tra qualche settimana. L’auspicio, se si prosegue in questa direzione, è di chiudere gli OPG in sei mesi. Alla fine avremo 30 Rems ma servirà un monitoraggio attento per verificare che qui non si riproduca una logica manicomiale”.

Annuncia Luigi Manconi, presidente Commissione Diritti Umani del Senato: a partire da maggio la Commissione farà un’indagine conoscitiva sulla contenzione meccanica, la camicia di forza e la pratica di legare al letto malati psichiatrici, anziani, bambini, diversamente abili. Mica solo negli Opg o nelle Rems: negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle istituzioni totali. Dieci anni fa un’analoga indagine dimostrò che nell’80 per cento dei centri di diagnosi e cura la camicia di forza era pratica usuale.

Montelupo, dicevo. Tre iniziative questo aprile: il 4 e 6 uno spettacolo teatrale, esterni e internati insieme, nell’atrio della terza sezione dell’Ospedale psichiatrico, “Uomini paralleli”, testo di Rita Filomeni e interpretato da Marco Gargiulo. E, il 12 aprile, “Visione notturna, occhi sul cielo”: cinema, animazione, teatro, scienza. E’ obbligatoria la prenotazione.

Povero verde

Cominciamo da qui, dai numeri. Roma ha 41 mila ettari di parchi e verde. Se le riserve e i parchi (18 aree della portata di Veio, Appia antica, Insugherata, Marcigliana, Pineto, valle dei Casali, parco dei Massimi) sono gestiti da un ente apposito, Roma Natura, il servizio giardini comunale si occupa di 32.360.555 metri quadrati, distribuiti su 1.230 aree. Da cui per fortuna sono escluse le zone del municipio XIII a cui è stata da tempo affidata la competenza, i mezzi e gli uomini almeno per quella fetta di città.

Ripeto: 32.360.555 mq distribuiti su 1.230 aree, per non parlare delle alberature. L’ufficio giardini è suddiviso in 19 settori operativi, vanta un centinaio di dipendenti distaccati presso altre amministrazioni, e poiché sono in continua crescita i funzionari, i giardinieri e gli operai sono sempre meno. Nel ’96 erano 1124, nel 2003 erano quasi dimezzati, 612, nel 2014 se ne contavano poco più di cinquecento.

Pochissimi. Ma anche questo numero non sembra reale. “Siamo 160, altro che – diceva stamattina un giardiniere con tanto di divisa, un maglione rosso con ancora scritto “Comune di Roma” invece del tronfio e inutile “Roma capitale” – e se quel furgone cammina – indica – è grazie a noi che l’abbiano riparato, se no non ci sono i soldi per la manutenzione”.
E’ vero, in questi anni le cooperative sociali – prima tra tutte la 29 giugno di Salvatore Buzzi, quella finita nel calderone di Mafia capitale – hanno preso sempre più appalti. A volte con una facilità sospetta, dicono negli uffici. I cittadini segnalavano, protestavano per l’erba alta, ed ecco un affido di emergenza alla coop giusta. Passo dopo passo, una larga fetta del verde è passata sottobanco in appalto.

Non c’è da stupirsi. Con operai e giardinieri sempre più decurtati da pensionamenti o promozioni in ufficio, e senza turnover, ovvio che non ce la si faccia. Lo stato dei parchi e dei giardini, oggi che gli affidamenti sono cessati sull’onda dello scandalo, è sotto gli occhi di tutti.

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Un esempio. Tra la manciata di appalti per il Giubileo “povero” di papa Francesco, ecco quello dei giardini di via Carlo Felice, la che porta dalla chiesa di santa Croce in Gerusalemme alla basilica di san Giovanni. Parco chiuso per 20 giorni, 600.000 euro di appalto (ma cito a memoria, potrei sbagliare) restyling di staccionata e giochi per i bambini, ripiantumazione di parte delle alberature morte d’incuria. Tutto bene? No.
Guardando san Giovanni, a sinistra, da almeno una quindicina d’anni c’è una piccola palude, l’acqua sgorga da un tombino e scola giù per la strada e il prato sottostante, un ruscello più che un rivolo. Quindici anni per quel che so, il parco lo frequento da allora. Due volte ho visto qualche operaio affannarsi attorno ai tombini, che probabilmente si intasano, ma il problema prestissimo si ripresenta. D’inverno ghiaccia, d’estate è una festa per le zanzare.

Ecco, i nuovissimi lavori hanno lasciato intoccato il problema. L’acqua scola tranquilla, ancora e ancora.

Chi ha controllato l’appalto? Chi è venuto a vedere? A che serve quello stuolo di addetti negli uffici? Non mi si dica che il capitolato non prevedeva quel lavoro: chi l’ha scritto, nel caso, non si è nemmeno disturbato a fare un sopralluogo. Che i beni pubblici fossero lasciati nell’incuria – meglio, affidati ai privati – sotto Alemanno era cosa risaputa. Ma Marino? Aveva promesso che avrebbe ribaltato le cose, e nei suoi due anni di governo ha lasciato molto come stava.

L’impressione, amara, è che qualcuno pensi che se non si hanno i soldi per mantenere in modo decoroso un servizio pubblico, meglio affidarlo ai privati, gli asili nido come i giardini. Appunto: nell’ambito della manutenzione del verde lo si è già fatto. I Punti verdi Qualità, ricordate? Sono finiti in larga parte in tribunale. Continuiamo così?

La questione è quella delle risorse. Perché non ci sono? Mica è una strada obbligata, quando si fanno i bilanci si sceglie. Parigi, è solo un esempio, spende per la manutenzione del suo verde circa quattro volte quel che spende Roma, 5.07 euro al metro quadrato. Roma solo 1,22. E’ una scelta, il risultato si vede.

Dagli alle vedove, dagli agli immigrati

L’ultima è stata la proposta di abolire la pensione di reversibilità. Ultima, perché è stata preceduta da una raffica di annunci altrettanto inquietanti. Dalla privatizzazione degli asili nido – magari poi ci si lamenterà che le donne italiane non fanno più figli – alla dismissione delle biblioteche, alla tutela dei beni culturali e del paesaggio affidata ai prefetti, cioè all’esecutivo. Archeologi e storici dell’arte conteranno come il due di briscola, proprio come i nostri preziosi beni culturali.

In cambio compriamo F35, ci vantiamo dell’abolizione dell’Ici, distribuiamo 80 euro ai diciottenni in cambio di una precarizzazione senza mercè del loro lavoro e del loro futuro, e del lavoro coatto contrabbandato come esperienza formativa al posto di ore di studio.

Il messaggio è chiaro: regalie, non diritti.

Sono abbastanza vecchia per ricordare la nascita dei consultori, degli asili nido, dei centri anziani, del sistema delle biblioteche comunali, animate da intellettuali entusiasti e prolifici. Roba vecchia per il governo, da spazzare via: sprechi. Salvare le banche, invece…

Mi ha molto stupita vedere che questi annunci non provocano reazioni: a Roma qualche protesta sindacale, un corteo di addette agli asili nido in periferia e poco d’altro. Difendere le vedove non è cool, evidentemente, roba ottocentesca. L’idea che le pensioni non siano un pozzo a cui attingere impunemente, ma un pezzo di salario accessorio, già guadagnato e accumulato da chi poi ne usufruirà, è idea diventata peregrina. Il fatto che le pensioni di reversibilità riguardano per lo più le donne, già penalizzate dalla cura della famiglia e dei parenti nel lavoro e nella carriera, non interessa nessuno.

Del resto a Roma si sgomberano centri sociali, restano chiusi beni confiscati alla mafia come il Cinema Aquila – ancora un po’ e si dichiarerà che il possesso di quel bene è un aggravio alle finanze comunali e quindi è meglio rivenderlo, nonostante negli ultimi anni sia stato un presidio culturale d’eccellenza, ma si sa, la memoria è labile – il teatro Valle è al palo, anche quella è stata un’esperienza interessante, come tante sgomberate o minacciate in nome di un’arida legalità. Intanto in un lembo dell’area vincolata “Ad duas lauros” la multinazionale Lidl sta costruendo un inutile discount, dopo aver raso a terra i vecchi alberi che occupavano quell’area. Ma si sa, la Lidl è sponsor della nazionale italiana, si può scontentarla?

Avanti i potenti, i non potenti stanno zitti.

Ecco perché la manifestazione romana, stasera, di immigrati asiatici a Torpignattara è un segnale di incoraggiante speranza. Chiedono il permesso di soggiorno, perché le questure lo negano a chi è residente qui da anni, chi paga l’affitto, chi ha un lavoro e persino una famiglia. “Dietro uno di noi, che chiede i documenti, c’è una donna e due bambini che vanno a scuola” denuncia uno speacker. Infatti, sfilano anche le donne, qualcuna con la carrozzina, molte con i bambini.

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La questione è che molti proprietari di case non vogliono registrare il contratto di affitto, e che la questura senza questo documento rifiuta i permessi di soggiorno. In più, chiede il certificato di residenza, che il municipio non rilascia senza permesso di soggiorno. Per questo dunque ieri il corteo si è concluso sotto gli uffici municipali. “Subito, subito, permesso di soggiorno”.

In fondo è vero che gli immigrati fanno alcuni lavori che gli italiani non vogliono più fare. Lottare, ad esempio, per i propri diritti.

Dopo Parigi

Orribile, quasi indicibile. Un’offesa alla nostra vita, alla sicurezza, al futuro. Gli attacchi terroristici, e l’inevitabile escalation che prevedono – che a tutto ci si abitua, anche al terrore – ci lascia atterriti, quasi disarmati. Impauriti. È da qui che dobbiamo partire. Evitando le ricette facili, quelle con “la bava alla bocca” stile Santanchè, la retorica razzista alla Salvini: noi e loro. Noi e loro. Noi chi? bisognerebbe chiedersi invece. E loro chi?

Le immagini, le dirette, la conta dei morti, i visi e le storie delle persone normali, dei ragazzi spezzati al Bataclan, dei muri di fiori, non ci portano lontano. Stride il relativismo culturale di chi oggi piange, ma è restato indifferente davanti alla vicenda dell’aereo russo abbattuto (400 morti, ma tanto erano russi) o alla recente strage a Beirut, o a quel che avviene quasi quotidianamente in Siria (tanto quelli sono islamici), o non si cura di quel che avviene in Palestina da vent’anni a questa parte, quasi fosse un conflitto locale, lontano. La mondializzazione del terrore, se si vuol vederla, è cosa fatta.

Restiamo umani, diceva uno che ha potuto vivere poco. Penso sia sbagliato, sbagliatissimo, quel che sta facendo Hollande, i tre mesi di stato di emergenza e i bombardamenti su Raqqa. Vendetta, più che atto di guerra. Una resa al terrore. Perché le bombe sono bombe, ma se si dice: “bombardiamo l’Isis”, la frase fa tutt’altro effetto che “bombardiamo Raqqa”, donne e bambini e vecchi inclusi. Quelli, detto per inciso, che non sono riusciti a scappare, ad arrivare a Lampedusa.

Se invece di erigere muri e fasci di filo spinato li si guardasse, li si ascoltasse, anche chi governa potrebbe trarre dalle loro storie un utile insegnamento. Islamici, ma anche cristiani, che sull’Isis sanno molto, mentre noi sappiamo molto poco.

Da fare per isolare l’Isis c’è moltissimo, ma non vedo chi lo faccia, se non le persone che portano un fiore all’ambasciata francese, che ricordano le parole di Tiziano Terzani a Oriana Fallaci sulla guerra, che s’indignano davanti alle invettive razziste stile Libero. Ci sarebbe, ad esempio, qualche parolina da dire ai nostri governanti, che vanno ai vertici in Turchia, le cui ambiguità verso l’Isis sono acclarate, e non si accorgono dei bombardamenti turchi, sulle città appena liberate dall’Isis, nelle zone curde.

Ci sarebbe da fare molto per accogliere le persone che fuggono dall’Isis, e che invece patiranno la chiusura delle frontiere e il sospetto. Ci sarebbe da tagliare i legami anche economici che legano l’Isis ai paesi che lo proteggono, ma che hanno il petrolio come migliore ambasciatore verso l’occidente. Ci sarebbe da dire la verità: che non si fanno affari con chi protegge quei terroristi. Invece, oltre al manifesto, devo cercare Famiglia Cristiana – non Repubblica, non l’Unità – e qualche sito come Succedeoggi per leggere frasi come queste: «Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno degli odierni balbettatori ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza».

Da fare ci sarebbe tanto, invece di sognare la vendetta – qual è il prezzo in morte per gli attentati di Parigi? quando si appagherà la sete di sangue? quanti bambini uccisi? – che è atto di impotenza più che di forza. Se avessimo partiti degni di questo nome ci sarebbe da fare politica, invece la destra urla, la sinistra (quale sinistra?) arranca. Così l’immagine più politica di questi giorni è quella dell’artista che ha trascinato un piano davanti al Bataclan e ha cominciato a suonare Imagine di John Lennon: “Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace…”, che viva in pace.

(pubblicato anche su Succede oggi)