I confinati delle baracche

Alla Borgata Gordiani “la fame je correva appresso con la frusta”. Cosa sono state le baracche, agglomerati infami frutto della segregazione e dell’allontamento dalla città – e dai diritti civili – non è ancora stato raccontato abbastanza. Dimenticato, cancellato dalle ruspe che hanno abbattuto i borghetti, resettato dalla memoria. A volte anche dalle coscienze.

Pregevole è dunque il tentativo di rifarne la storia, come fa Ulrike Viccaro in “Storia di Borgata Gordiani. Dal fascismo agli anni del boom” (Franco Angeli editore, 186 pgg, 19.50 euro). Che con limpidezza ricerca nei racconti di chi ci ha vissuto memorie e clima, contesti affettivi e emozioni. Senza cadere nella poetica dell’età dell’oro, del “come si stava bene allora che eravamo giovani”: tentazione sempre in agguato.

La borgata nasce nel 1931, 1.350 vani per più di 5.000 abitanti. Casette di bassa qualità, scadente il tetto, né fondamenta né vespaio, né luce né acqua corrente né fogne. L’acqua bisognava andare alla fontana a prenderla, i gabinetti erano all’esterno, in comune – 25 per 5.000 persone, alla turca – ed era forzata la convivenza con “er zi Peppe”, il vaso da notte. Condizioni igieniche pre ottocentesche, certo inaccettabili in un contesto urbano, a cui si aggiunge la pena di inesistenti collegamenti con il cuore della città, né tram né autobus. Così il regime fascista intendeva “confinare” e allontanare i popolani del centro storico, quelli del borghi attorno al Vaticano, il popolino di Campo de Fiori. “Baraccare per sbaraccare” teorizzava il duce.

La borgata però si fece paese, polizia e milizia entravano con difficoltà. Fortissima la solidarietà, affettiva e materiale. Forti le relazioni, l’aiuto reciproco con i vecchi, i malati, i bambini. Molto forte l’avversione al regime, mugugni prima, azioni poi, lì dove è difficile distinguere (la questione l’ha posta Sandro Portelli) tra necessità di riappropriarsi dei mezzi di sostentamento e il sabotaggio attivo: ai treni, ai camion militari, alle caserme, ai magazzini.

Un percorso che ha poi portato, passo dopo passo, alla demolizione degli anni 80, cioè alla “conquista” di una casa popolare e alla relativa cittadinanza. Bisognerebbe indagare, però, anche i fenomeni di assimilazione. Come gli immigrati dal sud Italia diventati operai al nord con i relativi diritti oggi si scagliano contro “i meridionali” o gli immigrati dal sud del mondo. Come gli ex borgatari diventati ormai cittadini romani si trasformano in plebe contro gli accampamenti rom. La solidarietà è un percorso complesso e fragile, interromperlo impone dei prezzi, se non altro in umanità.

“I baraccati sono fuori luogo nella città cui sono strumentalmente utili, così come sono fuori luogo gli zingari nella società contemporanea” scrive l’autrice nelle conclusioni. E continua “Grande spirito di comunità, assenza di servizi igienici, riusco di materiali di scarto di altre comunità di consumo, linguaggi – e quindi culture – pubblici condivisi da un gruppo umano, ma soprattutto un grande pregiudizio da parte degli “altri” che si riparano dalla paura del livellamento sociale e forgiano una propria identità basata sulla contrapposizione, gettando così le basi di una dinamica di esclusione sociale che funziona da spada di Damocle per chi la subisce che opera anche da ineguagliabile aggregante sociale”.