Povero verde

Cominciamo da qui, dai numeri. Roma ha 41 mila ettari di parchi e verde. Se le riserve e i parchi (18 aree della portata di Veio, Appia antica, Insugherata, Marcigliana, Pineto, valle dei Casali, parco dei Massimi) sono gestiti da un ente apposito, Roma Natura, il servizio giardini comunale si occupa di 32.360.555 metri quadrati, distribuiti su 1.230 aree. Da cui per fortuna sono escluse le zone del municipio XIII a cui è stata da tempo affidata la competenza, i mezzi e gli uomini almeno per quella fetta di città.

Ripeto: 32.360.555 mq distribuiti su 1.230 aree, per non parlare delle alberature. L’ufficio giardini è suddiviso in 19 settori operativi, vanta un centinaio di dipendenti distaccati presso altre amministrazioni, e poiché sono in continua crescita i funzionari, i giardinieri e gli operai sono sempre meno. Nel ’96 erano 1124, nel 2003 erano quasi dimezzati, 612, nel 2014 se ne contavano poco più di cinquecento.

Pochissimi. Ma anche questo numero non sembra reale. “Siamo 160, altro che – diceva stamattina un giardiniere con tanto di divisa, un maglione rosso con ancora scritto “Comune di Roma” invece del tronfio e inutile “Roma capitale” – e se quel furgone cammina – indica – è grazie a noi che l’abbiano riparato, se no non ci sono i soldi per la manutenzione”.
E’ vero, in questi anni le cooperative sociali – prima tra tutte la 29 giugno di Salvatore Buzzi, quella finita nel calderone di Mafia capitale – hanno preso sempre più appalti. A volte con una facilità sospetta, dicono negli uffici. I cittadini segnalavano, protestavano per l’erba alta, ed ecco un affido di emergenza alla coop giusta. Passo dopo passo, una larga fetta del verde è passata sottobanco in appalto.

Non c’è da stupirsi. Con operai e giardinieri sempre più decurtati da pensionamenti o promozioni in ufficio, e senza turnover, ovvio che non ce la si faccia. Lo stato dei parchi e dei giardini, oggi che gli affidamenti sono cessati sull’onda dello scandalo, è sotto gli occhi di tutti.

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Un esempio. Tra la manciata di appalti per il Giubileo “povero” di papa Francesco, ecco quello dei giardini di via Carlo Felice, la che porta dalla chiesa di santa Croce in Gerusalemme alla basilica di san Giovanni. Parco chiuso per 20 giorni, 600.000 euro di appalto (ma cito a memoria, potrei sbagliare) restyling di staccionata e giochi per i bambini, ripiantumazione di parte delle alberature morte d’incuria. Tutto bene? No.
Guardando san Giovanni, a sinistra, da almeno una quindicina d’anni c’è una piccola palude, l’acqua sgorga da un tombino e scola giù per la strada e il prato sottostante, un ruscello più che un rivolo. Quindici anni per quel che so, il parco lo frequento da allora. Due volte ho visto qualche operaio affannarsi attorno ai tombini, che probabilmente si intasano, ma il problema prestissimo si ripresenta. D’inverno ghiaccia, d’estate è una festa per le zanzare.

Ecco, i nuovissimi lavori hanno lasciato intoccato il problema. L’acqua scola tranquilla, ancora e ancora.

Chi ha controllato l’appalto? Chi è venuto a vedere? A che serve quello stuolo di addetti negli uffici? Non mi si dica che il capitolato non prevedeva quel lavoro: chi l’ha scritto, nel caso, non si è nemmeno disturbato a fare un sopralluogo. Che i beni pubblici fossero lasciati nell’incuria – meglio, affidati ai privati – sotto Alemanno era cosa risaputa. Ma Marino? Aveva promesso che avrebbe ribaltato le cose, e nei suoi due anni di governo ha lasciato molto come stava.

L’impressione, amara, è che qualcuno pensi che se non si hanno i soldi per mantenere in modo decoroso un servizio pubblico, meglio affidarlo ai privati, gli asili nido come i giardini. Appunto: nell’ambito della manutenzione del verde lo si è già fatto. I Punti verdi Qualità, ricordate? Sono finiti in larga parte in tribunale. Continuiamo così?

La questione è quella delle risorse. Perché non ci sono? Mica è una strada obbligata, quando si fanno i bilanci si sceglie. Parigi, è solo un esempio, spende per la manutenzione del suo verde circa quattro volte quel che spende Roma, 5.07 euro al metro quadrato. Roma solo 1,22. E’ una scelta, il risultato si vede.

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Dagli alle vedove, dagli agli immigrati

L’ultima è stata la proposta di abolire la pensione di reversibilità. Ultima, perché è stata preceduta da una raffica di annunci altrettanto inquietanti. Dalla privatizzazione degli asili nido – magari poi ci si lamenterà che le donne italiane non fanno più figli – alla dismissione delle biblioteche, alla tutela dei beni culturali e del paesaggio affidata ai prefetti, cioè all’esecutivo. Archeologi e storici dell’arte conteranno come il due di briscola, proprio come i nostri preziosi beni culturali.

In cambio compriamo F35, ci vantiamo dell’abolizione dell’Ici, distribuiamo 80 euro ai diciottenni in cambio di una precarizzazione senza mercè del loro lavoro e del loro futuro, e del lavoro coatto contrabbandato come esperienza formativa al posto di ore di studio.

Il messaggio è chiaro: regalie, non diritti.

Sono abbastanza vecchia per ricordare la nascita dei consultori, degli asili nido, dei centri anziani, del sistema delle biblioteche comunali, animate da intellettuali entusiasti e prolifici. Roba vecchia per il governo, da spazzare via: sprechi. Salvare le banche, invece…

Mi ha molto stupita vedere che questi annunci non provocano reazioni: a Roma qualche protesta sindacale, un corteo di addette agli asili nido in periferia e poco d’altro. Difendere le vedove non è cool, evidentemente, roba ottocentesca. L’idea che le pensioni non siano un pozzo a cui attingere impunemente, ma un pezzo di salario accessorio, già guadagnato e accumulato da chi poi ne usufruirà, è idea diventata peregrina. Il fatto che le pensioni di reversibilità riguardano per lo più le donne, già penalizzate dalla cura della famiglia e dei parenti nel lavoro e nella carriera, non interessa nessuno.

Del resto a Roma si sgomberano centri sociali, restano chiusi beni confiscati alla mafia come il Cinema Aquila – ancora un po’ e si dichiarerà che il possesso di quel bene è un aggravio alle finanze comunali e quindi è meglio rivenderlo, nonostante negli ultimi anni sia stato un presidio culturale d’eccellenza, ma si sa, la memoria è labile – il teatro Valle è al palo, anche quella è stata un’esperienza interessante, come tante sgomberate o minacciate in nome di un’arida legalità. Intanto in un lembo dell’area vincolata “Ad duas lauros” la multinazionale Lidl sta costruendo un inutile discount, dopo aver raso a terra i vecchi alberi che occupavano quell’area. Ma si sa, la Lidl è sponsor della nazionale italiana, si può scontentarla?

Avanti i potenti, i non potenti stanno zitti.

Ecco perché la manifestazione romana, stasera, di immigrati asiatici a Torpignattara è un segnale di incoraggiante speranza. Chiedono il permesso di soggiorno, perché le questure lo negano a chi è residente qui da anni, chi paga l’affitto, chi ha un lavoro e persino una famiglia. “Dietro uno di noi, che chiede i documenti, c’è una donna e due bambini che vanno a scuola” denuncia uno speacker. Infatti, sfilano anche le donne, qualcuna con la carrozzina, molte con i bambini.

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La questione è che molti proprietari di case non vogliono registrare il contratto di affitto, e che la questura senza questo documento rifiuta i permessi di soggiorno. In più, chiede il certificato di residenza, che il municipio non rilascia senza permesso di soggiorno. Per questo dunque ieri il corteo si è concluso sotto gli uffici municipali. “Subito, subito, permesso di soggiorno”.

In fondo è vero che gli immigrati fanno alcuni lavori che gli italiani non vogliono più fare. Lottare, ad esempio, per i propri diritti.