Lidl taglia gli alberi

Quattro anni, non di più. Le bimbette arrivano con la mamma che apre un tavolino, e si siedono dividendosi una gran quantità di giocattolini. Non sono i giardini pubblici, magari: è il presidio contro il cantiere della Lidl a Torpignattara, Roma. In via di Acqua Bullicante stamattina ecco una cinquantina di persone davanti a quel cancello, prima ombreggiato da maestose e vetuste acacie. Ora non c’è più nulla, persino gli alberelli del marciapiede pubblico sono stati mutilati.

“Lidl taglia gli alberi”, è scritto su uno striscione, brutto biglietto da visita in un quartiere ad altissima densità abitativa, stretto tra la Casilina e la Prenestina, ogni giorno attraversato da un fiume di macchine che entra la mattina e esce la sera dalla capitale. “Lidl taglia gli alberi” è il tam tam che ha scosso il quartiere, diviso tra chi vuol difendere i pochi spazi verdi – perché diventino giardini o parchi o play ground – e chi comunque pensa che un supermercato sia meglio dell’abbandono. E forse sbaglia.

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E’ vero, quel terreno è stato abbandonato a lungo. Un tempo zona artigianale – il fabbro, ultimo ad andarsene, ha chiuso nel 2014 – ora grazie al “piano casa” della signora Polverini, che come il signor Alemanno in Comune ha lasciato uno strascico di devastazioni dopo la sua toccata e fuga alla Regione, dovrebbe passare da artigianale a commerciale. Peccato le norme sanciscano che le attività sarebbero dovute essere già chiuse nel 2010, e non è così. Peccato che parte di quella zona sia inedificabile per il vincolo “Ad duas lauros”, e che nessuno l’ha fatto notare. Eppure, alle tre conferenze dei servizi che hanno portato all’approvazione della licenza c’erano i funzionari, se non i politici, di tutte le amministrazioni, Municipio compreso.

Peccato infine che le macchine di movimento terra abbiano agito tanto pesantemente da far tremare le case adiacenti all’area, piccole casette basse costruite senza fondamenta e senza permesso, poi sanate. Alcuni degli abitanti si sono allarmati, hanno chiamato i responsabili del cantiere, invano.

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Quindi la mobilitazione: appena dopo l’alba, stamattina, c’era già un piccolo drappello di comitati e abitanti, cresciuto via via; l’apertura del cantiere, alle 7, è stata forzatamente rinviata. Fermi e parcheggiati in doppia fila (i vigili, come al solito erano latitanti) i camion con la ruspa e la benna, pronti ad entrare nell’area per continuare il movimento di terra. E fermi anche gli operai della ditta, con cui i manifestanti hanno a lungo dialogato.

Nessuna azione di forza. Ma bisogna informare i cittadini – e i militanti con il megafono si sono fatti sentire, lì accanto ci sono le fermate di autobus fitti di pendolari – bisogna ricordare che un ennesimo supermercato produrrà inevitabilmente più traffico, più camion, più smog e già ora le centraline che monitorano l’inquinamento sforano i limiti. Che il quartiere è già vigorosamente servito dalla grande distribuzione, super e discount. Che, infine, si teme l’avvio del “piano Casilino”, un’ulteriore pioggia di cemento in una zona intasata e soffocata.

Nel presidio si discute: si stende in terra il progetto, ottenuto di straforo – durante l’accesso agli atti l’amministrazione l’ha negato “ne abbiamo una copia sola”, alla faccia della trasparenza – si controlla il cartello che annuncia i lavori, finora latitante. “Quando abbiamo fatto il primo presidio il 23 maggio – dice Marco, indignato – il cartello non c’era, e già avevano iniziato a tagliare gli alberi. L’autorizzazione è del 20 maggio, e nel cartello è scritto che il cantiere è iniziato il 5 giugno. Un’ennesima falsità: questa almeno verificata direttamente da noi”.

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Arriva la polizia, arrivano i carabinieri, i cittadini sono arrabbiati ma argomentano, spiegano, mostrano le carte, le foto degli alberi caduti: “Ce ne andiamo, certo: se fate venire qui gli assessori comunali, il presidente del Municipio e il signor Lidl. Quelli che hanno deciso del nostro territorio senza ascoltarci né informarci”.

Intanto le due bimbette giocano alle bambole sul tavolino davanti al cancello. C’è da giurarci, nei prossimi giorni lo faranno ancora: il comitato “No cemento a Roma est” non si arrende.

Orte, un tesoro sotto i piedi

Non capita spesso di ammirare (quasi intatto) un sistema idrico archeologico. Orte, abbarbicata sulla sua rupe di tufo, ce l’ha. I cunicoli scavati nella roccia dagli etruschi prima, poi dai romani e nel medioevo, portavano l’acqua dalle sorgenti delle Grazie attraverso duemila metri scavati nella roccia friabile e spugnosa del luogo, fino alla Fontana ipogea in piazza della Libertà. Ipogea oggi: in epoca romana probabilmente era a livello della piazza, come mostrano le vie e i resti conservati ai piedi della gradinata della chiesta.

Di qui si entra per una visita guidata lunga 280 metri. Ma se i cunicoli, usati anche dopo il medioevo come luoghi di produzione o cantine, fossero ripuliti da calcinacci e rifiuti, si passeggerebbe sotto tutto il centro storico: eccetto un punto dove, durante i lavori della metanizzazione, la macchina scavatrice sprofondò dopo aver intercettato un cunicolo. E si pensò improvvidamente di riempire con una valanga di cemento compresso il vuoto inaspettato. Possibile non ci fosse un sistema meno devastante?

Quel che si visita per ora, grazie ai volontari dell’associazione culturale “Veramente Orte” (per informazioni e prenotazioni 071/404357, visitaorte@gmail.com) è già molto affascinante, chissà che non si riesca a rendere praticabile tutto il percorso.

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Un acquedotto vero, scavato nella roccia e manutenuto con accuratezza, abbassando il livello dei condotti quando l’acqua scemava, aprendo vie di fuga in caso di piene. Gli operai scendevano da pozzi grazie agli incavi sul muro, quasi una scala, e operavano con attenzione: l’acqua è vita, senza acqua la città, ricca di orti e giardini, sarebbe finita Più tardi le cisterne, le sale, i percorsi sarebbero stati usati per fare il vino (nell’ipogeo del Vascellaro lo testimonia la vasca in cui buttavano l’uva dall’alto, la pigiavano e il mosto confluiva poi in un pozzetto accanto, pronto per il tino) per allevare prelibati piccioni (nella colombaia rupestre) per ospitare i grandi telai per la lana (ancora nella colombaia) per conservare il grano (nel Pozzo di cocciopesto).

Singolare la vicenda del Pozzo di neve, sotto l’Ospedale: un frigorifero naturale, ottenuto pigiando in inverno la neve dei Monti Cimini in una struttura cilindrica chiusa per conservare medicamenti e erbe, con scivolo per il passaggio delle botti con il ghiaccio e scritta datata 1891, anno del restauro, con committente, realizzatore e destinazione d’uso della camera ipogea.

Difficile non pensare, chinandosi per passare nei cunicoli, quanto fossero faticose anche le più semplici necessità della vita, quanta cura per il bene comune avessero etruschi, romani e poi i vari podestà. Sarebbe bello se il comune di Orte, oltre a consentire il recupero e la gestione dei percorsi già liberati dai volontari, avviasse il ripristino di tutto il percorso. Sì, magari anche di quello ostruito dal frettoloso cemento della metanizzazione.

Bisognerebbe forse avere più coraggio, rivendicare il passato e dimenticare le piccole beghe – il diritto di passaggio qui, l’uso della cantina lì, la piccola rivendicazione meschina: come l’accesso al Ninfeo romano, pezzo di pregio, negato dai proprietari di un giardino – per sentirsi orgogliosi, tutti insieme, di una ricchezza che divisa non ha senso, unita racconta una storia di cura e sapienza da cui abbiamo molto da imparare.

Intorno al lago

Frecce tricolori e sfilata militare sui Fori Imperiali? Non ci piace. Perché festeggiare in un’area archeologica la vittoria della Repubblica con un’esibizione di potenza di morte che appassiona solo i militari e richiama una delle più tristi attività di qualunque stato? C’è chi dice no. Così il 2 giugno, per uno spicchio di Roma, è stata una giornata di festa vera, antimilitarista e ambientalista.

In programma la mattina un presidio all’aeroporto di Centocelle davanti all’ingresso del comando operativo interforze: lì c’è il comando delle operazioni militari in Libia. Con la richiesta di liberare dalla servitù militare il Forte Casilino dalle speculazioni private per farne un grande parco per Torre Spaccata, Cinecittà, Quadraro, Centocelle.

Nel pomeriggio festa al “Lago che combatte”, quello della ex Snia, faticosamente espropriato a un “palazzinaro baro” che aveva cambiato le carte del piano regolatore per costruire l’ennesimo mostro di cemento. Non gli è andata bene, ma al quartiere sì: chi si è impegnato a difendere, conoscere, proteggere il lago ieri lo ha aperto. E una folla di gente lo ha occupato/usato pacificamente. Poi, tutti intorno a Luca, Assalti frontali e Muro del canto per un’anteprima della seconda canzone sul “Lago che combatte”. E oggi Roma è meno nera.

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Chi si riempie la bocca di periferie, di iniziative culturali calate dall’alto, di recupero – invece di finanziare costosi e inutili convegni, invece di soffiare sul fuoco della paura e del razzismo, invece di blindare pezzi di città – dovrebbe venire qui a vedere come si fa. Senza l’aiuto delle istituzioni – piuttosto renitenti e infastidite da un esproprio per il quale, finora, si sono impegnate poco, ma pronte a sgomitare se si tratta di gestire quel poco di soldi che c’è – con competenza e con una cocciuta e perseveranza, il Comitato di quartiere e il Forum territoriale del Parco delle Energie (altro spazio verde strappato alla speculazione, vent’anni fa) hanno reso usabile il grande prato di fronte al lago, hanno costruito un ponte tibetano di corda tra il Parco esistente e lo scheletro di cemento al di là del lago, hanno pagaiato in canoa (ma con cautela, per non disturbare le nidiate di uccelli lacustri) mentre i sommozzatori hanno esplorato il fondo del lago.

Infine happening con la nuova (e la vecchia) canzone del lago. Meglio di un manifesto per far far conoscere agli abitanti dei popolosi quartieri limitrofi, molti ancora ignari, quel che si nasconde dietro le mura della vecchia fabbrica. Bisognerebbe suonarle e cantarle in Campidoglio e davanti al Municipio e alla Regione, dopo averlo fatto, quest’inverno, davanti al Demanio che ancora non ha certificato l’esistenza di un lago naturale che è lì da anni e anni: lo sanno le volpi (avvistate e filmate) che quello è un lago naturale, il Demanio ancora no. Intanto è avviata la progettazione partecipata per gli spazi espropriati, un tavolo naturalistico studia censisce e monitora l’ecosistema ambientale, flora e fauna.

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In mezzo ai mostri de cemento st’acqua mò riflette er cielo / È la natura che combatte, e sto quartiere è meno nero / In mezzo ai mostri de cemento il lago è ‘n sogno che s’avvera / È la natura che resiste, stanotte Roma è meno nera” canta Luca, l’amplificazione che va e che viene. Ma non importa, a cantare è la gente che la sa a memoria la canzone del lago, e aspetta quella nuova.

Prima di cantare insieme “Roma meticcia”, ecco la nuova canzone: “In fondo al lago, intorno al lago, sopra il lago c’è tanto da scoprire. / Noi cantiamo il nostro sogno a ogni concerto / palazzinari bari uscite allo scoperto / questi quartieri hanno già tanto sofferto / vogliamo il lago aperto, il parco aperto! / non c’è nessuno più esperto di chi ama / e noi l’amiamo Roma e tutto il panorama / viva la nuova coscienza ambientale / qui c’è più di un lago c’è…un monumento naturale..” Sì, non c’è nessuno più esperto di chi ama.