La scelta della periferia

L’appuntamento è lì, davanti all’acquedotto. Insomma, a casa sua. Sotto quegli archi don Roberto Sardelli ha vissuto per anni insieme ai suoi ragazzi e ai loro genitori, i baraccati dell’Acquedotto Felice. Cacciato via dalla parrocchia ufficiale, san Policarpo, don Roberto ha scelto di vivere lì, in mezzo a loro, fratelli che avevano bisogno di attenzione. E di scuola. Non di campi di calcio, non di divaghi: avevano bisogno di scuola i bambini delle baracche, perché nelle scuola di stato erano umiliati e relegati nelle terribili, per fortuna dimenticate, differenziali, o peggio, nelle pluriclassi: ghetti abbandonati da tutti, anche dai loro insegnanti, perché sui baraccati e sui poveri gravava un pesante stigma razzista: gente perduta. E senza scuola perdersi è più facile, soprattutto se si vive in un luogo nascosto, in case che non sono case, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento, in mezzo all’umido e alla vergogna.

Non è vero che fosse gente perduta: in quell’umanità dolente e rabbiosa, ricorda don Roberto – convocato a narrare da Cantiere della Memoria, progetto di Alter cities, che coinvolge quattro città: Parigi, Berlino, Roma e Istanbul, ideato da Fernanda Pessolano (Ti con Zero), Giulia Fiocca e Maria Morhart – c’era una umanità ricca di solidarietà e di fraternità. Come quella di Rita, prostituta di lungo corso, precedente proprietaria della baracchetta in cui si è installato don Roberto con la sua Scuola 725. Una donna “con una montagna di dignità”, ricorda: “Quando morì Clelia, anziana abbandonata da tutti, le donne si diedero il cambio al suo capezzale, anche Rita. E quando morì e bisognava vestirla (non c’era nulla di adatto in quella baracca umida e piena di stracci), ci pensò lei, portò uno dei suoi vestiti migliori. Il funerale lo facemmo qui, nonostante il vescovo avesse detto che questo non era un luogo dignitoso. Dissi messa, i bambini raccolsero i fiori nei campi, a salutare Clelia c’erano tutti”.

 

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C’erano operai, tra le baracche, gli edili: qualcuno leggeva i libri di Gramsci. C’erano prostitute, anche, la grande baracca dei trans, che quando furono date le case al borghetto rifiutarono. C’erano i bambini che morivano di broncopolmonite. Non era il luogo della criminalità. C’era una umanità composta, per lo più contadini che venivano dai paesini d’Abruzzo, ma anche sardi, veneti, piemontesi. Si litigava, certo, ma poi si trovava un accordo. Nel caso ci si aiutava con generosità, in soldi, oggetti e tempo, un gruppo umano unico. Si commuove, a tratti, don Roberto, ricorda la prima messa di Natale. “Non volevo dire messa, volevo offrire alla gente la mia scelta, la scuola, non la fede. Ma poi mi hanno chiesto: è la sera di Natale, hanno detto. Mentre mi vestivo venne Pina, indicando delle finestre: e lì non ci va nessuno? Era la casa dei travestiti. Andai. La messa, poi, la facemmo in una grotta, una grande grotta vuota”.

Se c’erano problemi? Certo, quello della casa prima di tutto. Si manifestava in piazza, all’epoca, si occupavano case, si facevano sit in in Campidoglio. C’era un movimento per la casa forte, e alla fine, una volta vinte le elezioni dalla sinistra, si fecero anche le case, sparì il borghetto. E don Sardelli lì a trattare, a controllare, a verificare: Purtroppo, dice, ci hanno sparpagliati da per tutti, non hanno tenuto conto del nostro essere comunità.

La scuola, però, è servita. I ragazzi hanno studiato, alcuni oltre l’università. Le regole erano ferree: nessuno si doveva isolare, ognuno doveva insegnare agli altri quello che sapeva, aiutare i compagni. E bisognava dire la verità: nessuno doveva mentire, nascondere il fatto di essere “uno delle baracche”. Quando, dopo un anno di lavoro lento e faticoso, finalmente dalla scuola 725 uscì la “Lettera al sindaco” (era il 1968), scoppiò come una bomba. Diceva, tra l’altro: “La politica è l’unico mezzo umano per liberarci. I padroni lo sanno bene e cercano di addormentarci. Ci portano il vino, la televisione e i giradischi, macchine e altri generi di oppio. Noi compriamo e consumiamo. Serviamo ad aumentare la ricchezza padronale e a distruggere la nostra intelligenza”.

Ho avuto la fortuna di conoscere don Milani, racconta don Roberto, e “mi si è aperta una possibilità”. Una strada lunga, ricca. Uno dei primi scontri con la parrocchia fu sulla politica: “Fai politica, mi accusavano. E sì, non si può omettere la riflessione politica. Bisogna capire il perché delle cose, chi sono i responsabili. Stare dalla parte dei senza voce e esigere giustizia con loro”. La scuola serve anche a questo, a uscire dall’ingiustizia, a dare il senso dell’uguaglianza. A far crescere la coscienza, fin dall’asilo nido. Dà fastidio? Disturba? Magari, sorride don Roberto: “Se la scuola non disturba, non serve. Non serve se non insegna a scrivere e a dire l’ansia di giustizia. Se la geografia non tiene conto delle lotte (anche per questo noi studiammo il Vietnam, all’epoca c’era l’aggressione americana, e lo ricordammo con un fiammeggiante murale). Non serve se si limita a ricordare, come quando si studia una storia lontana e indifferente. Il ricordo non è memoria. Solo la memoria è la guida che fa entrare il passato nell’oggi. Cultura, coscienza, verità”.

Tra Roma e Kobanê

Strano destino quello di Kobanê, piccola città al confine tra Siria e Turchia, in Kurdistan. Un destino che porta nel nome, mutuato da una società tedesca che stava costruendo – era il 1820 – la ferrovia Berlino Baghdad. Fondata da un gruppo di armeni cristiani e curdi musulmani, in fuga dai massacri in Anatolia, è qui che si sta combattendo una battaglia campale contro il califfato dell’Isis.

Dotata di una singolare autonomia politica dopo la guerra civile siriana, Kobanê è luogo di un curioso esperimento di democrazia, che ha nel cuore l’autodifesa, l’ecologia e le donne. Non solo le combattenti, che pure hanno mostrato di valere i colleghi che combattono al loro fianco, i guerriglieri e le guerrigliere delle Unità di difesa maschile YPG e femminle YPJ: non i pershmerga dell’esercito, piuttosto ben organizzate unità di autodifesa combattente. Ma anche nella gestione della città – al cui centro c’è la Casa della donna, dove si insegna tra l’altro la lingua curda, presidio di autodeterminazione femminile – e dell’emergenza nell’accoglienza dei profughi di guerra. Trentamila ormai, a fronte di altrettanti residenti.

Che legame c’è tra quella cittadina di combattenti, terra di battaglia, e la Capitale d’Italia, bellissima e neghittosa, inefficiente e sporca? A fare il link c’è la staffetta di solidarietà organizzata dalla rete nazionale per la solidarietà diretta con le popolazioni curde in guerra provenienti per lo più dai centri sociali. Con loro, la scorsa settimana, anche Zerocalcare, fumettista innamorato della sua Rebibbia. “Questa volta mi sono censurato, non ho scritto Rebibbia regna ma se ci penso mi pento – racconta al pubblico del centro sociale ex Snia, sul palco insieme con Marco, compagno di avventura – la staffetta ha lo scopo di poter vedere, vivere quel che accade in un luogo dimenticato dai grandi media. Un racconto a cui sto lavorando e che dovrebbe uscire entro Natale. Ho la fortuna di poter raccontare e pubblicare quel che mi sta a cuore, e ho deciso di farlo”. Così da rafforzare e continuare il progetto solidale. Il link Kobanê-Roma-Italia.

Aspettiamo. Intanto Marco racconta: “Nel villaggio che ci ospitava si sentiva la terra tremare per i bombardamenti, erano continui i colpi di mortaio e i fuochi della guerra. Sembra che quello del califfato non sia poi un esercito invincibile se è stato fermato da donne e uomini che non gli hanno lasciato la loro città. Se volessero, e non pare che vogliano, i grandi dell’occidente risolverebbero la situazione facilmente. Invece guardano a distanza, e l’esercito turco sembra avere l’unica funzione difar saltare la corrente per far passare il fronte di guerra ai volontari che vengono dall’Europa per unirsi all’Isis. Il sindaco di Kobanê è una donna: a noi piace anche la grande capacità di gestire con l’autorganizzazione e senza un’autorità centrale un’emergenza complessa come quella prodotta dal raddoppio della popolazione: cibo, sanità, scolarizzazione…”. Nella scuola, intanto, Zerocalcare ha disegnato una bambina curda resistente con le dita a V. Una speranza in Kurdistan, e non solo.

Ghetto di Rignano, il bello e il brutto

La mattina non c’è nessuno, il ritmo è sonnolento. Il Gran Ghetto di Rignano, venti chilometri da Foggia, si risveglia il pomeriggio dopo le 17, quando i braccianti tornano stanchi dai campi, quando si accendono fuochi e fornelli per la cena. Quando sul viale principale – strada bianca e polverosa – cominciano a comparire le bancarelle di un mercato povero e essenziale: vestiti usati, caricatori di cellulari, ciabatte, elettronica essenziale, indispensabile alle comunicazioni con “casa”, con le famiglie in Africa.

C’è il barbecue di pollo che rosola su un bidone di latta, ci sono gli spiedini del macellaio, comincia la fila dal barbiere. C’è il bar malfamato che comincia a pompare musica afro e reggae. Si prepara il cibo per il Ramadan, si lavano le patate, si fa il bucato. Vita quotidiana.

In questi giorni, però, ci sono anche i banchetti dei volontari e delle associazioni. La Cgil e la Caritas raccolgono le iscrizioni alle liste di collocamento dei braccianti, ai corsi professionalizzanti per i commercianti e, come sempre, c’è il tavolino per il problema dei problemi al Ghetto, i documenti. Anche se molti sono i regolari, ognuno ha una storia di norma complessa, un passaggio da completare, la residenza, il domicilio. I volontari, telefono alla mano, cercano di sbrogliare i nodi gordiani che la Bossi-Fini e l’inettitudine della burocrazia hanno spesso aggrovigliato in modo apparentemente inestricabile.

Attorno ai portatili e all’unico scanner una piccola folla di braccianti, la fronte aggrottata dall’attenzione, gli occhi scuri di apprensione. Sanno che la regione vorrebbe spostarli, che sta costruendo cinque campi nella zona di San Severo, temono la distanza da Foggia, città di riferimento per tutti. In gioco c’è il futuro, la possibilità di lavorare alla raccolta dei pomodori ora, di melanzane e peperoni poi, e dell’uva e delle olive. La stagione che rappresenta un anno di sopravvivenza per loro e per le loro famiglie, laggiù in Burkina Faso e in Guinea Bissau, in Senegal o in Mali. Come lo era per i braccianti italiani decenni fa.

Questo è il Ghetto. In queste baracche di legno con le pareti di cartone, protette dalle plastiche scartate dalle serre che i tubi degli impianti di innaffiamento, anch’essi di risulta, tengono insieme come se l’impacchettassero c’è il crocevia tra le vicende di politica internazionale e i destini delle persone, La storia dell’Africa si potrebbe leggere qui, nei volti degli invisibili che raccolgono i nostri ortaggi, la nostra frutta.

Lo sgombero – alla Regione Puglia respingono la parola però: sarà un trasloco, nessuno si presenterà con la forza – era annunciato per il 1 luglio, i tempi si sono allungati. Ride Miriam: gli italiani, si sa, non sono mai puntuali. Si preoccupa Laila: qualche cosa succederà, prima o poi: e se tutti vanno via che fine farà il mio lavoro, il mio ristorante? Ristorante sì, per quanto essenziale: un piatto unico per 3-4 euro in un ambiente più che spartano, “arredato” al meglio con tende e stoffe colorate, un pezzo di Africa clonato nelle campagne pugliesi.

Il fatalismo è filosofia quotidiana, ma l’apprensione, in questi giorni, resta. Che succederà? Se lo chiede Mohamed, commerciante: non ha una baracca ma una casetta di mattoni che ha allungato con una tettoia. E’ quello il suo “negozio”, una cassetta di patate, una di cipolle, una di arance. Figli e moglie in Senegal, aveva sperato di autofinanziarsi la stagione infilando nel baglio stoffe e abiti etnici, tutto sequestrato all’aeroporto, ed è qui a ricominciare da capo, patate e cipolle.

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C’è anche chi ha lo guardo chiaro verso il futuro, deluderlo sarebbe un danno grave. Nuria si iscriverà, ha deciso, ai corsi della regione per chi vede o somministra cibo: “Bisogna uscire dall’illegalità, così potremo lavorare il giusto, essere pagati il giusto”. Contro l’operazione complessa della Regione si scagliano i caporali del ghetto, i “capineri” che finora hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Si scaglia anche qualche italiano: altro che legalità, vogliono che paghiate le tasse, dice un foggianoche si aggira lì. Non è un buon samaritano, è il proprietario dei campi su cui sorgono le baracche, che senza lavorarla dalla terra ricava affitti più che ragguardevoli e in nero.

Questo è il Ghetto, e le sue contraddizioni. C’è il brutto – le risse, l’abuso di alcool, la droga, la prostituzione e i bordelli: e lo sfruttamento, soprattutto. C’è il bello e lo vedi: l’amicizia, la solidarietà, l’aiutarsi tra lavoratori, sempre qualcuno disponibile a tradurre in italiano inglese o francese le tante lingue che si parlano qui, in modo da capirsi. Il bello vero sarebbe non spezzarli questi legami, e spezzare invece la catena dello sfruttamento. Vivere fuori dalla precarietà e dal “brutto” sarebbe semplice: un bracciante pagato a contratto può affittarsi una casa e mantenersi senza morire di caldo l’estate e di freddo l’inverno. Se il progetto della Regione Puglia “Capo free, ghetto out” riuscisse nel suo intento, aiutando l’emersione del lavoro nero, non sarebbe male. Per gli abitanti del Ghetto, e anche per noi italiani. Ecco i calcoli di Daniele Calamita, segretario della Cgil-Flai di Foggia: “la quantità di denaro che gira intorno al caporalato nel solo periodo della raccolta del pomodoro va dai 21 ai 30 milioni di euro. In due mesi di lavoro ai braccianti immigrati arrivano a guadagnare intorno ai 27-36 (da 3 a 4 euro per cassone raccolto) milioni di euro, dai quali vanno, detratte tulle le speculazioni del caporalato, i conti sono fatti al singolo schiavo vanno circa 400-500 euro in 2 mesi di lavoro (circa 6-7 milioni di euro in 60 giorni) tutto il resto va nelle tasche del sistema perverso del caporalato”.

Se invece il lavoro nero emergesse? Ecco i calcoli della Cgil: ogni stagione si stimano almeno 1.500.000 giornate lavorative complessive. Ai 15.000 braccianti stranieri, dati sottostimati, toccano 1 milione di giornate. Con una retribuzione da contratto (49,88 € al giorno) “il gettito economico per la sola retribuzione sarebbe di € 49.880.000 milioni di euro. Se aggiungiamo il mancato gettito previdenziale (Inps) pari a circa 10.000.000 di euro (il calcolo è: 8,89% della retribuzione a carico del lavoratore e circa 5 euro giorno da parte delle imprese, visto che tutte applicano la fiscalizzazione degli oneri contributivi, con sconto del 80%), e se aggiungiamo anche il mancato gettito fiscale, che per i soli lavoratori ammonta ad € 1.122.400 (il 23% della retribuzione) al quale va aggiunto il mancato gettito dalle imprese… il sistema della illegalità sottrae alla collettività dai 60 agli 80 milioni di euro”. Dai 60 agli 80 milioni di euro, scusate se è poco.

Vorrei una smentita

Aspetto una smentita. Lo so, il collega di Repubblica che ha scritto la notizia è serissimo, e affidabile. Ma aspetto lo stesso una smentita. La questione è questa: tre sindaci di sinistra del Veneto (Venezia, Padova, Treviso) si sono coalizzati contro i medicanti. Sono molesti, dicono: una signora infatti – assicura il sindaco di Treviso – si è sentita minacciata. Una. Così si combatte per la legalità, ci si scaglia contro un racket di cui nessuno ha mai prodotto prove, si evocano maldigerite letture dickensiane che raccontavano la Londra di due secoli fa. Qui siamo nel Veneto felix, quello che non sopporta chi chiede l’elemosina. Sono tre città, per inciso, che della cultura e delle istituzioni culturali si fanno gran vanto.

Le multe non bastano, non bastano i fogli di via. I sindaci della trimurti Pa-Tre-Ve vogliono un allontanamento di tre anni. Ammesso che non siano cittadini indigeni, chè allora vanno vessati in un’altra maniera, chissà che non rispolverino il confino.

I poveri, invece, sono sempre di più, anche in quelle città. Magari non stendono la mano e frugano negli scarti dei mercati, frequentano i retrobottega di associazioni di buon cuore. Certo per loro non si mobilita nessuna nessuna task-force: sopravviveranno solo se invisibili. I monatti invece – molti sono rom, alcuni stranieri – sono 30 a Treviso, 60 a Padova, “qualcuno di più a Venezia”. Per perseguitare centocinquanta persone si sono mobilitati i tre sindaci e le tre polizie municipali. E se anche il pesce puzza dalla testa, non è che la coda vada proprio bene: l’insofferenza degli indigeni verso i mendicanti è alta, l’infezione è partita.

Che c’è di meglio per esorcizzare l’immagine della povertà del cancellarla? Aboliti per decreto il bisogno, la necessità, la penuria. Blanda la reazione della Caritas, a cui del resto verranno devoluti i pochi soldi sequestrati agli accattoni, nel tentativo di rendere accettabile l’inaccettabile.

Ripeto: aspetto una smentita. Depurato dal folklore, questo è quel che avrebbe voluto fare Gentilini, l’osso è questo. Cuori chiusi, guai alla solidarietà, chi è povero è colpevole se non altro dello spettacolo di sé. Insopportabile.

Dal Vangelo vissuto a Foggia

Gli auguri più belli mi arrivano dalla Puglia, grazie a Arcangelo Maira, direttore di Migrantes per la diocesi Manfredonia-Vieste-s.Giovanni Rotondo e animatore di Io ci sto.  Per questo voglio condividerli con voi tutti.

Ecco il testo di Arcangelo:

Lc 2,6-7 – Ora, mentre si trovavano nella Capitanata, si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in una coperta e lo depose in un cassone per i pomodori, perché non c’era posto per loro in alcuna casa.

Possa il bambino Gesù trovare le nostre case calorose nell’accoglienza.

Buon Natale

Costa c’entra con le città? C’entra, sicuro:  Betlemme e il Gran Ghetto di Rignano hanno molto da dirsi.

A proposito: c’entra anche questo. Domani, 26 dicembre,  appuntamento davanti le mura del Cie di Ponte Galeria – che raccoglie un centinaio di prigionieri e dove nei giorni scorsi una decina di reclusi hanno deciso di cucirsi le labbra –  presidio solidale di due ore al fianco di chi lotta nei campi d’internamento  di Roma, Torino e Bari. Appuntamento a Stazione Ostiense alle 16 per raggiungere insieme il presidio. Appuntamento davanti le mura del Cie, che raccoglie circa cento prigionieri,  alle 17 (stazione Fiera di Roma del treno per Fiumicino).