Il governo della ferocia

L’ultima conseguenza del decreto Salvini è andata in scena all’alba di ieri, sulla via Tiburtina, altezza san Basilio, a Roma. Proprio in occasione del settantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani, si è deciso di buttare persone povere e deboli in strada.
Lì c’è un vecchio rudere, la prima fabbrica italiana della Penicillina, la Leo, che fu inaugurata nel 1950 alla presenza di Alexander Fleming e aveva, ai tempi d’oro, 1700 dipendenti. Un’altra era. Abbandonato da anni, quello stabilimento ancora ingombro da resti di sostanze chimiche tossiche – e da una notevole quantità di amianto – è diventato il rifugio di chi non ha trovato altro.

In accordo con la sindaca di Roma, il ministero dell’Interno ha avviato una campagna di sgomberi dei luoghi occupati. Dopo il Baobab, dietro la Stazione Tiburtina, ora la colonna di mezzi della polizia si è diretta alla Penicillina per eseguire lo sgombero annunciato in questi giorni. Invece delle settecento persone che vi abitavano appena un mese fa, sono stati trovati una cinquantina di senza casa, stranieri ma anche italiani. Gli altri hanno trovato un altro rifugio precario.
Un posto indegno, certo. “Indegno anche per gli animali – dice un ex occupante – ma adesso non ho neanche quello”. Già, perché il copione si è ripetuto ieri come già in altre occupazione, in via Vannina, in via Costi, al Baobab, in via Vannina sno rimasti in strada anche i bambini, per giorni. Come negli sgomberi precedenti, l’alternativa abitativa non è stata predisposta. Si verranno dunque a formare altri insediamenti in luoghi sempre meno visibili, sempre più nascosti, sempre più inabitabili, sempre più nocivi.
Agli sfrattati dalle occupazioni si aggiungeranno quelli espulsi dalla rete dell’accoglienza Sprar, che ha già mandato in strada senza alternative famiglie e singoli, titolari di permesso umanitario. Gli Sprar, è un’altra conseguenza del decreto Salvini, potranno accogliere solo persone con il permesso di asilo.
Sempre più difficile sarà mantenere o ottenere i documenti: senza residenza non sarà possibile rinnovarli, e molti potrebbero uscire dalla rete dei servizi, la scuola per i bambini, le cure sanitarie, l’iscrizione al collocamento. Senza contare che l’assenza di documenti e la conseguente espulsione – burocratica, visto che i rimpatri costano davvero troppo – spingerà in sacche sempre più marginali persone a cui pure è stato riconosciuto il cui diritto a vivere in Italia.


Gli insediamenti informali – sostengono in un rapporto del febbraio scorso Medici senza frontiere, che assistevano gli abitanti della Penicillina – sono 47 in dodici regioni, e il 55 per cento di queste aree non ha accesso ai servizi. Una cinquantina sono a Roma e ospitano 3.500 persone. Inoltre i siti informali sono edifici abbandonati o occupati (53 per cento), luoghi all’aperto (28 per cento), tende (9 per cento), baracche (4 per cento), casolari (4 per cento), container (2 per cento). Questa situazione è in parte dovuta a un sistema di accoglienza ancora fondato “su strutture di accoglienza straordinaria, con scarsi servizi finalizzati all’inclusione sociale”.
Per Salvini, che si è presentato sulla Tiburtina per i selfie d’occasione, sono tutti da smantellare. Del resto, buttare la gente in strada contribuirà a creare quell’emergenza che in realtà non esiste. Smantellare un esempio di buona accoglienza come Riace è stato il primo passo per il disinvestimento in tutto il sistema Sprar. Un parroco genovese, don Paolo Farinella, ha deciso di chiudere per Natale la chiesa di santa Maria Immacolata e san Torpete in polemica contro il decreto Salvini. Laconica la sua dichiarazione: «Gesù era il migrante dei migranti».

Intallazione al Maxxi di Roma. Foto di Ella Baffoni

L’emergenza immigrazione non esiste. Quello che esiste, invece, è l’emergenza in mare. Gli sbarchi sono diminuiti, è vero. Ma a che prezzo? Altissimo e ignoto, perché si ha, è vero, qualche notizia di naufragi, in ottobre si contavano 1.700 morti accertati. Ma nel Mediterraneo, non più pattugliato dall’esercito italiano o dalle navi dei volontari, le barche che affondano sono molti di più, nel buio il mare inghiotte uomini e disperazione.
“Dal 2014 ad oggi – dicono i Medici per i diritti umani, che hanno presentano il libro-testimonianza “L’umanità è scomparsa”, a cura di Alberto Barbieri – sono sbarcati in Italia 650mila migranti provenienti per la gran parte dalle rotte che partono dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa; almeno nove su dieci sono sopravvissuti ad un silenzioso olocausto che ha avuto, ed ha, il suo cuore di tenebra nelle terre libiche. Nello stesso periodo hanno perso la vita nell’attraversamento del Mediterraneo centrale almeno 14.744 persone. Nessuno invece conosce il numero reale di coloro che sono periti come prigionieri o schiavi in Libia e quanti ancora ne ha sommerso la sabbia del Sahara”.


Che il decreto Salvini sia incostituzionale non lo dice solo il Csm. Tra qualche tempo lo dirà anche la Corte Costituzionale. Ma intanto la ferocia e la disumanità faranno passi da gigante. Altri bambini saranno lasciati all’addiaccio, come è avvenuto in via Vannina dopo lo sgombero. Altri disperati saranno privati dei loro rifugi. Altri malati resteranno senza cure. Ferocia e persecuzione: come quella riservata ai volontari del Baobab, insediamento sgomberato, a cui si impedisce persino di distribuire te e biscotti a chi ha passato la notte senza riparo. Anche lì i volontari hanno addobbato un abete, appendendo ai suoi rami le parole dimenticate ma indispensabili al Natale: umanità, diritti umani, pace, accoglienza, solidarietà, protezione, unione, amicizia, amore.
Dall’altra parte, la ferocia della cattiveria. Quella che ha lasciato vuota a Marrakesh la sedia destinata all’Italia al Forum delle Nazioni unite sull’immigrazione, il luogo dove discutere, regolare, analizzare il fenomeno delle migrazioni. Al governo dell’Italia discutere non interessa, meglio urlare all’invasione, meglio creare un’emergenza artificiale a suon di sgomberi e ruspe. Agli agenti di commercio della paura e della cattiveria non serve discutere con 164 governi di altri paesi un “approccio cooperativo per ottimizzare i benefici complessivi della migrazione, affrontando i rischi e le sfide per gli individui e le comunità nei paesi di origine, transito e destinazione”. Non sia mai che ci si permetta di ricordare il diritto alla mobilità tra quelli fondamentali per l’uomo.
Tira un vento freddo a Roma e in Italia, in questi giorni, le gelate sono in arrivo. Gli italiani si preparano a festeggiare il Natale, la nascita di un profugo ospitato in una stalla perché tutti gli altri posti gli erano stati negati.

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Un decreto contro i deboli

La più recente è stata la dichiarazione del Consiglio superiore della magistratura, la cui la VI commissione ha votato un documento che sostiene che il decreto sicurezza di Salvini è incostituzionale almeno nella parte in cui si occupa di migranti e richiedenti asilo. Mercoledì il voto dell’assemblea plenaria, vederemo come finirà. Ma l’allarme su quel decreto è ormai ampio, va oltre la mobilitazione dei militanti solidali che ha riempito Roma sabato scorso. Ne ha parlato, tra gli altri, la commissaria per i diritti umani del consiglio d’Europa, che paventa una diminuzione dei diritti. O le associazioni antirazziste, che di diritti si occupano, che hanno lanciato un appello al parlamento. I “tecnici” del diritto, come l’Asgi, associazione di studi giuridici sull’immigrazione, che hanno stilato un lungo documento esplicativo e critico.


Passato qualche giorno dall’approvazione, e dunque dalle spiegazioni lette sui giornali e annunciate dai siti specializzati, forse è utile guardare con attenzione che cosa contenga quel decretone, una sorta di autobus che raccoglie casi diversissimi tra loro
La prima missione, non l’unica, è quella politica: pugno di ferro contro i più deboli, i migranti. Il pronto sgombero del Baobab di Roma, l’annuncio di una ventina di altri sgomberi solo a Roma, dalla fabbrica della Pennicillina alle occupazioni di via Carlo Felice e via Prenestina, non serviranno che ad aggravare i problemi di ordine pubblico. Dove andranno le centinaia di persone che ci vivono, molti sono italiani, a cui il comune non sa dare risposte? Riguarda soprattutto i poveri l’emergenza abitativa, non potranno che mettere in campo le magre risorse che hanno, costruendosi una baracca il più possibile lontano dagli occhi. L’assenza di acqua, luce e gas, e minime condizioni igieniche resterà, drammatica. Ma in una campagna elettorale infinita fa comodo avere e contribuire a rendere più visibile un capro espiatorio da additare al disprezzo sociale, al maschio grido di “ruspa”.


Ma il decreto-salvini ha anche un’intenzione pratica, rivolta contro i migranti. L’abolizione della protezione umanitaria – che sta a sostituire una regolare politica di immigrazione, visto che richiedere asilo è l’unico modo per entrare in Italia se non a chiamata nominale – la sua sostituzione con altri tipi di permesso, ad esempio quello per eroismo, o quello per malattie gravissime: tutti casi diversi, di diversa e complessa gestione. Affidati però tutti alle decisioni delle questure, non alle commissioni regionali. Poi la drastica riduzione degli Sprar, il sistema di accoglienza diffuso sul territorio, piccoli numeri, istruzione e assistenza sanitaria, inserimento lavorativo, riservati ai rifugiati, a chi è qui per curarsi di gravi malattie, o per calamità nel loro paese, o per chi è autore di atti di particolare valore civile, o le vittime di violenza domestica, o chi ha denunciato gli sfruttatori. Gran finanziamenti, invece, per i Cas, i centri di accoglienza per grandi numeri in cui saranno ricoverati i richiedenti asilo,  da cui dopo un lungo ozio le persone usciranno con un foglio di via e l’assicurazione di una vita clandestina.


Niente insegnamento della lingua o corsi professionali, niente inserimento al lavoro, che sono il vero investimento sulla sicurezza perché il non avere occupazione o impegni di studio, obiettivi di vita, consegna molti migranti alla criminalità e alla devianza. Basta con gli affari sui migranti, dice il ministro degli interni: e rende i profitti più facili a chi ha finora lucrato sui migranti, i grandi centri a volte di ispirazione mafiosa. Del resto, ci fosse un’integrazione vera, come si potrebbe gridare all’invasione a ogni stormir di campagna elettorale? Fanno più comodo gli accampamenti diffusi che non un unico luogo di accoglienza per transitanti, com’era prima Baobab, nascosto agli occhi del quartiere. Anche perché, intolleranti come siamo diventati, ci sfastidia lo spettacolo della povertà, ma la povertà non scandalizza, come non scandalizza l’esclusione di una grande massa di persone dal sistema sanitario, donne e bambini inclusi. Tutto fieno in cascina dei razzisti.
A corollario di questa architettura dell’esclusione, una piccola norma a margine, che avrà gravi e pesanti conseguenze. Il permesso di soggiorno per richiesta asilo “non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica”. L’Asgi commenta: “Ne consegue, tra l’altro, che al richiedente asilo non potrà più essere rilasciata la carta di identità. Il permesso di soggiorno per richiesta asilo costituisce comunque documento di riconoscimento, ma problemi sorgeranno sicuramente per i richiedenti in attesa di rinnovo, posto che la norma non estende la equiparazione anche alla ricevuta di domanda, sicché il richiedente in attesa di rinnovo potrebbe trovarsi privo di un documento di identità formalmente riconosciuto come tale”. Non avere la residenza e la conseguente carta di identità vuol dire, ed è solo un esempio, essere esclusi da servizi fondamentali come il sistema sanitario o quello scolastico.

Foto di Ella Baffoni


Ma, visto che “prima gli italiani”, il decreto ha molti provvedimenti per noi cittadini autoctoni. La parola d’ordine è sempre la stessa, ruspa. Ecco il potenziamento del daspo, l’esclusione della libera circolazione da una o da una parte di città sperimentato negli stadi contro i tifosi e ora allargato a tutti, con particolare menzione di “presidi sanitari”, gli ospedali. Dunque potrebbe essere vietato a qualcuno di presentarsi nei pronto soccorso, qualsiasi siano le sue condizioni di salute, per motivi di ordine pubblico. Finora i pronto soccorso erano aperti a tutti, e tutti venivano curati o ascoltati, tempo e urgenze permettendo.
Ancora per italiani. Quattro anni di carcere, e multe oltre i 2000 euro, per chi occupa e promuove le occupazioni di edifici o terreni, anche se abbandonati, anche se quell’occupazione dovesse essere una forma di lotta, come nelle scuole, e validi probabilmente anche per sit in o picchetti. Chi fa un blocco stradale o ferroviario, finora passibile di multa, ora diventa un criminale passibile di carcere. E per capire chi ha organizzato le iniziative, saranno lecite le intercettazioni telefoniche, in allegra concorrenza con le indagini su mafiosi e tangentisti.
Ancora. Anche la polizia municipale sperimenterà il taser, la micidiale pistola elettrica che paralizza somministrando un elettroshock “di strada”. Per l’Onu è un’arma di tortura, negli Stati Uniti da cui l’abbiamo importata ha già provocato più di mille morti.
E poi. Sanzioni per l’accattonaggio molesto, come dire tolleranza per la povertà ma l’intolleranza per i poveri, Tolleranza zero per i parcheggiatori abusivi. Costruzioni di nuove carceri. Aumento dei giorni in cui è poasibile trattenere migranti senza documenti, i Cie: galere senza nessuna condanna e spesso senza altro reato che quello, senza dolo, di assenza di documenti. Piano straordinario di videosorveglianza nelle città.
Come ciliegina sulla torta di repressione e esclusione, le norme sulla vendita all’asta dei beni sequestrati ai mafiosi, oggi destinate a fini sociali. Macché affidati, saranno venduti. Sarà facile così, per i clan, riacquisirli. La legge dell’82 La Torre che consente di confiscare i beni alla mafia per consegnarli a associazioni cooperative parrocchie e gruppi scout impegnati in azioni sociali, viene considerata devastante dai mafiosi. Ebbene, così la si vanifica: chi avrà il coraggio di partecipare all’asta pubblica di un bene mafioso, magari la villa del boss? Sarebbe un pericoloso sgarro. Così un prestanome riuscirà, altra beffa, ad aggiudicarsela al massimo ribasso. Che effetto farà veder tornare i boss nella disponibilità dei loro beni, se non la sensazione tangibile della sconfitta dello stato? Davvero un decreto per la sicurezza.

Silenzio sulle città. Parla Vezio De Lucia

Raccolte di firme, articoli indignati: a Roma, nel quartiere Coppedè sono in predicato di demolizione una serie di villini storici, Villa Paolina è già cantiere. Saranno sostituiti da anonimi palazzi di abitazione, aumentati di una buona parte di cubatura. A chi si indigna nessuno offre una risposta, le amministrazioni, anche se differenti di orientamento politico, si lavano reciprocamente le mani. Partiamo da qui per chiedere all’urbanista Vezio De Lucia un’analisi di quel che sta avvenendo.

Come è possibile un’operazione di sostituzione così pesante e senza riguardo per l’aspetto storico-urbanistico, dentro la città consolidata?
All’origine c’è il famigerato piano casa di Berlusconi, che in effetti non è mai stato un provvedimento nazionale ma un accordo con le regioni perché ciascuna approvasse provvedimenti per agevolare la realizzazione di interventi che consentissero l’incremento volumetrico e di superficie. Era, attenzione, un provvedimento a termine. Che ha avuto un esito disastroso soprattutto nelle regioni meridionali, dove si sono proposte, una dopo l’altra, proroghe e dilatazioni dei volumi da costruire. Tra le regioni che si sono comportate peggio c’è anche la Regine Lazio.

Innanzitutto con il Piano Casa della Polverini; che però, alla scadenza, è stato prorogato dall’amministrazione Zingaretti fino al 2016. E’ appunto grazie a questa proroga che sono stati approvati i progetti di cui oggi si discute. Anche quelli dei Villini Coppedè.
Per i meno attenti, l’esito di questi provvedimenti che covava da anni, piomba sulla città come una sorpresa.
Bisognava essere attenti, invece. Quella legge, una volta scaduta, è risorta e ha trovato una vita stabile, permanente, nella legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Penso sia grave che l’amministrazione comunale non abbia mai preso quella posizione energica, che sarebbe invece indispensabile contro una legge che consente alla Regione di derogare agli strumenti urbanistici che sarebbero competenza del Comune. Ora il Comune di Roma è obbligato a dare quelle autorizzazioni. Ma in questi lunghi anni in cui la vicenda si è trascinata, il Comune non ha mai espresso una netta presa di posizione. Quanto alle autorizzazioni dei villini Coppedè, del 2016 e del 2017 sono in regime Raggi.

Dunque non c’è nulla da fare.
La situazione è pregiudicata. Bisognava pensarci prima. Spicca anche in questa vicenda, come in tante altre, l’immobilismo e l’inerzia del Ministero dei Beni culturali, che pure potrebbe porre limiti e tutele a un patrimonio importante nella storia della città.


Come mai c’è tanto disinteresse per le questioni urbanistiche? Non è questo il campo in cui si discute e si intravede il futuro delle città?
Dovresti chiederlo alla politica. Ma non è vero che nessuno ne parla. Basti pensare agli interventi reiterati di Berlusconi sul condono, in modo esplicito o larvato. Il condono è una piaga, quel che è avvenuto negli ultimi vent’anni lo prova. Eppure il condono non è stato mai bloccato. In Campania continuano a essere riproposte e a volte approvate leggi di sanatoria. Al sud l’abusivismo continua a procedere a gonfie vele, indisturbato. Da una parte si propone di perpetuare i condoni, dall’altra parte si sta zitti: a sinistra non c’è nettezza e chiarezza.

Ad esempio?
Nel dicembre 2017 è stata approvata dalla Regione Emilia Romagna una legge urbanistica. La peggiore che sia mai stata fatta dalle regioni. In sostanza trasferisce il potere urbanistico dalle amministrazioni comunali alle imprese che intendano fare trasformazioni. Neanche la famigerata legge di Lupi proponeva una così esplicita resa del potere pubblico. Questa legge dice che la disciplina urbanistica viene proposta da chi vuole realizzare il piano di trasformazione, ai comuni spetta solo dire sì. Anche su questa legge – con l’eccezione del mondo degli specialisti, del sito Eddyburg, ad esempio – non c’è stata una generale mobilitazione a sinistra. Proprio in Emilia, dove il Pd è alleato con Sinistra italiana e Mdp, il provvedimento è stato approvato con il solo voto favorevole del Pd, il voto contrario dei partiti che si sono riuniti in Liberi e Uguali, l’astensione di Forza Italia. Ed è una legge pessima, la peggiore che si sia mai vista. Secondo molti specialisti è una legge incostituzionale, ma in campagna elettorale la legge è andata avanti. La speranza è che qualcuno faccia ricorso e si vada in Corte costituzionale.

Perché in campagna elettorale nessuno ne parla?
Dovreste farvi un esame di coscienza anche voi giornalisti. Eppure sulla legge dell’Emilia c’ è stata una colossale mobilitazione. Una lunga campagna, massiccia; di grande valore i firmatari delle petizioni, tra cui moltissimi i tecnici delle istituzioni. La maggioranza dei tecnici e molti sindaci che hanno tentato di opporsi erano del Pd, ma scandalizzati da questo provvedimento. Una nostra collega ha fatto una puntuale analisi semantica del provvedimento e ha mostrato come fosse ripreso pari pari da documenti dell’Ance, dell’organizzazione dei costruttori. L’ispirazione politica viene da là ormai. Ma nessuno se ne vuole accorgere. La grande stampa è stata tempestata di sollecitazioni, non ha raccolto.

Porto fluviale, un particolare del murale di Blu. Foto di Ella Baffoni

Noi giornalisti abbiamo le nostre responsabilità, certo: basta vedere quel che è avvenuto sulle vicende del razzismo. Ma, per tornare alle città, come mai ci fermiamo a guardare il sanpietrino che abbiamo davanti ai piedi e mai alle montagne che sono all’orizzonte?
L’Inu, l’Istituto nazionale di Urbanistica, è scomparsa dalla scena. Per anni è stato almeno una garanzia di competenza giuridica e culturale. La Cgil, che pure battaglie ne ha fatte su questioni ambientali, sulla legge dell’Emilia era d’accordo. C’è una sorta di corporativismo che raccoglie il mondo del lavoro e dell’impresa. La stessa alleanza che si è formata dietro la proposta di legge sul consumo di suolo: una legge avviata per nobili motivi dal ministro Mario Catania, che intendeva preservare le campagne dall’urbanizzazione, è stata manomessa e rifatta, trasformata in un provvedimento che tutto faceva meno che bloccare il consumo di suolo. Un disegno di legge sostenuto non solo dal governo ma da un arco vastissimo di posizioni. Anche a sinistra.
Il fatto è che c’è anche una carenza di cultura, di approfondimento. Una parlamentare, che si è ricreduta, ha commentato: beh questa ipotesi era stata scritta dai costruttori. Ed è gravissimo. Torniamo alla legge sul consumo di suolo: come fa chi ha sostenuto fino a dicembre che quella legge doveva assolutamente essere approvata, sostenere oggi che quella legge era sbagliata? E si badi: gli appelli erano formati da intellettuali di primo piano. Approvata dalla Camera, il Senato l’ha modificata ma non ha fatto in tempo ad approvarla. Ma è probabile che verrà ripresentata alla prossima legislatura.

Nei programmi della campagna elettorale, a sinistra, qualcuno ripropone il tema?
L’unico partito che propone in campagna elettorale le questioni urbanistiche in modo netto è Potere al popolo. Ma sono contenuti che girano pochissimo, li trovi sul manifesto o su Eddyburg.
Libertà e uguaglianza ha diverse anime, alcuni hanno preso posizione, non tutti. Ma c’era chi era contro e si è battuto. Parecchi anni fa i 5 stelle furono tra i promotori del miglioramento di questa legge, con Civati e la sinistra. Poi i pentastellati si sono liquefatti.
L’urbanistica era a pieno titolo nel programma del Brancaccio, invece.
Certo che c’era, anzi sono uno di quelli che ha collaborato alla stesura delle tesi in materia urbanistica. Le cento piazze organizzate da Tomaso Montanari erano quasi sempre sulle questioni della città. A Bologna, dove i problemi urbanistici sono davvero pesanti, è rimasto in piedi un osservatorio sull’urbanistica. Ma il Brancaccio è finito male. E a sinistra si è persa un’occasione.

Borgate di Roma, un secolo di esclusione

Dove comincia il centro, dove la periferia? A Roma, grazie all’abusivismo ma anche a scelte pubbliche sciagurate, al di fuori delle mura Aureliane i ceti si mescolano ma restano separati. Sono isole i quartieri di case popolari del Governatorato o dello Iacp (oggi Ater), sono isole i quartieri della piccola e media borghesia, isole erano i borghetti di baracche, le favelas degli anni 50-70. In mezzo galleggiavano i quartieri abusivi, lottizzazioni autogestite e una qualità edilizia per lo più pessima. Una situazione che dura da un secolo e esiste ancora, come sa chi abita fuori dal centro storico, fino al Raccordo e oltre. A fare il punto della situazione una interessante giornata di studio promossa dalla Casa della memoria e della storia e coordinata dal presidente del circolo Gianni Bosio, Alessandro Portelli.

Di ricucitura delle borgate si parla da decenni, a volte l’unico esito è stato ulteriore inutile cementificazione. Perché almeno una cosa è evidente: di nuove case Roma non ha bisogno affatto, visto che moltissime nuove edificazioni restano sfitte o invendute. Ma di case Roma ha un disperato bisogno, viste le lunghissime attese di chi ha diritto a un alloggio popolare, viste le peripezie a volte anche creative di chi cerca un affitto compatibile con il proprio stipendio, e non è facile. Viste le occupazioni di case patenti e quelle oscure, governate dalla criminalità organizzata nelle case pubbliche.

Pigneto-Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

A strutturare la storia degli edifici pubblici a Roma è stato lo storico Luciano Villani, coautore di “Borgate romane. Storia e forma urbana”. Proletari e sottoproletari, che disturbano la vetrina propagandistica del fascismo, sparati in casette squallide senza servizi né quartiere e disperse nel deserto dell’Agro, lontane chilometri dalla città costruita. Tiburtino III, Gordiani, Pietralata, Tor Marancio, San Basilio, Trullo, Quarticciolo, Primavalle, Acilia… Qui sta una chiave per capire la recente montata del razzismo, dice Villani: “Con gli anni – oltre alla pratica dell’ereditarietà della casa popolare c’è stata anche la cessione abusiva, gestita con il consenso – il ricambio degli abitanti non c’è stato. Tutti si conoscono, tutti sono parenti, tutti sono lì da decenni, generazione dopo generazione. La solidarietà è forte ma non non si vuole gente che venga da fuori, dagli stessi luoghi malfamati da cui provenivano in origine i vecchi assegnatari. Ancora negli anni ’60 a Pietralata ci fu una rivolta contro i nuovi inquilini provenienti da Borgata Gordiani. Ma allora c’era la mediazione politica del Pci e della chiesa, oggi non c’è più niente”. Se non le agitazioni razziste dei neofascisti e neorazzisti.

Il Pci del dopoguerra sceglie a Roma di andare nei quartieri popolari e nelle borgate, e anche nella favelas delle baracche. Non era una scelta scontata, racconta Walter Tocci, negli anni 70 giovanissimo presidente di circoscrizione a Pietralata: “Ci radicammo tra gli operai dei servizi, ma anche nel sottoproletariato, che tanto generosamente si era impegnato nella Resistenza. Per educarlo, per fargli superare il ribellismo e, come si diceva allora, il plebeismo. Per costruire il popolo di sinistra. Dicevamo: se si guarda all’innovazione, non ce n’è tra i benestanti; i malestanti invece ne sono ricchi. Avemmo un parziale successo: però nelle borgate abusive, una volta ottenuto giustamente servizi e decoro, gli ex abusivi si ritrovarono proprietari, e negli anni ’80 lasciarono il Pci per votare massicciamente la Dc di Sbardella o la destra di An”.

Certo hanno contato anche le giunte di sinistra alla fine degli anni ’70. “Il sindaco Luigi Petroselli governò solo due anni – ricorda Tocci – ma ha fatto la più grande operazione di politica amministrativa che si sia mai vista a Roma. Vero è che il Pci allora governava anche dall’opposizione, ottenendo importanti vittorie e precostituendo gli anni di governo: Chi non sa fare opposizione, difficile che poi al governo combini molto. Ma le giunte di sinistra, Argan e Petroselli, seppero fare questa e quello. Non solo la cultura, l’acquisizione dei grandi parchi pubblici, i servizi sociali, i nidi e i centri anziani. Ma anche un investimento gigantesco, mille miliardi di lire l’anno, per portare acqua luce fogne nelle borgate abusive; e la costruzione di enormi quartieri popolari che, se discutibili per architettura e per gestione sociale, hanno consentito di spianare le vecchie baracche che infestavano le periferie, dando a tutti una casa dignitosa e il diritto di cittadinanza. Non si dica che ci vogliono poteri speciali per governare Roma. Allora che le procedure erano ancora più farraginose ma la macchina capitolina girava meglio, in 12 ore il Servizio giardini spianava un borghetto, piantava gli alberi, srotolava l’erba, piazzava le panchine. Ma allora c’era una grande politica, un grande progetto. Oggi non più, sta alle nuove generazioni ritrovarlo”.

Lidia Piccioni ricorda la crescita affannosa di Roma per l’immigrazione, da 200.000 a 1.200.000 dopo la prima guerra mondiale. E nonostante le deportazioni mussoliniane e i bombardamenti massicci, alla fine della seconda guerra mondiale gli abitanti erano già 1.700.000, balzati a 2.250.000 negli anni ’60. Ma i quartieri signorili e popolari restano separati, anche se spazialmente adiacenti, pur condividendo una marginalità comune: i trasporti carenti, l’assenza di verde, la mancanza di strutture sportive. Maria Immacolata Macioti, invece, ricorda l’orrore della separatezza dei borghetti, cancellati alla vista e alle coscienze, quelle baracche umide, non riscaldabili nemmeno con le stufe a legna, le ore passate sui tram per andare a lavorare, i bambini sporchi e mocciolosi, una povertà che si tagliava con il coltello. Tanto che molti non riuscivano a pagare nemmeno la misera tariffa del medico condotto, e si presentavano con un pollo o l’insalata e la bieta dell’orto.

Eppure, nota Sandro Portelli, dalle periferie è venuta molta dell’innovazione musicale. Non solo le canzoni popolari di lotta, come quelle raccolte nei decenni dal Gianni Bosio e dal Canzoniere del Lazio; ma anche il rock o il rap di Casilino 23 e Centocelle. Nelle periferie – dice – arrivavano gli immigrati economici, spinti dagli stessi sogni e dalle stesse necessità di chi sbarca a Lampedusa anche se provenienti dalle zone depresse dell’Italia del sud invece che da Africa o Asia.

E’ pur vero che, accanto agli episodi di intolleranza, nelle borgate romane c’è anche solidarietà. Basti vedere, incalza Tocci, quel che succede nelle scuole: “ Mentre il governo gestisce in modo sciagurato l’immigrazione, le nostre scuole falcidiate dai tagli, i nostri insegnanti bistrattati accolgono 800.000 ragazzi di tutte le lingue: un grande sforzo di autoformazione e civiltà. Nonostante la fabbrica della xenofobia di giornali e televisioni, anche la battaglia sullo ius soli parte dagli insegnanti, che sanno di cosa si parla. Spero che ora si riesca, almeno quella legge, a vararla!”.

Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

La scelta della periferia

L’appuntamento è lì, davanti all’acquedotto. Insomma, a casa sua. Sotto quegli archi don Roberto Sardelli ha vissuto per anni insieme ai suoi ragazzi e ai loro genitori, i baraccati dell’Acquedotto Felice. Cacciato via dalla parrocchia ufficiale, san Policarpo, don Roberto ha scelto di vivere lì, in mezzo a loro, fratelli che avevano bisogno di attenzione. E di scuola. Non di campi di calcio, non di divaghi: avevano bisogno di scuola i bambini delle baracche, perché nelle scuola di stato erano umiliati e relegati nelle terribili, per fortuna dimenticate, differenziali, o peggio, nelle pluriclassi: ghetti abbandonati da tutti, anche dai loro insegnanti, perché sui baraccati e sui poveri gravava un pesante stigma razzista: gente perduta. E senza scuola perdersi è più facile, soprattutto se si vive in un luogo nascosto, in case che non sono case, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento, in mezzo all’umido e alla vergogna.

Non è vero che fosse gente perduta: in quell’umanità dolente e rabbiosa, ricorda don Roberto – convocato a narrare da Cantiere della Memoria, progetto di Alter cities, che coinvolge quattro città: Parigi, Berlino, Roma e Istanbul, ideato da Fernanda Pessolano (Ti con Zero), Giulia Fiocca e Maria Morhart – c’era una umanità ricca di solidarietà e di fraternità. Come quella di Rita, prostituta di lungo corso, precedente proprietaria della baracchetta in cui si è installato don Roberto con la sua Scuola 725. Una donna “con una montagna di dignità”, ricorda: “Quando morì Clelia, anziana abbandonata da tutti, le donne si diedero il cambio al suo capezzale, anche Rita. E quando morì e bisognava vestirla (non c’era nulla di adatto in quella baracca umida e piena di stracci), ci pensò lei, portò uno dei suoi vestiti migliori. Il funerale lo facemmo qui, nonostante il vescovo avesse detto che questo non era un luogo dignitoso. Dissi messa, i bambini raccolsero i fiori nei campi, a salutare Clelia c’erano tutti”.

 

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C’erano operai, tra le baracche, gli edili: qualcuno leggeva i libri di Gramsci. C’erano prostitute, anche, la grande baracca dei trans, che quando furono date le case al borghetto rifiutarono. C’erano i bambini che morivano di broncopolmonite. Non era il luogo della criminalità. C’era una umanità composta, per lo più contadini che venivano dai paesini d’Abruzzo, ma anche sardi, veneti, piemontesi. Si litigava, certo, ma poi si trovava un accordo. Nel caso ci si aiutava con generosità, in soldi, oggetti e tempo, un gruppo umano unico. Si commuove, a tratti, don Roberto, ricorda la prima messa di Natale. “Non volevo dire messa, volevo offrire alla gente la mia scelta, la scuola, non la fede. Ma poi mi hanno chiesto: è la sera di Natale, hanno detto. Mentre mi vestivo venne Pina, indicando delle finestre: e lì non ci va nessuno? Era la casa dei travestiti. Andai. La messa, poi, la facemmo in una grotta, una grande grotta vuota”.

Se c’erano problemi? Certo, quello della casa prima di tutto. Si manifestava in piazza, all’epoca, si occupavano case, si facevano sit in in Campidoglio. C’era un movimento per la casa forte, e alla fine, una volta vinte le elezioni dalla sinistra, si fecero anche le case, sparì il borghetto. E don Sardelli lì a trattare, a controllare, a verificare: Purtroppo, dice, ci hanno sparpagliati da per tutti, non hanno tenuto conto del nostro essere comunità.

La scuola, però, è servita. I ragazzi hanno studiato, alcuni oltre l’università. Le regole erano ferree: nessuno si doveva isolare, ognuno doveva insegnare agli altri quello che sapeva, aiutare i compagni. E bisognava dire la verità: nessuno doveva mentire, nascondere il fatto di essere “uno delle baracche”. Quando, dopo un anno di lavoro lento e faticoso, finalmente dalla scuola 725 uscì la “Lettera al sindaco” (era il 1968), scoppiò come una bomba. Diceva, tra l’altro: “La politica è l’unico mezzo umano per liberarci. I padroni lo sanno bene e cercano di addormentarci. Ci portano il vino, la televisione e i giradischi, macchine e altri generi di oppio. Noi compriamo e consumiamo. Serviamo ad aumentare la ricchezza padronale e a distruggere la nostra intelligenza”.

Ho avuto la fortuna di conoscere don Milani, racconta don Roberto, e “mi si è aperta una possibilità”. Una strada lunga, ricca. Uno dei primi scontri con la parrocchia fu sulla politica: “Fai politica, mi accusavano. E sì, non si può omettere la riflessione politica. Bisogna capire il perché delle cose, chi sono i responsabili. Stare dalla parte dei senza voce e esigere giustizia con loro”. La scuola serve anche a questo, a uscire dall’ingiustizia, a dare il senso dell’uguaglianza. A far crescere la coscienza, fin dall’asilo nido. Dà fastidio? Disturba? Magari, sorride don Roberto: “Se la scuola non disturba, non serve. Non serve se non insegna a scrivere e a dire l’ansia di giustizia. Se la geografia non tiene conto delle lotte (anche per questo noi studiammo il Vietnam, all’epoca c’era l’aggressione americana, e lo ricordammo con un fiammeggiante murale). Non serve se si limita a ricordare, come quando si studia una storia lontana e indifferente. Il ricordo non è memoria. Solo la memoria è la guida che fa entrare il passato nell’oggi. Cultura, coscienza, verità”.

Lidl, il vincolo retrattile

Sembrava una vicenda piccola piccola. Invece, come da un pozzo senza fondo, dalla Lidl di via Acqua Bullicante continuano a emergere sorprendenti fatti. Eccone alcuni.

Il vincolo “Ad duas lauros”, innanzitutto. Abbraccia un’area vasta, venne apposto nel 1995 dopo studi e analisi accurate dalla Soprintendenza archeologica di stato – allora la dirigeva Adriano La Regina – per la “compresenza” in un “ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche”, “di valori storici, paesistici o ambientali”. Scriveva La Regina sul manifesto “a ridosso della via Labicana, restano, nel tratto che attraversa l’antico suburbio, ciò che fu la campagna romana, zone di grande interesse storico e ambientale ancora non pesantemente occupate dai quartieri moderni che ora vi gravitano”; “questa parte di Roma ha nel patrimonio archeologico e nei caratteri storici ed ambientali l’unica vera e grande possibilità di riscatto dalle condizioni di anonimato in cui versa”. E ancora, “Fonti antiche di tradizione manoscritta ed iscrizioni forniscono una messe straordinaria di dati per la storia di questa parte del suburbio romano”.

Già, ma quindici anni dopo, i prati e il verde sono già erosi, pezzetto dopo pezzetto, progetto dopo progetto. Un pezzetto di quel verde prezioso è anche quel lembo di terra che oggi ospita il discount Lidl, nonostante già dal primo insediarsi del cantiere gli abitanti, organizzati nel coordinamento No cemento a Roma Est, abbiano fatto tutto quello che potevano per fermare l’abbattimento degli alberi prima, la cementificazione dell’area poi. Picchetti, volantinaggi, manifestazioni, presidi, e anche ricorsi al Tar e alla Procura.

E per fortuna. Così si viene a sapere che nel 2006 ci fu accertamento dei vigili urbani proprio lì, in un capannone artigianale, per abuso edilizio. In quell’occasione, era il 2006, i vigili interpellarono la Soprintendenza archeologica per capire se quella particella rientrasse appunto nel vincolo “Ad duas Lauros”. La funzionaria Buccellato predispose un sopralluogo e al termine degli accertamenti il soprintendente Angelo Bottini dichiarò nettamente che quell’area “è da ritenersi inclusa nel perimetro del Dm citato. Si fa rilevare che per un errore grafico, nella planimetria allegata al decreto, la particella risulta esterna alla perimetrazione, ma che tuttavia deve ritenersi inclusa in quanto fa fede la descrizione letterale dei confini così come enunciato nel Dm 21/10/95”. Traducendo dal burocratese: sì, quell’area è compresa nel vincolo, anche se c’è un errore nella mappa che va corretto perché quel che conta è il testo del vincolo.

 

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La mappa non è stata corretta. Passa il tempo, compare l’interesse della Lidl a costruire una sua filiale e, di nuovo interpellata dalla conferenza dei servizi, la Soprintendenza cambia di segno: no, l’area non è compresa nel vincolo, si può costruire il supermercato. Curioso, ad occuparsi della questione è la stessa funzionaria Buccellato che si occupò della vicenda nel 2006. Questa volta scrive: “l’assenza di incrocio tra via di San Vito (sic) e via Villa S.Stefano non consente la chiusura della perimetrazione. È pertanto evidente che fa fede la planimetria allegata che definisce precisamente l’area”. Il parere del 2006 è completamente rovesciato, quel che conta è la mappa.

Sliding doors? Oppure il fatto è che aver compiuto l’abuso edilizio, quei 200 metri quadrati nel 2006, era una piccola azienda artigiana, mentre nel 2015 il mandante della costruzione del supermercato era il gigante tedesco Lidl, sponsor della Nazionale italiana di calcio?

Sta di fatto che gli amministratori, i funzionari, dovrebbero prendere decisioni in nome del popolo e sulla base di fatti, di atti, di atti precisi. In questo caso né i cittadini, né Italia nostra, hanno ottenuto l’accesso agli atti chiesto con insistenza e con tutti i crismi formali. Perché?

Non c’è solo il mistero del vincolo. Alla ditta costruttrice è stato fatto un notevole sconto – da che giustificato? – sugli oneri di concessione, il denaro pagato per risarcire la comunità dall’aggravio di traffico, gas e polveri sottili portato da un nuovo supermarket. Anche gli oneri di concessione, in questo caso, hanno goduto di un parametro al ribasso, che ha fatto risparmiare 56.449,53 ai bilanci dei costruttori impoverendo le casse del comune.

Ancora. Poiché chiudere un occhio è ormai un’abitudine, ecco che le procedure che la Regione Lazio considera indispensabili per la concessione della licenza edilizia non sono state rispettate. Tra le cubature artigianali da sostituire è stata conteggiata una palazzina residenziale; le cubature per poter essere conteggiate avrebbero dovuto avere la concessione in sanatoria entro l’agosto del 2011 ma almeno 803,73 metri quadri sul totale di 1.363,50 l’hanno ottenuta nel 2014. Le attività nel 2011 avrebbero dovuto essere cessate, invece almeno il fabbro è stato attivo fino al 2014, come da sua testimonianza, da visure alla Camera di commercio e dalla sua dichiarazione dei redditi del 2015.

Ora la Procura dovrà decidere che fare, il Pm ha chiesto l’archiviazione ma questa ridda di compiacenze, errori, discrepanze sembra incredibile. Dovesse finire in gloria per la Lidl resterà un retrogusto amaro nei cittadini: perché lo sconto di 50.000 e rotti euro? Perché l’inversione dei pareri in soprintendenza, perché nessuno ha controllato la questione dei condoni e della cessazione di attività? E invece a chi protestava contro il cantiere i vigili hanno contestato una multa di 500 euro perché – era agosto – avevano messo sul pubblico marciapiede un ombrellone per ripararsi dal sole, poi subito tolto. Altro che chiudere un occhio.

 

I post precedenti

12 giugno 2015  Lidl taglia gli alberi

3 luglio 2015  Si ferma il cantiere mangia alberi

28 ottobre 2015 Il mistero buffo del discount

23 dicembre 2015 Lidl, storia di una lotta

9 marzo 2016  Sigilli alla Lidl