L’urlo della street art

Il primo è vecchissimo, anni 70. È il grande dipinto murale dell’Asino che vola, a Tor di Nona, nato da un collettivo romano che appoggiava gli occupanti di case popolari e che raccoglieva gente diversissima, come Paolo Ramundo (degli Uccelli) e Isabella Rossellini (attrice), Carlo Zaccagnini (critico msicale) e Jasmin Ergas (sociologa e giurista) e Giuseppe Roma (ex direttore Censis). Antenato della street art, di quel murale si è salvato solo un pezzo, l’asino che vola appunto. Ma i dipinti coloratissimi furono per anni un salutare shock per un lungotevere ingessato e imborghesito.

Street Art a PrimavalleIl merito di aver ricordato l’asino che vola è del fotografo Mimmo Frassineti, che lo fotografò allora – aiutando a conservare la memoria anche dei disegni cancellati – e che ha dedicato una mostra alla streeet art, Urbs picta al Museo Bilotti, l’Aranciera di villa Borghese. Quell’asino, così naif da essere salvato da un pesante restauro edilizio, ha il merito di ricordare una lotta finita bene. Le altre foto di Frassineti mostrano un assaggio del catalogo che il fotografo – appassionato artista anche lui – ha costruito in questi anni e messo a disposizione di chi ama la street art nel sito http://romagraffiti.com/. Dove ha potuto, Frassineti dà conto degli autori, ma non tutto nella street art è attribuibile a questa o quella mano, pur se molti degli autori ormai sono affermati pittori.

Murali: Street Art al QuadraroBlu, ad esempio: schivo bolognese che rifiuta di farsi fotografare o intervistare, ma che lascia a Roma – come ha fatto in moltissime metropoli del mondo – opere monumentali graffianti, critiche e non omologate. Bellissime. Come Lucamaleonte con i suoi disegni medievaleggianti, Hitnes con le invasione di animali, Borondo con le sue larghe pennellate quasi impressioniste, Atoche con i suoi faccioni medicei. E Eduardo Kobra, che lascia sul muro esterno del Maam (il Museo dell’altro e dell’altrove, nido d’elezione della street art) il volto di Malala, il famoso Erika il cane, Dem con le sue figure zoomorfe. Daviù alias Davide Vecchjato, e Neve con i volti di bambini dagli occhi luminosi…. Inutile citarli tutti, la storia della street art non è fatta di sigle e nomi ma di monumenti colorati, che cambiano il paesaggio per i passanti, e mostrano scorci e prospettive diverse agli abitanti della città. Offerti alle intemperie, anche quando vengono promossi dalle amministrazioni pubbliche, non saranno per questo meno effimeri. Inutile invocare restauri, inutile cercare di proteggerli: le opere seguono il destino dei muri che le ospitano, si degradano, si dilavano, a volte vengono cancellati da altri writers, altre volte da restauri poco intelligenti. L’autore, una volta data l’ultima pennellata, li dona e li abbandona alla città.

Qui, nello spazio “colto” della Galleria Bilotti, i disegni urlano, con un linguaggio forse di non facile lettura, le loro storie di periferia. Raccontano di Garbatella e Prenestino, Quarticciolo e Tormarancio, Monte Mario e Vigna Clara. Raccontano di lotte e resistenze anche quando non sembra: l’enorme affresco in bianco e nero di Blu nel centro sociale Acrobax, Vasca Navale, sembra un dipinto neoclassico, ma nasconde la beffarda iconografia della repressione e dei potenti visti dal basso, vescovi militari padroni e poliziotti. Come la sua spirale della vita, dalla cellula al mondo moderno che si sgretola e implode, dipinta accanto al Museo degli elefanti di Rebibbia, parla di un futuro prossimo, se non riusciremo a fermarlo. In periferia come al centro di Roma.

(questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi)

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Il mistero buffo del discount

E’ davvero un mistero la vicenda della costruzione del supermercato Lidl in via di Acqua Bullicante. Un mistero con tanti protagonisti. E, come nei canovacci del teatro italiano, non tutti commendevoli.

Iniziamo dai “buoni”: una serie di associazioni e comitati che si sono ritrovati insieme a difendere il loro quartiere, cementificato fino all’inverosimile e soffocato da smog e polveri sottili. “No cemento a Roma est” ha picchettato e bloccato il cantiere in agosto, dopo l’abbattimento di molti alberi, primo atto della costruzione del nuovo supermercato, in una zona che già ne conta una trentina di supermercati: si sa, è una zona molto affollata. Il gigante tedesco del discount si serve di una mano italiana, la Immobiliare Bullicante srl che ha acquisito l’area e intende costruire per poi vendere l’edificio chiavi in mano ai tedeschi.

Ma ci sono molti altri attori di questa vicenda che buoni non sono, o almeno hanno avuto atteggiamenti ambigui. Bene ha fatto, ad esempio, il presidente del Municipio Palmieri, quando ha emesso un’ordinanza che ad agosto ha bloccato i lavori; male ha fatto a ritirarla, dopo un ricorso al Tar della ditta con ingente richiesta di danni. Perché spaventarsi? Se l’ordinanza in autotutela era ben fatta, chi avrebbe dovuto tutelare i cittadini, se non l’amministrazione pubblica?

Poi c’è la soprintendenza archeologica. In quel quadrante c’è il grande vincolo archeologico e paesaggistico “Ad duas lauros” che protegge emergenze antiche ma anche un prezioso paesaggio verde. Voluto con forza dall’allora soprintendente Adriano La Regina, ora si vuol eroderlo, pian piano. E la Soprintendenza partecipa al lavorio. Ecco: l’area Lidl fa parte della zona coperta da vincolo? La soprintendenza, a firma dell’architetto Francesco Prosperetti e della responsabile del procedimento Lidl, Anna Buccellato, sostiene che quell’area è fuori dal vincolo. Ma quando i comitati, carte alla mano, hanno mostrato che il testo del vincolo comprende quell’area, ecco la dottoressa Buccellato dire che quel che conta è la mappa. Una mappa sbagliata, che dava per costruita una strada inesistente, via san Vito Romano, che avrebbe dovuto proseguire via Luchino dal Verme tagliando a metà l’area Lidl. Via san Vito romano è invece il nome della via privata che la costeggia. Nel primo caso tutelata sarebbe metà dell’area, nel secondo tutta. Come è noto, quel che conta nel caso di perimetri dei vincoli, è il testo scritto, non la mappa, come ricorda anche una recente sentenza del Consiglio di stato. Ma non per la soprintendenza di Roma, che invece si è affrettata a chiedere al Ministero, alla Regione e al Comune di tenere in considerazione solo la mappa, e di modificare il testo del vincolo. Insomma, a sbagliare sarebbe stato il redattore del testo del vincolo, la soprintendenza di ieri, non chi ha dato i permessi a costruire, la soprintendenza di oggi, che sostiene di tutelare al meglio storia e natura. Dal cantiere emergono cunicoli e voragini, archi e ambienti ipogei, alcuni in cocciopesto, ma non sembra che siano stati inviati archeologi a controllare e intanto le ruspe sono andate avanti.

Ancora. Ecco il Suap, lo sportello unico per le attività produttive. E’ qui che viene rilasciata la licenza per la Lidl. Difficile ottenere accesso agli atti, ma il comitato – che comunque ricorda come manchi il nulla osta della soprintendenza paesaggistica – ci prova, passo dopo passo. L’ultima richiesta è stata la più sfortunata: l’atto era la verifica delle particelle e date di dismissione delle attività industriali e del condono, indispensabile prescrizione della Regione in Conferenza dei servizi. Aspetta dieci giorni, poi altri dieci, poi – siano oltre il mese di attesa – il funzionario è cambiato il nuovo non sa… fino ieri. Colpo di scena: l’atto non c’è, si sono sentiti dire i rappresentanti del comitato. Nessuno, se non i cittadini, si è data la pena di verificare. La concessione è stata firmata senza ottemperare alla prescrizione, dunque va sospesa.

Possibile sostenere che nessuno sapesse, all’assessorato al commercio? Difficile iscrivere tra i buoni chi ha fatto cortina fumogena su un’irregolarità del genere. Perché l’ha fatto? In nome di quale interesse? Non certo di quello degli abitanti della zona.

Prima o poi, insegna la commedia dell’arte, i drammi si sciolgono. I misteri si svelano, i protagonisti si ravvedono, arrivano gli applausi finali. Ma qui non c’è niente da ridere, ed è difficile applaudire capocomico e compagnia. A meno che, alla fine non si arrivi davvero a fermare il cantiere, e ad avviare un parco pubblico. La Lidl, se non vuol rischiare anche il boicottaggio attivo delle filiali romane, e non solo, farebbe meglio a cambiare strada. Un discount di meno, un parco in più: lo sfregio al quartiere e alle regole, quegli alberi tagliati, meritano un risarcimento.

Roma, che ne facciamo?

Non si piange su una città coloniale” è un bellissimo libro. Non si trova in libreria, ma online, un corposo estratto è nel blog dell’autore, Walter Tocci. Ex vicesindaco ai tempi di Rutelli, oltre che assessore al traffico, contro di lui ci fu una memorabile serrata dei taxisti, che ancora lo ricordano con astio per aver cercato giustamente di aumentare le licenze dei taxi e dunque anche la loro presenza in strada. Un’ostilità lunga quindici anni e più, non è poco per i romani, di memoria solitamente breve.

Dunque, questo libro. Se ne è riparlato durante un inusuale incontro (“La sinistra romana: Come cambia la città e come è cambiata la sinistra”) ospitato da una inusuale location (la sala Cappella Orsini di via di Grotta Pinta) nel corso di una inusuale manifestazione, “La Notte Rossa”, a cura di diverse Fondazioni tra cui quella intitolata a Enrico Berlinguer. Ne ho discusso con l’autore insieme a Maria Grazia Gerina, Tommaso Sasso e alle moltissime persone preoccupate per il futuro di Roma, per la crisi politica, il commissariamento in arrivo, le prossime elezioni.

Giustamente. Quando il centrosinistra e Pci arrivarono la prima volta al governo della città, alla fine degli anni 70, non c’era bisogno di far progetti: l’opposizione alle giunte democristiane, ma anche il lavoro di anni delle sezioni e della federazione avevano preparato idee e organizzazione, a cui mancavano solo le gambe politiche. L’acquisizione pubblica e l’apertura delle ville storiche, gli asili nido, il centri anziani, i consultori. Il riassetto del centro storico, abbandonato da decenni. Il rafforzamento del sistema di trasporto pubblico. La cancellazione degli infami borghetti, la costruzione e l’assegnazione di case popolari. Il sistema delle biblioteche, l’Estate romana… elencare tutto quello che fu fatto, all’epoca di Argan e Petroselli sarebbe troppo lungo. Ma il progetto davvero più notevole fu il tentativo di ridurre la distanza tra periferia e centro, fare degli abitanti delle zone più trascurare dei cittadini di Roma. Un progetto incompiuto allora, e che andrebbe ripreso.

Quando nel ’93 arrivò in Campidoglio il centrosinistra, un gruppo di lavoro aveva preparato un progetto articolato, che riunì le migliori teste pensanti della sinistra: il femminismo, l’ambientalismo, la giustizia sociale ma soprattutto l’opposizione dura alle giunte di Carraro e Giubilo avevano formato una classe dirigente di tutto rispetto, progetti alternativi che poterono essere messi in campo, subito o quasi.

L’arrivo di Ignazio Marino in Campidoglio è stato diverso. Quasi paracadutato da Marte, il sindaco non presentò un progetto articolato, decise di “ascoltare” le diverse realtà sociali in campagna elettorale, e poi nominò degli assessori quasi sconosciuti. Ad eccezione di Giovanni Caudo, che all’urbanistica ha infatti ha prodotto un ottimo lavoro essendosi fatto le ossa nel lavoro di opposizione culturale ad Alemanno, e Flavia Barca, nota economista confinata alla cultura, campo in cui è entrata con difficoltà tanto da lasciare dopo poco più di un anno. Il risultato s’è visto.

E si è visto anche il fallimento del governo di Roma. Non basta, in zona Cesarini annunciare la chiusura dei Fori imperiali al traffico, come fosse un cappello ficcato a forza in testa ai romani. Bisognava metter mano ai guasti di Alemanno, invece di subire ex post le conseguenze delle inchieste giudiziarie. Così, meritoriamente sospesi gli appalti dubbi delle cooperative di manutenzione del verde, l’estate è passata senza che aiole, e giardini, e parchi storici venissero falciati e curati, se non dai pochi dipendenti dell’Ufficio giardini oberati di lavoro.

Che fare allora? Sparito il Pci, semichiuse le sezioni del Pd, non è che la città sia morta. Ci sono fermenti dovunque, anche in periferia. Ci sono orti urbani che vengono piantati e curati, e producono socialità. Ci sono lotte alle speculazioni edilizie (di norma boicottate da Municipi e assessorati, come la recente vicenda della Lidl di via Acqua Bullicante, funzionari che mentono, che prendono tempo, che impediscono per oltre 30 giorni l’accesso agli atti chiesti legittimamente dai cittadini). C’è il Museo dell’altro e dell’altrove, il Maam, più ricco e vitale del Macro e del Palaexpò, ignorato da sindaco e assessori. Ci sono i ragazzi dell’ex cinema America, che hanno impedito una speculazione edilizia e creato una comunità di cinefili a Trastevere senza trovare ascolti istituzionali. Intanto Il cinema Aquila (pubblico) resta chiuso, come l’Angelo Mai, come il Teatro Valle: lì c’erano fermenti vitali che il comune ha deciso di estromettere. Altro che Estate romana, che i fermenti li sosteneva e li metteva in circolo.

Sarà perché la giunta Marino non nasce da un’opposizione agli anni di Alemanno, dice Walter Tocci, tra i pochi senatori a votare contro l’ultima, pessima, riforma costituzionale. Non è stato affatto elaborato il lutto della sconfitta del 2008, al sindaco fascista è stato consentito di far qualsiasi cosa, apertamente e in segreto. Non si è cercato di fermarlo o di lanciare l’allarme nemmeno per gli scandali più patenti, le piscine olimpiche, la pioggia di cemento che negli ultimi giorni diventò un diluvio. “Una catastrofe. Sarebbe un bel segnale – propone Tocci – se il Pd lasciasse per un giro, se non si presentasse. Se si formasse una lista civica che favorisse la crescita di intelligenze, di competenze. E la mobilitazione democratica, così da avviare grandi riforme, quelle vere che poi diventano irreversibili”.

E Tocci si spinge più in là: aboliamo il Comune, costruiamo una nuova forma istituzionale. Discutiamone, ci sono pro ma anche contro. Il senatore insiste: il comune è fuori misura, troppo grande per stare vicino ai cittadini, troppo piccolo per governare i grandi cambiamenti strategici. Al posto del comune una città metropolitana (elettiva, però) di rango regionale, i municipi elevati a rango comunale. Così anche, smantellando le burocrazie regionali e comunali, da riformare la pesante macchina amministrativa, formata da ottimi funzionari ma anche da persone meno impeccabili. La nuova istituzione dovrà essere impegnata innanzitutto a riconquistare la credibilità distrutta dai recenti scandali. Avrà i poteri legislativi per governare contando sule proprie risorse, come le Regioni. Quando chiederà allo Stato qualcosa dovrà dimostrare che è nell’interesse non solo dei romani ma di tutti gli italiani”.

La corruzione vince se fa leva sulla rassegnazione, l’idea che nulla si possa fare per cambiare il futuro, conclude Tocci: in questo humus prolifera la corruzione, il piccolo tornaconto, la tendenza che sta meridionalizzando la Capitale. Ora che non sono più disponibili spesa pubblica, rendita immobiliare, consumismo omologato va cercata un’altra via. Per tornare ad essere una citta vitale, per cancellare il marchio infamante di “città coloniale” che gli impresse Pasolini, che pure l’amava moltissimo: “Non si piange su una città coloniale / eppure molta storia passò sotto questi cornicioni / col colore del sole calante / e fu spietata”.

A Gorizia non c’è più la Jungle

“Chi sa cosa sia la Jungle di Gorizia?”. Cento giornalisti in sala, solo due mani si alzano. “Questione d’immagine (il racconto del sociale sui media. Il caso dell’immigrazione)”, seminario di formazione per giornalisti organizzato da Redattore sociale ha già dimostrato la sua ragion d’essere se una platea di persone interessate all’immigrazione non sa nulla di questa vicenda. Rara eccezione nella pletora di appuntamenti di aggiornamento professionale, forse frequentato da giornalisti a caccia di punti più che da appassionati.

La domanda la fa Andrea Segre, che non è giornalista. Documentarista, regista (suo il bellissimo “Il mio nome è Li”), racconta cosa sia la Jungle di Gorizia. Un bosco, appunto, dove vivono da più di un anno centinaia di richiedenti asilo. Registrati ufficialmente, il Cara di Gradisca non li può ospitare e sono abbandonati a se stessi finché la commissione non li chiamerà perché possano raccontare la loro storia: un anno, a volte molto di più. Nel frattempo non possono lavorare ma devono risidere qui in Italia, in attesa della chiamata. E dunque vengono gentilmente indirizzati sul greto dell’Isonzo, dove possono costruirsi una baracchetta, plastica e cartoni, per sopravvivere all’attesa.

Che c’entra con la jungle Andrea Segre? Ce l’ha portato un abitante del luogo, con cui il regista era in contatto: non ne hai mai sentito parlare? Ma qui tutti sanno, la jungle è normale.

Normale. Normale vivere così nel primo mondo, quello orgoglioso di Expo e di altre meraviglie. Normale che a questo centinaio di uomini (afghani per lo più, ma anche siriani o egiziani) probabilmente perseguitati in patria non si sappia dare una risposta che non sia: arrangiati.

C’è la parrocchia della Madonnina, di là dal fiume, che offre pasti serali e doccia calda, ma a turno. Ci sono persone che aiutano, ma di nascosto: la cosiddetta società civile vociante già si è lamentata che non può più portare i cani a passeggiare sulle rive del fiume.

Tutto molto normale. Ma avviene che le piogge d’autunno abbiano fatto gonfiare il fiume, troppo. Avviene che il registra, per caso tornato a Gorizia, si renda conto che c’è un pericolo vero, incombente, per quei rifugiati. Ormai li conosce, sa le loro storie. Sa che Alì è arrivato dall’Inghilterra, dove ha vissuto per anni perché ha finito il suo ciclo di studi e ora è a rischio di espulsione, tornare indietro per lui è molto pericoloso. I suoi amici hanno storie altrettanto tormentate, e intanto in Afghanistan la guerra continua. Così decide di fare qualcosa. Chiama i vigili del fuoco che pensano di rassicurarlo: niente paura, il fiume non si gonfierà tanto da inondare le case. Le case forse no, ma l’accampamento è molto più in basso, alcune tende sono già sommerse, si accalora lui. Vedremo, sentiremo la Protezione civile. Il cui telefono squilla a vuoto. Così la Prefettura e il Comune.

Segre, insieme al piccolo gruppo di italiani che è riuscito a coinvolgere, non si dà vinto. Telefona al sottosegretario Luigi Manconi, chiama ancora il sindaco, i vigili. E intanto organizza l’esodo: centodieci persone raccolgono coperte e masserizie e si dirigono insieme verso la stazione di Gorizia. Resteranno lì per giorni, fin quando il sottosegretario Manconi riuscirà a ottenere che si allarghi il Cara di Gradisca. Come? Ma riaprendo l’ex Cie, una galera.

I letti sono di ferro, inchiavardati al pavimento, non c’è acqua calda, ci sono invece  moltissime sbarre: la situazione migliorerà, assicurano le autorità, e speriamo. Intanto il fiume è lontano, questa volta non ci saranno sciagure. Grazie a chi?

Nota a margine: sì, una delle due persone che sapeva cos’era la jungle sono io. Perché? Grazie a Gazebo, RaiTre, che sull’immigrazione sta facendo, zitto zitto, un lavoro egregio. Diego Bianchi è andato nella jungle, ha parlato con alcuni dei suoi abitanti, e dunque mi ha consentito di informarmi meglio. Così come ha fatto con altri servizi a Ventimiglia, alle frontiere ungheresi, a Lampedusa. Ovunque intervistando persone, non stereotipi. Cercando la loro storia, come ha fatto con i due fidanzatini siriani approdati ad Amburgo, indimenticabili. Guardandoli negli occhi, e guardando negli occhi anche noi, che non vogliamo farci carico di quel che avviene nei luoghi di conflitto anche per colpa nostra, dell’Italia e dell’occidente. E che del mondo fa una giungla da cui fuggono uomini e donne e bambini. Sì, quelli come il bimbo Aylan, quelli come noi.

Dal Ciad a Pisa, e a Roma

CiaLiLaPi, cioè le tappe di un lungo viaggio dal Ciad, passando per Libia e Lampedusa, infine a Pisa. E’ il titolo del documentario di Tiziano Falchi e Fabio Ballerini, proiettato ieri a Logos-Festa della Parola presso il centro sociale Ex Snia di Roma, a cura della Scuola popolare Pigneto Prenestino. Un’iniziativa fitta di dibattiti e incontri, venerdì tra l’altro quello con i no-border di Ventimiglia, sgomberati in malo modo appena il giorno prima.

CiaLiLaPi, (qui il trailer) racconta per la verità solo una parte del viaggio. L’occasione è la brusca chiusura dell’Emergenza Africa, la “dismissione” di un centro di accoglienza allestito dalla Croce Rossa alla bell’e meglio in vecchi container. Gran uso di personale volontario, 45 euro al giorno per ogni richiedente asilo, molto più dei 35 a cui ci ha abituato Mafia Capitale. Finito il flusso, via tutti con una mancia di 500 euro in cambio della firma sull’accettazione dello sgombero, e peccato che non sappiano l’italiano, che non sappiano che fare, dove dormire o mangiare. Una delle tante piccole storie ignobili che avrebbe potuto cadere nell’indifferenza. Invece no.

Invece un gruppo di richiedenti asilo non va via, resta. La Croce rossa smantella i letti, porta via le strutture, ma il gruppo resta lì, senza i 500 euro, affiancato da qualche operatore e da due associazioni, Africa insieme e Rebeldia. Il video racconta la storia di questo gruppo, il piccolo artigianato per autofinanziarsi con i mercatini, la scuola di italiano e inglese e arabo, i corsi di teatro, l’orto per tagliare i costi della spesa e avviare un micro commercio a km zero. E la partecipazione al documentario, la capacità e la voglia di raccontarsi. Così da diffondere anche il valore di questa esperienza, renderla conosciuta e paragonabile ad altre, lasciare una memoria che altrimenti sarebbe dispersa.

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Il difetto del video, la lunghezza, è però anche il suo pregio: il trasformare i richiedenti asilo in persone, con le loro diversità, le ombre e le bellezze. Diventano persone, leggi l’emozione sul viso di chi ricorda il viaggio, i compagni morti in mare, la perdita di un padre che non si potrà nemmeno piangere sulla tomba. L’orrore della guerra per chi non la fa, i civili, e per chi la fa, i ribelli. La fatica di reinventarsi, il rapporto con una specie di italiani diversi dai burocrati della Croce Rossa, i loro compagni di strada italiani. Una strada durata poco più di un anno: durante il quale ognuno ha trovato una sua strada. Ha proseguito il viaggio per raggiungere amici o familiari, è rimasto a Pisa con un contratto di lavoro. Ha trovato casa. Si è iscritto all’università grazie a borse di studio. Ognuno ha trovato la sua via, non ha più bisogno di vivere nel “Centro di accoglienza autogestito”. Che, infatti, ha chiuso con una grande festa.

Una storia quella di CiaLiLaPi che un po’ ricorda quella del centro sociale Ex Snia, che ha ospitato nella sua palazzina un gruppo di braccianti africani. Erano i giorni di Rosarno, dove si sparava nelle strade a chiunque avesse la pelle nera, una vergognosa vicenda di sfruttamento e razzismo. Di qui la fuga dei braccianti, molti dei quali si erano ridotti a dormire alla stazione Termini. E’ qui che è avvenuto l’incontro con i ragazzi del centro sociale, e un lungo percorso che ha portato un centinaio di braccianti a trovare la propria strada, senza dimenticare i compagni lasciati in Calabria o nei campi di Puglia. Nessuno del centinaio di africani dell’ex Snia abita ancora la palazzina, tutti hanno trovato una casa vera. Ma restano insieme per fare iniziative, manifestazioni, incontri nell’”assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma”. Da questa vicenda nasce anche la Scuola popolare Pigneto Prenestino, che dal 2010 insegna italiano a persone di ogni provenienza. Una scuola orizzontale che ha sede nella stessa palazzina in cui furono ospitati i rosarnesi, i cui i “maestri scalzi” insegnano gratuitamente per quattro sere a settimana, e che, oltre a portare molti studenti alla certificazione A2, rende concreto uno dei diritti fondamentali dell’uomo, il diritto di parola: parlare, capire, esprimersi. Raccontarsi e comunicare.