4stelle Hotel, storia di un’occupazione

Il primo è stato il fotografo Tano D’Amico, negli anni Settanta. Fotografava i ragazzi del movimento, i rom, gli occupanti di casa, i diversi. Diceva che le definizioni si trascinano dietro gli stereotipi, e che lui guardava i suoi soggetti come persone, dunque non più soggetti ma protagonisti. Infatti: i suoi ragazzi, le donne, i bambini sono trattati con rispetto, nessuno gli ruba la dignità, e dunque sono fieri, belli. Tano D’Amico ha fatto scuola, a giudicare dal lavoro interattivo che ha vinto il Premio Alpi 2015, “4Stelle Hotel. Una giornata ordinaria in un posto straordinario”, web documentario di Valerio Muscella e Paolo Palermo.

In che senso web documentario? Basta andare all’indirizzo http://www.4stellehotel.it/ per trovarsi di fronte alle vetrate del palazzo dell’Eurostar Congress, ex albergo chiuso nel 2011 e occupato un anno dopo da 218 famiglie, cinquecento persone organizzate dai Blocchi precari metropolitani. Sulla via Prenestina, tra Tor Sapienza e Mistica, l’ex albergo è diventato il rifugio di cinquanta rifugiati, 218 provenienti dal Corno d’Africa, 85 dall’Africa sud-sahariana, 28 dall’est Europa, 29 dall’America Latina, quattro italiani, venti nuovi italiani. Tra loro, ottanta bambini sotto i 13 anni. Molte le coppie miste.

Sulle vetrate dell’hotel i quattro campi di scansione temporale (mattina, pomeriggio, sera, notte) raccontano la vita quotidiana, l’organizzazione dell’occupazione e le vicende delle persone approdate lì. Vicende che si possono seguire anche singolarmente, persona per persona: foto e video accompagnano il viaggio in una realtà complessa.

Persone, non soggetti. I bambini, molti nati al 4stelle Hotel, vanno a scuola e giocano, litigando tra maschi e femmine come in tutti i cortili romani. Mahamud, Manuel, Aziza, Alan, Fatima, Roberto, Maria, Bashir, Micol, Anna… nei loro nomi quattro continenti, nei loro occhi il futuro. Ma c’è chi dice no: il Piano Casa all’articolo 5 (contro cui il 16 ottobre 2015 ci sarà sit in a palazzo Chigi) prevede il distacco delle utenze per chi occupa, e la cancellazione della residenza: senza residenza niente scuola. Possibile penalizzare i bambini privandoli dell’educazione?
Ecco la palestra di boxe, messa su dal peruviano Antony per i bambini dell’occupazione. Ecco l’etiope Ninish, due figli ancora laggiù. Ecco la solidarietà fattiva, l’accoglienza provvisoria agli abitanti di un’occupazione appena sgomberati in via Tre Teste. Ecco Ibrahim, che scrive un diario e ripercorre la strada che l’ha portato qui. I suoni della vita quotidiana accompagnano le loro testimonianze.

Come si organizza una convivenza tra tante culture diverse? Per il cibo, ad esempio, ci sono quattro cucine divise per culture culinarie: africana, russa, sudamericana e araba, un piccolo ristorante mediorientale gestito da Zubida. Le feste religiose si solennizzano nel salone, a seconda delle scadenze. Il resto si fa insieme, insieme i turni di portineria, insieme le discussioni sui problemi organizzativi. Insieme si resiste ai tentativi di sgombero, come quello del 2 maggio 2013.
Il lavoro per “fabbricare” questo web documentario è stato lungo, lungo quasi come l’occupazione: “Siamo andati al 4stelle Hotel Valerio e io qualche giorno dopo l’occupazione, e siamo stati colpiti da una realtà molto composita. Dopo qualche mese ci siamo chiesti come raccontarla, e abbiamo scelto questo modo, mescolando video e foto e racconto scritto, così da comunicare la diversità delle persone, racconto verticale e orizzontale. C’è chi è da poco in Italia, chi ci vive da vent’anni. Chi ha i documenti a posto e chi no. Chi dormiva per strada e chi è stato sfrattato. Abbiamo studiato il filo della narrazione, la vita quotidiana, i video sono approfondimenti. Lo stile è sporco? Forse: abbiamo cercato un linguaggio che possa restituire la complessità di quel luogo, le sue asprezze e le sue contraddizioni”.

Non dev’essere stato un lavoro facile, soprattutto perché condiviso con gli abitanti del 4stelle Hotel. Le asperità del confronto, a volte, la fatica dell’impegno di frequenza, finché la macchina da presa e quella fotografica diventassero trasparenti, la capacità di deporle e fermarsi a discutere… “Sì, per due anni siamo spesso andati lì – dice Palermo – a volte ci hanno criticato, ma raramente. Forse il nostro voler raccontare la loro storia, il nostro giudicarla interessante e appassionante ci ha aperto una strada, le occupazioni e ci ci vive spesso sono considerati marginali. O forse è piaciuta la nostra voglia di raccontare le loro storie senza prevaricazioni”.

Senza prevaricazioni ma con un’intenzionalità precisa, dice il fotografo Valerio Muscella: “All’inizio volevamo documentare, poi siamo diventati più ambiziosi, abbiamo scelto la narrazione, discutendo insieme come raccontare, come integrare foto che evocano il video, assecondando il testo scritto e sonoro. Tanto da organizzare il lavoro prima ancora di farlo e, a volte come per i ritratti, addirittura chiedendo alle persone di sedersi sul letto, così da fare ritratti simili nella forma e diversissimi nei contenuti, viste le diversità di provenienza, cultura e personalità. Richiesta che gli abitanti del 4stelle Hotel hanno accolto senza imbarazzi, come un gioco, infatti divertendosi”. Valerio è appena tornato dal un lungo viaggio al confine tra Austria e Ungheria, ha passato parte dell’estate a Calais, sugli scogli. “Da anni con Paolo seguiamo le vicende delle migrazioni, vogliamo continuare a fare reportage e foto, sperimentando il linguaggio multi e trans mediale”. Certamente però torneranno al 4stelle Hotel. Perché lì, conclude Paolo, oltre a rispetto reciproco ormai “si sono creati legami forti, vere amicizie”.

Testo pubblicato sull’Unità il 23 settembre 2015

La verità e il romanzo

Cronache da Mantova

«La letteratura è potenzialmente sovversiva: sfida il potere e dunque è un rischio». Mario Vargas Llosa, terzo premio Nobel di Festivaletteratura di Mantova, è il duecentosessantesimo evento che chiude la rassegna mantovana, gran successo di pubblico.  A dimostrazione che se i libri languono nelle librerie, gli eventi editoriali sono vivacissimi. Perché? «La letteratura mette in moto la fantasia e l’immaginazione, lavora sul linguaggio e accresce la conoscenza, l’uomo ha bisogno di narrazioni – dice Vargas Llosa – un buon romanzo dice la verità anche se mente. Guerra e pace non restituisce la verità storica di quella guerra, lo sguardo di Tolstoi era viziato dal suo nazionalismo russo. Ma che importa? Racconta l’orrore della guerra, la paura della morte, il coraggio, la battaglia, la viltà, la vita. È questa la verità». (Lo scrittore è arrivato da Certaldo dove ha ricevuto il Premio letterario internazionale Boccaccio, assegnatogli da una giuria presieduta da Sergio Zavoli, composta tra gli altri da Marta Morazzoni, Stefano Folli, Margaret Mazzantini che ha premiato anche Milena Gabanelli e Stefano Massini, ndr).

Dove cercare la verità? Che cosa oggi è urgente capire? Sorprendente la risposta: «La caduta del comunismo, la disgregazione dell’Urss. Il comunismo è stato per grandi masse di persone la speranza e l’utopia, la fede in un mondo migliore, una società perfetta senza sfruttamento, senza miseria, con uguaglianza e libertà. Un sogno che si è trasformato in un inferno dove non si poteva soddisfare il desiderio più semplice, elementare. Capire perché è una sfida importante per il mondo moderno». Oggi, intanto, ci sono problemi giganteschi: «La grande ondata migratoria, senza dubbio. Milioni di esseri umani che vivono nell’orrore della miseria, della mancanza di lavoro, dello sfruttamento, della violenza. Sì, anche della guerra. Bisogna trovare una strada per risolverlo, altrimenti ci troveremo di fronte a un periodo oscuro foriero di violenze».

Che cosa hanno dietro le spalle i fuggitivi, Vargas Llosa lo sa bene. Conosce l’Africa, è stato in Congo per raccogliere odori, sapori, storie: «Mi documento per poter mentire meglio – scherza. Ma poi torna serio – vengo dall’America Latina, so bene cosa siamo sopraffazione e violenza. Ma non ero preparato a quello che ho visto in Congo: lì ho compreso davvero la portata di una violenza e di una miseria inimmaginabili. In un paese così ricco, una realtà così corrotta e degradata…». Milioni di persone, dunque, che vivono in condizioni più che primitive, è logico guardino a paesi dove c’è libertà, sicurezza, decenti condizioni di vita.

L’Africa, le migrazioni. Ne parla anche David van Reybrouck, autore di un singolare libro di storia orale sul colonialismo belga e sulle forme di resistenza e liberazione popolare, Congo. Dice: è una delle questioni più calde, oggi, ovvio che sia al centro di un Festival di letteratura come questo: «Del resto l’esperienza del viaggio è legata alla fuga, una svolta di vita, l’arrivo in un luogo ignoto che forse diventerà casa. È una delle esperienze più intense e radicali della vita, protagonista dei grandi libri di narrazione, dalla Bibbia in poi». Non è un caso che van Reybrouck divida con Vargas Llosa l’ammirazione per Euclides da Cunha e il suo Os Sertoes (Brasile ignoto, in italiano) del 1902 sulla guerra di Canudos.

Singolare la lettura dei Fratelli Karamazov fatta da Gustavo Zagrebelsky, densa di passione civile. Ripercorre il conflitto tra il Grande inquisitore, seduttore di folle che vuol essere amato, e un Cristo che, alla fine, si perde negli oscuri meandri della città, di ogni città, tra noi. Restano gli interrogativi, sono gli uomini inclini al servaggio o alla libertà? Cederanno a chi li vuole liberare dalla fatica della democrazia, a chi li vuole sottomettere alla schiavitù della tecnologia? È allora che «la libertà è nella ribellione al potere, il potere è asservimento della libertà».

Passione civile anche nell’incontro tra Paolo Maddalena e Paolo Berdini, moderato da Francesco Erbani, «Le mani sulla città». Si parte dall’urbanistica, dal concetto di ius edificandi per arrivare alle battaglie per la difesa del paesaggio, contro le grandi opere, le cementificazioni, gli interessi edilizi della finanza. «Perché – spiega il giurista Maddalena – lo jus edificandi, il potere di costruire, è del comune, è pubblico, non del proprietario del suolo, lo dice l’articolo 41 della Costituzione che, tutta, promuove lo sviluppo della persona».

«Recuperiamo la civitas, le regole per ritrovare le forme collettive del governo urbano, quel capitale di intelligenza, arte e amore per la bellezza – è l’appello dell’urbanista Berdini – che ha fatto città armoniose e belle come Mantova. Chi ha oggi le chiavi dell’economia non ha alcun amore né legame con il territorio. Le grandi espansioni urbane, i grandi progetti, dovrebbero essere sottoposti a referendum confermativo». Difficile ma necessario difendere palmo a palmo le città. A Mantova accanto a Palazzo Te è stata concessa la licenza edilizia per un supermercato, incredibile. «Abbiamo purtroppo una classe politica asservita al potere economico – conclude Maddalena – ma bisogna ricordare che mano libera ai mercati significa vittoria delle multinazionali. Invece difendiamo il territorio che ci dà cibo e lavoro. È la terra che ci nutre, ci dà i sui frutti. Non la borsa».

Sarebbero d’accordo quelli di Genuino clandestino, una rete di contadini alternativi nata dall’esperienza di “Campi aperti” di Bologna, che hanno presentato un omonimo libro fitto di fotografie su una realtà che ormai corre da nord a sud d’Italia. Rifiutano i vincoli previsti delle norme comunali e europee e vendono direttamente, scavalcando i mercato rionali o organizzandoli da soli. Vogliono che la trasformazione e la commercializzazione del prodotto sia libera per chi produce, buona e salutare per chi compra e consuma. Fermenti vitali, in questi strani tempi di Expo.

(questo articolo è pubblicato anche su Succede oggi)

Salviamo l’Africa

Cronache da Mantova

Una tragedia mondiale. I fuggitivi che si presentano alle nostre porte non si fermeranno, dietro a loro guerra, stragi e una miseria intollerabile sono i ponti spezzati che non consentono di tornare indietro. Indietro dove? «È stupefacente quanto tardiva sia la reazione dell’Europa» dice il premio Nobel Wole Soyinka, a confronto con Romano Prodi (che è stato presidente della commissione Onu-Unione Africana) al Festivaletteratura di Mantova nell’incontro L’Africa come futuro del mondo. E continua come un fiume in piena: «Triste vedere che la reazione è iniziata quando gran parte delle persone che volevano attraversare il mare giacciono nel suo fondo. Troppo a lungo l’Italia è rimasta sola, troppo a lungo l’Europa ha insistito con la regola che obbliga chi fugge a restare nel paese dove approda. All’arrivo in Europa il viaggio del fuggitivo non è finito, vuol andare dove ha parenti, amici, opportunità di inserirsi, conoscenza della lingua. E poi non si fugge solo in Europa: in Africa le migrazioni interne sono enormi, colossali. Solo in Nigeria, colpa di Boko Haram, ci sono due milioni di profughi interni. All’inizio, quando è partita l’ondata di migranti africani ho pensato: eccoli a chiedere quel che è loro dovuto, dopo le spoliazioni coloniali. È vero, ma non si può essere così cinici: questa migrazione è un fatto storico, si trova la morte mentre si cerca di sfuggire alla morte. È in gioco la dignità dell’esistenza, l’entità umana».

Centrale il ruolo dei fondamentalisti islamici, in Africa come in Asia, ma in Africa, dice Soyinka, si rapiscono ragazze, si sgozzano famiglie, attentati e kamikaze sono notizie quotidiane. Il nemico è ubiquo e senza volto, c’è bisogno di una risposta umanitaria al dramma dei profughi, ma anche di una soluzione politica.

romano prodiIl fatto è che l’unico paese a promuovere lo sviluppo africano è la Cina – ribatte Prodi – e per interesse: ha il 20% della popolazione mondiale, il 5% delle terre coltivate. Ha bisogno di cibo, materie prime e energia, e li trova in Africa e in America Latina: «Apprezzo la posizione della Germania e della Merkel, anche se tardiva. Sì all’accoglienza, poi servizi e inserimento in una società che sta invecchiando, che ne ha bisogno: questa è una politica seria, vorrei che lo potessimo fare anche noi. L’Onu ha i suoi limiti: vogliamo che risolva i problemi del mondo, che blocchi i conflitti, e poi le leghiamo le mani con i veti. In Libia, Siria, Ucraina non può far nulla. In Libia dovremmo impararlo finalmente: non basta uccidere un dittatore per creare la democrazia: quando cominciò a girare l’arsenale libico, arrivarono lì faccendieri e criminali, disperati e mascalzoni, i mercanti di carne umana. Chi appoggia i fondamentalisti in Africa? Turchia, Egitto giocano la loro partita, i grandi della terra li lasciano fare. O decideranno di giocare la partita della pace, o ci sarà una guerra devastante».

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Soyinka annuisce: quando ci fu il rapimento di Boko Haram la Nigeria si ribellò all’ipotesi di un intervento dall’esterno, lo definì un atteggiamento neocolonialista. E i fondamentalisti dilagarono. In Mali il pericolo è così grave che l’intervento unilaterale francese è stato giudicato salvifico. Altrimenti, se dal Mali l’Isis fosse tracimato in Nigeria io non sarei qui stasera, sarei in un barcone in viaggio verso l’Italia. Sì, i meccanismi dell’Onu sono macchinosi e tardivi, è più efficace a volte un intervento unilaterale. Ma i governi dei paesi africani contribuiscono spesso alle tragedie che colpiscono i loro popoli».

Guardiamo al futuro, propone Prodi: «L’Africa si sta sviluppando, cresce più del resto del mondo anche se i due fattori del suo sviluppo sono la Cina e i cellulari. Sì, il telefonini sono un mezzo di comunicazione vitale in un paese che non ha infrastrutture, affatto. Ha risorse naturali, il dinamismo dei suoi uomini, ma se non ricostruisce la sua struttura politica non ce la farà. Per questo sostengo, con tutti i suoi limiti, l’Unione Africana. Solo nell’unità, e se si saprà sbarazzare dei suoi governi corrotti, l’Africa ce la può fare». Soyinka gli fa eco: «Agli africani il compito di distinguere amici da nemici, e di prendere finalmente in mano il nostro futuro».

Laboratorio Ishiguro

Una vecchia coppia, Beatrice e Axel, in un paese rurale, antico. Una terra desolata dove tutti hanno la disabitudine a ricordare. I due coniugi sanno di aver avuto un figlio, perché non sia lì con loro l’hanno dimenticato. Per questo iniziano a viaggiare, a cercare figlio e memoria. Sulla via incontreranno folletti e cavalieri, re e giganti. Già, i giganti, sono sepolti in luoghi lontani, riportarli in vita è un rischio, un rischio lasciarli lì. In queste nebbie si muove Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro, al Festivaletteratura di Mantova, in un incontro moderato da Michela Murgia.

Un fantasy, come il precedente romanzo è stato definito fantascienza. Con garbo Ishiguro taglia corto: «Sono sorpreso da questo dibattito sui generi letterari. Non credo ci sia letteratura alta e letteratura di genere, non mi piacciono o ghetti, soprattutto se vogliono ingabbiare l’immaginazione, mentre invece ci sono libri buoni e meno buoni. Quanto a me, cerco di scrivere il migliore libro che mi è possibile, cosa c’entrano le etichette? Capisco, è un sistema utile agli editori, che pensano così di raggiungere i loro lettori. Ma i lettori, appunto, dovrebbero spezzare questi recinti».

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Scrivere è difficile, le parole e le storie a volte fanno resistenza: «Dopo anni di lavoro a volte perdo la testa – dice Ishiguro – farei di tutto per far funzionare la storia, per farla decollare. E dunque uso personaggi insoliti, Galvano, re Artù. E se poi somigliano al John Wayne di Sentieri selvaggi, è proprio quello che voglio». Senza dimenticare che nella cassetta degli attrezzi dello scrittore c’è una forte passione musicale. Ishiguro ascolta musica e la fa, suona piano e chitarra: «La musica è istintiva, mi aiuta a prendere decisioni artistiche, lascia libera la parte meno cerebrale di me».

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In viaggio per ricordare il passato, in viaggio per trovare se stessi: chi si è senza il proprio passato? Ma leggendo il libro, nota Michela Murgia, a volte si ha la sensazione che sia pericoloso disseppellirlo, che magari siano successe cose gravissime, tremende; tirarle fuori significherebbe rompere l’armonia, la pace. «Ma quando è giusto ricordare, quando dimenticare? – chiede Ishiguro – Per amor di pace si può accantonare un conflitto, nascondere una ferita, Ma quale pace può fondarsi sull’oblio? È vero per le coppie, per le famiglie, per gli amici, e anche per le nazioni, per i popoli. Si lascia perdere, si guarda avanti; ma quale amore può fondarsi sull’omissione? Pian piano comincerà a sfarinarsi, a dissolversi. Beatrice e Axel sono vecchi, sanno di avere poco tempo per ricordare e per continuare ad amarsi».

Quando a perdere la memoria sono le nazioni, prima o poi i conflitti riesplodono, Ishiguro ne è convinto. Ottimo lavoro giudica quello fatto in Sudafrica, alla fine dell’apartheid: una riconciliazione basata sul ricordo, sul dolore condiviso, sul fare giustizia pur senza pena. Bene ha fatto l’Europa a elaborare una sua strategia che ha portato oggi a vivere in pace paesi che si sono sanguinosamente massacrati nella prima metà del secolo scorso. Diverso è il discorso per il Giappone e la Corea, ad esempio, o per gli Stati uniti, dove il conflitto razziale ancora non trova una soluzione. Chi fa la guardia ai giganti sepolti? «E guardate quel che avviene in questi giorni con i profughi: Ogni paese ricorda le proprie responsabilità in modo diverso, ognuno si racconta una sua storia invece di accertare e accettare le proprie responsabilità». Poi torna al Gigante sepolto: il mio, assicura, non è un saggio, è un romanzo che lavora su sentimenti ed emozioni. «Sapendo che i sentimenti sono complessi, ambivalenti, si mescolano tra loro, s’intrigano. Scrivo per condividerli con chi mi legge, vorrei chiedergli è così anche per te? Così da fare insieme, in qualche modo, il viaggio della vita».

Le parole e il potere

Cronache da Mantova

Italiani di oggi, italiani di ieri. Mentre in diverse città c’è la marcia degli scalzi, che chiedono corridoi umanitari per bloccare l’ecatombe in mare (solo quest’anno i morti accertati sono 2.748. a cui aggiungere i tanti naufragi sconosciuti), e accoglienza dignitosa, solidarietà attiva, Carlo Lucarelli si unisce virtualmente a quel cammino collettivo. Al Festivaletteratura di Mantova avrebbe dovuto parlare del suo romanzo in uscita, La valle dei sicomori, e invece no. Parla d’altro. Anzi, dell’altro.

«Dalla mia cameretta di Parma vedevo la statua di Bottego, l’esploratore – racconta – sotto di lui, inchinati, due tizi seminudi con scudo e lancia. Chi sono? Un esploratore, come Sandokan? Due indiani, come Toro seduto o Tremal Naik? Sono vinti, è chiaro, ma qual è la storia?». Cosa succede se ci confrontiamo, davvero, con l’altro? Se riusciamo a scardinare gli stereotipi, se ci guardiamo nell’immagine di noi che ci rimanda?

Pregiudizi, stereotipi, desideri. A sfogliare le cartoline d’epoca sull’Eritrea ci sono sempre bellissime donne nude, comunque a seno nudo. Mica ci si veste così sull’altipiano, fa freddo, ma così le vedono gli italiani, così le vogliono. Il sogno sexy dell’esotico non fa paura perché lo domini, se non altro con il denaro o il potere. Eppure ci sono anche rare immagini diverse che guardano gli eritrei e le eritree come persone, non come proiezioni di desiderio, racconta Lucarelli: la foto di una donna decorosamente vestita, evidentemente la compagna dell’italiano fotografato con lui. Lei è una persona, rispettata e probabilmente amata.

Cosa c’è negli occhi di chi guarda? Cosa c’è nei nostri occhi quando guardiamo l’esodo dei migranti, dei fuggitivi? È bello farsi domande, anche se non ci sono spesso risposte: s’intravedono mondi nuovi, si aprono cammini sconosciuti. Per esempio: gli italiani di oggi sono poi così diversi dagli italiani di allora? Istruttivo è rileggere i diari di Montanelli, o il manifesto per la difesa della razza. Lucarelli racconta la storia, una di tante, di un italiano in Eritrea, capo dei carabinieri di Massaua, un certo Livraghi. Che nel 1890 si era messo d’accordo con un faccendiere cosicché ufficiali e ascari italiani arrestavano, e portavano fuori città per poi torturarli e ucciderli concorrenti e chiunque gli facesse ombra negli affari. Associazione a delinquere, una volta scoperta è scandalo, Livraghi scappa in Svizzera. Di lì scrive un memoriale, al processo nonostante le parziali ammissioni verrà assolto. Siamo stati così o siamo ancora così, capaci di corruzione e sopraffazione, anche estrema, per interesse?

E poi. Che cosa andiamo a fare nelle colonie? Un arguto osservatore inglese ci disse: venite in Africa senza sapere che fare, e comunque non ne avete i soldi. Per Lucarelli quello che voleva fare Ferdinando Martini, primo governatore d’Eritrea, era chiarissimo: voleva sostituire gli eritrei con gli italiani, e lo diceva. «Bisognava fare come gli americani con gli indiani, sostituire razza a razza. Poi, giacché aveva il mandato di tagliare le spese, tagliò le scuole per i ragazzi autoctoni. Del resto, che ne facciamo della meglio gioventù eritrea? Ascari, meccanici, camerieri, serve: inutile perder tempo con lo studio».

Tanti echi tra ieri e oggi, troppi. «Bisogna sradicare stereotipi e razzismi dannosissimi per inconsapevoli che siano – conclude Lucarelli – Perché tutti sono l’altro, il diverso, il differente, il nuovo, l’originale. Tutti siamo l’altro, persino se fratello. Senza l’altro, chi siamo?».

gianrico carofiglioSe Lucarelli vuole scardinare gli stereotipi, Gianrico Carofiglio nel suo nuovo libro, Con precise parole,indaga le verità nascoste nelle metafore nell’affollato incontro a Palazzo Ducale. Perché la metafora veicola concetti, produce passione politica, crea comunità riconoscimento reciproco. Può essere usata per scopi malvagi e per ottime imprese, bisogna saperla leggere. Cosa c’è di più efficace e evocativo della “scesa in campo” annunciata da Berlusconi? Scende in campo una squadra di calcio, di qui il nome di Forza Italia, e “gli azzurri” invece che “i forzisti”: metafora calcistica esplosiva in un paese di tifo sgangherato ed emotivo come il nostro. Cosa c’è di più efficace di quel «mettere le mani nelle tasche degli italiani» che equipara le tasse al furto? Monti provò a ribaltarla sostenendo «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», l’effetto fu di riconfermare che le tasse sono un furto. Inutile la negazione; come dimostra l’efficacissimo pamphlet di George Lakoff, Non pensare all’elefante, è anzi un rafforzativo.

Perché la sinistra, il centrosinistra, non sa trovare metafore positive, condividere valori? Obama lo ha fatto: yes, we can evoca una grande possibilità collettiva, c’è il , c’è il noi, c’è il futuro davanti. La traduzione veltroniana, «si può fare», non è efficace. Se pure si prescinde dall’indimenticabile Frankenstein junior, è impersonale, apre una visione parziale, modesta. Il noi non c’è. Né sono più efficaci le metafore bersaniane, insiste Carofiglio che pure ha sostenuto e votato Bersani con convinzione: dannosissimo quel richiamo al partito come “ditta”, impresa commerciale, oppure gli stralunati «tre prosciutti non vengono da un maiale» o ancora «meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto». Chi l’ha mai visto un tacchino sul tetto?

Infine quelle renziane, già quasi dimenticate: «asfaltare», «rottamare». «Al di là dell’indubbia violenza, sono immagini meccaniche. Buone per vincere le elezioni, non per cambiare il mondo. Diceva De Gasperi, e aveva ragione: il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». La lingua del potere, anche nell’epoca della velocità e della pubblicità, va analizzata e decrittata: cruciale questione di democrazia e del vivere civile.

zerocalcareAffollatissimo l’incontro con Zerocalcare, fumettista di culto ormai fenomeno editoriale. In attesa dell’ultimo libro, “L’elenco telefonico degli accolli”, ha sedotto i giovani volontari del Festival che gli hanno riservato un’accoglienza smagata e ironica, ma poi si sono arresi: lui risponde sempre, onestamente e seriamente. Eppure le sue risposte sono spesso accompagnate da risate, risate di riconoscimento, sì anche io penso così, dai, anche tu, possibile? «Se la gente non sa chi sono ci sta – commenta un video in cui anziani mantovani interpellati sul suo nome evocano saponi e bucati – mica tutti leggono libri, e poi i miei sono di una categoria infima come il fumetto, perché dovrebbero conoscermi? In fondo parlo solo di cose personali, fatti miei». Invece s’appassiona, racconta di Kobane, il suo viaggio con la Rojava calling in sostegno della lotta di liberazione curda, racconta il legame antico dei centri sociali con il Kurdistan. E questi ragazzi che di queste vicende sanno così poco ascoltano, domandano, forse approfondiranno. Intanto, tutti in fila fino a notte fonda per il disegnetto di rito sul libro, a rischio di tunnel carpale: «Ma siccome è tardi – dice Zero – non chiedetemi la cappella Sistina addobbata a festa. Solo cose semplici, per favore».

(questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi)

La sfida del libro

Cronache da Mantova

Succedono cose, a Mantova. Persino troppe. Si rischia la bulimia e l’amnesia, tanti sono appuntamenti, spesso sovrapposti. Si fa fatica a scegliere tra desideri; si ha la sensazione di aver perduto l’incontro fondamentale, quello che ti apre il cuore e il cervello a un nuovo autore, a una storia appassionante, a un pensiero forte, a una testimonianza di verità.

Succedono cose in questa città invasa dal Festivaletteratura. Che entra nelle vetrine dei negozi, nei menu dei ristoranti, nei mercati, nelle scuole. E dissemina di eventi i monumenti, i palazzi storici, le piazze e i cortili, tanti. Fino ai gazebo, fino alle bancarelle.

Libri ovunque. Se ne parla con passione, con arguzia, con astuzia. Difficile capire qualcosa delle radici del mercato editoriale, i grandi sommovimenti tellurici che mostreranno i loro effetti negli anni a venire, ad esempio la liaison dei giganti Rizzoli-Mondadori. Di questo non si parla apertamente, forse si aspetta. Non si parla nemmeno delle questioni industriali, pubblicare un libro oggi è facile, poco costoso, fin troppo. Di qui un’invasione di nuove uscite, e le librerie spesso, lo spazio è quel che è, sacrificano i classici. E i piccoli editori continuano ad arrancare.

Si parla moltissimo di genere, di letteratura rosa, gialla o noir. Di libri sul cibo, ricette e affini, scarse le critiche radicali al modo di produrlo. Di musica, come farla e come capirla, come goderla. Di libri per ragazzi, come quelli pulp che vanno fortissimo di Kevin Brocks (L’estate del coniglio nero), e quando lo si sente parlare davvero non si capisce da dove venga tanta passione per lo splattter. I ragazzi leggono poco? Non leggono quel che leggiamo e scriviamo noi, spiega Hans Tuzzi, alias Adriano Bon, lasciando con garbo lascia un graffio profondo: «Che ci siano cinque milioni di ragazzi che non prendono in mano un libro mi dispiace, anche se credo usino altri strumenti per leggere. Mi dispiace di più che il 50% dei manager dichiarino di non leggere nemmeno un libro l’anno». Musil sarebbe d’accordo.

Donne ce ne sono tante. Donne diverse, che esibiscano il distintivo della marcia Perugia-Assisi o la spilla di brillanti, le birkenstock o i tacchi a spillo, terribili sullo splendido acciottolato. A loro sono dedicati molti degli incontri, come quello su Christa Wolf, protagonista la nipote Jana Simon che ha recentemente pubblicato in Germania un testo di conversazione con i nonni, Siate intrepidi, malgrado tutto. Perché questa intellettuale scomoda e eretica, ma a suo modo fedele, scrive nel suo messaggio Anita Raja, non ha mai tradito l’idea di politica come azione, come ricerca del bene comune, di tensione verso una società egualitaria o, almeno, attenta agli ultimi.

C’è Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, ucciso dalla Nigeria per il suo impegno contro le multinazionali del petrolio, che presenta il suo libro sul ritorno nella patria-matrigna e discute con Alberto Notarbartolo sulla presenza – meglio l’assenza – delle donne nei film di Hollywood, e non solo come protagoniste, ma anche come autrici e sceneggiatrici. C’è l’incontro sulle poetesse, che ha portato in scena Antonia Arslan, il racconto del genocidio armeno e insieme la musica e la poesia di quel popolo dimenticato dalla cattiva coscienza del mondo.

C’è l’impegno, la testimonianza. Gino Strada che ha festeggiato la vittoria su Ebola ma ha ricordato che dagli ospedali dovrebbe essere esclusi corruzione e pareggio di bilancio, che tutti e non solo i ricchi avrebbero diritto di prestazioni di alta qualità.

Il fotografo Mario Boccia, insieme a Raniero La Valle, ha mostrato le belle e drammatiche foto della marcia dei 500 a Sarajevo, impresa utopica e apparentemente impossibile di interposizione tra fazioni in lotta, che con la sua piccola vittoria ha aperto la strada al pacifismo di massa. Fotografie, ha sottolineato con amarezza, poco interessanti per i giornali dell’epoca, e dunque mai pubblicate.

Non manca la letteratura, la grande letteratura. Tra gli altri ci saranno Kazuo Ishiguro, Wole Soyinka, Javier Cercas, Andre Dubus, Tzvetan Todorov, Richard Ford, Okey Ndibe, Chiara Valerio, Sandro Veronesi.

Sembra vivo, il libro, vivissimo a giudicare dal successo di questo festival. È così davvero? A saperlo guardare, in filigrana serpeggia il timore delle nuove tecnologie, un neoconservatorismo che nemmeno si nomina più, accontentandosi della sopravvivenza giorno per giorno. C’è chi è convinto che i contenuti resteranno, quale che sia il supporto che li veicola, e saranno ancora più diffusi: come è avvenuto con la musica, che dai concerti è sciamata sui giradischi, alla radio, su cd e sul digitale, facendo sopravvivere ognuno dei mezzi di diffusione scavalcati via via dall’innovazione. Perché un bel libro ha una sua materialità, un odore, una carta da sfogliare a cui è difficile rinunciare. Ma l’enorme produzione delle riviste professionali, delle tesi di laurea, dei libri di evasione – riflette Hans Tuzzi – hanno una loro logica evoluzione nel virtuale. Del resto anche il libro, che oggi ci sembra avere un valore sacrale, è nato – pergamena e tavole di legno per copertina – per superare il fragile papiro quando i cristiani cercarono un modo di diffusione rapido e solido e duraturo per i Vangeli e le scritture sacre. I libri resteranno, se valgono. Quanto al digitale, bisognerà vedere se sarà solo un più comodo e rapido supporto o se grazie alle sue potenzialità peculiari saremo in grado di inventare nuovi modi di fruizione e di comunicazione del pensiero, delle storie, delle emozioni.

(questo articolo è pubblicato anche su Succede oggi)

Il rischio delle idee

Cronache da Mantova

Sono in pericolo le idee, la capacità e la possibilità di esprimerle? Oppure sono le idee, certe idee, ad essere pericolose? Al doppio interrogativo allude il titolo dell’incontro serale di ieri al Festivaletteratura di Mantova con Edgard Morin e Tariq Ramadan: «Il pericolo delle idee». Una grande folla, ben più vasta del pure ampio cortile di Palazzo Ducale, è accorsa ad ascoltare il pensiero del vecchio filosofo e sociologo, comunista antistalinista, e il suo dialogo con l’”allievo” Ramadan, noto islamista, moderati da Riccardo Mazzeo.

«Guardiamo all’oggi: c’è chi fugge dalla guerra o dalla miseria, dalla persecuzione – dice Morin –. Quella dei migranti è la tragedia del secolo, una tragedia dell’umanità, come la Seconda guerra mondiale. La forza, la verità dell’umanesimo europeo non è la dominazione dell’uomo sulla natura ma il pieno riconoscimento dell’altro, simile a sé e differente. Abbiamo dimenticato quanti europei per fuggire dalla guerra, dalla dittatura e dalla miseria sono fuggiti dall’Europa nel secolo scorso. E che Francia, Spagna e Italia sono paesi strutturalmente, storicamente multiculturali. Dovremmo guardare a chi viene a chiedere asilo come i nostri nonni: questi stranieri e fratelli fanno l’esperienza dei nostri avi, anche loro migranti in terre straniere. Bisogna opporsi alla paura del futuro, che nasce dalla crisi europea, dall’incertezza del mondo. Il rifiuto è chiusura in se stessi. Due fatti avvenuti in questi giorni hanno cambiato il nostro sentire. L’immagine del piccolo bambino che ha commosso l’Europa, e gli atti di Angela Merkel, donna terribile, eppure umana. Il mondo occidentale è circondato da una cintura di bidonville, di miseria inaccettabile prodotta da uno sfruttamento sempre più capillare, dall’espulsione dei contadini dalla terra, dal riscaldamento globale, da nuove tecnologie che pure aggravano la miseria generale. Le guerre peggiorano la situazione, portano alla dissoluzione etica: bisogna fermare la guerra in Siria, in Iraq, in Medio Oriente. Le bombe e i droni favoriscono i più radicali tra gli islamisti, e i più radicali tra gli antislamisti».

tariq ramadanL’accoglienza, la restituzione di dignità e legalità sono un obbligo per noi europei, per noi occidentali, conviene Ramadan: «È una vergogna che ci si commuova davanti alla foto di un bambino – dice – quando sono cinque anni che gente di tutte le età muore nei nostri mari. Solo dopo quella foto ci si rende conto? Bene, una volta emozionati bisogna fare una rigorosa analisi politica ed etica, bisogna capire da cosa fugge quella gente. Che cosa avviene nei loro paesi? Che cosa avviene in Medio Oriente? Perché si è intervenuti in Iraq e non in Siria? Cina e Usa si sono messi d’accordo per non mettersi d’accordo e la situazione è marcita: ci sono stati che commerciano armi, fanno quattrini sui morti». Neanche l’Europa è innocente: «Perché non ha una politica estera, e ci si occupa solo di interessi economici e geopolitici? Andando avanti così daremo le dimissioni dall’umanità. E poi c’è la questione palestinese, cuore del conflitto in Medio Oriente. Innegabili le responsabilità dei paesi europei, ma ci sono il disordine e la vigliaccheria dei paesi arabi. La concezione letteralistica dell’Islam tradisce il pensiero musulmano, e mette tutti i musulmani in pericolo».

Le tre religioni monoteiste hanno lo stesso dio, e persino lo stesso libro: perché sono nemiche?, si chiede Morin. «L’universalismo del messaggio di Cristo è la fratellanza, è la comprensione e la compassione, è il dio misericordioso capace di perdono. Dov’è il male? Nella follia dell’assoluto e della verità, nella fine della speranza. Dopo la morte del comunismo le vecchie religioni sono tornate giovani, gli uomini hanno bisogno di fede e di speranza, non si può vivere di sola materialità».

Ma dalle religioni bisogna saper discerne il peggio dal meglio, insiste Ramadan. «Il dogmatismo è un pericolo. Da credente dico che è irrinunciabile il rispetto per la dignità umana, la libertà di espressione e di movimento. Principi che vanno difesi dentro il tempo, il nostro tempo, così da farci protagonisti, tutti, della nostra storia. Quanto alla scienza, all’economia, hanno al centro l’uomo o il profitto?».

«Siamo figli e cittadini della stessa terra – conclude Morin – è questo il dono della globalizzazione, ma questa identità va ancora costruita. Per questo dobbiamo correre il rischio del perdono, condannare il male ma riconoscere a chi lo fa che può migliorarsi, che la sua umanità non è solo male». Perché la somma dei nostri errori non ci definisce, ribatte Ramadan, mai ridurre un uomo alla somma dei suoi atti. «C’è una parola che definisce la capacità del credente musulmano di perdonare, lo sforzo di vedere la bellezza negli altri. È jihad, purtroppo spesso usata per tutt’altro».

(questo articolo è pubblicato anche su Succede oggi)