Operai in fabbrica negli anni ’70

Cos’è la fabbrica? Come è andata la stagione delle grandi lotte operaie negli anni Settanta? Per ricercare i mille fili – storici, sociologici, politici, tecnologici – il centro di documentazione Maria Baccante, ospitato nella Casa del Parco delle Energie, a Roma su via Prenestina, ha organizzato una mattinata di confronto e studio, dibattito e testimonianze scegliendo alcuni testimoni del tempo, coordinati da Michele Colucci, Giovanni Pietrangeli, Ilenia Rossini.
Difficilmente una persona normale – se non è un operaio, un tecnico, un medico – entra in fabbrica, quella vera. Gli ospiti si fermano alla palazzine della direzione, semmai. Il rumore, il sudicio, l’oscurità o la luce abbagliante restano il vissuto di una parte limitatissima della società.


Invece le cinque testimonianze degli operai chiamati al convegno restituiscono il fracasso, i pericoli, le condizioni di lavoro dentro quei capannoni chiusi, separati. Dove si viveva, come racconta Aldo Polido della Fatme, ma è il sentimento di tutti, una relazione di amore e odio. Amore, perché il lavoro dà autonomia, consente di fare scelte da adulto, di costruirsi una vita e una famiglia. Odio per la condizione ristretta, i ritmi sempre più affannosi, i rischi per la salute e per la stessa vita. L’odio lo provano tutti: “Sono entrato in Fatme nel ’62 a 19 anni, subito mi sono accorto come fosse distruttivo e massacrante quel lavoro, c’era gente che piangeva perché non riusciva a mantenere i ritmi. All’uscita eri sfinito. Alle presse – era una fabbrica di meccanica pesante – c’erano ritmi tremendi, i capireparto (spioni li chiamavamo) si nascondevano dietro le colonne per prendere i tempi di nascosto. E se sbagliavi, le mani ti restavano sotto le presse. Alla galvanica invece il problema era la salute, gli acidi, l’aria che si respirava. Non era un caso isolato: alla Coppola, fabbrica di batterie, gli operai ogni sei mesi dovevano farsi la lavanda gastrica. Il capitalismo è senza cuore”.


Eppure sono stati proprio i ritmi il collante che ci ha portato a unirci, dice Irma, del Comitato operaio Autovox, un gruppo di donne e uomini che hanno mantenuto ancora oggi relazioni e rapporti stretti, anche questo è il risultsto delle lotte di allora. Racconta Rosa: “Facevamo televisori e autoradio, eravamo una fabbrica elettronica metalmeccanica a alto tasso di tecnologia. Andava bene, poi, quando è stata rilevata dalla Motorola, che aveva interesse solo a entrare nel mercato europeo, ricerca e innovazione sono stsate abbandonate e la fabbrica ha cominciato a andare male. Il decentramento e la precarizzazione hanno fatto il resto. Oggi che le fabbriche non ci sono più è sparito anche il rispetto della persona e fare lotte per i diritti minimi è ancora più difficile. All’inizio, nel ’69, c’era la catena di montaggio, c’erano i forni in cui inserivamo con le mani nude le basette a cui dovevano saldarsi i diversi componenti. A volte dai forni uscivano vampate improvvise, soprattutto quando lo pulivamo a fine lavoro. Poi hanno ristrutturato,furono costretti a ristrutturare, inserendo cappe di aspirazione per evitare gli effetti della nocività sulla salute della lavorazione, la nocività modificò i miei ormoni femminili riempiendomi di peli, fummo posti a cure e controlli periodici. La ristrutturazione portò una lavorazione a isole, e una catena di montaggio non meccanizzata”.

“Tu eri un pezzo della macchina – ricorda Maria Maggio, Voxon – avevo 19 anni quando sono entrata. Grandi saloni e la catena di montaggio, in mano un saldatore a piombo. I nostri movimenti erano misurati e richiesti al millimetro. E non c’era orario, ti veniva comunicato giorno per giorno, il sabato per la domenica. C’ero andata perché volevo essere libera, decidere il mio futuro, ma in fabbrica, anche se allora avevamo stipendi dignitosi, non era possibile. Ci siamo ribellate, eravamo al pieno delle commesse. Poi il declino, la crisi, la cassa integrazione. Oggi le cose sono molto cambiate, è tornato il cottimo, non c’è dignità. Se un lavoratore viene pagato 300 euro per 4 ore al giorno, come potrà mai alzare la testa e fare sciopero?”.

Non solo nelle fabbriche metalmeccaniche. L’interno dei capannoni sono antri oscuri e insospettabili anche nell’alimentare. Racconta Raffaele Lo Russo, operaio Peroni: “Entro nel ’74, e mi mandano al reparto 40, l’imbottigliamento: eravamo 150. Poi c’erano la sala cottura, filtrazioni, officine, falegnamerie, gli altri reparti. Il malto e l’orzo entravano in sala cottura, fermentavano, passavano per la filtrazione e arrivavano al nostro reparto. C’era un rumore spaventoso, sembrava una guerra: erano le bottiglie che scoppiavano. I carrelli diesel, e a terra era tutta acqua che si usava per togliere i vetri delle bottiglie rotte. La macchina lavava le bottiglie con sala soda e fumi nocivi, poi, una volta inserita la birra nelle bottiglie, andavano dentro ai pastorizzatori. La pastorizzazione è un sistema di passaggi rapidi di caldo e freddo per ammazzare i microbi, c’erano enormi serpentine per il raffreddamento e il riscaldamento. Intanto, con le temperature caldissime le bottiglie scoppiavano dentro il pastorizzatore, i vetri cadevano su altre bottiglie e facevano cadere o scoppiare anche loro. All’uscita c’era un operaio addetto a raddrizzare le bottiglie, quelle cadute e ancora intatte. Dopo il pastorizzatore andavano all’etichettatrice. Anche qui era una guerra sui ritmi, contro chi ci controllava”.


Alla Contraves, multinazionale svizzera, la catena non c’era, era una fabbrica di colletti bianchi, gli operai una minoranza. Maurizio Rossi ci è entrato nel ’69, e da allora ha costruito sistemi elettronici per armi, una produzione rivolta all’estero, soprattutto in terre di conflitti, dal Medioriente alla Libia, all’Iran e all’Iraq. Tra le fabbriche romane – che raccoglie decine di migliaia di lavoratori, nonostante la vulgata che sostiene non ci fossero a Roma, con l’eccezione della classe operaia tradizionale di edili e tipografi – molte erano militari. “Noi, dice Maurizio, eravamo cinquecento, in migliaia alla Selenia, all’Elettronica, alla Romanazzi. Certo, c’era il polo poligrafico, è leggenda la lotta dell’ Apollon, occupata dai lavoratori per un anno, fino al maggio ’69. Ma c’erano anche la Rotocolor, la Tecnicolor, il gruppo Abete… 20-25.000 lavoratori a cui aggiungere la valanga degli edili. Un milione di lavoratori che in quegli anni cominciarono a diventare protagonisti di lotte importanti. Per questo decidemmo, in Contraves, di contattare le altre fabbriche della Tiburtina, quando c’era una lotta tutti insieme andavamo davanti ai cancelli. E ottenemmo grandi risultati, certo. Innanzitutto l’abolizione di quattro ore settimanali, così da arrivare alle famose 40 ore, poi l’abolizione del cottimo. Infine il superamento delle commissioni interne e l’istituzione dei consigli di fabbrica eletti a liste aperte, iscritti e non iscritti ai sindacati. Abbiamo anticipato così alcuni contenuti della legge 300, lo Statuto dei lavoratori. Ricordo ancora il diritto all’istruzione, le 150 ore, le lezioni di fisica di Marcello Cini, in aula insieme noi operai e gli studenti, lo studio della medicina del lavoro. E il grande salto culturale che facemmo, noi che avevamo poco studiato, per conoscere e portare sul posto di lavoro le lotte per la salute”.

La nostra forza non fu solo la contrattazione sindacale, ricorda Aldo della Fatme: “All’interno le cose miglioravano, ma all’esterno peggioravano, aumentava il costo della vita, la questione della casa diventava sempre più stringente. Per questo siamo usciti sul territorio. Il sindacato fece resistenza, cercò di stoppare la relazione tra avanguardie operaie e movimento studentesco. Anche il Pci, che per anni ha occupato le case e lottato con gli strati popolari, ha smesso e ci fermava. Il sindacato, l’Flm, si è diviso, le lotte si sono fermate. Paghiamo ancora quella divisione”.
E’ d’accordo Anna, comitato Autovox: “L’Flm è stata l’espressione più avanzata del sindacato e del Pci. La rottura è stata durissima. Noi però avevamo creato il comitato operaio, spesso in frizione con il sindacato e con la Cgil, soprattutto sulla questione dello scorporo.
Contro i licenziamenti certi, resistemmo ancora, occupammo la palazzina della direzione chiedendo unità fra lavoratori contro i licenziamenti certi, così che i destinatari delle assunzioni non potessero salire a firmare le lettere di assunzione alla Nuova Autovox, altrimenti avrebbero lasciati soli i certi licenziamenti. Un po’ ci sopportarono, poi la beffa: arrivò il delegato sindacale a scortare un gruppo di lavoratori, volutamente impauriti, per firmare le lettere di assunzione alla Nuova Autovox, da parte nostra nessuna reazione nei loro confronti. Arrivarono i licenziamenti, con la lista di lavoratori compreso tutto il comitato operaio autovox, nella lista di licenziamenti furono messi anche marito e moglie e persone vicine alla pensione e persone con handicap, una lista fatta a tavolino e concertativa”.

Raffaele è orgoglioso dei risultati delle sue lotte: “alla rappresentanza del taylorismo contrapponevamo il delegato per gruppo omogeneo. Il consiglio di fabbrica era eletto su scheda bianca, tutti elettori, tutti eleggibili. Abbiamo lottato a fianco degli stagionali, ottenendo liste di precedenza di chi aveva già lavorato, scelto per carichi familiari e anzianità. Per ottenerlo, era l’86, gli stagionali occuparono la mensa, noi entrammo e ci fermammo dietro i cancelli, in agitazione. Fuori dai cancelli c’erano i disoccupati organizzati che appoggiavano gli stagionali: insomma, un assedio”.

La repressione. Fermo immagine dal fil di Gian Maria Volonté “La tenda in piazza”

Amara la conclusione di un altro operaio, più giovane di Raffaele, anche lui alla Peroni: oggi le condizioni in fabbrica sono cambiate, abbiamo un sistema giapponese basato sull’efficienza. Voi eravate tutti uguali, oggi c’è un operaio a 3 giorni, un altro a 3 mesi, salari diversi e incentivi diversi. Come si può fare una lotta unitaria se si è così diversi e sotto ricatto? Abbiamo perso lo sguardo e il percorso di insieme. Sono le conseguenze di un’Europa del mercato che non ha saputo essere l’Europa dei diritti”.
Maria Maggio è sempre stata iscritta alla Cigl, ma non è meno amara: con le operaie di altre fabbriche in cassa integrazione è riuscita a commutare l’assistenza in lavoro, nella Multiservizi che è subentrata al lavoro dei bidelli nelle scuole: “Negli anni ’80 è iniziato il declino. Da allora la sinistra ci lascia. In Multiservizi avevamo otto ore e tutti i diritti. Oggi siano tornati al cottimo e alle divisioni”.
Non ci sono ricette, è evidente. Ma la storia delle lotte è una ricchezza democratica e progressista, può dare spunti e suggerimenti anche oggi. Conclude Raffaele della Peroni, ricordando l’occupazione a fianco degli stagionali: “Quella volta anche i crumiri, quelli che avevano sempre chinato la testa davanti al caporeparto, durante gli scioperi trovarono il loro riscatto. Sapete, da allora alcuni si misero all’avanguardia delle lotte. E poi l’esperienza dei consigli di zona fu importantissima. Dovremmo ricostruirli oggi, i consigli di zona: oggi che le fabbriche non ci sono più, e non c’è più il lavoro fisso. Lì potrebbero organizzarsi i precari e i disoccupati, che non sono rappresentati. Il ‘900 non ha lasciato solo macerie”.

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La lezione di Proactiva: altro che taxi del mare

E’ stata a lungo ferma nel porto di Pozzallo la nave Proactiva Open Arms (Braccia aperte). I responsabili erano indagati per associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ora, caduta l’accusa surreale di associazione a delinquere, la nave è stata dissequestrata, e può ripartire a salvare vite umane. In assenza di navi salvatrici, comunque, i tentativi di arrivare in Europa non si sono fermati: a contare le vittime però, in questo periodo di tempo non c’è stato nessuno.
Cosa ci dice il dissequestro? Sicuramente che la Libia “non è in grado di riaccogliere i migranti soccorsi in mare nel rispetto dei loro diritti fondamentali”, come scrive il giudice nel dispositivo di dissequestro. Visto che la maggioranza dei passeggeri dei barconi proviene esattamente dagli stessi campi di concentramento dove li si vorrebbero ributtare, con la complicità anche dell’Italia. Ma ci dice anche che è prioritario il rispetto delle Convenzioni internazionali del mare e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Insomma, che la stella polare nell’agire in mare, come è da secoli, è la salvezza delle persone più che gli accordi tra stati, tra Libia e Italia. Una decisione che ci riporta nell’Europa di Spinelli, da cui gli accordi italo-libici ci avevano fatto allontanare.


Al governo italiano bisognerebbe ricordare che mai, senza un bagno di sangue, si è riusciti a bloccare un’ondata di emigrazione. Se madri e padri affidano a quei fragili natanti i loro figli è perché dietro non hanno nulla se non fame o morte. In altri tempi i nostri nonni sono emigrati – legalmente e anche illegalmente – per più di un secolo, spinti dalle stesse urgenze, la fame, la guerra, la persecuzione politica o sociale: dovremmo ricordarlo quando scriviamo norme che riguardano persone che partono per gli stessi motivi.
Dovremmo ricordare anche che il diritto di chiedere asilo è una grande conquista: restringerlo ai cittadini di un pugno di stati è incivile. E chi approda sulle nostre coste è, per lo più, un richiedente asilo. Chiamarlo clandestino prima dell’approdo è da canaglie.
Un’ultima cosa. Quel dissequestro rende alle Ong non l’onore delle armi, che non hanno, ma l’onore della loro azione pacifica e umanitaria. Chi ha descritto le Ong come “taxi del mare” – vabbè, si era in campagna elettorale – dovrebbe almeno ora chiedere scusa.

Dopo la sconfitta il Pd romano s’interroga

La sala ha un nome singolare e evocativo, “Aquile randagie”. Ma al centinaio di persone che rispondono al richiamo di Roberto Morassut nel Roman Scout center per riflettere sull’esito delle elezioni (che per la terza volta hanno mandato Morassut in parlamento) la metafora dell’aquila si attaglia poco. C’è un’analisi da fare, c’è da cercare le ragioni per la caduta libera dell’appeal elettorale del Pd, c’è il deserto da attraversare. E, sì, anche un lutto da elaborare, cinque milioni di voti persi in cinque anni.


Morassut ha una sua ricetta: la rifondazione del Pd. Torniamo allo spirito del Lingotto, alla capacità di analisi politica, alla lettura della società. Ora il partito, dice, non fa politica, ma vive un conflitto interno di correnti e consorterie. “Non è solo un rovescio elettorale – dice – è finito il rapporto sentimentale con gran parte del nostro popolo, quella speciale relazione tra il padre-partito e gli iscritti, i militanti, gli elettori. Molti hanno iniziato a rompere il legame, i giovani non hanno mai cominciato a tesserlo. La sinistra era una religione civile, la speranza dell’uguaglianza tra gli uomini”.
Discontinuità, dunque. Il neoeletto propone un congresso straordinario di rifondazione di un nuovo movimento: “Nel Pd abbiamo 200 mila iscritti, molti meno sono gli attivi. Ma ci sono dieci milioni di persone che si impegnano nel volontariato, a volte con valori paralleli ai nostri. Ecco, dobbiamo creare un perimetro in cui tutti possano sentirsi fondatori. Uno spazio aperto, i Democratici”. Invece di dividersi in lotte tra correnti o di stilare una pace effimera, l’Assemblea nazionale dovrebbe nominare una commissione di alto profilo aperta a personalità esterne che stenda un documento politico da discutere in tutt’Italia. E che vigili sul percorso politico.


Suggestiva l’ipotesi, ma l’analisi delle ragioni della sconfitta resta ancora da fare, dei bisogni, delle domande sociali. Nessuno, tra i dirigenti, gli amministratori, i segretari di circolo (“ormai siano clandestini, le sedi non ci sono più, ci ritroviamo nelle case” dice uno, sconsolato) parla del risultato del referendum costituzionale, che pure avrebbe dovuto essere un segnale allarmante. Tutti invece sono decisamente contrari all’ipotesi della creazione di una sorta di movimento verso destra alla Macron, un En marche a guida renziana che lascerebbe il partito ancora più in macerie con l’ambizione di raccogliere gli elettori in fuga da Forza Italia.
Walter Verini, anche lui neoeletto, la mette così: “Aumentano la solitudine delle persone e le disuguaglianze, ma non c’è una sinistra all’altezza. Il partito è come un acquario in cui l’acqua diminuisce e i pesci si addentano l’un l’altro immaginando di salvarsi. Bisogna invece alimentare l’acquario, far entrare acqua nuova. Altrimenti non siamo classe dirigente ma ceto politico che pensa solo alla sua sopravvivenza, la testa girata a guardare il cacicco o il capobastone, non quel che avviene nella società”. In due mesi, racconta, alla Commissione nazionale di garanzia sono arrivati 200 ricorsi per brogli nel tesseramento, liste truccate, anomalie elettorali.
“La mia esperienza nel Pd è finita – dice Raffaele Ranucci, anche lui d’area veltroniana, imprenditore privato e amministratore pubblico – Di fronte alla finanziarizzazione del mondo, che taglia posti di lavoro e impoverisce i già poveri, non siamo stati capaci di capire che bisognava cambiare passo. E intanto i servizi peggioravano, soprattutto in periferia, ovvio che lì c’è rabbia e paura, ci hanno votato contro”. Già, gli elettori chiedono protezione, e non gliel’abbiamo data, dice amaro Antonio Rosati: “Guardiamo cosa abbiano attorno: la Banca d’Italia dice che il 13% della popolazione è povero, 13.800.000 persone. Mentre governavamo la povertà è aumentata di cinque punti”.
“Non abbiamo organizzazione, né progetto, né pensiero – dice Roberto Amici, nella segreteria provinciale di Roma, nel Pci dal ’73 – siamo ancora a declamare valori e contenuti che nella pratica si ignorano. E poi, eliminato il finanziamento pubblico ai partiti, come si fa? Per l’intanto il Pd è governato da chi ha responsabilità nelle istituzioni, ma anche la forma di rappresentanza sembra ora ossidata. E poi nessuno chiede conto a chi ha un incarico politico del lavoro fatto”.


C’è rabbia, anche, che a volte erutta incontrollata: “Ma insomma… ci sono ovunque cacicchi e portaborse, ormai il territorio è balcanizzato, altro che disagio – dice un dirigente intermedio – ma io me ne vado, continuerò a fare politica in un altro modo, in un altro spazio”. “Invece di ascoltare il paese l’abbiamo sfidato” ammette sconsolato Massimo De Simone, vicepresidente di Municipio. “Inutile irridere i Cinque stelle – commenta Silvio Di Francia, ex assessore alla cultura di Roma – arroccandosi nel disprezzo. Abbiamo perso la stima degli elettori, alcuni si sentono traditi. E se vogliamo cercare i colpevoli del disastro, basta guardare gli esempi di familismo nelle liste. Il caso De Luca in Campania, ad esempio…”.
C’è un gran fermento nel Pd, lì almeno dove la botta elettorale non ha lasciato candidati e militanti tramortiti. Così stamattina, al Centro congressi Cavour di Roma, è Peppe Provenzano a chiamare a dibattere di “Sinistra anno zero”. Perché – dice il vicedirettore della Svimez che ha rinunciato a candidarsi nel Pd per protesta contro le liste farcite di famigli, soprattutto al sud – con la crisi “sono tornati i bisogni, la ripresa li ha lasciati intatti. Anche nella ripresa si stavano allargano i divari, tra i cittadini, tra le imprese. Una minoranza ce la faceva per tutti, la media cresceva ma la maggioranza non vedeva via d’uscita. Noi raccontavamo il mondo dei vincenti… il problema non è solo starci, nelle periferie. Il problema è cosa gli dici al popolo…. Se c’è un bisogno di sicurezza, di protezione, vuol dire che la sinistra non fa il suo mestiere. La sicurezza sociale, i servizi che funzionano per tutti: scuole, sanità, assistenza. L’austerità ha finito di distruggere lo stato, dopo il processo di denigrazione e destrutturazione a cui abbiamo contribuito anche noi, la sinistra. Ma se la cosa pubblica non mi protegge, a che serve la politica?”: