La musica è un biglietto di “Andata semplice”

Sullo sfondo, una sequenza bloccata di un film. E’ il mare, il mare, con le sue onde sempre uguali e sempre diverse. Al centro, un molo a cui è legata una barca. Già, ma il molo non tocca terra. Resta lì, circondato dalle onde. La promessa di approdo è fallace. Non ci saranno abbracci, strette di mano, uomini a riceverti. Sei solo, solo.

Bellissimo il fondale di “Andata semplice”, lo spettacolo ideato e diretto da Stefano Cioffi e curato da Stefano Saletti e Barbara Eramo, in collaborazione con Baobab Ensemble e con il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati. Uno spettacolo che per quattro giorni ha animato il Centrale Preneste, il Teatro del Lido, quello di Magliano Sabina. E infine, domani, all’Ara Pacis.

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Foto di Francesca Della Ratta

Contrariamente al senso del fondale, lo spettacolo è gioioso. Una preghiera comune, la ricerca di senso e di speranza, il piacere di cantare e ballare su un palco, condividendo brani della propria vita e della propria cultura.

Lo spettacolo è il risultato di quattro mesi di laboratorio musicale con un gruppo di rifugiati. Per loro il viaggio di andata non è certo stato semplice, e ancora più complicato sarà il nuovo percorso di vita: il pericolo della solitudine, dello spaesamento, di sentirsi senza approdo, è dietro l’angolo. Ma la musica aiuta, la musica e le canzoni che parlano le mille lingue africane, lo swahili, il wolof, il mandinga, il poular, il congolese, l’arabo. Quando cantano, accompagnati dal coro e dalla musica, è gioia pura.

Poi ci sono i testi di Claudio Magris, di Oran Pamuk, Tahar Ben Jallun. Il Mediterraneo, l’altro protagonista dello spettacolo, i confini del nostro mondo, la terra di mezzo che è il luogo della comunicazione, ma che le decisioni di una parte possono rendere una trappola di morte che falcia tante vite, anche. Uomini che dal nostro occidente in cerca di facili sicurezze qualcuno considera “a perdere”; uomini che dentro il cuore, nella traversata notturna nella quale si gioca la loro vita, quando lasciano tutto ciò che finora hanno avuto, conservano quelle musiche, quelle canzoni, quelle passioni.

 

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Nakupenda wewe Nakupenda wewe Mpenzi mbona wanisumbua Kila nifanyavyo sivyo Bibi wacha kunibagua Nakupenda vivyo ulivyo Nakupenda wewe Kichuna ewe kichuna Nina masikitiko Usiku kucha silali Hata nala kwa kijiko Nakupenda wewe”, Ti voglio bene, ti amo mia bellissima moglie, quel che faccio non importa, ti amo, ti amo così, sei una grande persona. Di notte non posso dormire ma domani dormirò. Oggi non sono a casa, domani ci sarò. Oggi sono così stanco che devo mangiare con il cucchiaio come un malato, ma domani starò bene. Ma ti voglio bene, ti amo cara…

 

E intanto, sullo sfondo, le onde inseguono le onde, sul molo che resta in mezzo al Mediterraneo. Ma è difficile guardarlo, quel mare, quando esplodono i tamburi, quando risuona l’oud, Quando i volti si illuminano, le voci si inseguono, cantano la lingua di una casa lontana, ti entrano nel cuore.

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Nelle periferie la politica è nel conflitto

Periferie. Se ne parla di rado, quando c’è qualche storiaccia di nera, quando il malessere esplode, moltissimo in campagna elettorale. Periferie: come fossero tutte uguali. Invece no, sono tutte diverse, ognuna ha le sue pene, i suoi malesseri. Vediamone una, allora: una a Roma, venti minuti di trenino dalla stazione Laziali. Torpignattara, più giù del Pigneto, tra la Casilina e i binari della ferrovia.

A dare retta ai cronisti frettolosi, quelli che scelgono un solo Virgilio per affrontare le stradine e i palazzoni costruiti sulla marrana – f0sso paludoso, in dialetto – è un bronx, un luogo di paure e sospetti. Un luogo dove il senso comune si avvicina molto all’intolleranza, al fascismo. Invece no. I fascisti hanno cercato sponde e approdi, qualche volta trovando un’eco nell’esasperazione della gente, più spesso rimanendo isolati come carciofi nelle piazze deserte. C’è la criminalità, invece, quella nascosta e potente, difficile da individuare passeggiando, che intimorisce e fa affari, spaccio e non solo, molta usura. A cui i poveri sono spesso esposti.

casa3Antico insediamento di immigrazione italiana – dal basso Lazio, dalla Campania e dall’Abruzzo, dalle Marche e a volte anche dagli allora depressi Friuli e Veneto – Torpigna oggi ospita una folta comunità straniera, innanzitutto bengalese. Le frizioni tra autoctoni e nuovi residenti è ben raccontata da Giuliano Santoro nel suo “Al palo della morte” che ricostruisce l’omicidio a freddo di Shahzad, cittadino pakistano, nel 2014 in una strada di Torpignattara. Chi è Shazad ormai lo sanno tutti, a Torpigna. Alcuni vorrebbero rimuovere la storia dell’assassinio di un inerme, preso a botte da un ragazzotto fomentato dal padre e lasciato con la testa spaccata sul marciapiede. I più hanno reagito subito, ricordano l’orrore di quel fatto, la preghiera in pubblico, il sit-in di protesta. Shazad è ancora uno degli abitanti del quartiere, neanche gli avessero intitolato una strada.

Come tutte le periferie di antico insediamento anche Torpignattara si è avvicinata a Roma. Grazie ai trasporti (è lambita dalla metro C) ma soprattutto ai nuovi insediati. Agli immigrati italiani d’un tempo si sono aggiunti gli stranieri ma anche una buona quantità di giovani, studenti fuorisede o artisti o lavoratori dell’intelletto che ne stanno mutando composizione sociale. Agli anziani fanno contraltare i giovani. Non senza frizioni. I cambiamenti fanno paura a chi si sente isolato.

A far da presidio democratico è la scuola Pisacane, che accoglie bambini di tutto il mondo e i loro genitori, che inanella iniziative e incontri di socialità. La scuola, per capirsi, da cui Salvini in cerca di facili consensi contro l’”invasione” è stato mandato via a calci dalle mamme infuriate.

Dov’è la politica a Torpigna? Dov’è la sinistra? La sede del Pd – tranne quando, sotto elezioni, ospita questo o quel comitato elettorale – è sempre chiusa, recentemente impoverita da una scissione che l’ha lasciata in mano alla Margherita. C’è un comitato di quartiere molto occupato a incoraggiare murales, a fare feste di luci sulle facciate delle case, a organizzare l’Ecomuseo Casilino. E stop.

Ci sono due posti, invece, molto vivaci. Il Comitato Certosa e la Casa del Popolo. Cominciamo da qui, dal Comitato Certosa.

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Certosa, Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

La Certosa è un piccolo enclave attorno a via dei Savorgnan, case basse e strade strette. Qui a fare da collante è la memoria di Ciro Principessa, militante comunista ucciso dalle coltellate fasciste nel 1979, a 23 anni. Era nella sezione del Pci Nino Franchellucci, addetto alla biblioteca popolare, quando il figliastro di Delle Chiaie entrò, rubò un libro e mentre Ciro cercava di fermarlo lo uccise; l’assassino, giudicato infermo di mente, fu condannato a 4 anni.

Il viso di Ciro è diventato un grande murale, proprio davanti alla sede del Comitato Certosa, a suo nome si tiene una festa ogni anno nel “Giardino liberato”. Un’area destinata a verde pubblico mai aperta da comune e municipio che il Comitato Certosa ha aperto, allestito, animato e gestito, fornendola di giochi per bimbi, panchine e sedie, iniziative domenicali, dibattiti e mercatino biologico (ogni sabato c’è l’assemblea di gestione, aperta a tutti). Qui, a volte, si affacciano quelli di Sinistra italiana, Stefano Fassina soprattutto che per la sua campagna elettorale romana proprio qui ha scelto di insediare il suo comitato elettorale. Ma gli orientamenti politici nel Comitato sono i più vari. C’è anche chi guarda speranzoso a Mdp, Articolo 1, chi preferisce l’alea dell’alternativa di Civati o Montanari, chi è legato a Rifondazione, molti non votano. Non importa, dice Raffaele, una delle anime del Comitato, ex operaio della Peroni: “La cosa importante è governare il conflitto stando sul territorio, come faceva una volta il Pci. La cosa importante è praticare la strada dei beni comuni, come noi facciamo nel Giardino liberato. E, quest’estate, al parco delle pere. Non il frutto, intendo, le pere dei tossici. Una zona che abbiamo ripulito e sistemato e che vorremmo diventasse luogo di tutti tranne che della droga, come è ormai il Giardino liberato. Senza assegnazioni, senza bandi, con la cura comune”.

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Il giardino liberato della Certosa. Foto di Ella Baffoni

 Progetti partecipati, ricostruzione dei legami nel quartiere, cura e riscatto del territorio: “Più che governare il paese vogliamo governare il conflitto, battere la logica della paura e dell’isolamento – incalza Raffaele – la guerra con gli immigrati è funzionale alla destra, il prodotto paura è ormai quotato in borsa. Ma invece che degli stranieri dobbiamo aver paura di chi toglie spazio a democrazia, diritti, partecipazione”. Partendo dalla sconsolata constatazione che in tanti anni di abbandono si sono cominciate a perdere le stelle polari, i giovani hanno meno memoria storia dei loro genitori.

Poco più in là, ma vicino per iniziative e attività, il combattivo centro sociale Ex Snia, il cui motto “non delegare, lotta” si è fatto largo tra comitati e associazioni. Anche qui gli orientamenti politici sono i più vari, compreso il M5s, compreso l’astensionismo, largo quanto è larga la sfiducia verso le amministrazioni.

“Chi mangia da solo si strozza”. Ad animare la curiosa iniziativa di una cena sociale, gratuita e autogestita è Torpignattara solidale insieme a Apolidia. Un gruppo di persone diverse che partono dalla stessa constatazione: chi è povero è sempre più solo, chi è solo è sempre più imbozzolato nella sua disperazione. Dunque, bisogna ricostruire i legami, riallacciare rapporti, arrivare a quelle persone deprivate di soldi e socialità a cui mancano occasioni. E’ politica anche questa? Sì, lo è.

La prima cena, un esperimento, è stata pochi giorni fa, nella vecchia sede circoscrizionale, dismessa dopo l’accorpamento dei municipi. Una colletta tra i cittadini e tra i negozianti per le materie prime, i volontari in cucina e una bella serata passata insieme a 80-90 persone, occasione per parlare, incontrarsi, stringere relazioni: “Dobbiamo ripensare a come fare politica oggi – dice Francesca, una delle animatrici dell’iniziativa – inventare forme nuove di rapporto. Votare? Il voto è un atto politico, ma non è la politica. In città la politica si fa qui, sul territorio, tra chi ha poco ma molto da perdere. Anche se difficile”.

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La Casa del P0opolo di Torpignattara, ex sezione del Pci

Alla Casa del popolo, pochi dubbi, la sinistra c’è. Due bandiere rosse sulla soglia, l’antica sezione del Pci ospita molte iniziative, oltre alla sezione di Rifondazione. Aperta al quartiere e soprattutto, dice il segretario Domenico Artusa, alla nuova classe lavoratrice: scuola di italiano, sportello legale, iniziative sul trasporto pubblico e sul diritto alla casa, l’occupazione del palazzo Acea di via Tor de Schiavi nel 2013 è stato preparato qui. E molti sono i progetti, come il riuso del mercato di via Laparelli, struttura abbandonata da riutilizzare in senso sociale.

“Quando si lotta per obiettivi concreti il popolo della sinistra si unisce – dice Domenico. E’ successo per l’acqua pubblica come per il referendum costituzionale e anche nelle grandi lotte sul territorio. Ma oltre alle singole vertenze è più difficile organizzare una risposta globale. Bisognerebbe combattere il patto di stabilità, ad esempio: il motivo per cui qui abbiamo voragini nelle strade, illuminazione fioca se non spenta e una preoccupante gestione dei rifiuti”. La Casa del Popolo ha partecipato convinta al percorso del Brancaccio, chiuso improvvisamente giorni fa. E ora? Una cosa è certa: per le regionali ci sarà una lista alternativa a quella dell’attuale presidente, Zingaretti. Una lista il più allargata possibile: “I partiti, con l’eccezione di Sinistra italiana, hanno difficoltà a rapportarsi con associazioni e comitati sul territorio – dice Giorgio, il segretario precedente – ma c’è l’interesse a costruire strumenti politici nuovi”.

Stare fuori dalle istituzioni elettive è dura, Rifondazione ne paga il prezzo da dieci anni: hai meno visibilità, meno risposte, meno risultati. “Ma ne valeva la pena – è sicuro Domenico – abbiamo più tempo per costruire rapporti sul territorio”.

A fare il miracolo – effimero, come tutti i miracoli – di unificare le varie forze che si muovono in questa zona è stata la lotta contro la costruzione di un discount. E’ avvenuto così, all’inizio dell’anno, che è nato il comitato “No cemento a Roma est” contro il gigante Lidl, che ha costruito un pezzo dell’area vincolata di “Ad duas lauros”, in via dell’Acqua Bullicante. Picchetto fin dall’alba per impedire l’ingresso delle scavatrici, colazioni in piazza, manifestazioni e cortei: mesi e mesi di mobilitazione. Fino a una prima vittoria, il sequestro dell’edificio, subito però affidato alla Lidl per la sua normale attività, fino alla sentenza giudiziaria, che ha i suoi tempi. Una battaglia per la vivibilità del quartiere, per la difesa del verde (il cantiere ha divelto una ventina di alberi, i militanti si sono travestiti da alberi infatti, come nella profezia delle streghe di Macbeth. Improbabile, ma a volte le profezie si avverano).

Sit in davanti alla Lidl di via Acqua Bullicante

Qui hanno partecipato tutti, e non poteva essere diversamente per una lotta così difficile e aspra durata quasi un anno: la Casa del popolo, il Comitato Certosa, Torpignattara solidale, il comitato di quartiere Pigneto Prenestino (che gestisce il Lago della Snia, anch’esso liberato e aperto al pubblico, oltre al Parco delle Energie), il centro sociale ex-Snia, le donne dell’assemblea del Consultorio di piazza dei Condottieri. Un presidio sanitario e sociale importante, molto frequentato dalle donne, in larga parte immigrate, che ora si vuole normalizzare dall’alto: via la scuola di italiano, via lo sportello antiviolenza. Per protestare, per difendere servizi consolidati e indispensabili, si sono mossi tutti i quartieri intorno, anche Torpigna, e Non una di meno. Una passeggiata-corteo, sabato scorso (qui il video), con un percorso lungo e fitto di tappe. Dov’è la politica? Dov’è la sinistra? E’ anche qui, sicuro.

Tra i braccianti in Puglia nelle baracche con i poster di An

Non chiamiamoli “ghetti”. In Puglia di ghetto ce n’è uno solo. Il Gran Ghetto di Rignano, il cui nome, con esplicita ironia, è stato deciso dagli abitanti, i braccianti africani. Gli altri sono insediamenti informali, casa degli invisibili. Quelli che in Puglia abitano da decenni o che ci vengono solo per qualche mese, al tempo del raccolto, dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’est. Mica solo pomodoro: c’è l’uva e le olive, ma ci sono anche, tutto l’anno, ortaggi dì ogni tipo. Cipolle e asparagi, sedano e meloni, zucche e zucchine. Ci sono le macchine per arare e seminare, e persino per infilare le piantine nei buchi, ma molto si fa ancora a mano, e servono braccia.

Le braccia, poi, sono uomini. Hanno bisogno di mangiare, riposare, dormire, lavarsi. Molti hanno occupato le vecchie masserie abbandonate, sperse nei campi. Le riconosci dai panni stessi, e dai bidoni blu dell’acqua, riforniti periodicamente dalla Regione, gli antichi pozzi sono spesso andati in malora negli anni dell’abbandono. Ecco, lì vivono i braccianti: nelle masserie diroccate, nelle fabbriche dismesse, nei borghi abbandonati.

Il viaggio per capire come si vive nelle campagne del foggiano comincia così, un piccolo gruppo di persone accomunate da un’esperienza di volontariato e dalla volontà di capire come funziona la filiera del pomodoro dall’ultimo anello della catena, quello dei braccianti. Un avvocato “di strada”, un’operatrice del progetto Presidio della Caritas, un videomacker e una giornalista hanno cominciato a vagare per le provinciali aguzzando gli occhi e cercando le masserie abbandonate e rioccupate dai gruppi di lavoratori. Ma prima, andando nei due luoghi ormai noti a tutti, il Gran Ghetto e la Pista.

Il Gran Ghetto

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Le baracche del Gran Ghetto di Rignano. Foto di Ella Baffoni

Fiore all’occhiello del governatore della Puglia, Emiliano, lo sgombero. La notizia fece, in marzo, il giro dei telegiornali ed ebbe un grande effetto. Come drammatica conseguenza ebbe un incendio che, alimentato dal vento, uccise due braccianti. Amhu c’era quando ci fu l’incendio. Con molti altri era tornato dopo lo sgombero: dove andare, se no? Ma si era accampato sotto gli ulivi, fuori dall’abitato. “I due ragazzi no – racconta Amhu – c’era vento e faceva freddo, e si sono chiusi dentro la loro baracca. L’incendio è scoppiato poco più in là, loro non sono riusciti ad uscire. Chi era fuori ha cercato di aiutarli ma le fiamme erano altissime e nel Ghetto, per favorire lo sgombero, la Regione aveva sospeso l’erogazione di acqua, impossibile spegnere il fuoco”. Lì, sul luogo della tragedia, c’è ancora il carbone che segna il perimetro delle baracche, e qualche lamiera contorta. Ogni tanto qualcuno si ferma a guardare, o a pregare.

Città dei caporali e dello sfruttamento del lavoro e non solo (i bordelli, ad esempio), il Ghetto aveva però alcune forme di socialità e di mutuo aiuto non trascurabili. Sgomberato il Ghetto senza soluzioni davvero alternative – un sistema pulito di reclutamento dei braccianti, garanzie di contratti e condizioni di lavoro non proibitive, versamento dei contributi – cosa è avvenuto? Alcuni braccianti si sono trasferiti dieci chilometri più in là a San Severo, all’”Arena”. Ma il sospetto che il sistema del caporalato per loro sia tutt’ora funzionante è più che legittimo.

Ghetto di Rignano, il luogo dove sono morti i due braccianti africani, nel marzo 2017. Foto di Ella Baffoni

Il Ghetto, intanto, si è riformato. Non sui terreni di proprietà della Regione, abbandonati a carboni e lamiere contorte, ma lì accanto, su terreni privati. Non più baracche ma tendine da campeggio e camper, più difficilmente sgomberabili, e la sera attorno ai caporali che fanno le squadre si formano decine di capannelli. I bar e i negozi hanno riaperto, le ragazze hanno ricominciato a riaffacciarsi. Non saranno i tremila abitanti dello scorso anno, prima dello sgombero, ma a fine agosto c’erano già ottocento persone almeno, e altre ne continuavano a venire. Però, dice Amhu che sta qui da anni e che tuttavia dorme all’addiaccio, prima c’era più solidarietà, più amicizia. Se si era in troppi ci si stringeva per far posto agli altri e un piatto di riuso non mancava a nessuno. Adesso ci vogliono soldi, sempre soldi,  tutto è più complicato e meno umano.

Molti invece se ne sono andati. Accanto alle case nella piana sono comparse le baracche degli ex abitanti del Ghetto, o le roulotte, o i pulmini attrezzati all’interno. Divisi all’ingrosso per nazionalità o, meglio, per lingua, i braccianti hanno cercato l’invisibilità che consentisse il lavoro. Invisibilità a tutti ma non a caporali o datori di lavoro. A Nord di Foggia, a Sud, a Est e Ovest. Con un’eccezione, la Pista.

La Pista di Borgo Mezzanone

Borgo Mezzanone è un sobborgo di Foggia, alle case rurali si sono sommati anni fa gruppi di case popolari. C’è una scuola e un ambulatorio, qualche raro negozio, il capolinea di un autobus per Foggia. E il Cara, il centro per i richiedenti asilo allestito fuori dal borgo, negli edifici dell’ex aeroporto militare. Una struttura inizialmente prevista per 800 persone che ne ospita più del doppio. Accanto, una vera lunga pista aeroportuale usata solo in guerra, proprio dietro al Cara, attrezzata di bagni e container per l’emergenza Nordafrica e poi abbandonata. Ovviamente i container sono stati subito occupati, dagli espulsi dal Cara ma anche da braccianti per lo più stanziali, due o tre persone ciascuno. E mentre la zona del vecchio insediamento resta sonnolenta, come al solito, l’ala nuova brulica di attività, soprattutto la sera.

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Infatti dopo lo sgombero molti degli espulsi dal Ghetto sono arrivati qui, terra di nessuno, ricostruendo baracche con una tecnica che al ghetto ha fatto scuola. E sommando ai tre o quattro baretti degli anni scorsi ujna raffica di servizi: oltre a quelli illegali, il caporalato e la prostituzione, anche quelli indispensabili, negozi, mense, taxi, un forno, meccanici d’auto o da bici, una chiesa, le prese per ricaricare il telefono, gli informatici. C’è l’acqua, c’è l’elettricità. C’è un’attività edilizia frenetica, che vede sorgere nuove baracche ogni giorno, e che occupa sempre nuovi spazi. Con alcuni effetti involontariamente comici, come la casa costruita con i cartelloni della campagna elettorale di Daniela Santanché e con i simboli di An che inneggiano contro i migranti.

Pista di Borgo Mezzanone. Le nuove baracche con i cartelloni elettorali. Foto di Ella Baffoni

Il terreno viene picchettato come nel West, il padrone del picchetto fa il prezzo che dovrà pagare chi vuole farsi una baracca. Centocinquanta, duecento euro: la pista è lunghissima, c’è posto per tutti, anche se qualcuno ha preferito occupare le casematte e i bunker del vecchio aeroporto.

C’è posto anche per Radio Ghetto, la radio gestita da volontari italiani che da anni dà voce e informazioni e musica ai braccianti, e che dopo l’incendio del Ghetto si è trasferita lì, all’estremità sinistra della pista guardando il Cara: una piccola veranda di canne che frusciano al vento e l’insolito lusso di una cabina di legno per la doccia. La radio e i suoi animatori hanno scelto, quest’anno, di diventare itineranti. Per esempio allestendo concerti e incontri a Lucera o Cerignola, o ancora tra i casolari spersi nella campagna e abitati dai bulgari, silenziosamente espulsi dal loro insediamento.

1 – continua

Se abitassi a Ostia? Voterei M5s contro la destra

Da una parte c’è la battagliera candidata del centrodestra, Monica Picca. Dall’altra la delegata della sindaca Raggi, Giuliana Di Pillo, che davanti alle telecamere ha mostrato una competenza e una conoscenza del territorio degna della sua sindaca, dunque molto bassa. Donna contro donna, in un municipio sciolto per mafia.

Non è una sfida di poco conto, Ostia essendo uno dei più popolosi municipi di Roma. Da una parte la candidata di centrodestra che coalizza attorno a sé FdI, c’è Forza Italia, Noi con Salvini, e tre civiche che hanno raccolto complessivamente il 26,7%, a cui andranno probabilmente aggiunti i voti ottenuti dieci giorni fa da Casa Pound, un gruzzoletto che vale il 9%. Dall’altra la grillina che ha raggiunto il 30,2 per cento, ma che potrebbe essere danneggiata dal protagonismo della sua sindaca, molto attiva a Ostia in questi giorni, e insolitamente.

Che faranno gli elettori del Pd, il 13,7%, e quelli della lista del prete di sinistra, Franco De Donno, al 8,6%? La domanda non è peregrina, anche se la miseria dell’offerta elettorale potrebbe suggerire – come già avvenuto alle comunali scorse – l’astensionismo.

Per quel che vale – nulla statisticamente – è però interessante vedere cosa hanno risposto alla domanda di un giornalista su Facebook i suoi lettori. “Ma voi – e la domanda è sincera – se abitaste a Ostia al ballottaggio che fareste?” ha scritto Pietro Spataro, di strisciarossa. Un diluvio di risposte. Più che i risultati (due terzi voterebbero M5s, pur con occhi aperti sull’incompetenza e l’incapacità amministrativa, un quarto si asterrebbe, per il resto si bilanciano i “non so”, “aiuto”, “mamma mia” e chi invece annullerebbe la scheda) è singolare il dibattito.

Ragiona Andrea: “Difficile capire quella realtà per chi non la vive. Io sto nel VII Municipio e mi ritengo fortunato. Forse, pur senza particolare entusiasmo (non ce ne sono motivi e presupposti), se abitassi ad Ostia, voterei la candidata del M5S, senza esserne un attivista né un estimatore, pur riconoscendo che è portatore di alcune istanze che ritengo condivisibili e pur restandomi più di una perplessità. Tanto mi pare che garanzie assolute non ce ne siano più da nessuna parte. Non mi piace Grillo, non mi piace che un movimento politico che sta nelle istituzioni si richiami ad una società privata, ma d’altro canto se soprattutto il Csx è stato ciò che è stato e ha combinato ciò che ha combinato, non ci si può neanche meravigliare che un movimento raccolga il 26% di colpo. Se la Sinistra avesse fatto il suo lavoro, non staremmo così e se chi ha governato le istituzioni negli ultimi 20 anni, non avesse lasciato gran parte della città nell’abbandono, non saremmo arrivati dove siamo”.

Gli astensionisti si fanno forti delle dichiarazioni di Grillo, nel febbraio 2014, a confronto con il leader di Casa Pound a cui apriva le porte: “Chi di voi ha i requisiti per entrare nel Movimento può farlo. L’antifascismo non ci compete”. Oggi quelle frasi suonano davvero improvvide per il M5s. Non abbastanza però per scoraggiare chi pensa che sia necessario comunque far argine alla destra, e dunque di malavoglia voterebbe i grillini. Come Oriano: ”Se concordiamo che il pericolo vero sia una nuova destra che avanza mi pare inevitabile battersi per sconfiggerla ovunque, in particolare ad Ostia. Quindi M5s”.

Ornella ammette: “Non riesco a scegliere tra schifo e schifo”. La rimbecca Zoia: “Così scelgono gli altri”. Tamara se la cava in questo modo: “Valuterei la candidatura alternativa. Di Maio e Di Battista non li voterei ma la Di Pillo si. Il voto al sindaco è al sindaco, non al partito”. Elisabetta annullerebbe: “Non voterei. Scriverei Falcone e Borsellino sulla scheda. O Fava, Impastato, Siani o il nome di qualche giornalista messo all’indice da Grillo e i suoi ma non voterei per chi non mi piace”. Come Luana: “Annullerei la scheda come ho fatto alle amministrative…. Ci scrissi sopra Avevo votato Marino”. Quella ferita, evidentemente, è ancora aperta.

Non è facile, ovviamente. Ogni scelta è legittima, eccetto votare centrodestra, non è un caso che nessuno ne faccia menzione.

Alle scorse comunali di Roma, per la prima volta nella mia vita, ho annullato la scheda al ballottaggio. Impossibile votare per il candidato di quel Pd che ha dimesso il precedente sindaco – per inadeguato che fosse – davanti al notaio, invece di sfiduciarlo in consiglio comunale. Ripugnante votare per la candidata 5 stelle, proveniente da ambienti di destra, dopo una campagna elettorale più che mediocre. L’offerta politica essendo quella, come dice Zoia, ho lasciato decidere gli altri.

A Ostia no. C’è un’ondata di destra, populista, che ha visto una forte affermazione di Casa Pound. Vincesse il M5s, Ostia si ritroverebbe una presidente inadeguata quanto la sindaca, forse meno forse più. Vincesse quella destra, invece, sarà quello il segno dell’amministrazione che ne nascerà, il segno della tartaruga. E magari un ulteriore sdoganamento di idee a cui non bisogna dare dignità politica. Idee pericolose, che vanno invece combattute e ricacciate indietro. Nelle urne come nei quartieri, a Ostia e a Roma e in Italia e in Europa.

E voi come votereste?

La sindaca Raggi sfratta la Casa delle donne

Le denunce di violenze e molestie sessuali travolgono Hollywood e non solo. I movimenti femministi si organizzano e invadono le piazze del mondo. E che fa nostra provincialissima sindaca di Roma? Minaccia di chiusura la Casa internazionale delle donne di via della Lungara, che da decenni è presidio di pensiero e azione femminista, con i suoi incontri, le iniziative, il centro antiviolenza. Oggi se ne parlerà in una conferenza stampa, lunedì c’è l’assemblea cittadina indetta dalle quaranta associazioni che lavorano alla Casa a cui aderiranno i gruppi che lavorano nel territorio da cui usciranno, è facile immaginarlo, iniziative di lotta con l’hashtag #lacasasiamotutte. La Casa delle donne non può morire strozzata da una burocrazia cieca al valore sociale delle attività che lì hanno sede.
Inutile elencare le benemerenze della Casa delle donne, più utile forse ricordare la storia del Buon Pastore, un edificio del 600 usato allora come carcere femminile per ragazze ribelli. Un rudere abbandonato che riprese vita trent’anni fa, nel 1983, quando venne destinato “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile (Casa della donna, sede dei movimenti femministi)” da una delibera comunale e poi in parte assegnato al Centro Femminista Separatista (CFS), cioè a dieci associazioni femministe che allora occupavano la sede storica di via del Governo Vecchio.
Nel 1987 l’Associazione federativa femminista internazionale (Affi) occupò l’ala seicentesca avviando una trattativa con il comune. Di qui nasce il Progetto Casa internazionale delle donne, sostenuto dal Coordinamento donne elette del Comune di Roma e elencato tra le opere di Roma Capitale, approvato nel 1992. L’iter per la sua realizzazione porta alla Costituzione del Consorzio Casa Internazionale delle donne (oggi Associazione di Promozione Sociale) che sottoscrive con il Comune la convenzione, prevista dalla delibera di assegnazione, per gestire il complesso dell’ex Buon Pastore.


Dunque, nessuna illegalità. Non si tratta di un affitto “di favore” come tanti appartamenti di pregio nel centro storico ceduti a vip o a persone vicine a questo o quel potente, che contrariamente ai luoghi sociali restano indisturbati. Si tratta di un luogo affittato a 9.000 euro e gestito da volontari, senza fini di lucro se non per la manutenzione dell’edificio, che offre servizi sociali e culturali che spetterebbero all’amministrazione di una grande città capitale. E che fa questa, invece? Come già avvenuto per molte realtà – dalla Scuola di musica popolare di Testaccio a Celio Azzurro – gli uffici contabilizzano il valore dell’immobile e del suo affitto a valori di mercato, contabilizzano gli arretrati e intimano con una raccomandata di pagare 833.000 euro entro un mese. Una procedura che prevede, in assenza di risposta positiva, “l’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela”. Insomma, lo sfratto.


Impossibile trovare 833.000 euro in un mese, se almeno non si è speculatori o affaristi. Questo è quel avviene quando la richiesta di legalità si fa ottusa burocrazia. Va ricordato anche che nel 2013, nel corso di una trattativa con la Casa delle donne, il Comune aveva stabilito il valore delle attività che si svolgevano al Buon Pastore pari a 700.000 euro all’anno. Peccato che anche questo percorso sia franato con l’abbattimento della giunta Marino.
E’ singolare che a sfrattare la Casa internazionale delle donne – e con queste brutali modalità – sia la prima sindaca di Roma. Si potrebbe notare che l’avvio della vicenda fu firmato da due sindaci uomini, il democristiano Signorello prima e il socialista Carraro poi, evidentemente più sensibili alle questioni sociali della signora Cinque stelle. Resta da chiedersi se Virginia Raggi proprio non conosce la Casa delle donne e la sua valenza, o se è prigioniera della burocrazia comunale; non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la più grave. Come già avvenuto per altre realtà sociali, l’aratro cieco della burocrazia fa terra bruciata, l’ignavia e l’ignoranza dei nuovi amministratori vi sparge sopra il sale per farne un deserto. Ma i semi di ribellione e resistenza, è sperabile, saranno più forti.

Borgate di Roma, un secolo di esclusione

Dove comincia il centro, dove la periferia? A Roma, grazie all’abusivismo ma anche a scelte pubbliche sciagurate, al di fuori delle mura Aureliane i ceti si mescolano ma restano separati. Sono isole i quartieri di case popolari del Governatorato o dello Iacp (oggi Ater), sono isole i quartieri della piccola e media borghesia, isole erano i borghetti di baracche, le favelas degli anni 50-70. In mezzo galleggiavano i quartieri abusivi, lottizzazioni autogestite e una qualità edilizia per lo più pessima. Una situazione che dura da un secolo e esiste ancora, come sa chi abita fuori dal centro storico, fino al Raccordo e oltre. A fare il punto della situazione una interessante giornata di studio promossa dalla Casa della memoria e della storia e coordinata dal presidente del circolo Gianni Bosio, Alessandro Portelli.

Di ricucitura delle borgate si parla da decenni, a volte l’unico esito è stato ulteriore inutile cementificazione. Perché almeno una cosa è evidente: di nuove case Roma non ha bisogno affatto, visto che moltissime nuove edificazioni restano sfitte o invendute. Ma di case Roma ha un disperato bisogno, viste le lunghissime attese di chi ha diritto a un alloggio popolare, viste le peripezie a volte anche creative di chi cerca un affitto compatibile con il proprio stipendio, e non è facile. Viste le occupazioni di case patenti e quelle oscure, governate dalla criminalità organizzata nelle case pubbliche.

Pigneto-Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

A strutturare la storia degli edifici pubblici a Roma è stato lo storico Luciano Villani, coautore di “Borgate romane. Storia e forma urbana”. Proletari e sottoproletari, che disturbano la vetrina propagandistica del fascismo, sparati in casette squallide senza servizi né quartiere e disperse nel deserto dell’Agro, lontane chilometri dalla città costruita. Tiburtino III, Gordiani, Pietralata, Tor Marancio, San Basilio, Trullo, Quarticciolo, Primavalle, Acilia… Qui sta una chiave per capire la recente montata del razzismo, dice Villani: “Con gli anni – oltre alla pratica dell’ereditarietà della casa popolare c’è stata anche la cessione abusiva, gestita con il consenso – il ricambio degli abitanti non c’è stato. Tutti si conoscono, tutti sono parenti, tutti sono lì da decenni, generazione dopo generazione. La solidarietà è forte ma non non si vuole gente che venga da fuori, dagli stessi luoghi malfamati da cui provenivano in origine i vecchi assegnatari. Ancora negli anni ’60 a Pietralata ci fu una rivolta contro i nuovi inquilini provenienti da Borgata Gordiani. Ma allora c’era la mediazione politica del Pci e della chiesa, oggi non c’è più niente”. Se non le agitazioni razziste dei neofascisti e neorazzisti.

Il Pci del dopoguerra sceglie a Roma di andare nei quartieri popolari e nelle borgate, e anche nella favelas delle baracche. Non era una scelta scontata, racconta Walter Tocci, negli anni 70 giovanissimo presidente di circoscrizione a Pietralata: “Ci radicammo tra gli operai dei servizi, ma anche nel sottoproletariato, che tanto generosamente si era impegnato nella Resistenza. Per educarlo, per fargli superare il ribellismo e, come si diceva allora, il plebeismo. Per costruire il popolo di sinistra. Dicevamo: se si guarda all’innovazione, non ce n’è tra i benestanti; i malestanti invece ne sono ricchi. Avemmo un parziale successo: però nelle borgate abusive, una volta ottenuto giustamente servizi e decoro, gli ex abusivi si ritrovarono proprietari, e negli anni ’80 lasciarono il Pci per votare massicciamente la Dc di Sbardella o la destra di An”.

Certo hanno contato anche le giunte di sinistra alla fine degli anni ’70. “Il sindaco Luigi Petroselli governò solo due anni – ricorda Tocci – ma ha fatto la più grande operazione di politica amministrativa che si sia mai vista a Roma. Vero è che il Pci allora governava anche dall’opposizione, ottenendo importanti vittorie e precostituendo gli anni di governo: Chi non sa fare opposizione, difficile che poi al governo combini molto. Ma le giunte di sinistra, Argan e Petroselli, seppero fare questa e quello. Non solo la cultura, l’acquisizione dei grandi parchi pubblici, i servizi sociali, i nidi e i centri anziani. Ma anche un investimento gigantesco, mille miliardi di lire l’anno, per portare acqua luce fogne nelle borgate abusive; e la costruzione di enormi quartieri popolari che, se discutibili per architettura e per gestione sociale, hanno consentito di spianare le vecchie baracche che infestavano le periferie, dando a tutti una casa dignitosa e il diritto di cittadinanza. Non si dica che ci vogliono poteri speciali per governare Roma. Allora che le procedure erano ancora più farraginose ma la macchina capitolina girava meglio, in 12 ore il Servizio giardini spianava un borghetto, piantava gli alberi, srotolava l’erba, piazzava le panchine. Ma allora c’era una grande politica, un grande progetto. Oggi non più, sta alle nuove generazioni ritrovarlo”.

Lidia Piccioni ricorda la crescita affannosa di Roma per l’immigrazione, da 200.000 a 1.200.000 dopo la prima guerra mondiale. E nonostante le deportazioni mussoliniane e i bombardamenti massicci, alla fine della seconda guerra mondiale gli abitanti erano già 1.700.000, balzati a 2.250.000 negli anni ’60. Ma i quartieri signorili e popolari restano separati, anche se spazialmente adiacenti, pur condividendo una marginalità comune: i trasporti carenti, l’assenza di verde, la mancanza di strutture sportive. Maria Immacolata Macioti, invece, ricorda l’orrore della separatezza dei borghetti, cancellati alla vista e alle coscienze, quelle baracche umide, non riscaldabili nemmeno con le stufe a legna, le ore passate sui tram per andare a lavorare, i bambini sporchi e mocciolosi, una povertà che si tagliava con il coltello. Tanto che molti non riuscivano a pagare nemmeno la misera tariffa del medico condotto, e si presentavano con un pollo o l’insalata e la bieta dell’orto.

Eppure, nota Sandro Portelli, dalle periferie è venuta molta dell’innovazione musicale. Non solo le canzoni popolari di lotta, come quelle raccolte nei decenni dal Gianni Bosio e dal Canzoniere del Lazio; ma anche il rock o il rap di Casilino 23 e Centocelle. Nelle periferie – dice – arrivavano gli immigrati economici, spinti dagli stessi sogni e dalle stesse necessità di chi sbarca a Lampedusa anche se provenienti dalle zone depresse dell’Italia del sud invece che da Africa o Asia.

E’ pur vero che, accanto agli episodi di intolleranza, nelle borgate romane c’è anche solidarietà. Basti vedere, incalza Tocci, quel che succede nelle scuole: “ Mentre il governo gestisce in modo sciagurato l’immigrazione, le nostre scuole falcidiate dai tagli, i nostri insegnanti bistrattati accolgono 800.000 ragazzi di tutte le lingue: un grande sforzo di autoformazione e civiltà. Nonostante la fabbrica della xenofobia di giornali e televisioni, anche la battaglia sullo ius soli parte dagli insegnanti, che sanno di cosa si parla. Spero che ora si riesca, almeno quella legge, a vararla!”.

La guerra delle case popolari

Cosa sono diventate le periferie di Roma – la burocrazia che le governa – lo raccontano oggi le peripezie delle famiglie che tentano di entrare nelle case a loro assegnate dall’Ater (l’ex istituto case popolari), e le trovano occupate. E magari difese da un presidio di fascisti, Forza nuova o Casa Pound che sia, che sbatte sul tamburo del razzismo facile, quello di pancia. Vogliono togliere le case a noi per darle agli stranieri, ripetono. Difendono chi non ha titolo per avere l’assegnazione – o forse ha persino titolo, ma non si è curato di chiedere e di mettersi in fila, e per questo pensa che la sua emergenza valga di più, chiudendo gli occhi sulle emergenze degli altri.

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Una volta la lotta per la casa non era così. Si cercava di evitare di occupare case popolari, proprio per non ledere i diritti di chi stava in graduatoria. Si occupava alla luce del sole, per rendere evidente la mancanza di case da una parte, la fame di case dall’altra. Poi qualcosa è cambiato, si è cominciato a occupare silenziosamente, in proprio. Moriva la vecchietta dell’appartamento accanto? Giù la porta e ci entra chi dico io, al prezzo che dico io, meglio se paga me che i politici, tutti zozzoni.

Il mercato delle case popolari si fa così, se conosci le persone giuste, che sanno imporre la loro forza nel quartiere e pazienza se sono legate alla criminalità organizzata, anzi meglio.
Nessuno tra gli occupanti che abbia il coraggio di guardare negli occhi chi ha avuto l’assegnazione, un diritto che è meglio calpestare da lontano. Dall’altro lato, l’Ater sopporta con noncuranza seimila casi di occupazione – quelli che si sanno – su 48.000 appartamenti senza far molto per recuperarli. Comportamento dissennato. In tempi di penuria di case a basso prezzo e di zero investimenti per nuove case, quelle che ci sono almeno dovrebbero essere gestite al meglio.

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In più c’è il protagonismo dei fascisti. Che c’è di meglio che suonare la tromba del “prima noi italiani” per escludere chi magari sta peggio di te?
Puntualizziamo. Le assegnazioni delle case si fanno solo a italiani, anche se hanno la pelle nera, anche se tra i migranti la necessità di un alloggio è fortissima. E anche le assegnazioni ai nuovi italiani sono solo il 10% del totale.

L’ultima vicenda, quella di una famiglia di quattro persone – una madre single e tre fratelli, il più piccolo di 5 anni – è incredibile. Per sei volte hanno ottenuto l’assegnazione di un appartamento, per sei volte l’hanno trovato occupato. La prima volta, a Tor Bella Monaca, li hanno minacciati di buttare loro addosso l’olio bollente. Poi gli hanno urlato di tutto: vergognatevi, tornate al vostro paese. Sono trent’anni che vivono qui, anche se la madre è di origine nigeriana, e sono italiani di diritto, altro che ius soli. Dormono dove possono, a volte in un autobus. Ma sono poveri, e non si appoggiano alla criminalità locale. Di che dovrebbero vergognarsi? Forse di essere più poveri dei poveri che calpestano i loro diritti.

Un po’ è così: la solidarietà che c’era nelle periferie romane sta svandendo, il liberismo ha fatto il suo lavoro, mors tua vita mea. Un po’ lo sdoganamento dei fascisti, anche quelli estremi, ha aperto loro agibilità sul territorio. Così il leader di Forza nuova Giuliano Castellitto sarà pure ai domiciliari, ma i suoi battagliano nelle strade di Tor Bella Monaca, al Trullo, a Primavalle. E chi finalmente ottiene, dopo anni di peregrinazioni, l’assegnazione della casa popolare, e per giunta ha la pelle scura, se la ritrova negata.

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E’ successo a gennaio scorso al Trullo: una famiglia di origine nordafricana – padre, madre e cinque figli – è rimasta fuori la casa assegnata; dentro la casa, abusivamente, c’erano un ventenne precario e una diciassettenne al sesto mesi di gravidanza. Poco prima è toccato a una famiglia di egiziani a san Basilio. In luglio, a Tor Bella Monaca, un italiano di origine bengalese è stato duramente picchiato quando ha chiesto indicazioni per raggiungere la casa che era stata asssegnata a lui e ai suoi due figli, uno dei quali disabile.

Succederà ancora, e ancora. Almeno fin quando la sindaca Raggi, una volta occupate tutte le poltrone che interessano il M5s, non si decida a prendere in mano la politica della casa invece di farla gestire dai fascio-razzisti. A cui gli amministratori grillini invece prestano un orecchio attento, quando non si fanno dettare l’agenda. Tanto che solo le proteste di un gruppo di abitanti ha fatto saltare, il mese scorso, la convocazione di un consiglio straordinario del IV municipio richiesto proprio da Casa Pound.