Bosnia, al confine. Fotografato da “Pensare migrante”

Cosa sia The Game, chi vuol sapere lo sa. E sono pochi. Anche di questo si è parlato, delle frontiere europee invisibili, gestite da una polizia che non è polizia e sembra una ong, che sconfinano oltre l’Europa per tenere in scacco il desiderio di migrare.
Se ne è parlato, tra chi vuol sapere, al festival organizzato da Baobab Experience a Roma, alla Mattatoio. “Pensare migrante”, un bel titolo: bisogna pensare migrante, infatti, per aver voglia di sapere cosa avviene laggiù, nei luoghi nascosti dove non è ancora Europa e dove si combatte chi ha bisogno d’Europa. La guerra ai migranti si fa nel Mediterraneo, infatti: mentre cresce il numero degli annegati e scende quello dei salvati, i riflettori dei media – con le solite lodevoli eccezioni, certo – si spengono sulle altre frontiere. Che ci sono.

Dibattito al Baobab, reportage sulla Bosnia. Emanuela Zampa e Valerio Cataldi


Dunque si è parlato delle responsabilità Eni e Shell nel Delta del Niger. Si è parlato di Jerry Masslo, il primo rifugiato assassinato in Italia. Si è visto un documentario su Cédric Herrou, il contadino francese che è anche il primo denunciato per solidarietà con i migranti. E ancora la presentazione del libro sui centri di detenzione in Libia di Medu, Medici per i diritti umani, L’umanità è scomparsa. Sulle rotte migratorie del XXI secolo, Il Pensiero Scientifico Editore, il focus sul Libano, i documentari sui minori e gli intoppi dell’accoglienza; oltre alla presentazione del libro di Mauro Biani, “La banalità del ma”.
E’ una frontiera la Libia, è una frontiera Ventimiglia, è una frontiera Trieste. Ma prima di arrivare a Trieste e Ventimiglia, chi non è abbastanza disperato da tentare il mare, fa un lungo giro via terra prima di arenarsi alle frontiere della Turchia e della Bosnia. Di questa frontiera ha parlato la fotografa Emanuela Zampa, incalzata dalle domande di Valerio Cataldi. Un gruppo di ricerca, uno storico, un antropologo e la fotografa: non sono giornalisti, i permessi sono stati meno difficili da ottenere. Ma il racconto di Emanuela Zampa non è meno efficace di quello di un inviato.
Migliaia di persone sono costrette a restare in non-luoghi circondati dalla foresta. Non è il punto di arrivo: il viaggio è stato lunghissimo, per percorrere la direttrice Grecia-Albania-Montenegro-Bosnia-Croazia ci vogliono anni, e coraggio. Chi la percorre viene da paesi distanti tra loro, Siria, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Kurdistan, Algeria, Nigeria, Eritrea, Congo: in fuga da situazioni diverse, ma implacabili.

I non luoghi

Le foto sono sobrie. Pochi i volti dei migranti, internet è veloce e loro temono di venire riconosciuti, è pericoloso farsi localizzale dalle polizie, e anche in patria i parenti rimasti potrebbero subire persecuzioni. Poi, una volta raggiunta le meta, non vorranno che dimenticare: qualcuno porta sulla pelle il segno delle botte delle polizie che li respingono, la maggioranza ne ha i segni nell’anima, le sindromi da stress postraumatico sono moltissime.
Eccoli qui i non-luoghi di attesa, un’attesa infinita. Restare è impossibile, non c’è nulla se non un letto, a volte solo un materasso, e un pasto al giorno; e se non ci si presenta a ritirare il pasto per due giorni, si perde il diritto d’ingresso. L’assistenza sanitaria non è continua, per i bambini in una sola struttura c’è qualcosa di simile a una scuola, gli altri sono condannati all’analfabetismo. Gli insediamenti vengono gestiti in modo più che spartano dall’Oim, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni finanziata dall’Europa oggi per tenere fuori dai confini i migranti, negli anni ’90 per gestire l’emergenza provocata dalla guerra nei Balcani. L’unica via di uscita e the Game.

A una cinquantina di chilometri da Velika Kladuša, mentre in città monta la diffidenza e l’intolleranza, nella foresta sono stati installati tre centri da cinquemila persone a Bihać, il confine è a quindici giorni di marcia. Poco lontano, a Miral, un centro che ospitava 700 è stato devastato da un incendio, trenta feriti e gli altri sfollati.

L’ex fabbrica

Una ex fabbrica di frigoriferi tramezzata con teli grezzi, così da simulare un’intimità alle famiglie: così apparivano nell’immediato dopoguerra i capannoni di Cinecittà che ospitarono profughi e sfollati, ogni famiglia nel suo loculo ma ogni sospiro, ogni colpo di tosse era in comune. I finestroni dell’ex fabbrica sono ampi, ma non bastano, all’interno i teloni fanno buio.
Un ex studentato accoglie altre famiglie, tantissimi i bambini. E poi c’è l’ex Hotel Sedra: apparentemente più dignitoso, dell’epoca in cui era la scelta delle classi più abbienti per le settimane bianche ha mantenuto arredi e apparenza, ed è qui che c’è una nursery e una classe per i bambini. Ma l’assenza di manutenzione e la muffa lo hanno reso cadente, e le regole sono quelle ferree degli altri centri. Anche qui è vietato l’ingresso alle associazioni, con l’eccezione di Save the children, o alle persone solidali.


Nei centri non c’è niente da fare, se non pulire gli spazi e fare la fila per il pasto. Una situazione molto problematica, che potrebbe perfino peggiorare: è in progetto l’accorpamento di tutti i centri in un ex bunker di Tito, sul confine. Perché qui, nonostante la presenza dell’Oim, non si è ancora in Europa. Questo è un effetto della chiusura delle frontiere, a restare aperto è solo qualche chilometro e il mare. Ma per raggiungere la prossima tappa del Game, c’è una foresta pericolosa, impervia orograficamente, fitta di orsi e lupi. E di guardie di frontiera, aiutate da droni e elicotteri. Quando intercettano un gruppo di migranti, oltre alle botte, spaccano i cellulari e sequestrano i soldi: tutti quelli che hanno tentato il Game senza riuscire lo testimoniano.
E’ anche la storia di Alì, tunisino. “Trent’anni, è stato fermato dalle guardie di frontiera – racconta Emanuela Zampa – lo hanno derubato e picchiato, e lo hanno lasciato nella foresta senza scarpe. C’era la neve. Dopo tre giorni di marcia Alì è arrivo in pessime condizioni a Bihać. I piedi congelati, e la mente sconvolta: rifiuta le cure, sta a letto, non vuole sia avvisata la sua famiglia. Non gli si può dare un tutore finché non si accordano le amministrazioni dei dieci cantoni che sovrintendono quel territorio. Comunque il suo viaggio è finito qui”.

E’ solo un tappa

Chi ce la fa a superare questa tappa, comunque, non è al sicuro. Arrivato a Sarajevo ancora rischia il respingimento, c’è rifugio solo negli squaw, chi vuole aiutare e portare cibo lo fa solo di notte e a suo rischio. Chi ingrassa sono invece i passeur, a Velika Kladuša come a Serajevo, da 1.500 a 2000 euro per arrivare a piedi alla frontiera, di più in auto.
Maledette frontiere. Ogni tanto la foresta restituisce un corpo, spesso lo nasconde. “Ma chi cerca di continuare il viaggio, respinto o espulso innumerevoli volte – dice Zucca – non può arrendersi. Questa non è vita, dicono, e vanno avanti. La chiusura delle frontiere ha creato una generazione di giovani che vivono migrando, senza possibilità di crescita”. Perché è così difficile capire che le frontiere, sopratutto quelle umane, vanno smontate?

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Castellina: “In Grecia come in Italia, la sinistra più che mai necessaria”

Quasi novant’anni, Luciana Castellina è una indomita combattente. Iscritta giovanissima al Pci, ha diretto a lungo il settimanale della Fgci, “Nuova Generazione”. Poi nella sezione femminile del Pci e nell’Udi. Radiata con il gruppo del manifesto, nel ’68, ha dato vita al Pdup con Vittorio Foa, viene eletta eletta alla Camera nel 76 con Democrazia proletaria e poi con il Pdup, nel ’79 entra per la prima volta nel Parlamento europeo.

Non si è fermata mai. Un libro da scrivere, un’iniziativa internazionale da sostenere, una campagna da avviare. Luciana Castellina è una combattente, appunto. Anche ora, candidata al Parlamento europeo da Syriza, ha fatto una campagna elettorale generosa, dalla Grecia all’Italia alla Germania, viaggiando in continuazione e senza risparmiarsi.

Come è cominciata questa nuova avventura, questa sfida?

“Perché ti stupisci? Non è un ritorno alla politica, non ho mai smesso di fare politica. E’ la continuazione di quel che ho cominciato a fare a diciassette anni. Perché in Grecia? Perché me l’hanno chiesto loro, i greci, e Alexis Tsipras. Forse è un segno di riconoscenza verso la sinistra italiana, tra i pochi a mobilitarsi in questi anni contro le orrende misure economiche imposte dai vertici europei alla Grecia. E poi ho un rapporto profondo con la Grecia, e lungo. Al tempo dei colonnelli mi arrestarono e mi espulsero, era il ’67. Ho seguito la campagna elettorale di Syriza e di Tsipras nel 2014 e penso che Tsipras abbia fatto una cosa molto coraggiosa anche se impopolare. Ha fatto un’operazione intelligente, ha cercato di ripartire i tagli in modo da colpire il meno possibile le classi deboli, e ora, risanato il Pil, si possono finalmente riattivare misure positive, l’occupazione, la tredicesima, il salario minimo”.

Eppure la polemica è stata forte, quando Syriza ha accettato di prendere misure penalizzanti.

“E’ facile speculare su quelle misure impopolari. La battaglia è stata dura. Ma se avesse seguito chi avrebbe preferito uscire dall’euro e dall’Europa la Grecia sarebbe isolata nel suo Egeo, la dracma non varrebbe nulla. Nessuno può più pensare di farcela da solo a dominare i poteri globali. L’Europa, invece, se riusciamo a cambiarla, è un potere collettivo che può giocare la partita. L’Europa è un terreno di lotta indispensabile”.

E ora, questa campagna elettorale…

“E’ stata molto interessante, ci sono segnali positivi. Sì, ho viaggiato molto, da Salonicco a Patrasso a Herákleion, dovunque trovando persone appassionate. Del resto Syriza è nata da una scissione dei comunisti greci, dalla parte che allora recise il suo legame con Mosca. Una strada parallela a quella del nostro Manifesto”.

Però qui in Italia, la sinistra? La sinistra c’è, ma nascosta. Come è possibile uscire dalla tentazione di frammentazione che anche a queste europee, pur davanti al pericolo autoritario e sovranista, ha prodotto una disgregazione che mette a rischio il raggiungimento del 4%?

“Non chiedere a me come far ripartire la sinistra. Tu, fai qualcosa per far ripartire la sinistra? Tutti dovremmo fare qualcosa. E’ finita l’epoca in cui c’erano le sedi, il partito di massa… Se sei una piccola formazione di sinistra non hai accesso alla stampa e alla comunicazione, tutto è difficilissimo. Repubblica sembra la Pravda. Anche per stare sui social ci vogliono soldi e fatica. Noi di sinistra siamo invisibili, eppure necessari. Solo un’affermazione della sinistra può fare uscire il paese da questi tempi pericolosi e infidi. In cui il Pd, che pure avrebbe l’occasione di giocare un ruolo, sembra un pachiderma addormentato, un giorno dice di essere di sinistra, l’altro che vuole fare politiche di destra”.

La concorrenza a sinistra c’è.

“Ma cosa dici? Non parlerai mica della cosa di Marco Rizzo? O dei radicali? Apprezzo Emma Bonino, ho lavorato bene con lei, ma i radicali con la sinistra non c’entrano affatto. Hanno contribuito all’abolizione del finanziamento ai partiti e ai giornali, sono liberisti. Li ho visti fare i picchetti davanti al Parlamento europeo per evitare che entrasse Arafat, o Mandela. Macché. In Italia siamo come in tutta l’Europa, c’è un partito socialdemocratico e c’è la sinistra. Tranne in Francia, dove il Partito socialista che aveva il 6% ha pensato bene di dividersi in tre. In Germania la Linke ha il 9%. La sinistra c’è in Svezia, Olanda, Danimarca e Belgio. In Italia, nel nostro campo, ci sono solo due scelte: o voti Pd, o voti Sinistra.

In questa campagna elettorale sono stata anche in Germania. A Heidelberg i compagni tedeschi sono convinti che molte responsabilità della sconfitta della socialdemocrazia siano state di Schroeder che ha consentito al taglio del welfare e a una riforma del lavoro tipo il job act. Il blocco socialpopolare, in Germania come in Italia, ha fatto scelte dissennate. Il Pd invece non ha il coraggio di ripensarsi criticamente. Dobbiamo buttare giù quella roba e fare il contrario, pensare a chi ha il futuro bloccato e poche speranze. Non siamo al fascismo, ancora. E’ la paura di gente che si sente abbandonata e piena di rancore. Per riconquistare questo campo bisogna fare una nuova politica. E battersi, sapendo che sarà lunga. Non saremmo l’alternativa, ma certo rappresentiamo il tentativo di rimettere sul binario giusto una battaglia. Abbiamo perso la società, dobbiamo riconquistarla. Altro che ossessione del governo: stare al governo non serve a niente se non si conquista la società. Insomma, bisognerebbe tornare a Gramsci”.

Corpi e libertà. Femminismo, cambiamento, rivoluzione del pensiero

Alla fine, è questione di libertà. Libertà in senso pieno. “Le parole e i corpi. Scritti femministi” di Maria Luisa Boccia (Ediesse, Crs, pgg. 280, 16 euro) è un libro complesso, denso, stimolatore di pensiero e domande. Intanto una riflessione sul femminismo che si dipana a cavallo del secolo, le discussioni e le categorizzazioni filosofiche e sociologiche tutte da rivedere. Si parte da Marx, si arriva a Kant, Foucault e Derrida passando per Hanna Arendt e Simone Weil. Femminismo, sì, ma politica, nella sua migliore accezione. Quella politica che produce cambiamento di sé e del mondo e ancora di sé, in una spirale feconda.

Murale, Pigneto, Roma. Foto di Ella Baffoni

Prima che rivendicazione, è il femminismo che si fa pensiero condiviso, pensiero praticato, che interessa all’autrice: la capacità di diventare soggetto imprevisto dalla dialettica servo padrone, nell’azione del potere patriarcale e maschile. In modo niente affatto parallelo al femminismo addomesticato, quello che si accontenta di una sedia nella stanza dei bottoni e pazienza se i bottoni sono troppo lontano dalle proprie mani, il femminismo della differenza è soggetto imprevisto, estraneo alle dicotomie del pensiero marxista, oppresso-oppressore, operai-capitale, che fa crollare l’ipotesi di una soluzione finale, irenica salvifica e rigenerante.

La rigenerazione parte da sé, non da fatti esterni. E’ una differente forma di soggettività, irriducibile e protagonista attiva del cambiamento delle esistenze materiali e, insieme, del simbolico.
E’ questione di libertà, alla fine. E di politica, anche. La passione politica percorre tutti i capitoli di questo volume, anche quelli che analizzano le più ostiche teorie filosofiche. Così si ragiona del desiderio del potere, del tutto ragionevole se si vuol cambiare le cose ma che, se si acconcia alle dinamiche consuete e si contenta di desiderare il potere per sé e di per sé, prende il posto di tutti i fini uccidendo con la scomparsa della differenza lo stesso desiderio di origine.

Cambiare le cose, questo è politica. “ Rischio e immortalità – dice Boccia – si intrecciano indissolubilmente nell’agire libero, perché la possibilità di dare senso alla propria singolare presenza nel mondo è affidata a quella di introdurre nel mondo qualcosa di nuovo, contribuendo a modificarlo in modo più o meno grande”. E’ quel che fanno, sotto traccia e difficilmente intercettabili dai media o dagli analisti politici, migliaia di persone, uscite dalle sezioni di partito e considerate perdute. Ed invece producono azioni e relazioni niente affatto tradizionali. Quando prenderanno parola, per molti sarà una sorpresa.

Murale di Alice Pasquini, Roma. Foto di Ella Baffoni

La responsabilità verso il mondo, è questa un forma di politica. Mi faccio carico, ho cura di, ci tengo. Per il neoliberismo, un’eresia e una sciocchezza, l’egoismo dell’indifferenza è lo specchio di questo momento politico. Per molte persone la politica è invece ricchezza di relazioni e felicità di vita, forse l’unica vita possibile. Osa sapere, è l’imperativo kantiano: osa sapere quel che non ti insegnano, studia, e pensa, e crea il tuo sapere. Per questo è prezioso questo libro, per le domande che pone, che suggerisce.
Poiché è la pratica che si fa politica, e la politica parte dal proprio corpo, dal desiderio e dalle possibilità che si è capaci di intravedere, il corpo dunque diventa campo di conflitto, anche politico. E’ la vicenda del velo, della procreazione assistita, della maternità surrogata. E’ il tentativo di normare le questioni sessuali, a rischio di veder ridotta una donna al suo utero e a perderla come persona. Il titolo dell’ultima parte del volume lo esprime felicemente: “Corpo a corpo”. Perché la differenza sessuale è “il crinale del conflitto più aspro, come dimostrano le accese contese sulla riproduzione artificiale”. Il tentativo anche degli scienziati di ridurre una donna a “grembo” finora è fallito: senza una donna che lo accoglie, nessun nuovo essere umano è possibile. Magari sarà possibile un giorno, ma sulla scienza, questa scienza, le donne devono prendere parola. “Ricordare che veniamo al mondo grazie a una relazione, corporea ma non solo con una donna, significa ricordare che la dipendenza è costitutiva, fin dall’inizio – scrive Boccia – E che quella relazione originaria è il ponte tra la vicenda della specie e la vicenda biografica. Non mi interessa contrapporre alla verità della madre genetica quella della madre gestante. Mi interessa che una donna sia una mediazione vivente alla comparsa nel mondo di un nuovo essere umano. Anche se questo non fa di lei necessariamente una madre. Mi interessa che tutto questo non sia cancellato, in un avventuroso, quanto arduo, passaggio all’impersonale”.
Chi è la madre? È la domanda. Comunque si decida, sul corpo gestante o partoriente non deve esserci imposizione. E alla persona che porta un nuovo umano va riconosciuta piena autodeterminazione. Compreso il diritto di non incarnare la madre simbolica. Compreso quello di voler essere madre, per quanto surrogata, fin dopo il parto.

A sinistra è tempo della battaglia capitale

Roma fa pena. Senza un soldino di speranza per il futuro, le voragini nelle strade, la metropolitana che attraversa il centro senza fermarsi, perché per riparare le scale mobili servono più di sei mesi, nella capitale d’Italia. Ovviamente, siccome l’amministrazione non è capace di di manutenere i vecchi servizi, sembra impossibile progettarne di nuovi. Sta di fatto che l’ultimo pensiero attivo sui trasporti e sulle metropolitane è quello dell’assessore Walter Tocci, epoca Rutelli. Per anni si è realizzato quello che lui ha ideato. E basta.

Foto di Ella Baffoni

Certo, c’è lo stadio della Roma, uno stadio privato che servirà a fornire enormi profitti a un privato, a cui si consentirà di costruire e poi vendere un intero quartiere con tanto di edifici direzionali. Ci sono i parchi che vengono chiusi ogni volta che piove e tira vento. E le scuole, anche.
Doveva essere il governo degli onesti, e invece fioccano le inchieste e gli arresti per corruzione. Sicuramente, quando non sono coinvolti in prima persona, i cinque stelle al governo non sono capaci di intercettare nell’amministrazione i gangli malati, e renderli inoffensivi. L’assistenza sociale è assente, da tempo. L’inchiesta su mafia capitale ha demolito il malaffare che si era impadronito di ogni attività nel settore. A ricostruire non ci ha pensato nessuno. La normale amministrazione sembra solo un sogno impossibile, altro che pensare al futuro della città.
Eppure al futuro della città bisognerebbe pensare, se non vogliamo sprofondare sempre più. I cinque stelle sono miopi, ormai lo sappiamo, oltre che inefficienti. Il futuro non è nel loro sguardo.


Dobbiamo rassegnarci a subire un governo della Lega? Non è troppo presto per pensarci, è tardi anzi. I quattro anni di Alemanno dovrebbero averci insegnato che i danni del malgoverno sono lunghi, molto. I favori ai costruttori, l’abbandono delle periferie, l’intolleranza verso i poveri, il disprezzo verso i diversi: su questa linea proseguirà la Lega, che punta alla conquista di quella che solo qualche anno fa chiamava “Roma ladrona”, magari sfruttando proprio i faccendieri della destra al potere ieri, quelli dei disastri di Alemanno e di mafia capitale. Possibile non ci sia alternativa?
Invece c’è. Difficile che l’iniziativa parta dal Pd: a guardare le liste elettorali per le europee, che avrebbero dovuto essere il biglietto da visita del nuovo segretario, si ha la sensazione dell’impossibilità di scegliere, un ecumenismo di dubbia efficacia e scarsi contenuti. Dovrebbero essere le altre componenti della sinistra, che alle europee, fidando nella regola del proporzionale, si sono presentate più divise possibile, nonostante il rischio di fallimento del quorum, a prendere l’iniziativa. Intanto, ed è pregiudiziale esercizio di democrazia, bisogna presentarsi uniti, abbandonare pretesi privilegi, non litigare su sgabelli o scranni. Magari lanciando un pensatoio comune, anche con il Pd, così da costruire una lista civica e unitaria, aperta, davvero aperta a tutti. Capace di aprire un dibattito sul futuro.


Non un libro dei sogni. Un piano, però. Che parta da dati di conoscenza: ce ne sono, a Roma, molti. Ci sono ricercatori, studiosi, analisti. Ci sono una miriade di associazioni impegnate nel territorio, quel territorio abbandonato dalla politica ufficiale che rischia di restare preda della propaganda di destra. Illuminante a proposito l’intervista di Diego Bianchi a Sergio, ex militante del Pci, che a Torre Maura ora va in piazza contro i rom con i fascisti di Casa Pound. Per la verità ci andava anche con il Pci e il Pd, Sergio, a fare la stessa cosa, anni fa, l’oggi deriva sempre da ieri. C’è qualcuno, oltre a Zoro, che ha voglia di discutere con Sergio e con gli altri Sergi che costellano il campo largo della politica?
Altrimenti è difficile sfuggire a un destino che vedrebbe Roma in mano a Salvini o alla Meloni. Arrendersi alla grettezza del “prima i romani”, in una città nata come rifugio per fuggitivi, sarebbe una nemesi. Invece, se i partiti riuscissero con lungimiranza a fare un passo indietro, le risorse ci sarebbero. Roma è ricca di socialità, basta cercarla. Si potrebbe partire da quel che c’è, il lavoro egregio che si sta facendo al terzo municipio, ad esempio, con la sua scuola popolare di politica e il riuso delle strutture pubbliche.
Bisognerebbe organizzarla, però, quella socialità, e non c’è tempo da perdere: trovare un gruppo di spessore che lavori sul programma, con uno sguardo lungo oltre i quattro anni di mandato della consiliatura. E sperimentare e attivare pratiche politiche, non solo elettorali: come si è sempre fatto nel secolo scorso. Poi, solo poi, un leader: basta bruciare nomi, uno dopo l’altro, a seconda dell’occasione. Un candidato sindaco può anche vincere, il caso Marino insegna, ma non necessariamente governare. Invece, se ci sono la visione e le idee e una pratica di condivisione e discussione, i leader non mancheranno.

Roma, è tempo della battaglia capitale

Roma fa pena. Senza un soldino di speranza per il futuro, le voragini nelle strade, la metropolitana che attraversa il centro senza fermarsi, perché per riparare le scale mobili servono più di sei mesi, nella capitale d’Italia. Ovviamente, siccome l’amministrazione non è capace di di manutenere i vecchi servizi, sembra impossibile progettarne di nuovi. Sta di fatto che l’ultimo pensiero attivo sui trasporti e sulle metropolitane è quello dell’assessore Walter Tocci, epoca Rutelli. Per anni si è realizzato quello che lui ha ideato. E basta.

Foto di Ella Baffoni

Certo, c’è lo stadio della Roma, uno stadio privato che servirà a fornire enormi profitti a un privato, a cui si consentirà di costruire e poi vendere un intero quartiere con tanto di edifici direzionali. Ci sono i parchi che vengono chiusi ogni volta che piove e tira vento. E le scuole, anche.
Doveva essere il governo degli onesti, e invece fioccano le inchieste e gli arresti per corruzione. Sicuramente, quando non sono coinvolti in prima persona, i cinque stelle al governo non sono capaci di intercettare nell’amministrazione i gangli malati, e renderli inoffensivi. L’assistenza sociale è assente, da tempo. L’inchiesta su mafia capitale ha demolito il malaffare che si era impadronito di ogni attività nel settore. A ricostruire non ci ha pensato nessuno. La normale amministrazione sembra solo un sogno impossibile, altro che pensare al futuro della città.
Eppure al futuro della città bisognerebbe pensare, se non vogliamo sprofondare sempre più. I cinque stelle sono miopi, ormai lo sappiamo, oltre che inefficienti. Il futuro non è nel loro sguardo.


Dobbiamo rassegnarci a subire un governo della Lega? Non è troppo presto per pensarci, è tardi anzi. I quattro anni di Alemanno dovrebbero averci insegnato che i danni del malgoverno sono lunghi, molto. I favori ai costruttori, l’abbandono delle periferie, l’intolleranza verso i poveri, il disprezzo verso i diversi: su questa linea proseguirà la Lega, che punta alla conquista di quella che solo qualche anno fa chiamava “Roma ladrona”, magari sfruttando proprio i faccendieri della destra al potere ieri, quelli dei disastri di Alemanno e di mafia capitale. Possibile non ci sia alternativa?
Invece c’è. Difficile che l’iniziativa parta dal Pd: a guardare le liste elettorali per le europee, che avrebbero dovuto essere il biglietto da visita del nuovo segretario, si ha la sensazione dell’impossibilità di scegliere, un ecumenismo di dubbia efficacia e scarsi contenuti. Dovrebbero essere le altre componenti della sinistra, che alle europee, fidando nella regola del proporzionale, si sono presentate più divise possibile, nonostante il rischio di fallimento del quorum, a prendere l’iniziativa. Intanto, ed è pregiudiziale esercizio di democrazia, bisogna presentarsi uniti, abbandonare pretesi privilegi, non litigare su sgabelli o scranni. Magari lanciando un pensatoio comune, anche con il Pd, così da costruire una lista civica e unitaria, aperta, davvero aperta a tutti. Capace di aprire un dibattito sul futuro.

Lucamaleonte al lavoro. Foto di Ella Baffoni


Non un libro dei sogni. Un piano, però. Che parta da dati di conoscenza: ce ne sono, a Roma, molti. Ci sono ricercatori, studiosi, analisti. Ci sono una miriade di associazioni impegnate nel territorio, quel territorio abbandonato dalla politica ufficiale che rischia di restare preda della propaganda di destra. Illuminante a proposito l’intervista di Diego Bianchi a Sergio, ex militante del Pci, che a Torre Maura ora va in piazza contro i rom con i fascisti di Casa Pound. Per la verità ci andava anche con il Pci e il Pd, Sergio, a fare la stessa cosa, anni fa, l’oggi deriva sempre da ieri. C’è qualcuno, oltre a Zoro, che ha voglia di discutere con Sergio e con gli altri Sergi che costellano il campo largo della politica?Altrimenti è difficile sfuggire a un destino che vedrebbe Roma in mano a Salvini o alla Meloni. Arrendersi alla grettezza del “prima i romani”, in una città nata come rifugio per fuggitivi, sarebbe una nemesi. Invece, se i partiti riuscissero con lungimiranza a fare un passo indietro, le risorse ci sarebbero. Roma è ricca di socialità, basta cercarla. Si potrebbe partire da quel che c’è, il lavoro egregio che si sta facendo al terzo municipio, ad esempio, con la sua scuola popolare di politica e il riuso delle strutture pubbliche.
Bisognerebbe organizzarla, però, quella socialità, e non c’è tempo da perdere: trovare un gruppo di spessore che lavori sul programma, con uno sguardo lungo oltre i quattro anni di mandato della consiliatura. E sperimentare e attivare pratiche politiche, non solo elettorali: come si è sempre fatto nel secolo scorso. Poi, solo poi, un leader: basta bruciare nomi, uno dopo l’altro, a seconda dell’occasione. Un candidato sindaco può anche vincere, il caso Marino insegna, ma non necessariamente governare. Invece, se ci sono la visione e le idee e una pratica di condivisione e discussione, i leader non mancheranno.

Il governo delle false emergenze

Le elezioni che si stanno avvicinando, innanzitutto. E la Lega, che vorrebbe impadronirsi di Roma ladrona, inzuppa il pane nel plebeismo. Poi ci sono le frange neofasciste, Casa Pound e Forza nuova, che distribuiscono razzismo e raccolgono adepti, offrendo ai poveri ma solo italiani pacchi di farina e caffè, come faceva la vecchia Dc, pratica umiliante ma che per qualcuno è meglio di niente.


Quel che avviene a Torre Maura è un frullato di questi elementi, aggravato dall’assenza degli amministratori. Già, perché i 5 stelle, che a Roma hanno quasi tutti i municipi, quello compreso, il Comune e la Città metropolitana (sì, esiste anche quella, apparentemente clandestina: il presidente è Virginia Raggi) non si sono degnati di accompagnare la ventina di famiglie, donne e bambini per lo più, nella loro nuova dimora. Così i facinorosi, quelli che hanno dato fuoco ai cassonetti e calpestato i panini della cena, hanno buon gioco a lamentare la “scarsa comunicazione”, che invece c’è stata, se qualcuno si fosse disturbato a informarsi. Sta di fatto che il giorno dopo, dietrofront, la sindaca si guarda bene dal discutere con il presidio di via Codirossoni, e in compenso annuncia il prossimo trasferimento delle famiglie, entro sette giorni.

Non è solo questione di debolezza, l’indecorosa ritirata. Il fatto che è che non c’è altro posto dove ci sia la garanzia che non avvenga un’altra rivolta. Virginia Raggi non se lo ricorderà, ma negli anni 90 l’allora assessore democristiano fece una sorta di via crucis nelle periferie romane: di fronte all’intenzione di fare un campo nomadi saranno state quindici le rivolte nelle quindici periferie coinvolte, e alla fine i rom hanno dovuto arrangiarsi, sotto i ponti. Questa è la questione, le persone non si cancellano: hanno dei diritti, persino. Questa volta, a Torre Maura, non si tratta nemmeno di un campo, situazione indecorosa e più che criticabile, ma di un edificio in muratura: proprio quello che è necessario per iniziare un percorso di normalità nella vita di persone che normalità non l’hanno mai avuta.


“Dovete bruciare”, “dovete morire di fame”, hanno urlato dal presidio dei bravi cittadini. “Non siamo razzisti. Ma il fatto è che loro non sono civili” ha sussurrato alle telecamere una gentile signora che, immagino, magari andrà in chiesa tutte le domeniche ad ascoltare le parole “ama il prossimo tuo”. Che ci sia uno stigma sui rom è chiaro, e non da oggi. Fa parte dell’inefficienza e dell’insulsaggine della sindaca il non prevederlo e l’arrendersi di fronte alla minaccia. Elettorale, certo: le minacce vere sono per quelle mamme i loro bambini. Per i 5 stelle, che qui hanno fatto man bassa di voti alle scorse elezioni, c’era un solo modo di spegnere la miccia, quello che dovrebbe fare ogni buon amministratore: andare davanti alla struttura, spiegare cosa si sta facendo e perché e con quali soldi, chiedere ai manifestanti come migliorare il loro quartiere. E già, perché una volta andati via i rom, il quartiere non sarà migliorato di una virgola, e i facinorosi ripiomberanno nell’incuria e nell’abbandono che hanno dato probabilmente l’avvio di questa giostra disumana.

L’accoglienza cattiva, l’accoglienza buona. Opposta, ma non poi tanto, è la vicenda di Mimì Lucano, il sindaco di Riace accusato di mille nefandezze e rimosso, addirittura con divieto di residenza nel suo paese. Qui c’è un sindaco che dell’accoglienza invece ha fatto la sua bandiera, ed è entrato nel mirino della procura. Ieri la Cassazione ha depositato la sentenza con cui rinvia al Tribunale del riesame di Reggio Calabria le accuse a Lucano: non ci sono atti o comportamenti illeciti o fraudolenti nella gestione dei rifiuti, non favorì matrimoni di comodo, cercò solo di aiutare la sua compagna Lemlem. Non avevamo dubbi.


Intanto però quell’esperimento innovativo di accoglienza è stato smantellato, attorno a Riace si è rifatto il vuoto; anzi, nel frattempo l’intero sistema Sprar non c’è più. E nonostante questo, a Roma, un centro di accoglienza per minori a Villa Spada induceva i ragazzi a fuggire lucrando però la retta: sedici arresti. Segno che il malaffare alligna, nell’indifferenza.
L’accoglienza di Mimì Lucano non è costata un euro più del dovuto, eppure è stata distrutta. Perché è utile alla Lega e ai suoi alleati veri, quelli che soffiano sul fuoco dell’intolleranza e del sovranismo, che migranti e rifugiati legali ripiombino nella clandestinità, e non trovino dove stare e come. Più gente dormirà sotto i ponti, più ci sarà odio da propagandare, e consenso da mietere.
Invece di agitare un’emergenza inventata come quella dei migranti, se il governo e il suo ministro dell’Interno volessero parlare delle questioni vere – la povertà cronica, l’assenza di lavoro, le disuguaglianze, la sicurezza dalle cosche, una sanità dignitosa – non avrebbero le carte in regola. Ad esclusione del reddito di cittadinanza e di quota cento, in realtà non si è fatto nulla. Ma proprio nulla.

Dalla Capitanata al palcoscenico Radio Ghetto trasmette le “Voci libere”

E’ una radio. Una piccola radio: meglio, un baracchino a onde corte. Ma non importa sia grande, i suoi ascoltatori sono lì vicino, a due passi. Letteralmente. Radio Ghetto nasce laggiù, al Gran Ghetto sotto Rignano, nel foggiano. La città dei pomodori, la città dello sfruttamento. La città informale nata per dare accoglienza alle migliaia di braccianti che arrivano dal mondo a lavorare al più italiano dei prodotti, la salsa di pomodoro. Alla raccolta dei san Marzano e dei ciliegini, nei campi assolati dalla Capitanata. Lì dove il vento soffia sempre, visto che non c’è nulla a fermarlo, lasciando sulla pelle e nei capelli una polvere impalpabile e implacabile. Lì dove i tramonti sembrano africani, tanto sono esplosivi e e lunghi.

Il Gran Ghetto sotto Rignano. Foto di Ella Baffoni

Radio Ghetto, il cui simbolo è un pomodoro con le cuffie da trasmissione, nasce da un progetto collettivo a cui ha partecipato Campagne in lotta, la ciclofficina e la scuola Io ci sto animate da un prete scalabrinano, Arcangelo Maira, sciaguratamente allontanato da Foggia. Dopo l’incendio del Gran Ghetto il progetto si è trasferito nella Pista di Borgo Mezzanone: un’altra città dello sfruttamento sperduta sul terreno di un ex aeroporto militare dismesso, proprio dietro il Cara, il centro di accoglienza per richiedenti asilo.
Basta poco. Una baracchetta, il baracchino e tante facce giovani. I volontari arrivati da tutt’Italia hanno imparato elettrotecnica e radiomeccanica, hanno tirato su l’antenna, hanno chiamato attorno ai microfoni della radio gli abitanti delle baracche accanto e le loro mille lingue: wolof, bambarà, poular, mandingo… Così da fare musica e raccontarsi, trovare un sollievo alla nostalgia e alla solitudine, discutere dei problemi, dei diritti e dello sfruttamento. Dei padroni che non pagano, della fatica e delle condizioni di lavoro. Spesso la radio si è spostata di insediamento in insediamento, radio itinerante e militante che ha portato vicinanza e solidarietà e musica nei posti più dimenticati.
Due mesi di trasmissioni continue durante la stagione di raccolta del pomodoro, quando i campi rosseggiano e i ghetti si riempiono di braccianti, mentre agricoltori, grossisti e grande distribuzione, nei loro uffici di Roma e Milano,  cominciano a calcolare i profitti dell’anno. Migliaia di ore di registrazione, pubblicate ora sul sito di Radio Ghetto, in italiano o in lingua. Che farne?

Foto di Radio Ghetto. Dal sito https://radioghettovocilibere.wordpress.com/

Un disco, un libro? Uno spettacolo teatrale. Perché no? Così il Collettivo Radioghetto ha studiato, discusso, scritto, selezionato quest’enorme materiale e, insieme, quel che hanno imparato laggiù. Ne è uscito uno spettacolo che ha debuttato all’ex Cinema Palazzo di San Lorenzo e poi si è spostato al Teatro Studio Uno di Torpignattara. E ora sta cercando di organizzare una piccola tournée per “Radio Ghetto – Voci libere dai ghetti di Foggia”.
Perché l’iniziativa merita. Innanzitutto per i diversi sottotesti che si intrecciano, e accompagnano chi non sa nulla di quel che avviene in quelle campagne con chi le frequenta, e con quelle persone ha relazioni e affetti. Come si lavora nei campi, innanzitutto: si strappano le piante dalla terra e le si scuotono dentro i cassoni da 400 chili l’uno, tre euro per riempirne uno, e la fretta, il caldo, la polvere, l’aspro odore delle piante maciullate. La relazione complessa con il caporale, riconoscenza per essere scelto in squadra e rancore per le vessazioni continue, i cinque euro per il passaggio in un furgone da 9 passeggeri che ne contiene venti, vietato portarsi acqua e cibo perché il panino e l’acqua vanno comprati obbligatoriamente dal caporale, un’altra tangente oltre al cassone che si paga per essere stati scelti. Il caporale, il caponero, è uno che parla la tua lingua, che mangia il tuo cibo: un pezzo di Africa in terra straniera. A grassare di più è il caporale bianco, e l’agricoltore che ti assume. Qualche giorno fa carabinieri e ispettori del lavoro hanno fatto controlli nel foggiano: il 100 per cento delle imprese non era in regola. Ma la vera sanguisuga del sistema è la grande distribuzione, i supermercati e gli ipermercati che in nome del “sottocosto” fanno le aste al doppio ribasso, strangolando agricoltori e aziende. E indovinate con chi se la rifaranno questi, poi? Risposta facile: con i braccianti, in nero, sottopagati e senza difese sindacali.

Foto di Ella Baffoni

Il lavoro, dunque. Però i ghetti sono anche altro. Sono il luogo della solidarietà, dove chi non trova lavoro trova comunque chi gli dà un piatto di riso, perché non si lascia una persona senza acqua né cibo. Sono il luogo dove ci si scambiano informazioni e servizi. Si può trovare una moschea per pregare, o una chiesa evangelica “in missione”, o un prete che celebra messa in una capanna. Un compagno che ti aiuti a tradurre una telefonata con l’avvocato per i permessi. Il modo per ricaricare il telefonino.

E ci sono le storie, i sentimenti di chi vive qui. Pauline, che ha un piccolo e elementarissimo ristorante. La storia del camorrista italiano che allestisce un bar-discoteca e, dietro, i loculi per far prostituire le ragazze, e i clienti mica sono tutti neri, anzi. Ecco un ragazzo venuto in Europa perché vorrebbe fare lo stilista e la moda italiana gli piace molto, e invece si ritrova qui, le mani crepate dal lavoro nei campi. C’è quello che vuole fare una festa perché è stato pagato, finalmente, e compra una pecora per mangiarla con gli amici… Gli odori forti, la musica notturna, i colori, i barbagli di uno stroboscopio che al ghetto piace tanto… C’è vita nei ghetti, tanta. Ci sono anche i concerti di uno come Sandro Joyeux, che suona nei concerti ufficiali con Eugenio Bennato e Pietra Montecorvino, Daniele Sepe, Baba Sissoko,  Madya Diebate, ma che da anni fa concerti gratis in quei posti sperduti, dal foggiano a Rosarno a Saluzzo a Lampedusa, per quei giovani ragazzi a cui non si riconoscono diritti se non quello di essere sfruttati. Che per una sera almeno ballano e imparano le canzoni che parlano le loro lingue.

Così il rap del ghetto dice: “Che fare soldi in questo sistema di follia / giorno per giorno le persone lavorano come cani, come pecore / niente soldi, niente macchine, è fottutamente vuoto / guardo il mio amico, mi sta guardando / niente carne da mangiare, nessun posto dove dormire / ogni volta le persone sono incazzate / ogni volta la gente sta piangendo / cosa si deve fare in questo sistema di follia? “.

C’è questa vita, ci sono queste vite nello spettacolo. E le azioni sceniche, la recitazione di Francesca Farcomeni, vengono accompagnate dalle voci e dalle schegge sonore che nelle cuffie degli spettatori sussurrano e urlano altre storie, altri racconti che si sovrappongono senza stridere a quello recitato dall’attrice.
L’ultimo sottotesto, il più esile, è quello dei volontari di Radio Ghetto. Forse per pudore, forse per noncuranza, del loro progetto si parla poco, e solo per accenni. Eppure tutto nasce da lì, da quei mesi passati a vivere la vita dei ghetti. Eppure se questo spettacolo – che bisognerebbe portare nelle università, nelle scuole, nei teatri di tutte le città – andrà ancora avanti, sarà su quelle gambe. Solide gambe, c’è da augurarsi.