Parma, una piccola storia ignobile

Alla fine è arrivata la sentenza di condanna per stupro. Sette anni fa nella sede della Raf, la rete antifascista di Parma, una ragazza viene invitata a festeggiare, la drogano, la stuprano, la filmano. Si risveglia dopo qualche ora, sola. Sta male, capisce che è successo qualcosa di brutto, ma non denuncia. Il video, intanto, passa di telefonino in telefonino. A lei appiccicano un curioso soprannome, la “ragazza fumogeno”: sì, l’hanno stuprata anche con quello. Ma che divertente.

Risatine sottobanco, chiacchiere, beffe. Lei non denuncia e si allontana dal gruppo. Ma tre anni dopo i carabinieri, che stanno indagando su una bomba carta fatta esplodere davanti alla sede di Casa Pound, sequestrano un telefonino e ci trovano quel video. Procedono d’ufficio per stupro di gruppo, identificano la ragazza, la chiamano a testimoniare. Singolare: a leggere in quelle immagini uno stupro sono i carabinieri, non i ragazzi che se le sono fino a quel momento passate ridacchiando. Alla fine la ragazza fa i nomi e scattano le denunce e i domiciliari. A quel punto attorno a lei si alza il muro dell’autodifesa del gruppo, le calunnie (ora si è messa con i fascisti), la cacciata dagli spazi di movimento.

Hai denunciato, sei una spia, dicono. Nessuno l’ascolta. Quasi nessuno. A difenderla, a ricordare che uno stupro è sempre una sopraffazione, e se di gruppo è ancora più odioso, ci sono le Romantic Punk prima, Radio Onda rossa poi e l’Udi e Communia, oltre a alcuni piccoli gruppi di movimento. Ma il grosso della sinistra antagonista a Parma in questi sette anni è schierato con gli stupratori. Non solo quelli condannati qualche giorno fa, ma anche il gruppo più largo che guardava e si divertiva, e quello più largo ancora che nei giorni a seguire si passava il video. Video che è diventato la prova principe dell’accusa, che mostra una donna inerme, senza sensi, come morta in balia del gruppo.

E’ questo il punto. In che senso sono antifascisti, quei ragazzi della Raf? Perché sono dalla parte degli oppressi e non degli oppressori, immagino. Ma quanto disprezzo si deve coltivare verso una donna per diventarne gli oppressori, e dopo la violenza insultarla e isolarla e opprimerla ancora? Come si fa a non vederla vittima? Possibile che nessuno abbia colto, in quel video, gli atti di sopraffazione maschilista, un sintomo odioso di fascismo? I forti che opprimono il debole, i tanti che schiacciano l’isolato.

Quando si guarda il male, bisognerebbe avere il coraggio di guardalo dall’esterno di noi, ma anche dall’interno: anche a noi riguarda quel male. Al di là delle etichette, al di là delle appartenenze: al di là anche delle condanne. Non c’eravamo negli anni della Shoah, ma quell’orrore parla anche di noi. Ci siamo negli anni delle stragi di migranti del Mediterraneo, ma non riusciamo a guardarle davvero, a pensarci responsabili.

Inutile poi dire: tutta colpa del patriarcato. Il patriarcato che è in uomini e donne (sì, anche nelle donne) ormai dovremmo riconoscerlo. Sì, anche in quel video, che la ragazza è stata costretta a guardare e riguardare, anche nell’aula processuale, durante il dibattimento. Una sofferenza ulteriore in aggiunta alla precedente sofferenza.

Ancor più impressionante è l’assenza di anticorpi. Non c’è alcun ambiente che sia il paradiso in terra, né il comunismo realizzato, lo sappiamo bene. Nessuno è immune da cattiverie, tradimenti, malignità, sopraffazioni. Ma, si diceva nel ’68, chi vuol costruire un mondo libero dallo sfruttamento dovrebbe intanto costruire una comunità e relazioni più libere, più aperte. E, insomma, almeno che ci si rispetti. Tutti possono sbagliare, ma bisogna capire perché, e riparare per quel che sia possibile, e non rifarsela ancora sulla vittima. Uno “sbaglio”, e per di più orribile, che venga negato e nascosto pervicacemente per sette anni in un clima omertoso è più che un sintomo. E’ la malattia.

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Il turista apocalittico

Turista io? Macché. Io sono un viaggiatore. Non seguo i percorsi prefabbricati. Compro una guida e me lo faccio io il percorso, seguendo il desiderio, la scoperta, il fascino del luogo. E incontro persone vere, mangio in ristoranti locali i cibi locali, osservo zone storiche e archeologiche ancora non contaminate.

Alzi la mano chi non ha mai detto o pensato frasi del genere. A noi tutti farebbe bene leggere “Il selfie del mondo” di Marco D’Eramo (Feltrinelli, pp.252, 22 euro). Perché anche di noi parla.

La prima parte del libro è un’analisi, rigorosa e spietata, dell’industria del turismo. Una delle più vaste industrie mondiali, che non riguarda solo la trasformazione delle mete dei viaggi, ma anche l’industria che li permette e li facilita. Da quella aerea a quella marittima. Dall’alberghiera all’accoglienza diffusa. Dall’agricoltura al commercio.

Cifre, dati, ragionamenti sono incalzanti e indiscutibili. Come non sorridere davanti all’anglofono che sceglie la “pseudità”, parola inventata da Rilke, di una cantante inglese che canta con accento francese invece di una vera cantante francese? I viaggi organizzati sono costellati di pseudità: l’affascinante mendicante da turisti, perfetto da fotografare. Il localino caratteristico, finto nei cibi e persino nell’arredamento. La ricostruzione del monumento rispetto al monumento in rovina….

Ecco, il fascino delle rovine. Altro concetto relativamente moderno, risalente all’Ottocento. Perché ci piacciono, ci parlano, sono così suggestive? Perché, dice D’Eramo, sono luoghi dove si fa materia il tempo. Perché un edificio ricostruito anche minuziosamente ci lascia freddi, mentre l’intonaco un po’ fané di un palazzo cinquecentesco sa evocare il passato? Questo mostra il tempo, l’altro no, non è che una replica architettonica, il passato non ha lasciato ingiurie né fascino.

Il tempo incarnato ha una forza potente, ma anche un tallone d’Achille: D’Eramo lo trova nell’Unesco. Quando un sito diventa Patrimonio universale, lì inizia il declino. La mutazione che fa di San Giminiano una città medievale ben conservata ma quasi totalmente priva di vita, se si escludono i figuranti della messa in scena turistica, gli attori dell’industria dell’accoglienza, i gestori dei percorsi culturali, i venditori di souvenir e di ricordi. Come in molte zone turistiche, la città storica diventa un parco a tema, in cui i turisti collezionano quel monumento, quel paesaggio, quella statua che già conoscono ma che ora possono osservare da vicino, dal “vero”. Vero ma vuoto. Prima conseguenza, un abbassamento drastico della qualità: se un ristoratore che ha clienti locali deve far del suo meglio per mettere in tavole cibi appetitosi e ben cucinati, perché fare lo sforzo per una comitiva di turisti che non torneranno mai più? In Italia gli operatori dell’industria turistica, che considerano il loro cliente un pollo da spennare e non il proprio mercato, di norma agiscono così. Segando il ramo su cui sono seduti: infatti in Italia si viene poco, rispetto ai tesori d’arte e storia che vi si custodiscono, si resta poco, non si ritorna. Gli sproloqui sulla cultura petrolio d’Italia (sbagliati persino concettualmente: il petrolio vero porta grandi ricchezze ma a pochi e distrugge ambiente e luoghi di tutti) sono artifici retorici, basterebbe guardare l’abisso dei tagli sugli investimenti di Stato per tutela e manutenzione dei beni culturali. E anche qui torna in azione la sega sul ramo su cui siamo seduti.

Lijang, città cinese dello Yunnan, è uno dei casi estremi citati da D’Eramo. Rasa al solo da un terremoto nel 1996, lì non c’era ormai nulla da preservare. Ma la volontà del governo cinese di farne un polo turistico ha prodotto una ricostruzione “addomesticata”. Il centro storico ha oggi l’elettricità le fogne, mai esistite prima, gli interni degli edifici sono stati aggiustati “per incorporare i moderni stili di vita”, gli stessi materiali edilizi sono stati “migliorati”. Insomma, case moderne con aspetto antico che nel 2013 avrebbero accolto oltre 20 milioni di turisti. E, dice la Rough Guide, “la città vecchia cresce a ogni anno che passa”. Un paradosso esplicito.

Ma ecco la seconda parte del libro. Non sarà che la critica al turismo di massa non rispecchi anch’essa la lotta tra le classi? Turismo deriva da Grand Tour, il viaggio di istruzione che i rampolli americani benestanti facevano in Europa. Quando la possibilità di viaggiare si è estesa, anche agli operai e ai piccoli impiegati, i più doviziosi hanno scelto mete più esotiche, arricciando il naso quando venivano raggiunte anche dal volgo. Così anche oggi i turisti raffinati storcono il naso davanti ai turisti indipendenti, che storcono il naso davanti ai torpedoni organizzati, che storcono il naso davanti alle truppe dei giapponesi irreggimentati… E in fondo non è che questione di soldi, anche il turismo ci rimanda alle divisioni sociali del capitalismo. E in fondo lo scandalo potrebbe essere il fatto che persino i proletari hanno tempo libero, hanno desideri, possono viaggiare. O si pensa di abolire, progressivamente, anche il tempo libero?

Singolare l’osservazione che, per la prima volta nella storia del mondo, i migranti che cercando una vita possibile in Europa, non necessariamente devono assumere il nostro stile di vita, come invece era obbligo per gli emigrati del secolo scorso. Possono parlare la loro lingua, sentire la loro musica, cucinare i loro cibi, osservare le loro regole religiose. Possono tornare a casa, per le vacanze o per sempre. Curiosamente, ciò che permette di comunicare ad alcuni, contemporaneamente isola altri.

Unica nota per me dissonante, la critica allo zoning, la tecnica urbanistica molto utilizzata ad esempio da Le Corbusier per separare le funzioni di vita nella città: qui il lavoro, lì l’abitare, più in là ricrearsi e passeggiare. Una tecnica che per D’Eramo ha inverato l’assunto di Guy Debord: la classe dominante teme la libertà degli uomini nelle città e tende a isolare, a ostacolare le possibilità di incontro che offre. Il risultato, soprattutto negli Stati Uniti, non sarà stato ottimale. Né del resto lo spontaneismo sfrenato, le coste della Calabria sono lì a dimostrarlo. Ma, a vivere a Chandrigarh, città di fondazione disegnata da Le Corbusier in India, lo zoning funzionerebbe. Fitta di luoghi di incontro, garantisce invece trasporti agili e quiete notturna. E’ che lì i luoghi della vita pubblica e di quella privata sono stati pensati insieme. Ma questo è un altro discorso.

Se il turismo è una grande industria capitalistica, è possibile prevederne la fine. Quando non si sa, ma finirà. Muoversi, viaggiare, è una possibilità alla portata di quasi tutti che rispecchia un desiderio, difficile abolirla in tempo di pace. Anche se il mondo raggiungibile, in questi ultimi anni, invece che ampliarsi si restringe, anno dopo anno, seguendo la cronaca degli attentati terroristici, guarda caso proprio nei luoghi turistici, vittime i turisti. Come sazieremo ancora la nostra fame di mondo?

Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

L’orco e il Lago

C’era una volta un orco cattivo che, per cercare un tesoro nascosto, scavò una grande buca e svegliò una principessa guerriera che dormiva accanto a un fiume sotterraneo. La principessa si arrabbiò e scatenò la sua ira facendo risalire il fiume in superficie. Non riuscì ad annegare l’orco, ma lì dove era stata scavata la terra spuntò un lago sorgivo che, pian piano, ha cominciato a offrire rifugio agli animali che cercavano di sfuggire all’inquinamento e al cemento…

Ecco, potrebbe essere raccontata anche così la storia del lago Ex Snia, nato da un tentativo malriuscito di speculazione edilizia e ora luogo di cova per anatre e garzette, di caccia per volpi e martin pescatori, di giochi per i bambini dei quartieri Casal Bertone e Prenestino.

Una storia lunga vent’anni che ha impegnato la tenacia e l’intelligenza del Comitato e del Forum del Parco delle Energie che hanno scoperto prima le carte contraffatte del piano regolatore, poi hanno sventato altri tentativi di speculazione e convinto il Comune a espropriare almeno l’area destinata originariamente a verde. Ora si aspetta da un po’ troppo tempo l’iscrizione del Lago nell’elenco dei monumenti naturali, la registrazione del Lago negli elenchi del Demanio, gli adempimenti burocratici in assenza dei quali altri tentativi di speculazioni potrebbero essere dietro l’angolo.

Così quest’anno si è deciso di manifestare per chiedere l’istituzione di Monumento naturale per il Lago Ex Snia. Una manifestazione anomala: non un corteo, non un sit-in e nemmeno un flash mob. Ma un concerto lungo una giornata, un pic nic sotto un sole tornato finalmente caldo che ha visto migliaia di persone, c’è chi dice cinquemila, darsi appuntamento nel grande prato davanti al Lago.

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Una lunga manifestazione musicale, una maratona, mentre street artist come Camilla Falsini e Alex Senna lavoravano di colori e pennelli sulle mura di recinzione. Prima la Murga e le giocolerie, poi il concerto dal palco. Aperto dalle canzoni che gli Assalti frontali – e Militant A in modo particolare – insieme al Muro del canto hanno dedicato al “Lago che combatte”, il concerto ha visto tra gli altri la partecipazione di Piero Brega e Oretta Orengo, Amir Issaa, Los3saltos, Ginko, il coro Romolo Balzani, Giulia Anania, Skasso, Veeblefetzer, Lampadread, il centro culturale Ararat. E il mitico Capitan Calamaio, “che ha più libri di un libraio”, gran condottiero di tutti i bambini.

Sono stati loro, i bambini, i grandi protagonisti di questa giornata. Hanno assaltato la collinetta di sabbia scavando accanitamente, hanno osservato l’arnia che ospiterà le api e bombardato i terreni ancora in mano al costruttore Pulcini con bombe di semi, hanno partecipato alla piantumazione di un grande albero, hanno giocato e ballato e cantato. Perché soprattutto loro hanno bisogno di quel lembo di natura incistato in una delle zone più densamente abitate di Roma. Perché il lago parla di futuro, di qualità della vita, di partecipazione. Di speranza.

Per un anno il Lago è stato aperto al pubblico grazie all’iniziativa di chi lo ha reso praticabile, ha falciato l’erba, ha provveduto alla guardiania, ha controllato che le cove non venissero disturbate da bipedi o quadrupedi (per questo i cani vanno sempre al guinzaglio). Non per sostituirsi a chi avrebbe dovuto provvedere, ma come forma di lotta: perché gli abitanti della zona conoscessero la bellezza di quel luogo e se ne riappropriassero, perché gli amministratori pubblici avessero chiaro che c’è chi il Lago lo ha difeso e lo difenderà. E che sarebbe ora di darsi una mossa, completare gli espropri e finanziare l’allestimento dell’area.

La risposta e la partecipazione dei romani è stata al di là delle aspettative. Ora tocca agli amministratori, il Comune e soprattutto la Regione. Zingaretti, batti un colpo. Non vorrai mica che quell’orco cattivo si faccia venire altre idee?

 

Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

Iorda, Gorvi e gli altri bambini

Si fa presto a dire ghetto. Ghetto è una parola che bisognerebbe abolire, lasciandola al repertorio di orrori del secolo scorso, invece si usa, ancora e ancora. Con una disinvoltura che rasenta l’indifferenza di chi gli orrori li vede ogni giorno, e non gli fanno più orrore.

Nella campagne italiane ci sono molti accampamenti informali; uno solo ha diritto a quel nome, il più grande. E’ il Gran Ghetto di Rignano, o di san Severo, due paesi che si rimpallano il toponimo, e non per nobili motivi. Gran Ghetto, così lo hanno chiamato i suoi abitanti, con qualche ironia, e così va chiamato.

Ma intanto l’abitudine a chiamare ghetto qualsiasi accampamento si è diffusa, anche se gli abitanti – i braccianti del secondo millennio, 3 o 4 euro l’ora al nero per gli affari degli agricoltori e della grande distribuzione alimentare –  nemmeno sanno cosa voglia dire.

E’ il caso della Masseria Fonte del Pesce, una bella struttura ad archi in Borgo Tressanti attorno a cui si è formato un agglomerato di tende e baracche chiamato Ghetto dei bulgari in cui vivono centinaia di persone. Tantissimi i bambini.

Tantissimi. Questa estate è stato frequentato il pomeriggio da volontari per farli giocare, quei bambini che non parlano una parola di italiano. Rubabandiera – e così si imparano i numeri – canzoni mimate – e così s’impara qualche parola – girotondi. Calcio, anche, ma con palloni fatti di stracci, i palloni di gomma scoppiano dopo mezzora, tanti sono i vetri rotti del campo.

Niente acqua, nemmeno quella degli impianti di irrigazione. Cumuli di rifiuti, e non sempre i bambini hanno le scarpe. Sembra uno slum africano e invece sono europei in Europa, a pochi chilometri da Foggia.

Sporcizia e polvere. Vestiti all’osso, a volte neanche una maglietta. Ma le facce allegre dei bambini che ti guardano dritto in faccia sono irresistibili. I più piccoli ti abbracciano, non vogliono lasciarti andar via. Pian piano si avvicinano anche i genitori, spesso adolescenti, quasi bambini anche loro: qualcuno gioca, anche. Basta qualche giorno e all’arrivo dei volontari i bambini si chiamano l’un l’altro, arrivano di corsa, esibiscono le parole appena imparate. E i genitori sorridono, piccoli gesti di gentilezza uniscono.

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Possibile vivere così? Possibile lasciare da sei anni in queste condizioni tanti bimbi? In dicembre un violento incendio ha distrutto tante baracche e ucciso un ragazzo di ventanni. E la scuola? Già, la scuola. Non c’è. Borgo Mezzanone ha la scuola più vicina, ma la Masseria Fonte di pesce è fuori comune. Il comune di riferimento è parecchio più lontano e si tiene ben alla larga dall’affrontare il problema, i costi di pulmini e insegnanti di sostegno.

C’è voluto un faticoso lavoro di ricucitura istituzionale per tentare una soluzione, per portare i bambini a scuola, che sarebbe poi un diritto. E’ durata due giorni. Però adesso ecco arrivare l’ordinanza di sgombero per il “ghetto dei bulgari”, firmata dal sindaco di Foggia, Landella. E tutto si ferma.

Lo sgombero – senza alternative, raccogliere le proprie cose e cercare un altro luogo abbandonato dove nascondersi –  è annunciato per lunedì prossimo, e intanto i genitori, intimoriti, non mandano più i bambini a scuola, temono gli vengano sottratti. L’unico diritto che lo stato ha offerto a questi bambini e tutti gli sforzi di scuola, Caritas, mediatori e volontari sono svaniti in un soffio.

Inaccettabile che persone adulte, figurarsi i bambini, vivano in quelle condizioni, e per poter lavorare nei campi per 4 euro l’ora. Ma la soluzione apparentemente “facile” dello sgombero, che si faccia lunedì o che si trascini per le lunghe, rischia di lasciare ancora più soli quei bambini. L’intelligentissimo Gorvy, il piccolo Ivan, la scarmigliata Iorda, la dolce Penka. E gli altri, tutti gli altri, che vivono nella campagna foggiana come fossero nella giungla amazzonica. E sì, in modo non meno nascosto e pericoloso.