Parma, una piccola storia ignobile

Alla fine è arrivata la sentenza di condanna per stupro. Sette anni fa nella sede della Raf, la rete antifascista di Parma, una ragazza viene invitata a festeggiare, la drogano, la stuprano, la filmano. Si risveglia dopo qualche ora, sola. Sta male, capisce che è successo qualcosa di brutto, ma non denuncia. Il video, intanto, passa di telefonino in telefonino. A lei appiccicano un curioso soprannome, la “ragazza fumogeno”: sì, l’hanno stuprata anche con quello. Ma che divertente.

Risatine sottobanco, chiacchiere, beffe. Lei non denuncia e si allontana dal gruppo. Ma tre anni dopo i carabinieri, che stanno indagando su una bomba carta fatta esplodere davanti alla sede di Casa Pound, sequestrano un telefonino e ci trovano quel video. Procedono d’ufficio per stupro di gruppo, identificano la ragazza, la chiamano a testimoniare. Singolare: a leggere in quelle immagini uno stupro sono i carabinieri, non i ragazzi che se le sono fino a quel momento passate ridacchiando. Alla fine la ragazza fa i nomi e scattano le denunce e i domiciliari. A quel punto attorno a lei si alza il muro dell’autodifesa del gruppo, le calunnie (ora si è messa con i fascisti), la cacciata dagli spazi di movimento.

Hai denunciato, sei una spia, dicono. Nessuno l’ascolta. Quasi nessuno. A difenderla, a ricordare che uno stupro è sempre una sopraffazione, e se di gruppo è ancora più odioso, ci sono le Romantic Punk prima, Radio Onda rossa poi e l’Udi e Communia, oltre a alcuni piccoli gruppi di movimento. Ma il grosso della sinistra antagonista a Parma in questi sette anni è schierato con gli stupratori. Non solo quelli condannati qualche giorno fa, ma anche il gruppo più largo che guardava e si divertiva, e quello più largo ancora che nei giorni a seguire si passava il video. Video che è diventato la prova principe dell’accusa, che mostra una donna inerme, senza sensi, come morta in balia del gruppo.

E’ questo il punto. In che senso sono antifascisti, quei ragazzi della Raf? Perché sono dalla parte degli oppressi e non degli oppressori, immagino. Ma quanto disprezzo si deve coltivare verso una donna per diventarne gli oppressori, e dopo la violenza insultarla e isolarla e opprimerla ancora? Come si fa a non vederla vittima? Possibile che nessuno abbia colto, in quel video, gli atti di sopraffazione maschilista, un sintomo odioso di fascismo? I forti che opprimono il debole, i tanti che schiacciano l’isolato.

Quando si guarda il male, bisognerebbe avere il coraggio di guardalo dall’esterno di noi, ma anche dall’interno: anche a noi riguarda quel male. Al di là delle etichette, al di là delle appartenenze: al di là anche delle condanne. Non c’eravamo negli anni della Shoah, ma quell’orrore parla anche di noi. Ci siamo negli anni delle stragi di migranti del Mediterraneo, ma non riusciamo a guardarle davvero, a pensarci responsabili.

Inutile poi dire: tutta colpa del patriarcato. Il patriarcato che è in uomini e donne (sì, anche nelle donne) ormai dovremmo riconoscerlo. Sì, anche in quel video, che la ragazza è stata costretta a guardare e riguardare, anche nell’aula processuale, durante il dibattimento. Una sofferenza ulteriore in aggiunta alla precedente sofferenza.

Ancor più impressionante è l’assenza di anticorpi. Non c’è alcun ambiente che sia il paradiso in terra, né il comunismo realizzato, lo sappiamo bene. Nessuno è immune da cattiverie, tradimenti, malignità, sopraffazioni. Ma, si diceva nel ’68, chi vuol costruire un mondo libero dallo sfruttamento dovrebbe intanto costruire una comunità e relazioni più libere, più aperte. E, insomma, almeno che ci si rispetti. Tutti possono sbagliare, ma bisogna capire perché, e riparare per quel che sia possibile, e non rifarsela ancora sulla vittima. Uno “sbaglio”, e per di più orribile, che venga negato e nascosto pervicacemente per sette anni in un clima omertoso è più che un sintomo. E’ la malattia.

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Il turista apocalittico

Turista io? Macché. Io sono un viaggiatore. Non seguo i percorsi prefabbricati. Compro una guida e me lo faccio io il percorso, seguendo il desiderio, la scoperta, il fascino del luogo. E incontro persone vere, mangio in ristoranti locali i cibi locali, osservo zone storiche e archeologiche ancora non contaminate.

Alzi la mano chi non ha mai detto o pensato frasi del genere. A noi tutti farebbe bene leggere “Il selfie del mondo” di Marco D’Eramo (Feltrinelli, pp.252, 22 euro). Perché anche di noi parla.

La prima parte del libro è un’analisi, rigorosa e spietata, dell’industria del turismo. Una delle più vaste industrie mondiali, che non riguarda solo la trasformazione delle mete dei viaggi, ma anche l’industria che li permette e li facilita. Da quella aerea a quella marittima. Dall’alberghiera all’accoglienza diffusa. Dall’agricoltura al commercio.

Cifre, dati, ragionamenti sono incalzanti e indiscutibili. Come non sorridere davanti all’anglofono che sceglie la “pseudità”, parola inventata da Rilke, di una cantante inglese che canta con accento francese invece di una vera cantante francese? I viaggi organizzati sono costellati di pseudità: l’affascinante mendicante da turisti, perfetto da fotografare. Il localino caratteristico, finto nei cibi e persino nell’arredamento. La ricostruzione del monumento rispetto al monumento in rovina….

Ecco, il fascino delle rovine. Altro concetto relativamente moderno, risalente all’Ottocento. Perché ci piacciono, ci parlano, sono così suggestive? Perché, dice D’Eramo, sono luoghi dove si fa materia il tempo. Perché un edificio ricostruito anche minuziosamente ci lascia freddi, mentre l’intonaco un po’ fané di un palazzo cinquecentesco sa evocare il passato? Questo mostra il tempo, l’altro no, non è che una replica architettonica, il passato non ha lasciato ingiurie né fascino.

Il tempo incarnato ha una forza potente, ma anche un tallone d’Achille: D’Eramo lo trova nell’Unesco. Quando un sito diventa Patrimonio universale, lì inizia il declino. La mutazione che fa di San Giminiano una città medievale ben conservata ma quasi totalmente priva di vita, se si escludono i figuranti della messa in scena turistica, gli attori dell’industria dell’accoglienza, i gestori dei percorsi culturali, i venditori di souvenir e di ricordi. Come in molte zone turistiche, la città storica diventa un parco a tema, in cui i turisti collezionano quel monumento, quel paesaggio, quella statua che già conoscono ma che ora possono osservare da vicino, dal “vero”. Vero ma vuoto. Prima conseguenza, un abbassamento drastico della qualità: se un ristoratore che ha clienti locali deve far del suo meglio per mettere in tavole cibi appetitosi e ben cucinati, perché fare lo sforzo per una comitiva di turisti che non torneranno mai più? In Italia gli operatori dell’industria turistica, che considerano il loro cliente un pollo da spennare e non il proprio mercato, di norma agiscono così. Segando il ramo su cui sono seduti: infatti in Italia si viene poco, rispetto ai tesori d’arte e storia che vi si custodiscono, si resta poco, non si ritorna. Gli sproloqui sulla cultura petrolio d’Italia (sbagliati persino concettualmente: il petrolio vero porta grandi ricchezze ma a pochi e distrugge ambiente e luoghi di tutti) sono artifici retorici, basterebbe guardare l’abisso dei tagli sugli investimenti di Stato per tutela e manutenzione dei beni culturali. E anche qui torna in azione la sega sul ramo su cui siamo seduti.

Lijang, città cinese dello Yunnan, è uno dei casi estremi citati da D’Eramo. Rasa al solo da un terremoto nel 1996, lì non c’era ormai nulla da preservare. Ma la volontà del governo cinese di farne un polo turistico ha prodotto una ricostruzione “addomesticata”. Il centro storico ha oggi l’elettricità le fogne, mai esistite prima, gli interni degli edifici sono stati aggiustati “per incorporare i moderni stili di vita”, gli stessi materiali edilizi sono stati “migliorati”. Insomma, case moderne con aspetto antico che nel 2013 avrebbero accolto oltre 20 milioni di turisti. E, dice la Rough Guide, “la città vecchia cresce a ogni anno che passa”. Un paradosso esplicito.

Ma ecco la seconda parte del libro. Non sarà che la critica al turismo di massa non rispecchi anch’essa la lotta tra le classi? Turismo deriva da Grand Tour, il viaggio di istruzione che i rampolli americani benestanti facevano in Europa. Quando la possibilità di viaggiare si è estesa, anche agli operai e ai piccoli impiegati, i più doviziosi hanno scelto mete più esotiche, arricciando il naso quando venivano raggiunte anche dal volgo. Così anche oggi i turisti raffinati storcono il naso davanti ai turisti indipendenti, che storcono il naso davanti ai torpedoni organizzati, che storcono il naso davanti alle truppe dei giapponesi irreggimentati… E in fondo non è che questione di soldi, anche il turismo ci rimanda alle divisioni sociali del capitalismo. E in fondo lo scandalo potrebbe essere il fatto che persino i proletari hanno tempo libero, hanno desideri, possono viaggiare. O si pensa di abolire, progressivamente, anche il tempo libero?

Singolare l’osservazione che, per la prima volta nella storia del mondo, i migranti che cercando una vita possibile in Europa, non necessariamente devono assumere il nostro stile di vita, come invece era obbligo per gli emigrati del secolo scorso. Possono parlare la loro lingua, sentire la loro musica, cucinare i loro cibi, osservare le loro regole religiose. Possono tornare a casa, per le vacanze o per sempre. Curiosamente, ciò che permette di comunicare ad alcuni, contemporaneamente isola altri.

Unica nota per me dissonante, la critica allo zoning, la tecnica urbanistica molto utilizzata ad esempio da Le Corbusier per separare le funzioni di vita nella città: qui il lavoro, lì l’abitare, più in là ricrearsi e passeggiare. Una tecnica che per D’Eramo ha inverato l’assunto di Guy Debord: la classe dominante teme la libertà degli uomini nelle città e tende a isolare, a ostacolare le possibilità di incontro che offre. Il risultato, soprattutto negli Stati Uniti, non sarà stato ottimale. Né del resto lo spontaneismo sfrenato, le coste della Calabria sono lì a dimostrarlo. Ma, a vivere a Chandrigarh, città di fondazione disegnata da Le Corbusier in India, lo zoning funzionerebbe. Fitta di luoghi di incontro, garantisce invece trasporti agili e quiete notturna. E’ che lì i luoghi della vita pubblica e di quella privata sono stati pensati insieme. Ma questo è un altro discorso.

Se il turismo è una grande industria capitalistica, è possibile prevederne la fine. Quando non si sa, ma finirà. Muoversi, viaggiare, è una possibilità alla portata di quasi tutti che rispecchia un desiderio, difficile abolirla in tempo di pace. Anche se il mondo raggiungibile, in questi ultimi anni, invece che ampliarsi si restringe, anno dopo anno, seguendo la cronaca degli attentati terroristici, guarda caso proprio nei luoghi turistici, vittime i turisti. Come sazieremo ancora la nostra fame di mondo?