L’azzardo dell’utopia

Comunista uno, socialista l’altro. Nel dialogo che intrecciano Aldo Natoli e Vittorio Foa – quest’ultimo intervistatore, ma interlocutore riflessivo, anche – nel 1994 c’è la ricostruzione di un’epoca, di un dibattito che sarebbe, se i nostri tempi non fossero così sommari, di piena attualità. Pubblicato da Editori riuniti, questo “Dialogo sull’antifascismo il Pci e l’Italia repubblicana” è lo sbobinato di un lungo confronto, durato giorni, tra Natoli e Foa, purtroppo non concluso. Occasione per ripercorrere la storia dell’ultima metà del secolo, dalla lotta antifascista – tutti e due hanno incontrato la classe operaia in prigione o al confino – alla ricostruzione dell’Italia, al boom, al ’68, alla dissoluzione del Pci.

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Anni lunghi ma anche un linguaggio comune. Per Natoli come per Foa la politica è stata servizio, con – ha notato Giovanni De Luna durante la presentazione del libro presso la biblioteca del Senato – “un fortissimo afflato verso la sofferenza degli ultimi. Tra il ’58 e il 68 per entrambi la centralità operaia è un pilastro, il conflitto sociale nei luoghi di produzione la chiave di volta. Cosa è rimasto? Niente, risponde Natoli negli anni 90, quando milioni di comunisti diventano ex. Da qui nasce l’epoca di Renzi, da un vuoto, una mancata consapevolezza lunga vent’anni”.

La storia del Pci sembra subire una sorta di damnatio memoriae, o almeno un giudizio di irrilevanza “Ci sono voluti non comunisti come Vittorio Foa per restituire a questa storia l’ascolto e il rispetto senza i quali non capiamo non solo la sinistra ma tutta l’Italia moderna – scrive Alessandro Portelli – ascoltare queste pagine ci riempie d’orgoglio perché abbiamo avuto tra noi compagni di questa grandezza, di smarrimento (cosa resta senza di loro?), di rimpianto per non averli ascoltati abbastanza, di pena per averli lasciati soli”.

Si interrogano, Natoli e Foa. Le domande non sono scontate, e nemmeno le risposte. Questo pensavo allora, per questo sbagliavo; no, su questo avevamo ragione. Dal patto Hitler-Stalin alla spartizione della Polonia, dall’Ungheria a Praga. Fino alla battaglia contro gli speculatori sul “sacco di Roma”, rimasta un pilastro delle vicende urbanistiche italiane, condotta in solitudine nell’indifferenza del partito e di Togliatti. E poi la rottura con il Pci: “sono un comunista senza partito”, diceva, ed era allora un atto di coraggio, chi ricorda cosa fosse il Pci lo sa.

Un libro che parla al nostro presente, dice Claudio Natoli, che ha curato il libro insieme a Anna Foa. Davanti al vuoto di oggi, all’incapacità di interpretare il mondo e di riprogettarlo, questo modo di interrogare il passato con onestà intellettuale insegna molto. Un po’ come, per altri versi, un diversissimo volume recentemente pubblicato da Einaudi, “Quando si pensava in grande” di Rossana Rossanda. Interviste a testimoni dell’epoca, da Lukacs a Aragon, da Althusser a Sweezy a Allende; gente che ci ha lasciato una grande eredità di pensiero. Tutti, in qualche modo, per ora sconfitti, ma non senza rischiare l’azzardo dell’utopia.

Vorrei una smentita

Aspetto una smentita. Lo so, il collega di Repubblica che ha scritto la notizia è serissimo, e affidabile. Ma aspetto lo stesso una smentita. La questione è questa: tre sindaci di sinistra del Veneto (Venezia, Padova, Treviso) si sono coalizzati contro i medicanti. Sono molesti, dicono: una signora infatti – assicura il sindaco di Treviso – si è sentita minacciata. Una. Così si combatte per la legalità, ci si scaglia contro un racket di cui nessuno ha mai prodotto prove, si evocano maldigerite letture dickensiane che raccontavano la Londra di due secoli fa. Qui siamo nel Veneto felix, quello che non sopporta chi chiede l’elemosina. Sono tre città, per inciso, che della cultura e delle istituzioni culturali si fanno gran vanto.

Le multe non bastano, non bastano i fogli di via. I sindaci della trimurti Pa-Tre-Ve vogliono un allontanamento di tre anni. Ammesso che non siano cittadini indigeni, chè allora vanno vessati in un’altra maniera, chissà che non rispolverino il confino.

I poveri, invece, sono sempre di più, anche in quelle città. Magari non stendono la mano e frugano negli scarti dei mercati, frequentano i retrobottega di associazioni di buon cuore. Certo per loro non si mobilita nessuna nessuna task-force: sopravviveranno solo se invisibili. I monatti invece – molti sono rom, alcuni stranieri – sono 30 a Treviso, 60 a Padova, “qualcuno di più a Venezia”. Per perseguitare centocinquanta persone si sono mobilitati i tre sindaci e le tre polizie municipali. E se anche il pesce puzza dalla testa, non è che la coda vada proprio bene: l’insofferenza degli indigeni verso i mendicanti è alta, l’infezione è partita.

Che c’è di meglio per esorcizzare l’immagine della povertà del cancellarla? Aboliti per decreto il bisogno, la necessità, la penuria. Blanda la reazione della Caritas, a cui del resto verranno devoluti i pochi soldi sequestrati agli accattoni, nel tentativo di rendere accettabile l’inaccettabile.

Ripeto: aspetto una smentita. Depurato dal folklore, questo è quel che avrebbe voluto fare Gentilini, l’osso è questo. Cuori chiusi, guai alla solidarietà, chi è povero è colpevole se non altro dello spettacolo di sé. Insopportabile.

Clemens Behr all’Ostiense

Chi esce dalla metropolitana guarda in basso, si affretta, corre. Pochi, in questi due giorni, si sono fermati a guardare quel che avveniva sul palazzo di uffici Atac, accanto alla stazione della Garbatella. Sarà perché è un percorso nel nulla da via Ostiense verso la stazione, vegliato dal nuovo ponte e fiancheggiato (ancora!) dai bandoni e dalle erbacce di un cantiere dismesso da un anno. Sarà perché c’è fretta, e quasi nulla da guardare: ma in questi tre giorni, invece, qualcosa da guardare c’era. Sulla facciata del palazzo, appollaiato nel cestino di un camion-gru, c’era un pittore al lavoro, pennelli e pennellesse in mano a disegnare una facciata astratta.

Un altro intervento di “arte urbana”, street art, alla Garbatella. Dopo i sottopassi che hanno visto in campo Lucamaleonte e Onze, dopo i palazzi affrescati da Blu (Alexis e Porto Fluviale) questa volta è Clemens Behr, artista tedesco, a modificare visivamente la facciata di un edificio. Tre giorni di lavoro, poi la festa all’ambasciata tedesca, vernissage lontano dalla vernice. A chi frettolosamente passerà nel tracciato pedonale verso la metropolitana, almeno, resterà qualcosa da guardare: i blu, gli ocra, i bianchi del palazzetto Atac.

La rovina del Governo Vecchio

C’era una volta il Governo Vecchio. Negli anni del femminismo ruggente, quel vecchio palazzo era una fucina di incontri e saperi. Accoglieva una radio, una biblioteca, un’università. Una miriade di collettivi aveva aperto il portone di Palazzo Nardini invadendolo di colori e voglia di vita.

Casa della donna e consultorio, seminari, cineforum, autocoscienza, riviste, a volte ostello: tutto autogestito. Murales sui vecchi muri, in quel nobile e antico palazzo sono poche le donne che non sono mai entrate. Fin quando, dopo una lunga trattativa e in cambio del Buon Pastore ristrutturato, nell’84 le donne riconsegnano le chiavi del Governo Vecchio nelle mani del sindaco Vetere che aveva già commissionato a un noto architetto il progetto esecutivo per ospitarvi l’Archivio capitolino.

Tutto bene? Macché. La prima grana è un contenzioso sulla proprietà che alla fine risulta essere dell’Ospedale Santo Spirito e dunque della Regione Lazio; il Comune esce di scena. La giunta Storace, alla guida della Regione, insabbia tutto. Fin quando non c’è un primo allarme: piove dai tetti del palazzo – costruito per ospitare il Governatorato pontificio da Sisto IV. La Regione, intanto, è passata di mano, l’assessore alla cultura Giulia Rodano stanzia 6 milioni di euro per rifare i tetti e iniziare il restauro (siamo nel 2005) e qualche anno più tardi si scopre una fascia di affreschi neogotici nella sala dei banchetto, al piano nobile.

Dunque, che fare di Palazzo Nardini? Tra le proposte quella di riunificare le due branche della Biblioteca Archeologica divisa tra Palazzo Venezia e Collegio Romano. Si apre il dibattito, e intanto cade la giunta Marrazzo. La giunta Polverini, come prima Storace, si disinteressa della questione.

Oggi l’appello del Comitato per la Bellezza (primi firmatari Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda, Vezio De Lucia, Salvatore Settis, Irene Berlingò e moltissimi altri): il Palazzo del Governatore rischia la rovina. “La facciata appare sempre più degradata – è l’allarme – a causa dell’acqua piovana scaricata sugli intonaci dai tubi incompleti delle grondaie e a causa dell’inquinamento che sta sfalfando la pietra del portale. Le finestre appaiono prive di qualunque protezione, persino di un modesto telo di plastica per difendere l’interno dalle piogge battenti”. Possibile che il Ministero dei Beni culturali non possa indire un tavolo di confronto? Possibile che la Regione di Zingaretti si disinteressi di una preziosa proprietà, un immobile storico di pregio e rappresentanza, lasciandolo all’incuria, come Storace e Polverini? Crederlo è difficile, ma sarà necessario se il silenzio continuerà.