Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

L’orco e il Lago

C’era una volta un orco cattivo che, per cercare un tesoro nascosto, scavò una grande buca e svegliò una principessa guerriera che dormiva accanto a un fiume sotterraneo. La principessa si arrabbiò e scatenò la sua ira facendo risalire il fiume in superficie. Non riuscì ad annegare l’orco, ma lì dove era stata scavata la terra spuntò un lago sorgivo che, pian piano, ha cominciato a offrire rifugio agli animali che cercavano di sfuggire all’inquinamento e al cemento…

Ecco, potrebbe essere raccontata anche così la storia del lago Ex Snia, nato da un tentativo malriuscito di speculazione edilizia e ora luogo di cova per anatre e garzette, di caccia per volpi e martin pescatori, di giochi per i bambini dei quartieri Casal Bertone e Prenestino.

Una storia lunga vent’anni che ha impegnato la tenacia e l’intelligenza del Comitato e del Forum del Parco delle Energie che hanno scoperto prima le carte contraffatte del piano regolatore, poi hanno sventato altri tentativi di speculazione e convinto il Comune a espropriare almeno l’area destinata originariamente a verde. Ora si aspetta da un po’ troppo tempo l’iscrizione del Lago nell’elenco dei monumenti naturali, la registrazione del Lago negli elenchi del Demanio, gli adempimenti burocratici in assenza dei quali altri tentativi di speculazioni potrebbero essere dietro l’angolo.

Così quest’anno si è deciso di manifestare per chiedere l’istituzione di Monumento naturale per il Lago Ex Snia. Una manifestazione anomala: non un corteo, non un sit-in e nemmeno un flash mob. Ma un concerto lungo una giornata, un pic nic sotto un sole tornato finalmente caldo che ha visto migliaia di persone, c’è chi dice cinquemila, darsi appuntamento nel grande prato davanti al Lago.

lago2

Una lunga manifestazione musicale, una maratona, mentre street artist come Camilla Falsini e Alex Senna lavoravano di colori e pennelli sulle mura di recinzione. Prima la Murga e le giocolerie, poi il concerto dal palco. Aperto dalle canzoni che gli Assalti frontali – e Militant A in modo particolare – insieme al Muro del canto hanno dedicato al “Lago che combatte”, il concerto ha visto tra gli altri la partecipazione di Piero Brega e Oretta Orengo, Amir Issaa, Los3saltos, Ginko, il coro Romolo Balzani, Giulia Anania, Skasso, Veeblefetzer, Lampadread, il centro culturale Ararat. E il mitico Capitan Calamaio, “che ha più libri di un libraio”, gran condottiero di tutti i bambini.

Sono stati loro, i bambini, i grandi protagonisti di questa giornata. Hanno assaltato la collinetta di sabbia scavando accanitamente, hanno osservato l’arnia che ospiterà le api e bombardato i terreni ancora in mano al costruttore Pulcini con bombe di semi, hanno partecipato alla piantumazione di un grande albero, hanno giocato e ballato e cantato. Perché soprattutto loro hanno bisogno di quel lembo di natura incistato in una delle zone più densamente abitate di Roma. Perché il lago parla di futuro, di qualità della vita, di partecipazione. Di speranza.

Per un anno il Lago è stato aperto al pubblico grazie all’iniziativa di chi lo ha reso praticabile, ha falciato l’erba, ha provveduto alla guardiania, ha controllato che le cove non venissero disturbate da bipedi o quadrupedi (per questo i cani vanno sempre al guinzaglio). Non per sostituirsi a chi avrebbe dovuto provvedere, ma come forma di lotta: perché gli abitanti della zona conoscessero la bellezza di quel luogo e se ne riappropriassero, perché gli amministratori pubblici avessero chiaro che c’è chi il Lago lo ha difeso e lo difenderà. E che sarebbe ora di darsi una mossa, completare gli espropri e finanziare l’allestimento dell’area.

La risposta e la partecipazione dei romani è stata al di là delle aspettative. Ora tocca agli amministratori, il Comune e soprattutto la Regione. Zingaretti, batti un colpo. Non vorrai mica che quell’orco cattivo si faccia venire altre idee?

 

La brutta Padania

È un catalogo del brutto, un elenco fotografato con cura degli orrori del territorio padano. Un pesante tomo che evidenzia, meglio non si potrebbe fare, i guasti della commistione di scatenata iniziativa privata e dissennatezza delle grandi opere pubbliche. La Padania, lo sappiamo, non esiste, storicamente né culturalmente. Ma negli ultimi 50 anni si è costruita, ha preso forma. La trovate qui, in questo libro fotografico ragionato, Padania classic. L’Atlante dei Classici Padani, pubblicato da Krisis Publishing grazie a un riuscito crowdfunding (chi la cerca può ordinarla qui, e c’è anche un omonimo sito aggiornato continuamente). La dimostrazione di un “dissesto psicoinfrastrutturale”, la presenta Wu Ming 1 in uno degli ultimi incontri di Festivaletteratura di Mantova.

Piemonte, Lombardia, Veneto, una macroregione che ha in comune lo spreco del suolo, la mostruosità degli esiti, la sostituzione di un antico paesaggio rurale in grandi forchettate di svincoli e rotonde, discariche e inceneritori, capannoni più o meno utilizzati. «E intanto il cancro della cementificazione inutile e brutta cresce – incalza lo scrittore Wu Ming 1, che dal canto suo sta lavorando da tempo su territorio e conflitto in Val di Susa – anche perché una grande opera non è solo uso di quel particolare territorio. Come una goccia d’inchiostro su carta assorbente una grande opera dilaga, cambia il traffico, gli spazi intorno. Crea nuove necessità, esige nuove strade, suggerisce nuovi centri commerciali. Se non sapremo difendere quel che è rimasto ci condanneremo a vivere tra le macerie. E la macroregione sarà il carcere dell’anima».

cementificazioneL’autore del progetto, Filippo Minelli (che ha cofirmato il lavoro con Emanuele Galesi), ha passato tre anni a fotografare il brutto, e altri due a redarre il libro: «Questa bulimia cementizia è recente – nota – dagli anni ’60 a oggi. Ma ha già mutato profondamente il suolo con un incredibile cambio architettonico, omologato ai peggiori esempi delle periferie del mondo, complice una deregulation totale. La parola chiave per attuare il dissesto psicostrutturale è stata “polifunzionale”, centri commerciali, artigianali, abitativi, tutto insieme, le colonnine doriche e i nani da giardino, mega scheletri iniziati e abbandonati, la pubblicità dei compro-oro e dei centri massaggi ammiccanti, una Las Vegas opulenta e insieme miserabile. Nel paesaggio, una volta, si specchiava la comunità, ora solo l’individualità, il potere e l’ostentazione del denaro, il vuoto culturale. Su questa perdita d’identità la Lega ha incistato una identità inventata, con riti druidici e acque del Po. Sotto c’è il disastro delle grandi opere pubbliche e delle piccole private azioni quotidiane».

Cosa ci vuole a tirare su un capannone? Semplice, modulare, può essere modificato alla bisogna, e comunque crea valore, il fido in banca; che poi sia utile è davvero superfluo. E intanto si cementifica, si tombano i corsi d’acqua, si riempie un “vuoto” che invece è pieno di campi e prati. Un’ossessione che ha trasformato il territorio in un orrendo blob di asfalto e cemento e cartelloni pubblicitari di qualsiasi cosa. Piscine poggiate sul prato. Lacerti cementizi. Transenne edilizie abbandonate. Senza alcun senso.

Ne risulta un paesaggio pazzesco, se lo si guarda davvero. Perché spesso lo sguardo cancella il non finito, l’orribile, il cattivo gusto, il cervello non li registra. Questo libro obbliga a guardare, invece. Un esempio? Le palme. Un tempo Leonardo Sciascia l’aveva segnata sullo stivale, la capacità delle palme da datteri di attecchire sempre più a nord, metafora della capacità invasiva della mafia. Ma qui, nella macroregione, le palme di sono davvero, e da per tutto. Invece della fragile palma da datteri mediorientale, la più robusta Trachycarpus fortunei, origine asiatica e foglie a ventaglio. E’ da per tutto, basta farci caso: nell’aiola del comune e nel giardino privato, davanti alla sede aziendale o al centro della rotonda. A volte addirittura sfacciatamente finta, di plastica rossa, o luminosa. Un’ossessione, l’emblema vero e vuoto della Padania.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

Lidl, storia di una lotta

E’ cominciata così. Il taglio degli alberi che ha eliminato una quinta di verde su via di Acqua Bullicante indigna la gente di Torpignattara. Via gli alberi, ma perché? Per giorni su quel cancello non è comparso il cartello che annunciava lavori, cosa succedesse nella antica zona artigianale è stato un mistero. Svelato dopo un po’ a cantiere già avviato; si stava costruendo l’ennesimo supermercato in un quartiere densissimamente popolato e già zeppo di discount e supermarket, circondato da un a landa di parcheggi. “Lidl taglia gli alberi” è stato il primo slogan che ha unificato un gruppo di associazioni e singoli attorno a questa vicenda. Si decide, dopo una sequenza fitta di assemblee in piazza, di fare un presidio davanti al cancello del cantiere. Era maggio, siamo arrivati a dicembre.

lidl44

Elogio del picchetto. Così, organizzati in mailing list, i no-Lidl hanno cominciato a presentarsi davanti al cancello, bloccando i mezzi pesanti che venivano ad abbattere i capannoni preesistenti e a scassare il terreno. Un duro braccio di ferro, soprattutto quando i conduttori dei mezzi hanno cercato di forzare il presidio per entrare, invano. Intanto chi volantinava contro quel cantiere ha cominciato a conoscersi, sono nati rapporti di fiducia e collaborazione, si è creato un piccolo gruppo di indagine sulla vicenda amministrativa che aveva reso possibile la licenza.

lidl3

La zona, innanzitutto: a rigor del decreto di istituzione del vincolo archeologico-paesaggistico “Ad duas lauros”, quel terreno rientrava nella zona da proteggere. Ma i disegni accompagnatori ne prevedevano solo per metà la tutela, ma pur sempre tutela. Dunque, come è possibile che i funzionari incaricati della vicenda abbiano assentito all’edificazione?

Poi il piano casa, utilizzato per commutare in commerciale i metri cubi prima artigianali. Già, ma – come esplicitavano i precetti della regione Lazio, inviati alla conferenza dei servizi – con alcune prescrizioni ineludibili. Ad esempio il fatto che i condoni fossero stati perfezionati prima di una certa data, e che le imprese avessero dismetto le attività prima del 2010. Non è così: almeno due artigiani hanno chiuso i battenti alla fine del 2014, e i condoni sono stati perfezionati, certo per caso, tutti nella stessa data, anche qui la fine di quell’anno. La Regione detta le prescrizioni, nella seconda seduta della conferenza dei servizi nessuno si accerta che le prescrizioni siano rispettata e la licenza viene data.

Piccolo mistero, ma significativo: perché l’assessorato al commercio del comune di Roma possa rilasciare una licenza edilizia che competerebbe all’assessorato all’urbanistica? La lunga scia del piano casa della giunta Polverini ancor oggi diffonde veleni.

Legalità a doppia velocità. Il coordinamento “No cemento a Roma est” ha cominciato a indagare sul serio, a denunciare, ad alzare la voce. Va al Suap, l’ufficio che ha rilasciato la concessione edilizia, all’assessorato al commercio. All’assessorato all’Urbanista, in Campidoglio, al Municipio, al Tar, in pretura. Che ci sia qualcosa che non andava è così chiaro che il presidente del Municipio, Palmieri, fa un’ordinanza di sospensione dei lavoro, ormai in luglio. Ma viene trascinato davanti al Tar con una mega richiesta di risarcimento, e dunque annulla l’ordinanza. I picchetti riprendono, si monitora a distanza le cave che si aprono, le strade antiche che riemergono.

lidl2

Il Comune intanto è in preda delle note vicende concluse con le dimissioni del sindaco Marino e il conseguente commissariamento. Ci penserà il commissario, si illudono i no-Lidl: è un prefetto, difende la legalità, qui la vicenda è più che discutibile, vedrete che sospenderà il cantiere e si faranno gli accertamenti. Macché: gli accertamenti si sono ridotti a una richiesta ai funzionari protagonisti della concessione: oste, il vino è buono?

Priorità delle priorità, il Giubileo. Poi i centurioni, l’Atac e i risciò. Per il resto non c’è tempo, nemmeno se bisogna tutelare il territorio, nemmeno se i comitati incalzano. Eppure per lui e i suoi la vicenda Lidl è troppo piccola per curarsene. E la frase che riferisce il Corriere della sera di oggi – «Io intendo il mio impegno al servizio dei romani come responsabilità. Un sistema funziona se si rispettano le regole. La legalità non è un concetto astratto, legalità è democrazia» suona come una beffa. Anche per i commissari venuti da fuori è valida la parola d’ordine che uccide il servizio pubblico, non solo in comune: “chi si prende la responsabilità?”

Che fare? Intanto non si molla. E’ necessario continuare a sognare. Pensare in che modo risarcire il quartiere di questa nuova costruzione, del taglio degli alberi, di un prevedibile affollamento di auto che peggioreranno i dati già pesanti dell’inquinamento dell’aria. Continuare a sognare, a vigilare, a dire che chi ci abita ha diritto di parola. Questo ha detto l’affollato corteo di sabato scorso, e l’assemblea tenuta davanti al cantiere, con relativo stop del traffico: basta auto, no cemento, no Lidl. Così anche la vecchia canzone di Celentano, “Il ragazzo della via Gluck, ” usato come colonna sonora, ha acquistato un nuovo senso di rivendicazione.

Accettare la condanna del cemento non è obbligatorio. A dimostrarlo la storia del Parco delle Energie, nell’ex Snia Viscosa, oggi un parco pubblico ricco di attività, ieri discarica abbandonata. E la storia del lago ex Snia, nato dall’ansia predatoria di un palazzinaro – lì era Auchan la meta finale – che ha rotto la falda acquifera prima e il collettore poi. Per anni il lago è rimasto isolato, è diventsto meta di uccelli, habitat di ricci e volpi, ci sono persino i pesci. Intanto una bella fetta di parco è stata strappata alla speculazione, presto – commissariamento permettendo – si arriverà all’apertura. Se la mano pubblica si disinteresserà ancora della questione, toccherà alla mano comune, il comitato del parco, farsene carico. Perché, chi ci abita lo sa, il verde in questo spicchio di Roma è prezioso: per la salute, per la natura, per la bellezza. Perché sognare si può, si deve. Proibirlo è impossibile.

Paesaggio, il Pd cambia verso

Cosa vuol dire “cambia verso”, il fortunato slogan del premier Renzi? Pian piano cominciamo a capirlo.

Vuol dire annunciare una cosa e fare l’esatto contrario. Il lavoro a tutele crescenti sarebbe un bel progresso, soprattutto se di parla di lavoro giovanile. Peccato che nel jobs act le tutele siano calanti, e che la licenziabilità sia a discrezione totale del datore di lavoro almeno per tre anni. E uno.

Il decreto legge “Misure urgenti per l’emergenza abitativa” invece di occuparsi di dare casa a chi non ce l’ha, come pure annuncia, prevede la vendita del grande patrimonio pubblico di case popolari, e per chi occupa c’è il divieto di allacciamento di acqua e luce, o di avere un certificato di residenza. Né documenti né condizioni di vita decenti, come stare sotto i ponti. E due.

Il decreto “Sblocca Italia” consegna alla finanza la gestione della realizzazione delle grandi opere, con i project bond, più sconti fiscali, più allargamenti della platea dei beneficiari, i cartelli dei grandi costruttori. E tre.

Il ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi ha presentato una proposta di legge per contrastare la diminuzione del valore degli immobili, prodotto dalla crisi mondiale ma anche dall’enorme stock di costruito e invenduto in tutte le città italiane. E la ricetta sarebbe l’abolizione degli standard: la quantità di verde, scuole, servizi sanitari e amministrativi decente perché un quartiere sia vivibile. Per dare valore alle case degli italiani – d’accordo una bella fetta di Pd – basterebbe abolire gli spazi a verde e servizi e incrementare ancora il costruito, complimenti. Quartieri senza servizi che valgono di più: in quale mercato? E quattro.

La quinta storia è semplicemente incredibile. Avviene che nella civile regione toscana un assessore, Anna Marson, abbia presentato – unico esempio in Italia, le altre regioni sono inadempienti – il piano paesaggistico della Toscana. Un piano rigoroso, anche se contemperato con le esigenze delle escavazioni sulle Alpi Apuane, e con quelle di agricoltori e allevatori. Grande dibattito, tante discussioni e incontri con i cittadini. Alla vigilia dell’approvazione definitiva in consiglio regionale ecco una raffica di emendamenti che lo demoliscono, articolo per articolo. E non è solo l’opposizione a farlo, come è comprensibile. Il lavoro sporco lo fa il Pd, nella persona del consigliere Ardelio Pellegrinotti ma a nome di tutto il partito. Un partito che non si è neppure degnato di accettare la riunione chiesta con insistenza dall’assessore che sembra pronta a dimettersi se passeranno quegli emendamenti demolitori. In sostanza, resterebbero inviolabili solo le vette oltre i 1.200 a patto che non siano già state intaccate dalle cave. Per il resto, dall’ampliamento alle discariche di cava, via libera all’escavazione: che serve un piano paesistico se non incrementa la demolizione delle montagne?

Il paesaggio è cosa delicata, coinvolge la vita e la sua qualità. Sarà forse per questo che è così complesso varare un piano paesistico. Quello della Regione Toscana è d’avanguardia, e per i contenuti oltre che per i tempi. Certo, se si cancella dal testo anche l’obbligo di salvaguardia della «qualità percettiva dei luoghi» e l’obbligo di evitare «l’impermeabilizzazione permanente del suolo», consentendo di adeguare e ampliare ogni struttura turistica esistente, forse quel piano diventa inutile. Inutile anche un assessorato all’ambiente, in una regione che pure su ambiente e cultura basa la sua fortuna. E una discreta rendita economica.

Calamità nazionale

Era prevedibile, era previsto. Ma ora si piange. Passata la pioggia, spazzata via l’acqua, tornati a casa gli alluvionati si continuerà a ballare sul ponte del Titanic. E’ quel che accade da decenni: tutti a piangere e a strapparsi i capelli quando piove, e i fiumi esondano, e si allagano le pianure alluvionali costruite in prezzo del pericolo (pianure alluvionali vorrà ben dire qualcosa, ma pochi se ne danno pensiero). Lo stesso avverrà quando le prossime mareggiate strapperanno lembi di spiagge e faranno franare le ville costruite in pizzo all’arenile. Quando la neve si ammollerà per il caldo e inizieranno le valanghe. Quando la siccità brucerà le campagne e i fruttivendoli alzeranno ancora il prezzo di zucchine e pomodori (che si alzano facilmente e poi non si abbassano mai).

Non è fatalismo, è incuria. Se si devastano i territori, senza preoccuparsi che il suolo impermeabile non riesce ad assorbire la pioggia, quell’acqua finirà nei rivi e nei torrenti e nei fiumi che si ingrosseranno. Se si tagliano i boschi si aiuta la siccità: non subito, certo, ma più avanti. Se si costruisce selvaggiamente, selvaggiamente la natura reagirà. E’ questa la vera calamità nazionale.

Lo dice persino il ministro dell’ambiente Andrea Orlando: «Noi seguiamo tutte le emergenze legate al dissesto idrogeologico di questi giorni ma il problema è uscire dalla logica dell’emergenza e per farlo ci sono diversi interventi da attuare. Uno stop al consumo del suolo, c’è una legge che in prima lettura in Parlamento e ha iniziato il suo iter, una seria politica di riprogrammazione delle risorse spostandole il più possibile dall’emergenza alla prevenzione, e un sostegno alle attività che svolgono manutenzione del suolo». Scommettiamo che, finita l’emergenza, quella legge continuerà a ronfare nei cassetti parlamentari? Così si vive oggi in Italia: invece di sanare, restaurare, riconvertire si butta cemento su cemento: è più rapido, più facile, le norme si aggirano più facilmente. E c’è ancora chi, nel regno dell’abusivismo, si lamenta dei lacci e laccioli delle normative edilizie.

Capiamoci: massima solidarietà a chi si ritrova nel fango, fuori casa e devastato dai danni. E’ sperabile diventi il più accanito difensore dello stop al consumo di territorio. Ma intanto dovremmo tutti farci un esame di coscienza. Senza di ché quei morti non hanno colpevoli, se non la fatalità. Chi l’ha prodotta, quella fatalità, neanche se ne sente colpevole: non è la furbizia il gene italico? Chi ha costruito dove non doveva, gli amministratori che non hanno messo in sicurezza il territorio scegliendo attività elettoralmente più utili, si autoassolve, anzi non apre neppure il fascicolo. Nemmeno quando è direttamente coinvolto: potrebbero farci un pensierino in Veneto, territorio devastato in nome del profitto e del “padroni in casa nostra”. Fino alla calamità nazionale, allora il padrone torna lo stato Pantalone. Colpevole anche lui, intendiamoci, per mancato controllo o complicità. Ma non da solo.

(Nella foto un murale di Alice)

Il Senato degli abusi

Almeno una volta l’anno, a volte due. Quasi una malattia di stagione, il condonismo compare in Parlamento a cadenze regolari. Dando speranze, strumenti, cavilli giuridici agli abusivisti.

Stupefacente quel che è avvenuto in Senato, che ha approvato la proposta di legge presentata dal forzista Ciro Falanga su “Disposizioni in materia di criteri di priorità per l’esecuzione di procedure di demolizioni di manufatti abusivi”. In sostanza è una lista di 11 tipologie di abusivismi da rispettare negli ordini di demolizione: Prima gli abusi pericolanti, poi quelli non finiti, e ancora quelli usati per attività criminali, quelli di proprietà di appartenenti alle cosche, gli ecomostri (al quinto posto)… fino agli abusi “di necessità”, anche se con villetta di lusso e piscina.

Discutibile la lista, ma ancor più dannoso lo strumento che si offre agli abusivi: la possibilità, per chi fosse arrivato al termine del già lungo e farraginoso iter della demolizione, di fare ancora nuovi ricorsi, bloccando ancora la demolizione. Insomma, un condono mascherato

Per l’ex senatore Roberto Della Seta, questa sarà “la pietra tombale sugli smantellamenti, chiunque infatti potrà appellarsi contro la loro decisione”. Per Vittorio Cogliati Dezza “è una camicia di forza alla lotta contro l’abusivismo, una beffa”. Anzi, incalza, “tutti si giocheranno la carta dell’abusivismo di necessità, che ora grazie al Senato è diventato un istituto giuridico”. Sostenuto con energia dai senatori della Campania – se qualcuno volesse andare a fare un viaggio per gli sconci di quella regione, un tempo meravigliosa, capirebbe il perché: 200 mila abusi censiti, quasi 70 mila sentenze di abbattimento già pronte all’esecuzione – il testo di legge ha diviso il Pd e ha avuto il voto contrario di M5s, Lega, Sel. La legge ora passa alla Camera, c’è da sperare che venga profondamente modificata prima che i prossimi temporali producano smottamenti e frane, e si sia costretti a piangere nuove perdite umane in case “che lì non ci sarebbero dovute stare”.

Come non bastasse nel decreto Imu-Bankitalia un emendamento del senatore Pd Federico Fornero inserisce un altro dono agli abusivisti. Viene infatti consentita la vendita “delle aree appartenenti al Patrimonio dello Stato sulle quali alla data del 31 dicembre 2012 sono state realizzate da privati unità immobiliari ad uso abitativo e commerciale in assenza di autorizzazione” . Toccherà all’Agenzia del Demanio gestire la vendita diretta, altro che asta, all’occupante che ne faccia richiesta. Nessuna demolizione, l’acquisto dell’area sanerà la violazione ambientale. Agli stupidi che non fanno gli abusivi la pena di pagare i servizi e gli agganci in rete per per i furbi, dal collettore fognario alle strade, agli acquedotti. Una sanzione sulla legalità.