L’eredità di Maria Baccante

Una cascata di ricci neri, la bocca forte ben disegnata da un rossetto rosso. La foto di Maria Baccante ce la restituisce così, una donna decisa, che guarda lontano. A Maria Baccante è intitolato il centro di documentazione territoriale Maria Baccante, ospitato insieme all’archivio Viscosa in via Prenestina 175, a Roma. Ieri l’inaugurazione della nuova targa e il taglio inaugurale del nastro – eseguito simbolicamente dal nipote di Maria e da una ex operaia della Snia con una delle forbici “storiche”, usate all’epoca all’aspatura – ha seguito l’incontro organizzato dal Centro di documentazione in collaborazione con il Museo storico della Liberazione, la Società delle storiche, la Società italiana di storia del lavoro e la soprintendenza archivistica del Lazio, “Alla scoperta della storia della fabbrica: lavoro, donne, guerra e resistenza”.

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Pochi la conoscono, a Roma, eppure la sua è una storia emblematica. Nata a L’Aquila nel 1914, Maria arriva a Roma nel ’43 e subito entra nella lotta clandestina (banda Esquilino “Grotta Rossa”), forse anche grazie al fatto di abitare al Pigneto, in via Fortebraccio 36, proprio di fronte all’abitazione di Angelo Galafati, militante di Bandiera rossa e attivissimo organizzatore di azioni di boicottaggio e resistenza, morto alle Fosse Ardeatine. Trasporto di armi, lancio di chiodi a quattro punte, salvataggio e sostentamento di prigionieri fuggiti: non sono atti d guerra guerreggiata, ma richiedevano gran coraggio e determinazione. Pare che la polizia fascista addirittura organizzò una retata di tutte le Marie del quartiere per poter mettere le mani su Maria Baccante: invano.

Maria entra alla Snia nel ’46, presa dalle liste degli ex combattenti, ma in Snia resterà solo fino al ’49. Probabilmente fu una delle moltissime licenziate dopo il lungo sciopero e l’occupazione della fabbrica di quell’anno. Di quell’occupazione restano la memoria nel quartiere e alcuni articoli dell’Unità e di Noi Donne. Una volta licenziata, lascia il Pigneto e va da sfollata nella scuola di S.Maria della Scala a Trastevere. Lì si iscrisse all’Udi e iniziò a organizzare le altre sfollate, che tutte le sere si riunivano nella sede del Pci per rivendicare una vita più dignitosa per donne e bambini. E, fino alla vigilia della sua morte nel 94, con il compagno faceva parte del gruppo organizzatore del corteo del 25 aprile, da Porta san Paolo alle Fosse Ardeatine.

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Ribelle, partigiana, in lotta per i propri diritti e la libertà: così Maria Baccante è stata scelta come simbolo del centro di documentazione e dell’archivio. Un archivio, ha sottolineato Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione, che non è nelle mani dei proprietari originali, ma affidato alla cura di chi lo ha preservato. Abbandonato dai precedenti proprietari, le schede del personale e i materiali dell’ufficio tecnico sono stati raccolti, catalogati e messi a disposizione di chi è interessato a ricostruire la storia di famiglia o quella del quartiere, oppure la storia degli insediamenti industriali a Roma. In gran parte di tipo bellico, dalla Fatme all’Alfa Romeo, dall’Aerostatica alla Montecantini alla Snia, che produceva divise e tessuti militari. Grazie all’archivio, infatti, già sono stati pubblicati diversi studi.

Dopo l’archivio, riconosciuto di rilevante interesse nazionale dallo Stato, anche il Centro di documentazione: un luogo che raccolga testi e testimonianze della storia del quartiere e non solo: tra i primi materiali, libri e documenti di Maria Baccante, donati dai nipoti.

L’archivio (http://www.archivioviscosa.org/) è consultabile tutti i mercoledì dalle 16 alle 19 grazie a personale volontario (http://www.archivioviscosa.org/contatti/ ).

Paesaggio, il Pd cambia verso

Cosa vuol dire “cambia verso”, il fortunato slogan del premier Renzi? Pian piano cominciamo a capirlo.

Vuol dire annunciare una cosa e fare l’esatto contrario. Il lavoro a tutele crescenti sarebbe un bel progresso, soprattutto se di parla di lavoro giovanile. Peccato che nel jobs act le tutele siano calanti, e che la licenziabilità sia a discrezione totale del datore di lavoro almeno per tre anni. E uno.

Il decreto legge “Misure urgenti per l’emergenza abitativa” invece di occuparsi di dare casa a chi non ce l’ha, come pure annuncia, prevede la vendita del grande patrimonio pubblico di case popolari, e per chi occupa c’è il divieto di allacciamento di acqua e luce, o di avere un certificato di residenza. Né documenti né condizioni di vita decenti, come stare sotto i ponti. E due.

Il decreto “Sblocca Italia” consegna alla finanza la gestione della realizzazione delle grandi opere, con i project bond, più sconti fiscali, più allargamenti della platea dei beneficiari, i cartelli dei grandi costruttori. E tre.

Il ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi ha presentato una proposta di legge per contrastare la diminuzione del valore degli immobili, prodotto dalla crisi mondiale ma anche dall’enorme stock di costruito e invenduto in tutte le città italiane. E la ricetta sarebbe l’abolizione degli standard: la quantità di verde, scuole, servizi sanitari e amministrativi decente perché un quartiere sia vivibile. Per dare valore alle case degli italiani – d’accordo una bella fetta di Pd – basterebbe abolire gli spazi a verde e servizi e incrementare ancora il costruito, complimenti. Quartieri senza servizi che valgono di più: in quale mercato? E quattro.

La quinta storia è semplicemente incredibile. Avviene che nella civile regione toscana un assessore, Anna Marson, abbia presentato – unico esempio in Italia, le altre regioni sono inadempienti – il piano paesaggistico della Toscana. Un piano rigoroso, anche se contemperato con le esigenze delle escavazioni sulle Alpi Apuane, e con quelle di agricoltori e allevatori. Grande dibattito, tante discussioni e incontri con i cittadini. Alla vigilia dell’approvazione definitiva in consiglio regionale ecco una raffica di emendamenti che lo demoliscono, articolo per articolo. E non è solo l’opposizione a farlo, come è comprensibile. Il lavoro sporco lo fa il Pd, nella persona del consigliere Ardelio Pellegrinotti ma a nome di tutto il partito. Un partito che non si è neppure degnato di accettare la riunione chiesta con insistenza dall’assessore che sembra pronta a dimettersi se passeranno quegli emendamenti demolitori. In sostanza, resterebbero inviolabili solo le vette oltre i 1.200 a patto che non siano già state intaccate dalle cave. Per il resto, dall’ampliamento alle discariche di cava, via libera all’escavazione: che serve un piano paesistico se non incrementa la demolizione delle montagne?

Il paesaggio è cosa delicata, coinvolge la vita e la sua qualità. Sarà forse per questo che è così complesso varare un piano paesistico. Quello della Regione Toscana è d’avanguardia, e per i contenuti oltre che per i tempi. Certo, se si cancella dal testo anche l’obbligo di salvaguardia della «qualità percettiva dei luoghi» e l’obbligo di evitare «l’impermeabilizzazione permanente del suolo», consentendo di adeguare e ampliare ogni struttura turistica esistente, forse quel piano diventa inutile. Inutile anche un assessorato all’ambiente, in una regione che pure su ambiente e cultura basa la sua fortuna. E una discreta rendita economica.

Dall’Expò ai campi

Possibile che l’Expo 2015 rappresenti l’agricoltura d’eccellenza e si affidi a sponsor come Coop Algida, Coca Cola, Ferrero, Monsanto? E’ davvero corretto farsi finanziare da multinazionali e grande distribuzione? No, ecco perché.

C’è naturalmente la filiera d’eccellenza, i piccoli produttori che riscoprono un cibo dimenticato, un modo di coltivare perduto, un seme o un frutto antichi. Ma il grosso del nostro cibo è altro. I cereali sono battuti in borsa, ormai hanno un valore finanziario ancor prima che nutritivo. E bisognerebbe andare nelle campagne italiane a vedere come si coltiva quel che arriva nei mercati e nei supermercati, se pure non si voglia guardare a quel che avviene nei grandi centri all’ingrosso.

Bisognerebbe andare nei campi a guardare come si coltiva, con quanto dispendio di chimica, con quanto sfruttamento umano. Ma chi ci va? Cinquanta associazioni si sono ritrovate, qualche giorno fa, a discutere di “Grave sfruttamento lavorativo degli immigrati. Quali politiche in Italia e in Ue?” presso il Cesv di Roma. Giuristi dell’Asgi, rappresentanti di associazioni che lavorano sul campo (Sos Rosarno, Io ci sto, Caritas, Radio Ghetto) sindacalisti, Medici per i diritti umani, cooperative sociali come Parsec o Bee free.

Che succede, dunque, nei campi? “Le filiere agricole vogliono lo sfruttamento dei caporali e dei capineri – dice Mimmo Perrotta, università di Bergamo – a cominciare dalla grande distribuzione e dalle aziende conserviere. I lavoratori no, ma spesso per ora è l’unico canale che li metta in contatto con i datori di lavoro”. Inutile sperare che denuncino i caporali: utopia, “Finchè almeno non si predispongano canali protetti con sportelli sicuri, e percorsi di immissione al lavoro regolare” sostiene Federico Di Mei, Altro diritto. Attenzione: la crisi ora spinge anche qualche italiano ad accettare i salari e le condizioni di lavoro finora appannaggio degli africani, racconta Arcangelo Maira, scalabrinano animatore dei campi “Io ci sto”: “Anche nelle campagne esiste la tratta sopratutto tra lavoratori europei, rumeni o bulgari. Però i percorsi spesso sono diversi. Nessuno obbliga i lavoratori a vivere insieme ai caporali, nel Ghetto di Rignano, ma c’è un insieme di dipendenze che li costringe lì. E sopratutto una diffusa mentalità dell’illegalità, in Italia: invece di tollerarla bisogna batterla insieme”.

Non è tanto questione del permesso di soggiorno, anche se la Bossi-Fini ci mette il suo carico: nelle campagne molti lavoratori sono richiedenti asilo, molti sono europei. Bisognerebbe imporre alla grande distribuzione di mettere in etichetta non solo la percentuale di frutta nei succhi o nei pelati ma anche dove sono prodotti e in quali aziende. E magari il bollino che certifica siano stati raccolti con un lavoro legale.

“Le rumene e le moldave che lavorano nelle serre del ragusano non hanno caporali – dice Alessandra Sciurba, Università di Palermo – ma vivono lì con i figli, in condizioni di segregazione assoluta, a volte sottoposte anche a sfruttamento sessuale. Un fenomeno in crescita in questi ultimi tre anni, in chi si è visto il Cara di Mineo diventare un luogo di reclutamento di manodopera”.

Bisognerebbe che i sindacati ritrovassero la sua vocazione antica, quella di sindacato di prossimità, incalza il sociologo Enrico Pugliese – dovremmo tutti riflettere come avvicinare domanda e offerta di lavoro: nella piana del Sele negli anni ’50 i braccianti si incontravano alla sede della Cgil, uno andava e contrattava per tutti.

Preistoria, forse. Certo è che studiare la filiera non è affatto una cattiva idea. Nonostante il forte dinamismo del mercato fondiario l’agricoltura che vince, almeno in Calabria, “è quella dei gestori delle Op, le organizzazioni dei produttori, dei grossi magazzini di lavorazione, spesso titolari di fondi consistenti che controllano il mercato, gestendo in oligopolio l’accesso ai canali della grande distribuzione organizzata. Lo dice un documento di Sos Rosarno: “ sono loro che rastrellano il prodotto a basso costo e fanno incetta di finanziamenti pubblici, a loro vengono dati i premi Ue alla produzione. Sono loro che crescono, braccio operativo della Grande distribuzione organizzata (Coop, Conad, Despar, Esselunga, Auchan, Carrefour) che ha esternalizzato le funzioni di approvvigionamento”.

Che fare, dunque? A lungo termine la ricetta è antica, cambiare il modo con cui si consuma, cambiare il modo in cui si vive, cambiare i rapporti sociali. A breve, le cinquanta organizzazioni che si sono incontrate a Roma hanno deciso di mappare la filiera agricola. Dal basso: così da formare “una rete più ampia possibile di soggetti che lavorano in questo campo perché nell’anno dell’Expo, quando si parla di eccellenza della produzione italiana, si tengano al centro i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici delle campagne”.