Nespolo, Anpi: “Mai più fascisti e razzisti”

Per essere antifascisti bisogna riconoscere il fascismo nelle sue forme più subdole e nuove. Molte sono state le responsabilità di stampa e talk show, di intellettuali sdoganatori, di politici distratti. Alla vigilia della manifestazione di oggi a Roma ne parliamo con Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi.

Non c’è stata campagna elettorale più segnata da episodi di fascismo e di razzismo. Perché proprio ora? Dopo Macerata, gli insulti al campo di Baobab a Roma. E la rete è sempre più campo libero.

“E’ vero, è un rischio. Siccome in campagna elettorale ci sono anche forze che apertamente si richiamano al razzismo, che è la culla del fascismo, era inevitabile che succedesse. D’altra parte i prodromi della violenza c’erano stata nei mesi precedenti, ragazzi che attaccavano manifesti politici accoltellati da Casa Pound, quegli altri di Veneto skinheads che a Como hanno fatto irruzione durante la riunione di Como senza frontiere leggendo un proclama… Non era ancora la violenza, dei giorni scorsi, ma pure violenza, come il volantino di Anna Frank distribuito allo stadio. Poi le cose si sono aggravate. A Macerata c’è stato un episodio terribile, l’uccisione barbara di una giovanissima ragazza. I criminali vanno puniti, tutti. Ma è intollerabile che una persona abbia sparato da un’auto in corsa contro uomini e donne che non c’entravano niente con quell’episodio, innocenti e inermi, per il solo fatto che avevano la pelle nera. Sarebbe come se a Milano, dopo l’uccisione di un’altra ragazza da parte di un autista dell’Atm, qualcuno fosse andato a sparare agli autisti del trasporto pubblico.

Pigneto-Torpignattara, manifestazione dopo i fatti di Macerata. Foto di Ella Baffoni

Comunque, è l’appello che vorrei fare, alla violenza non si risponda con la violenza. L’antifascismo è forte se è unito, se siamo capaci di convincere. Se, come a Palermo, ci mettiamo a picchiare uno che pure è un delinquente, che picchiava gli stranieri, chi convinciamo? E’ lo Stato che ha il compito di fermare i criminali e i razzisti”.

Dopo l’assoluzione di uno che fece il saluto romano durante una commemorazione, intervistato da Strisciarossa un membro dei Modena City Ramblers propone di cambiare la Costituzione, così da impedire anche queste manifestazioni.

“Non sono d’accordo, non è così. Noto innanzitutto che la stampa ha dato grande risalto a quella sentenza, e pochissimo invece al dispositivo reso noto in questi giorni sul monumento a Graziani di Affile, che ha condannato sindaco e assessori. Pochissimo alla sconfitta di Casa Pound a cui il sindaco di Brescia ha negato spazi pubblici: il loro ricorso è stato rigettato. La Costituzione vieta con chiarezza nella dodicesima disposizione finale la ricostruzione del partito fascista. Poi ci sono le leggi contro il razzismo e contro il fascismo, Scelba e Mancino: ecco, quelle vanno modificate forse, perché consentono la condanna solo in occasione di violenza esplicita, e invece dovrebbero trattare anche dell’apologia di reato che il saluto romano senza dubbio incarna. Le sentenze vanno rispettate, anche se a volte mostrano la necessità di una integrazione legislativa, come in questo caso. Ma la Costituzione non c’entra”.

Pertini nel 1960, si trattava della celebrazione del congresso dell’Msi, diceva apertamente che i neofascisti non devono manifestare. Non c’è stato un appannamento di memoria?

25-aprile11-e1542308604604.jpg“Negli anni 70 qualche organizzazione fascista, ricordo Ordine nuovo, è stata sciolta. Oggi noi non siamo stati ascoltati. Ma noi la memoria l’abbiamo ben limpida. All’organizzazione della manifestazione di oggi a Roma hanno partecipato ventitrè associazioni, organizzazioni, movimenti. Non è solo un appuntamento indetto da Anpi e Pd. Ci sono tutte, tutte, le associazioni dei partigiani, dei deportati, dei perseguitati politici. Ci sono associazioni laiche e confessionali, i tre sindacati, altri movimenti e i partiti antifascisti. E’ arrivata l’adesione dell’Ucei, l’unione delle comunità ebraiche. In piazza del Popolo la manifestazione sarà aperta da un messaggio di Liliana Segre. C’è un mondo vario ma molto unito. Dato che il governo non ci ha ascoltato, quando abbiamo chiesto che fosse negato ai partiti razzisti e fascisti l’accesso alle elezioni, ora diamo voce al popolo e raccogliano le firme per l’appello perché le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere sciogliendole per legge. Respingo al mittente le accuse di aver indetto questa manifestazione in campagna elettorale: lo facciamo ora perché ora c’è stata un’esplosione intollerabile di atti di terrorismo fascista. Noi parteggiamo per tutto l’antifascismo, anche quello di chi non vota. Chiunque governi ci dovrà ascoltare”.

Dunque è d’accordo con l’iniziativa di Laura Boldrini che chiede di mettere fuori legge le formazioni e i partiti neofascisti che invece ora si presentano impavidi alle elezioni.

“Sono ben contenta che lo dicano anche loro. Ma non è una novità, Liberi e Uguali lavora con noi da mesi su questo tema. Noi tutti firmatari dell’appello che da mesi sta girando chiediamo con forza lo scioglimento di Casa Pound e di Forza nuova. Almeno non gli si consenta di partecipare alle elezioni: l’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza diffusa, l’unità democratica, la fermezza delle istituzioni”.

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Silenzio sulle città. Parla Vezio De Lucia

Raccolte di firme, articoli indignati: a Roma, nel quartiere Coppedè sono in predicato di demolizione una serie di villini storici, Villa Paolina è già cantiere. Saranno sostituiti da anonimi palazzi di abitazione, aumentati di una buona parte di cubatura. A chi si indigna nessuno offre una risposta, le amministrazioni, anche se differenti di orientamento politico, si lavano reciprocamente le mani. Partiamo da qui per chiedere all’urbanista Vezio De Lucia un’analisi di quel che sta avvenendo.

Come è possibile un’operazione di sostituzione così pesante e senza riguardo per l’aspetto storico-urbanistico, dentro la città consolidata?
All’origine c’è il famigerato piano casa di Berlusconi, che in effetti non è mai stato un provvedimento nazionale ma un accordo con le regioni perché ciascuna approvasse provvedimenti per agevolare la realizzazione di interventi che consentissero l’incremento volumetrico e di superficie. Era, attenzione, un provvedimento a termine. Che ha avuto un esito disastroso soprattutto nelle regioni meridionali, dove si sono proposte, una dopo l’altra, proroghe e dilatazioni dei volumi da costruire. Tra le regioni che si sono comportate peggio c’è anche la Regine Lazio.

Innanzitutto con il Piano Casa della Polverini; che però, alla scadenza, è stato prorogato dall’amministrazione Zingaretti fino al 2016. E’ appunto grazie a questa proroga che sono stati approvati i progetti di cui oggi si discute. Anche quelli dei Villini Coppedè.
Per i meno attenti, l’esito di questi provvedimenti che covava da anni, piomba sulla città come una sorpresa.
Bisognava essere attenti, invece. Quella legge, una volta scaduta, è risorta e ha trovato una vita stabile, permanente, nella legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Penso sia grave che l’amministrazione comunale non abbia mai preso quella posizione energica, che sarebbe invece indispensabile contro una legge che consente alla Regione di derogare agli strumenti urbanistici che sarebbero competenza del Comune. Ora il Comune di Roma è obbligato a dare quelle autorizzazioni. Ma in questi lunghi anni in cui la vicenda si è trascinata, il Comune non ha mai espresso una netta presa di posizione. Quanto alle autorizzazioni dei villini Coppedè, del 2016 e del 2017 sono in regime Raggi.

Dunque non c’è nulla da fare.
La situazione è pregiudicata. Bisognava pensarci prima. Spicca anche in questa vicenda, come in tante altre, l’immobilismo e l’inerzia del Ministero dei Beni culturali, che pure potrebbe porre limiti e tutele a un patrimonio importante nella storia della città.


Come mai c’è tanto disinteresse per le questioni urbanistiche? Non è questo il campo in cui si discute e si intravede il futuro delle città?
Dovresti chiederlo alla politica. Ma non è vero che nessuno ne parla. Basti pensare agli interventi reiterati di Berlusconi sul condono, in modo esplicito o larvato. Il condono è una piaga, quel che è avvenuto negli ultimi vent’anni lo prova. Eppure il condono non è stato mai bloccato. In Campania continuano a essere riproposte e a volte approvate leggi di sanatoria. Al sud l’abusivismo continua a procedere a gonfie vele, indisturbato. Da una parte si propone di perpetuare i condoni, dall’altra parte si sta zitti: a sinistra non c’è nettezza e chiarezza.

Ad esempio?
Nel dicembre 2017 è stata approvata dalla Regione Emilia Romagna una legge urbanistica. La peggiore che sia mai stata fatta dalle regioni. In sostanza trasferisce il potere urbanistico dalle amministrazioni comunali alle imprese che intendano fare trasformazioni. Neanche la famigerata legge di Lupi proponeva una così esplicita resa del potere pubblico. Questa legge dice che la disciplina urbanistica viene proposta da chi vuole realizzare il piano di trasformazione, ai comuni spetta solo dire sì. Anche su questa legge – con l’eccezione del mondo degli specialisti, del sito Eddyburg, ad esempio – non c’è stata una generale mobilitazione a sinistra. Proprio in Emilia, dove il Pd è alleato con Sinistra italiana e Mdp, il provvedimento è stato approvato con il solo voto favorevole del Pd, il voto contrario dei partiti che si sono riuniti in Liberi e Uguali, l’astensione di Forza Italia. Ed è una legge pessima, la peggiore che si sia mai vista. Secondo molti specialisti è una legge incostituzionale, ma in campagna elettorale la legge è andata avanti. La speranza è che qualcuno faccia ricorso e si vada in Corte costituzionale.

Perché in campagna elettorale nessuno ne parla?
Dovreste farvi un esame di coscienza anche voi giornalisti. Eppure sulla legge dell’Emilia c’ è stata una colossale mobilitazione. Una lunga campagna, massiccia; di grande valore i firmatari delle petizioni, tra cui moltissimi i tecnici delle istituzioni. La maggioranza dei tecnici e molti sindaci che hanno tentato di opporsi erano del Pd, ma scandalizzati da questo provvedimento. Una nostra collega ha fatto una puntuale analisi semantica del provvedimento e ha mostrato come fosse ripreso pari pari da documenti dell’Ance, dell’organizzazione dei costruttori. L’ispirazione politica viene da là ormai. Ma nessuno se ne vuole accorgere. La grande stampa è stata tempestata di sollecitazioni, non ha raccolto.

Porto fluviale, un particolare del murale di Blu. Foto di Ella Baffoni

Noi giornalisti abbiamo le nostre responsabilità, certo: basta vedere quel che è avvenuto sulle vicende del razzismo. Ma, per tornare alle città, come mai ci fermiamo a guardare il sanpietrino che abbiamo davanti ai piedi e mai alle montagne che sono all’orizzonte?
L’Inu, l’Istituto nazionale di Urbanistica, è scomparsa dalla scena. Per anni è stato almeno una garanzia di competenza giuridica e culturale. La Cgil, che pure battaglie ne ha fatte su questioni ambientali, sulla legge dell’Emilia era d’accordo. C’è una sorta di corporativismo che raccoglie il mondo del lavoro e dell’impresa. La stessa alleanza che si è formata dietro la proposta di legge sul consumo di suolo: una legge avviata per nobili motivi dal ministro Mario Catania, che intendeva preservare le campagne dall’urbanizzazione, è stata manomessa e rifatta, trasformata in un provvedimento che tutto faceva meno che bloccare il consumo di suolo. Un disegno di legge sostenuto non solo dal governo ma da un arco vastissimo di posizioni. Anche a sinistra.
Il fatto è che c’è anche una carenza di cultura, di approfondimento. Una parlamentare, che si è ricreduta, ha commentato: beh questa ipotesi era stata scritta dai costruttori. Ed è gravissimo. Torniamo alla legge sul consumo di suolo: come fa chi ha sostenuto fino a dicembre che quella legge doveva assolutamente essere approvata, sostenere oggi che quella legge era sbagliata? E si badi: gli appelli erano formati da intellettuali di primo piano. Approvata dalla Camera, il Senato l’ha modificata ma non ha fatto in tempo ad approvarla. Ma è probabile che verrà ripresentata alla prossima legislatura.

Nei programmi della campagna elettorale, a sinistra, qualcuno ripropone il tema?
L’unico partito che propone in campagna elettorale le questioni urbanistiche in modo netto è Potere al popolo. Ma sono contenuti che girano pochissimo, li trovi sul manifesto o su Eddyburg.
Libertà e uguaglianza ha diverse anime, alcuni hanno preso posizione, non tutti. Ma c’era chi era contro e si è battuto. Parecchi anni fa i 5 stelle furono tra i promotori del miglioramento di questa legge, con Civati e la sinistra. Poi i pentastellati si sono liquefatti.
L’urbanistica era a pieno titolo nel programma del Brancaccio, invece.
Certo che c’era, anzi sono uno di quelli che ha collaborato alla stesura delle tesi in materia urbanistica. Le cento piazze organizzate da Tomaso Montanari erano quasi sempre sulle questioni della città. A Bologna, dove i problemi urbanistici sono davvero pesanti, è rimasto in piedi un osservatorio sull’urbanistica. Ma il Brancaccio è finito male. E a sinistra si è persa un’occasione.

Macerata, la piazza senza bavaglio

Stamattina a Roma uno striscione inneggiante allo sparatore di Macerata. In rete una ridda di ammiratori della testa tatuata. La vicenda, agitata come una bandiera elettorale dalla destra, tutta la destra, continua a dividere. L’Anpi, che aveva ieri indetto una manifestazione antifascista sabato, a Macerata, ha deciso di raccogliere l’appello del sindaco a non organizzare raduni di piazza. “Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città – aveva scritto il sindaco del Pd Romano Carancini – si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze che non vogliamo, non vogliamo… credo ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra costituzione, per i dritti alla legalità, Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo”.

antifa1Un appello tardivo, giudicano Anpi, Arci, Cgil, Libera, che avevano indetto la manifestazione, ma accolto “non senza preoccupazione e inquietudine”. Sospendono il corteo ma pretendendo che “siano vietate le iniziative annunciate per i prossimi giorni in città da Forza nuova, da Casapound e da tutti i seminatori di razzismo. Il Sindaco sia protagonista, assieme ai Ministri deputati, di questa operativa assunzione di responsabilità. Resta fermamente inteso che il nostro impegno continua nel solco di una forte azione di contrasto ai fascismi e ai razzismi che dovrà necessariamente condurre il Governo a sciogliere i partiti e le associazioni che si richiamano a quelle aberranti ideologie. Nell’invitare caldamente le cittadine e i cittadini a firmare in modo massiccio l’appello Mai più fascismi, chiamiamo fin d’ora a raccolta tutti i sinceri antifascisti e democratici per una grande manifestazione nazionale unitaria, da realizzare prossimamente”.

La risposta arriva immediatamente. Già ieri Casa Pound aveva organizzato una fiaccolata a Macerata, oggi in piazza c’è una conferenza stampa di Simone Di Stefano, il leader delle tartarughe, che domani sarà a Coffie Break di La7. Domani a Macerata è prevista una manifestazione al grido di “Di immigrazione si muore”: proprio lì dove a rischio di morire sparati sono gli immigrati. E’ evidente che si vuol agitare questa vicenda come fecero le truppe di Alemanno alla vigilia delle elezioni comunali di Roma, che infatti videro la destra arrivare in Campidoglio.

L’allarme non è solo italiano. Oggi il Guardian ha pubblicato un articolo preoccupato, intervistando anche Carla Nespolo, presidente dell’Anpi: “Questi nuovi fascisti attaccano i nostri uffici e sembra che non ci sia alcuna volontà di fermarli. Abbiamo chiesto al governo di impedire la partecipazione di partiti di ispirazione fascista nelle prossime elezioni, perché erano incostituzionali e non abbiamo mai ricevuto una risposta”. Scrive ancora il Guardian: “L’anno scorso l’Anpi ha stilato una lista di 500 siti internet che elogiavano il fascismo in Italia, chiedendo che fossero bloccati. Non è stato fatto nulla. ‘Questi sono luoghi che diffondono odio tra la gente, specialmente contro i migranti – ha detto Nespolo – E lo fanno diffondendo notizie false riguardo ai rifugiati sui social network’. I falsi racconti di stupri commessi da richiedenti asilo sono condivisi da migliaia su Facebook e Twitter”.

Evitare la manifestazione di sabato, comunque, sarà complicato. Era stata convocata dall’Anpi, certo, ma insieme a una miriade di realtà antifasciste territoriali e locali. Sembra difficile che le bandiere dell’antifascismo e dell’antirazzismo verranno ripiegate in buon ordine, mentre i fascisti impazzano in piazza, on line e in tv.  Ed è grave, molto grave, che in Italia oggi ci siano luoghi in cui l’agibilità democratica e la difesa della democrazia non vengano garantite dalle istituzioni.

Macerata, niente cortei. E la destra si scatena

Stamattina a Roma uno striscione inneggiante allo sparatore di Macerata. In rete una ridda di ammiratori della testa tatuata. La vicenda, agitata come una bandiera elettorale dalla destra, tutta la destra, continua a dividere. L’Anpi, che aveva ieri indetto una manifestazione antifascista sabato, a Macerata, ha deciso di raccogliere l’appello del sindaco a non organizzare raduni di piazza. “Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città – aveva scritto il sindaco del Pd Romano Carancini – si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze che non vogliamo, non vogliamo… credo ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra costituzione, per i dritti alla legalità, Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo”.

Un appello tardivo, giudicano Anpi, Arci, Cgil, Libera, che avevano indetto la manifestazione, ma accolto “non senza preoccupazione e inquietudine”. Sospendono il corteo ma pretendendo che “siano vietate le iniziative annunciate per i prossimi giorni in città da Forza nuova, da Casapound e da tutti i seminatori di razzismo. Il Sindaco sia protagonista, assieme ai Ministri deputati, di questa operativa assunzione di responsabilità. Resta fermamente inteso che il nostro impegno continua nel solco di una forte azione di contrasto ai fascismi e ai razzismi che dovrà necessariamente condurre il Governo a sciogliere i partiti e le associazioni che si richiamano a quelle aberranti ideologie. Nell’invitare caldamente le cittadine e i cittadini a firmare in modo massiccio l’appello Mai più fascismi, chiamiamo fin d’ora a raccolta tutti i sinceri antifascisti e democratici per una grande manifestazione nazionale unitaria, da realizzare prossimamente”.

La risposta arriva immediatamente. Già ieri Casa Pound aveva organizzato una fiaccolata a Macerata, oggi in piazza c’è una conferenza stampa di Simone Di Stefano, il leader delle tartarughe, che domani sarà a Coffie Break di La7. Domani a Macerata è prevista una manifestazione al grido di “Di immigrazione si muore”: proprio lì dove a rischio di morire sparati sono gli immigrati. E’ evidente che si vuol agitare questa vicenda come fecero le truppe di Alemanno alla vigilia delle elezioni comunali di Roma, che infatti videro la destra arrivare in Campidoglio.

L’allarme non è solo italiano. Oggi il Guardian ha pubblicato un articolo preoccupato, intervistando anche Carla Nespolo, presidente dell’Anpi: “Questi nuovi fascisti attaccano i nostri uffici e sembra che non ci sia alcuna volontà di fermarli. Abbiamo chiesto al governo di impedire la partecipazione di partiti di ispirazione fascista nelle prossime elezioni, perché erano incostituzionali e non abbiamo mai ricevuto una risposta”. Scrive ancora il Guardian: “L’anno scorso l’Anpi ha stilato una lista di 500 siti internet che elogiavano il fascismo in Italia, chiedendo che fossero bloccati. Non è stato fatto nulla. ‘Questi sono luoghi che diffondono odio tra la gente, specialmente contro i migranti – ha detto Nespolo – E lo fanno diffondendo notizie false riguardo ai rifugiati sui social network’. I falsi racconti di stupri commessi da richiedenti asilo sono condivisi da migliaia su Facebook e Twitter”.

Evitare la manifestazione di sabato, comunque, sarà complicato. Era stata convocata dall’Anpi, certo, ma insieme a una miriade di realtà antifasciste territoriali e locali. Sembra difficile che le bandiere dell’antifascismo e dell’antirazzismo verranno ripiegate in buon ordine, mentre i fascisti impazzano in piazza, on line e in tv.  Ed è grave, molto grave, che in Italia oggi ci siano luoghi in cui l’agibilità democratica e la difesa della democrazia non vengano garantite dalle istituzioni.

 

Le cicogne nere sono protette. Perchè noi, uomini in fuga, no?

Come ti chiami? Quanti anni hai? Domande banali per noi, qui in occidente. Servono a segnare con un nome un volto, a incasellare in un’età una persona e i suoi diritti. Ma per chi viene da lontano non sono affatto domande banali.

Lo spiega Abdelfetah Mohamed nel presentare il suo “Le cicogne nere”, un libro sulla sua fuga dall’Eritrea. Più che raccontare ha messo insieme ricordi, momenti, e uno scandire del tempo niente affatto banale. E narra con linguaggio asciutto e denso a volte poetico – una fuga comune a tanti, diversa per ognuno (Le cicogne nere, a cura di Saul Caia, Istos editore, pp.130, 12 euro).

E’ il tempo che gli consente di ritrovarsi sulla barca che l’ha portato a Lampedusa, insieme a 200 persone: un altro numero, ma sono uomini, volti, e storie. Quel ricordo gli sale alla memoria – con i suoi odori, rumori, immagini – mentre è in viaggio su un’altra barca, la nave di una Ong che pattuglia il Mediterraneo alla ricerca di gente in pericolo di vita su natanti alla deriva. Anni dopo quel suo viaggio disperato, Abdel fa il mediatore culturale, è lui che parla le molte lingue dell’Eritrea, è lui che abbraccia e rassicura, saluta e consola chi mette piede sulla tolda di una nave salvatrice, terra d’Europa finalmente.

Ma torniamo al nome e alla data di nascita. In Africa, soprattutto nelle zone rurali, i nomi sono aleatori. Abdel racconta di esserselo dato da solo, il suo, quello che aveva scelto il fratello per lui era Fatharahman. E Abdelfetha è stato. Mohammed, il cognome, è il nome del padre, combattente nella guerra di liberazione prima e poi cantautore di canti popolari e di lotta. Quanto all’età, la data di nascita è poco importante, sua mamma diceva: solo chi non sa quando è nato può vivere centinaia di anni; sei nato quando il presidente degli Usa era Ronald Reagan. Una volta in Italia, costretto a tirar fuori una data, invece di lasciare che siano i funzionari a scrivere come di routine 1 gennaio (creando un artificiale fenomeno di esplosione demografica a capodanno), dice: 26 dicembre 1981. Il giorno della fuga dal carcere militare in Eritrea, il mese della nascita della figlia, l’anno dell’elezione di Regan. Andrà bene come la data vera, in fondo non è che una convenzione.

Molti gli chiedono del viaggio, lui racconta il rumore del mare nel silenzio della notte. Non ci sono sogni, dice, in quel silenzio. Solo la voglia di restare vivo, la vita.

A guardar bene, nel libro di Abdel, le date ci sono. Nato in un campo profughi in Sudan quando l’Eritrea venne invasa dall’Etiopia, il 23 maggio 1991 è stato il giorno in cui gli etiopici se ne sono andati, si è potuto tornare a casa. Festa grande, poi arriverà la delusione. Nel 2000 tornano gli etiopi, i patrioti eritrei sono di nuovo in fuga verso il Sudan. Da lì, un’altra fuga, durerà mesi, fino alla Libia. Dopo la fuga dal carcere in Eritrea, di nuovo è prigioniero in un centro in Libia, altro carcere e peggiore.

Così Abdel si ritrova sulla barca. Notte dopo notte, tra la paura degli adulti e pianti di fame dei bambini.

Le cicogne nere, in Etiopia, sono simbolo di fortuna. Quando arrivano, segnano la stagione delle piogge, la prosperità dei campi. “Nel mio paese dicono che sono una specie protetta, quindi toccarle è reato – scrive Abdel – ma nessuno ha mai avuto il coraggio di chiedere al governo perché le persone non sono protette nella loro terra, come invece avviene per questi volatili. Siamo rimasti a fissare per diversi istanti lo spettacolo emozionante della natura. Quelle creature volano sopra di noi, con le ali aperte, con leggerezza, andando avanti per la loro strada, che già conoscono, al contrario di noi”.

Il viaggio continua. “Siamo in acque internazionali, urla a squarciagola qualcuno della nostra barca, Questo è l’unico posto che non appartiene a nessuno, qua potete sentirvi liberi nessuno vi chiederà un documento un passaporto o un permesso di soggiorno, dice un’altra voce. Perché non ci sono delle terre internazionali nei confini tra due paesi? chiede un viaggiatore. Sarebbe l’unica soluzione per i rifugiati. Nessuno sarebbe più costretto a scappare lontano”.

Arriverà a Lampedusa, Abdel, salvato dalle motovedette italiane. Ma ancora non è finito il viaggio, Abdel racconta anche di quel che avviene dopo, l’accoglienza italiana. Lui è uno che ce l’ha fatta, studia all’università, lavora. Ma quando parla del tempo perduto nel centro di accoglienza a Mineo, il suo è un mite atto di accusa: “Il ritmo della mia vita quotidiana nel centro di accoglienza è diventato insopportabile. Si può solo mangiare e dormire, nient’altro. Bisogna aspettare che arrivino i permessi di soggiorno… un permesso di soggiorno che poi ci farà finire in messo alla strada. Non solo devi aspettare la decisione della commissione ma anche la risposta della questura, che lucra su noi rifugiati, costretti a pagare cento euro per avere il certificato, dopo mesi di attesa”. Quando arriva, è la strada, la ricerca di un tetto provvisorio, di un lavoro che non sia una truffa, di una persona con cui parlare, di calore e rifugio difficili da trovare. E’ difficile, molti si perdono, qualcuno ce la fa.

Ricordo che i miei salvatori erano tristi – scrive – dispiaciuti perché già immaginavano cosa sarebbe accaduto in futuro. Ti salvano dal mare, ma sanno che poi annegherai nella solitudine e nell’indifferenza delle strade”. L’accoglienza è un’altra cosa.