A sinistra è tempo della battaglia capitale

Roma fa pena. Senza un soldino di speranza per il futuro, le voragini nelle strade, la metropolitana che attraversa il centro senza fermarsi, perché per riparare le scale mobili servono più di sei mesi, nella capitale d’Italia. Ovviamente, siccome l’amministrazione non è capace di di manutenere i vecchi servizi, sembra impossibile progettarne di nuovi. Sta di fatto che l’ultimo pensiero attivo sui trasporti e sulle metropolitane è quello dell’assessore Walter Tocci, epoca Rutelli. Per anni si è realizzato quello che lui ha ideato. E basta.

Foto di Ella Baffoni

Certo, c’è lo stadio della Roma, uno stadio privato che servirà a fornire enormi profitti a un privato, a cui si consentirà di costruire e poi vendere un intero quartiere con tanto di edifici direzionali. Ci sono i parchi che vengono chiusi ogni volta che piove e tira vento. E le scuole, anche.
Doveva essere il governo degli onesti, e invece fioccano le inchieste e gli arresti per corruzione. Sicuramente, quando non sono coinvolti in prima persona, i cinque stelle al governo non sono capaci di intercettare nell’amministrazione i gangli malati, e renderli inoffensivi. L’assistenza sociale è assente, da tempo. L’inchiesta su mafia capitale ha demolito il malaffare che si era impadronito di ogni attività nel settore. A ricostruire non ci ha pensato nessuno. La normale amministrazione sembra solo un sogno impossibile, altro che pensare al futuro della città.
Eppure al futuro della città bisognerebbe pensare, se non vogliamo sprofondare sempre più. I cinque stelle sono miopi, ormai lo sappiamo, oltre che inefficienti. Il futuro non è nel loro sguardo.


Dobbiamo rassegnarci a subire un governo della Lega? Non è troppo presto per pensarci, è tardi anzi. I quattro anni di Alemanno dovrebbero averci insegnato che i danni del malgoverno sono lunghi, molto. I favori ai costruttori, l’abbandono delle periferie, l’intolleranza verso i poveri, il disprezzo verso i diversi: su questa linea proseguirà la Lega, che punta alla conquista di quella che solo qualche anno fa chiamava “Roma ladrona”, magari sfruttando proprio i faccendieri della destra al potere ieri, quelli dei disastri di Alemanno e di mafia capitale. Possibile non ci sia alternativa?
Invece c’è. Difficile che l’iniziativa parta dal Pd: a guardare le liste elettorali per le europee, che avrebbero dovuto essere il biglietto da visita del nuovo segretario, si ha la sensazione dell’impossibilità di scegliere, un ecumenismo di dubbia efficacia e scarsi contenuti. Dovrebbero essere le altre componenti della sinistra, che alle europee, fidando nella regola del proporzionale, si sono presentate più divise possibile, nonostante il rischio di fallimento del quorum, a prendere l’iniziativa. Intanto, ed è pregiudiziale esercizio di democrazia, bisogna presentarsi uniti, abbandonare pretesi privilegi, non litigare su sgabelli o scranni. Magari lanciando un pensatoio comune, anche con il Pd, così da costruire una lista civica e unitaria, aperta, davvero aperta a tutti. Capace di aprire un dibattito sul futuro.


Non un libro dei sogni. Un piano, però. Che parta da dati di conoscenza: ce ne sono, a Roma, molti. Ci sono ricercatori, studiosi, analisti. Ci sono una miriade di associazioni impegnate nel territorio, quel territorio abbandonato dalla politica ufficiale che rischia di restare preda della propaganda di destra. Illuminante a proposito l’intervista di Diego Bianchi a Sergio, ex militante del Pci, che a Torre Maura ora va in piazza contro i rom con i fascisti di Casa Pound. Per la verità ci andava anche con il Pci e il Pd, Sergio, a fare la stessa cosa, anni fa, l’oggi deriva sempre da ieri. C’è qualcuno, oltre a Zoro, che ha voglia di discutere con Sergio e con gli altri Sergi che costellano il campo largo della politica?
Altrimenti è difficile sfuggire a un destino che vedrebbe Roma in mano a Salvini o alla Meloni. Arrendersi alla grettezza del “prima i romani”, in una città nata come rifugio per fuggitivi, sarebbe una nemesi. Invece, se i partiti riuscissero con lungimiranza a fare un passo indietro, le risorse ci sarebbero. Roma è ricca di socialità, basta cercarla. Si potrebbe partire da quel che c’è, il lavoro egregio che si sta facendo al terzo municipio, ad esempio, con la sua scuola popolare di politica e il riuso delle strutture pubbliche.
Bisognerebbe organizzarla, però, quella socialità, e non c’è tempo da perdere: trovare un gruppo di spessore che lavori sul programma, con uno sguardo lungo oltre i quattro anni di mandato della consiliatura. E sperimentare e attivare pratiche politiche, non solo elettorali: come si è sempre fatto nel secolo scorso. Poi, solo poi, un leader: basta bruciare nomi, uno dopo l’altro, a seconda dell’occasione. Un candidato sindaco può anche vincere, il caso Marino insegna, ma non necessariamente governare. Invece, se ci sono la visione e le idee e una pratica di condivisione e discussione, i leader non mancheranno.

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Il governo della ferocia

L’ultima conseguenza del decreto Salvini è andata in scena all’alba di ieri, sulla via Tiburtina, altezza san Basilio, a Roma. Proprio in occasione del settantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani, si è deciso di buttare persone povere e deboli in strada.
Lì c’è un vecchio rudere, la prima fabbrica italiana della Penicillina, la Leo, che fu inaugurata nel 1950 alla presenza di Alexander Fleming e aveva, ai tempi d’oro, 1700 dipendenti. Un’altra era. Abbandonato da anni, quello stabilimento ancora ingombro da resti di sostanze chimiche tossiche – e da una notevole quantità di amianto – è diventato il rifugio di chi non ha trovato altro.

In accordo con la sindaca di Roma, il ministero dell’Interno ha avviato una campagna di sgomberi dei luoghi occupati. Dopo il Baobab, dietro la Stazione Tiburtina, ora la colonna di mezzi della polizia si è diretta alla Penicillina per eseguire lo sgombero annunciato in questi giorni. Invece delle settecento persone che vi abitavano appena un mese fa, sono stati trovati una cinquantina di senza casa, stranieri ma anche italiani. Gli altri hanno trovato un altro rifugio precario.
Un posto indegno, certo. “Indegno anche per gli animali – dice un ex occupante – ma adesso non ho neanche quello”. Già, perché il copione si è ripetuto ieri come già in altre occupazione, in via Vannina, in via Costi, al Baobab, in via Vannina sno rimasti in strada anche i bambini, per giorni. Come negli sgomberi precedenti, l’alternativa abitativa non è stata predisposta. Si verranno dunque a formare altri insediamenti in luoghi sempre meno visibili, sempre più nascosti, sempre più inabitabili, sempre più nocivi.
Agli sfrattati dalle occupazioni si aggiungeranno quelli espulsi dalla rete dell’accoglienza Sprar, che ha già mandato in strada senza alternative famiglie e singoli, titolari di permesso umanitario. Gli Sprar, è un’altra conseguenza del decreto Salvini, potranno accogliere solo persone con il permesso di asilo.
Sempre più difficile sarà mantenere o ottenere i documenti: senza residenza non sarà possibile rinnovarli, e molti potrebbero uscire dalla rete dei servizi, la scuola per i bambini, le cure sanitarie, l’iscrizione al collocamento. Senza contare che l’assenza di documenti e la conseguente espulsione – burocratica, visto che i rimpatri costano davvero troppo – spingerà in sacche sempre più marginali persone a cui pure è stato riconosciuto il cui diritto a vivere in Italia.


Gli insediamenti informali – sostengono in un rapporto del febbraio scorso Medici senza frontiere, che assistevano gli abitanti della Penicillina – sono 47 in dodici regioni, e il 55 per cento di queste aree non ha accesso ai servizi. Una cinquantina sono a Roma e ospitano 3.500 persone. Inoltre i siti informali sono edifici abbandonati o occupati (53 per cento), luoghi all’aperto (28 per cento), tende (9 per cento), baracche (4 per cento), casolari (4 per cento), container (2 per cento). Questa situazione è in parte dovuta a un sistema di accoglienza ancora fondato “su strutture di accoglienza straordinaria, con scarsi servizi finalizzati all’inclusione sociale”.
Per Salvini, che si è presentato sulla Tiburtina per i selfie d’occasione, sono tutti da smantellare. Del resto, buttare la gente in strada contribuirà a creare quell’emergenza che in realtà non esiste. Smantellare un esempio di buona accoglienza come Riace è stato il primo passo per il disinvestimento in tutto il sistema Sprar. Un parroco genovese, don Paolo Farinella, ha deciso di chiudere per Natale la chiesa di santa Maria Immacolata e san Torpete in polemica contro il decreto Salvini. Laconica la sua dichiarazione: «Gesù era il migrante dei migranti».

Intallazione al Maxxi di Roma. Foto di Ella Baffoni

L’emergenza immigrazione non esiste. Quello che esiste, invece, è l’emergenza in mare. Gli sbarchi sono diminuiti, è vero. Ma a che prezzo? Altissimo e ignoto, perché si ha, è vero, qualche notizia di naufragi, in ottobre si contavano 1.700 morti accertati. Ma nel Mediterraneo, non più pattugliato dall’esercito italiano o dalle navi dei volontari, le barche che affondano sono molti di più, nel buio il mare inghiotte uomini e disperazione.
“Dal 2014 ad oggi – dicono i Medici per i diritti umani, che hanno presentano il libro-testimonianza “L’umanità è scomparsa”, a cura di Alberto Barbieri – sono sbarcati in Italia 650mila migranti provenienti per la gran parte dalle rotte che partono dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa; almeno nove su dieci sono sopravvissuti ad un silenzioso olocausto che ha avuto, ed ha, il suo cuore di tenebra nelle terre libiche. Nello stesso periodo hanno perso la vita nell’attraversamento del Mediterraneo centrale almeno 14.744 persone. Nessuno invece conosce il numero reale di coloro che sono periti come prigionieri o schiavi in Libia e quanti ancora ne ha sommerso la sabbia del Sahara”.


Che il decreto Salvini sia incostituzionale non lo dice solo il Csm. Tra qualche tempo lo dirà anche la Corte Costituzionale. Ma intanto la ferocia e la disumanità faranno passi da gigante. Altri bambini saranno lasciati all’addiaccio, come è avvenuto in via Vannina dopo lo sgombero. Altri disperati saranno privati dei loro rifugi. Altri malati resteranno senza cure. Ferocia e persecuzione: come quella riservata ai volontari del Baobab, insediamento sgomberato, a cui si impedisce persino di distribuire te e biscotti a chi ha passato la notte senza riparo. Anche lì i volontari hanno addobbato un abete, appendendo ai suoi rami le parole dimenticate ma indispensabili al Natale: umanità, diritti umani, pace, accoglienza, solidarietà, protezione, unione, amicizia, amore.
Dall’altra parte, la ferocia della cattiveria. Quella che ha lasciato vuota a Marrakesh la sedia destinata all’Italia al Forum delle Nazioni unite sull’immigrazione, il luogo dove discutere, regolare, analizzare il fenomeno delle migrazioni. Al governo dell’Italia discutere non interessa, meglio urlare all’invasione, meglio creare un’emergenza artificiale a suon di sgomberi e ruspe. Agli agenti di commercio della paura e della cattiveria non serve discutere con 164 governi di altri paesi un “approccio cooperativo per ottimizzare i benefici complessivi della migrazione, affrontando i rischi e le sfide per gli individui e le comunità nei paesi di origine, transito e destinazione”. Non sia mai che ci si permetta di ricordare il diritto alla mobilità tra quelli fondamentali per l’uomo.
Tira un vento freddo a Roma e in Italia, in questi giorni, le gelate sono in arrivo. Gli italiani si preparano a festeggiare il Natale, la nascita di un profugo ospitato in una stalla perché tutti gli altri posti gli erano stati negati.

Silenzio sulle città. Parla Vezio De Lucia

Raccolte di firme, articoli indignati: a Roma, nel quartiere Coppedè sono in predicato di demolizione una serie di villini storici, Villa Paolina è già cantiere. Saranno sostituiti da anonimi palazzi di abitazione, aumentati di una buona parte di cubatura. A chi si indigna nessuno offre una risposta, le amministrazioni, anche se differenti di orientamento politico, si lavano reciprocamente le mani. Partiamo da qui per chiedere all’urbanista Vezio De Lucia un’analisi di quel che sta avvenendo.

Come è possibile un’operazione di sostituzione così pesante e senza riguardo per l’aspetto storico-urbanistico, dentro la città consolidata?
All’origine c’è il famigerato piano casa di Berlusconi, che in effetti non è mai stato un provvedimento nazionale ma un accordo con le regioni perché ciascuna approvasse provvedimenti per agevolare la realizzazione di interventi che consentissero l’incremento volumetrico e di superficie. Era, attenzione, un provvedimento a termine. Che ha avuto un esito disastroso soprattutto nelle regioni meridionali, dove si sono proposte, una dopo l’altra, proroghe e dilatazioni dei volumi da costruire. Tra le regioni che si sono comportate peggio c’è anche la Regine Lazio.

Innanzitutto con il Piano Casa della Polverini; che però, alla scadenza, è stato prorogato dall’amministrazione Zingaretti fino al 2016. E’ appunto grazie a questa proroga che sono stati approvati i progetti di cui oggi si discute. Anche quelli dei Villini Coppedè.
Per i meno attenti, l’esito di questi provvedimenti che covava da anni, piomba sulla città come una sorpresa.
Bisognava essere attenti, invece. Quella legge, una volta scaduta, è risorta e ha trovato una vita stabile, permanente, nella legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Penso sia grave che l’amministrazione comunale non abbia mai preso quella posizione energica, che sarebbe invece indispensabile contro una legge che consente alla Regione di derogare agli strumenti urbanistici che sarebbero competenza del Comune. Ora il Comune di Roma è obbligato a dare quelle autorizzazioni. Ma in questi lunghi anni in cui la vicenda si è trascinata, il Comune non ha mai espresso una netta presa di posizione. Quanto alle autorizzazioni dei villini Coppedè, del 2016 e del 2017 sono in regime Raggi.

Dunque non c’è nulla da fare.
La situazione è pregiudicata. Bisognava pensarci prima. Spicca anche in questa vicenda, come in tante altre, l’immobilismo e l’inerzia del Ministero dei Beni culturali, che pure potrebbe porre limiti e tutele a un patrimonio importante nella storia della città.


Come mai c’è tanto disinteresse per le questioni urbanistiche? Non è questo il campo in cui si discute e si intravede il futuro delle città?
Dovresti chiederlo alla politica. Ma non è vero che nessuno ne parla. Basti pensare agli interventi reiterati di Berlusconi sul condono, in modo esplicito o larvato. Il condono è una piaga, quel che è avvenuto negli ultimi vent’anni lo prova. Eppure il condono non è stato mai bloccato. In Campania continuano a essere riproposte e a volte approvate leggi di sanatoria. Al sud l’abusivismo continua a procedere a gonfie vele, indisturbato. Da una parte si propone di perpetuare i condoni, dall’altra parte si sta zitti: a sinistra non c’è nettezza e chiarezza.

Ad esempio?
Nel dicembre 2017 è stata approvata dalla Regione Emilia Romagna una legge urbanistica. La peggiore che sia mai stata fatta dalle regioni. In sostanza trasferisce il potere urbanistico dalle amministrazioni comunali alle imprese che intendano fare trasformazioni. Neanche la famigerata legge di Lupi proponeva una così esplicita resa del potere pubblico. Questa legge dice che la disciplina urbanistica viene proposta da chi vuole realizzare il piano di trasformazione, ai comuni spetta solo dire sì. Anche su questa legge – con l’eccezione del mondo degli specialisti, del sito Eddyburg, ad esempio – non c’è stata una generale mobilitazione a sinistra. Proprio in Emilia, dove il Pd è alleato con Sinistra italiana e Mdp, il provvedimento è stato approvato con il solo voto favorevole del Pd, il voto contrario dei partiti che si sono riuniti in Liberi e Uguali, l’astensione di Forza Italia. Ed è una legge pessima, la peggiore che si sia mai vista. Secondo molti specialisti è una legge incostituzionale, ma in campagna elettorale la legge è andata avanti. La speranza è che qualcuno faccia ricorso e si vada in Corte costituzionale.

Perché in campagna elettorale nessuno ne parla?
Dovreste farvi un esame di coscienza anche voi giornalisti. Eppure sulla legge dell’Emilia c’ è stata una colossale mobilitazione. Una lunga campagna, massiccia; di grande valore i firmatari delle petizioni, tra cui moltissimi i tecnici delle istituzioni. La maggioranza dei tecnici e molti sindaci che hanno tentato di opporsi erano del Pd, ma scandalizzati da questo provvedimento. Una nostra collega ha fatto una puntuale analisi semantica del provvedimento e ha mostrato come fosse ripreso pari pari da documenti dell’Ance, dell’organizzazione dei costruttori. L’ispirazione politica viene da là ormai. Ma nessuno se ne vuole accorgere. La grande stampa è stata tempestata di sollecitazioni, non ha raccolto.

Porto fluviale, un particolare del murale di Blu. Foto di Ella Baffoni

Noi giornalisti abbiamo le nostre responsabilità, certo: basta vedere quel che è avvenuto sulle vicende del razzismo. Ma, per tornare alle città, come mai ci fermiamo a guardare il sanpietrino che abbiamo davanti ai piedi e mai alle montagne che sono all’orizzonte?
L’Inu, l’Istituto nazionale di Urbanistica, è scomparsa dalla scena. Per anni è stato almeno una garanzia di competenza giuridica e culturale. La Cgil, che pure battaglie ne ha fatte su questioni ambientali, sulla legge dell’Emilia era d’accordo. C’è una sorta di corporativismo che raccoglie il mondo del lavoro e dell’impresa. La stessa alleanza che si è formata dietro la proposta di legge sul consumo di suolo: una legge avviata per nobili motivi dal ministro Mario Catania, che intendeva preservare le campagne dall’urbanizzazione, è stata manomessa e rifatta, trasformata in un provvedimento che tutto faceva meno che bloccare il consumo di suolo. Un disegno di legge sostenuto non solo dal governo ma da un arco vastissimo di posizioni. Anche a sinistra.
Il fatto è che c’è anche una carenza di cultura, di approfondimento. Una parlamentare, che si è ricreduta, ha commentato: beh questa ipotesi era stata scritta dai costruttori. Ed è gravissimo. Torniamo alla legge sul consumo di suolo: come fa chi ha sostenuto fino a dicembre che quella legge doveva assolutamente essere approvata, sostenere oggi che quella legge era sbagliata? E si badi: gli appelli erano formati da intellettuali di primo piano. Approvata dalla Camera, il Senato l’ha modificata ma non ha fatto in tempo ad approvarla. Ma è probabile che verrà ripresentata alla prossima legislatura.

Nei programmi della campagna elettorale, a sinistra, qualcuno ripropone il tema?
L’unico partito che propone in campagna elettorale le questioni urbanistiche in modo netto è Potere al popolo. Ma sono contenuti che girano pochissimo, li trovi sul manifesto o su Eddyburg.
Libertà e uguaglianza ha diverse anime, alcuni hanno preso posizione, non tutti. Ma c’era chi era contro e si è battuto. Parecchi anni fa i 5 stelle furono tra i promotori del miglioramento di questa legge, con Civati e la sinistra. Poi i pentastellati si sono liquefatti.
L’urbanistica era a pieno titolo nel programma del Brancaccio, invece.
Certo che c’era, anzi sono uno di quelli che ha collaborato alla stesura delle tesi in materia urbanistica. Le cento piazze organizzate da Tomaso Montanari erano quasi sempre sulle questioni della città. A Bologna, dove i problemi urbanistici sono davvero pesanti, è rimasto in piedi un osservatorio sull’urbanistica. Ma il Brancaccio è finito male. E a sinistra si è persa un’occasione.

Nelle periferie la politica è nel conflitto

Periferie. Se ne parla di rado, quando c’è qualche storiaccia di nera, quando il malessere esplode, moltissimo in campagna elettorale. Periferie: come fossero tutte uguali. Invece no, sono tutte diverse, ognuna ha le sue pene, i suoi malesseri. Vediamone una, allora: una a Roma, venti minuti di trenino dalla stazione Laziali. Torpignattara, più giù del Pigneto, tra la Casilina e i binari della ferrovia.

A dare retta ai cronisti frettolosi, quelli che scelgono un solo Virgilio per affrontare le stradine e i palazzoni costruiti sulla marrana – f0sso paludoso, in dialetto – è un bronx, un luogo di paure e sospetti. Un luogo dove il senso comune si avvicina molto all’intolleranza, al fascismo. Invece no. I fascisti hanno cercato sponde e approdi, qualche volta trovando un’eco nell’esasperazione della gente, più spesso rimanendo isolati come carciofi nelle piazze deserte. C’è la criminalità, invece, quella nascosta e potente, difficile da individuare passeggiando, che intimorisce e fa affari, spaccio e non solo, molta usura. A cui i poveri sono spesso esposti.

casa3Antico insediamento di immigrazione italiana – dal basso Lazio, dalla Campania e dall’Abruzzo, dalle Marche e a volte anche dagli allora depressi Friuli e Veneto – Torpigna oggi ospita una folta comunità straniera, innanzitutto bengalese. Le frizioni tra autoctoni e nuovi residenti è ben raccontata da Giuliano Santoro nel suo “Al palo della morte” che ricostruisce l’omicidio a freddo di Shahzad, cittadino pakistano, nel 2014 in una strada di Torpignattara. Chi è Shazad ormai lo sanno tutti, a Torpigna. Alcuni vorrebbero rimuovere la storia dell’assassinio di un inerme, preso a botte da un ragazzotto fomentato dal padre e lasciato con la testa spaccata sul marciapiede. I più hanno reagito subito, ricordano l’orrore di quel fatto, la preghiera in pubblico, il sit-in di protesta. Shazad è ancora uno degli abitanti del quartiere, neanche gli avessero intitolato una strada.

Come tutte le periferie di antico insediamento anche Torpignattara si è avvicinata a Roma. Grazie ai trasporti (è lambita dalla metro C) ma soprattutto ai nuovi insediati. Agli immigrati italiani d’un tempo si sono aggiunti gli stranieri ma anche una buona quantità di giovani, studenti fuorisede o artisti o lavoratori dell’intelletto che ne stanno mutando composizione sociale. Agli anziani fanno contraltare i giovani. Non senza frizioni. I cambiamenti fanno paura a chi si sente isolato.

A far da presidio democratico è la scuola Pisacane, che accoglie bambini di tutto il mondo e i loro genitori, che inanella iniziative e incontri di socialità. La scuola, per capirsi, da cui Salvini in cerca di facili consensi contro l’”invasione” è stato mandato via a calci dalle mamme infuriate.

Dov’è la politica a Torpigna? Dov’è la sinistra? La sede del Pd – tranne quando, sotto elezioni, ospita questo o quel comitato elettorale – è sempre chiusa, recentemente impoverita da una scissione che l’ha lasciata in mano alla Margherita. C’è un comitato di quartiere molto occupato a incoraggiare murales, a fare feste di luci sulle facciate delle case, a organizzare l’Ecomuseo Casilino. E stop.

Ci sono due posti, invece, molto vivaci. Il Comitato Certosa e la Casa del Popolo. Cominciamo da qui, dal Comitato Certosa.

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Certosa, Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

La Certosa è un piccolo enclave attorno a via dei Savorgnan, case basse e strade strette. Qui a fare da collante è la memoria di Ciro Principessa, militante comunista ucciso dalle coltellate fasciste nel 1979, a 23 anni. Era nella sezione del Pci Nino Franchellucci, addetto alla biblioteca popolare, quando il figliastro di Delle Chiaie entrò, rubò un libro e mentre Ciro cercava di fermarlo lo uccise; l’assassino, giudicato infermo di mente, fu condannato a 4 anni.

Il viso di Ciro è diventato un grande murale, proprio davanti alla sede del Comitato Certosa, a suo nome si tiene una festa ogni anno nel “Giardino liberato”. Un’area destinata a verde pubblico mai aperta da comune e municipio che il Comitato Certosa ha aperto, allestito, animato e gestito, fornendola di giochi per bimbi, panchine e sedie, iniziative domenicali, dibattiti e mercatino biologico (ogni sabato c’è l’assemblea di gestione, aperta a tutti). Qui, a volte, si affacciano quelli di Sinistra italiana, Stefano Fassina soprattutto che per la sua campagna elettorale romana proprio qui ha scelto di insediare il suo comitato elettorale. Ma gli orientamenti politici nel Comitato sono i più vari. C’è anche chi guarda speranzoso a Mdp, Articolo 1, chi preferisce l’alea dell’alternativa di Civati o Montanari, chi è legato a Rifondazione, molti non votano. Non importa, dice Raffaele, una delle anime del Comitato, ex operaio della Peroni: “La cosa importante è governare il conflitto stando sul territorio, come faceva una volta il Pci. La cosa importante è praticare la strada dei beni comuni, come noi facciamo nel Giardino liberato. E, quest’estate, al parco delle pere. Non il frutto, intendo, le pere dei tossici. Una zona che abbiamo ripulito e sistemato e che vorremmo diventasse luogo di tutti tranne che della droga, come è ormai il Giardino liberato. Senza assegnazioni, senza bandi, con la cura comune”.

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Il giardino liberato della Certosa. Foto di Ella Baffoni

 Progetti partecipati, ricostruzione dei legami nel quartiere, cura e riscatto del territorio: “Più che governare il paese vogliamo governare il conflitto, battere la logica della paura e dell’isolamento – incalza Raffaele – la guerra con gli immigrati è funzionale alla destra, il prodotto paura è ormai quotato in borsa. Ma invece che degli stranieri dobbiamo aver paura di chi toglie spazio a democrazia, diritti, partecipazione”. Partendo dalla sconsolata constatazione che in tanti anni di abbandono si sono cominciate a perdere le stelle polari, i giovani hanno meno memoria storia dei loro genitori.

Poco più in là, ma vicino per iniziative e attività, il combattivo centro sociale Ex Snia, il cui motto “non delegare, lotta” si è fatto largo tra comitati e associazioni. Anche qui gli orientamenti politici sono i più vari, compreso il M5s, compreso l’astensionismo, largo quanto è larga la sfiducia verso le amministrazioni.

“Chi mangia da solo si strozza”. Ad animare la curiosa iniziativa di una cena sociale, gratuita e autogestita è Torpignattara solidale insieme a Apolidia. Un gruppo di persone diverse che partono dalla stessa constatazione: chi è povero è sempre più solo, chi è solo è sempre più imbozzolato nella sua disperazione. Dunque, bisogna ricostruire i legami, riallacciare rapporti, arrivare a quelle persone deprivate di soldi e socialità a cui mancano occasioni. E’ politica anche questa? Sì, lo è.

La prima cena, un esperimento, è stata pochi giorni fa, nella vecchia sede circoscrizionale, dismessa dopo l’accorpamento dei municipi. Una colletta tra i cittadini e tra i negozianti per le materie prime, i volontari in cucina e una bella serata passata insieme a 80-90 persone, occasione per parlare, incontrarsi, stringere relazioni: “Dobbiamo ripensare a come fare politica oggi – dice Francesca, una delle animatrici dell’iniziativa – inventare forme nuove di rapporto. Votare? Il voto è un atto politico, ma non è la politica. In città la politica si fa qui, sul territorio, tra chi ha poco ma molto da perdere. Anche se difficile”.

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La Casa del P0opolo di Torpignattara, ex sezione del Pci

Alla Casa del popolo, pochi dubbi, la sinistra c’è. Due bandiere rosse sulla soglia, l’antica sezione del Pci ospita molte iniziative, oltre alla sezione di Rifondazione. Aperta al quartiere e soprattutto, dice il segretario Domenico Artusa, alla nuova classe lavoratrice: scuola di italiano, sportello legale, iniziative sul trasporto pubblico e sul diritto alla casa, l’occupazione del palazzo Acea di via Tor de Schiavi nel 2013 è stato preparato qui. E molti sono i progetti, come il riuso del mercato di via Laparelli, struttura abbandonata da riutilizzare in senso sociale.

“Quando si lotta per obiettivi concreti il popolo della sinistra si unisce – dice Domenico. E’ successo per l’acqua pubblica come per il referendum costituzionale e anche nelle grandi lotte sul territorio. Ma oltre alle singole vertenze è più difficile organizzare una risposta globale. Bisognerebbe combattere il patto di stabilità, ad esempio: il motivo per cui qui abbiamo voragini nelle strade, illuminazione fioca se non spenta e una preoccupante gestione dei rifiuti”. La Casa del Popolo ha partecipato convinta al percorso del Brancaccio, chiuso improvvisamente giorni fa. E ora? Una cosa è certa: per le regionali ci sarà una lista alternativa a quella dell’attuale presidente, Zingaretti. Una lista il più allargata possibile: “I partiti, con l’eccezione di Sinistra italiana, hanno difficoltà a rapportarsi con associazioni e comitati sul territorio – dice Giorgio, il segretario precedente – ma c’è l’interesse a costruire strumenti politici nuovi”.

Stare fuori dalle istituzioni elettive è dura, Rifondazione ne paga il prezzo da dieci anni: hai meno visibilità, meno risposte, meno risultati. “Ma ne valeva la pena – è sicuro Domenico – abbiamo più tempo per costruire rapporti sul territorio”.

A fare il miracolo – effimero, come tutti i miracoli – di unificare le varie forze che si muovono in questa zona è stata la lotta contro la costruzione di un discount. E’ avvenuto così, all’inizio dell’anno, che è nato il comitato “No cemento a Roma est” contro il gigante Lidl, che ha costruito un pezzo dell’area vincolata di “Ad duas lauros”, in via dell’Acqua Bullicante. Picchetto fin dall’alba per impedire l’ingresso delle scavatrici, colazioni in piazza, manifestazioni e cortei: mesi e mesi di mobilitazione. Fino a una prima vittoria, il sequestro dell’edificio, subito però affidato alla Lidl per la sua normale attività, fino alla sentenza giudiziaria, che ha i suoi tempi. Una battaglia per la vivibilità del quartiere, per la difesa del verde (il cantiere ha divelto una ventina di alberi, i militanti si sono travestiti da alberi infatti, come nella profezia delle streghe di Macbeth. Improbabile, ma a volte le profezie si avverano).

Sit in davanti alla Lidl di via Acqua Bullicante

Qui hanno partecipato tutti, e non poteva essere diversamente per una lotta così difficile e aspra durata quasi un anno: la Casa del popolo, il Comitato Certosa, Torpignattara solidale, il comitato di quartiere Pigneto Prenestino (che gestisce il Lago della Snia, anch’esso liberato e aperto al pubblico, oltre al Parco delle Energie), il centro sociale ex-Snia, le donne dell’assemblea del Consultorio di piazza dei Condottieri. Un presidio sanitario e sociale importante, molto frequentato dalle donne, in larga parte immigrate, che ora si vuole normalizzare dall’alto: via la scuola di italiano, via lo sportello antiviolenza. Per protestare, per difendere servizi consolidati e indispensabili, si sono mossi tutti i quartieri intorno, anche Torpigna, e Non una di meno. Una passeggiata-corteo, sabato scorso (qui il video), con un percorso lungo e fitto di tappe. Dov’è la politica? Dov’è la sinistra? E’ anche qui, sicuro.

La sindaca Raggi sfratta la Casa delle donne

Le denunce di violenze e molestie sessuali travolgono Hollywood e non solo. I movimenti femministi si organizzano e invadono le piazze del mondo. E che fa nostra provincialissima sindaca di Roma? Minaccia di chiusura la Casa internazionale delle donne di via della Lungara, che da decenni è presidio di pensiero e azione femminista, con i suoi incontri, le iniziative, il centro antiviolenza. Oggi se ne parlerà in una conferenza stampa, lunedì c’è l’assemblea cittadina indetta dalle quaranta associazioni che lavorano alla Casa a cui aderiranno i gruppi che lavorano nel territorio da cui usciranno, è facile immaginarlo, iniziative di lotta con l’hashtag #lacasasiamotutte. La Casa delle donne non può morire strozzata da una burocrazia cieca al valore sociale delle attività che lì hanno sede.
Inutile elencare le benemerenze della Casa delle donne, più utile forse ricordare la storia del Buon Pastore, un edificio del 600 usato allora come carcere femminile per ragazze ribelli. Un rudere abbandonato che riprese vita trent’anni fa, nel 1983, quando venne destinato “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile (Casa della donna, sede dei movimenti femministi)” da una delibera comunale e poi in parte assegnato al Centro Femminista Separatista (CFS), cioè a dieci associazioni femministe che allora occupavano la sede storica di via del Governo Vecchio.
Nel 1987 l’Associazione federativa femminista internazionale (Affi) occupò l’ala seicentesca avviando una trattativa con il comune. Di qui nasce il Progetto Casa internazionale delle donne, sostenuto dal Coordinamento donne elette del Comune di Roma e elencato tra le opere di Roma Capitale, approvato nel 1992. L’iter per la sua realizzazione porta alla Costituzione del Consorzio Casa Internazionale delle donne (oggi Associazione di Promozione Sociale) che sottoscrive con il Comune la convenzione, prevista dalla delibera di assegnazione, per gestire il complesso dell’ex Buon Pastore.


Dunque, nessuna illegalità. Non si tratta di un affitto “di favore” come tanti appartamenti di pregio nel centro storico ceduti a vip o a persone vicine a questo o quel potente, che contrariamente ai luoghi sociali restano indisturbati. Si tratta di un luogo affittato a 9.000 euro e gestito da volontari, senza fini di lucro se non per la manutenzione dell’edificio, che offre servizi sociali e culturali che spetterebbero all’amministrazione di una grande città capitale. E che fa questa, invece? Come già avvenuto per molte realtà – dalla Scuola di musica popolare di Testaccio a Celio Azzurro – gli uffici contabilizzano il valore dell’immobile e del suo affitto a valori di mercato, contabilizzano gli arretrati e intimano con una raccomandata di pagare 833.000 euro entro un mese. Una procedura che prevede, in assenza di risposta positiva, “l’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela”. Insomma, lo sfratto.


Impossibile trovare 833.000 euro in un mese, se almeno non si è speculatori o affaristi. Questo è quel avviene quando la richiesta di legalità si fa ottusa burocrazia. Va ricordato anche che nel 2013, nel corso di una trattativa con la Casa delle donne, il Comune aveva stabilito il valore delle attività che si svolgevano al Buon Pastore pari a 700.000 euro all’anno. Peccato che anche questo percorso sia franato con l’abbattimento della giunta Marino.
E’ singolare che a sfrattare la Casa internazionale delle donne – e con queste brutali modalità – sia la prima sindaca di Roma. Si potrebbe notare che l’avvio della vicenda fu firmato da due sindaci uomini, il democristiano Signorello prima e il socialista Carraro poi, evidentemente più sensibili alle questioni sociali della signora Cinque stelle. Resta da chiedersi se Virginia Raggi proprio non conosce la Casa delle donne e la sua valenza, o se è prigioniera della burocrazia comunale; non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la più grave. Come già avvenuto per altre realtà sociali, l’aratro cieco della burocrazia fa terra bruciata, l’ignavia e l’ignoranza dei nuovi amministratori vi sparge sopra il sale per farne un deserto. Ma i semi di ribellione e resistenza, è sperabile, saranno più forti.

Borgate di Roma, un secolo di esclusione

Dove comincia il centro, dove la periferia? A Roma, grazie all’abusivismo ma anche a scelte pubbliche sciagurate, al di fuori delle mura Aureliane i ceti si mescolano ma restano separati. Sono isole i quartieri di case popolari del Governatorato o dello Iacp (oggi Ater), sono isole i quartieri della piccola e media borghesia, isole erano i borghetti di baracche, le favelas degli anni 50-70. In mezzo galleggiavano i quartieri abusivi, lottizzazioni autogestite e una qualità edilizia per lo più pessima. Una situazione che dura da un secolo e esiste ancora, come sa chi abita fuori dal centro storico, fino al Raccordo e oltre. A fare il punto della situazione una interessante giornata di studio promossa dalla Casa della memoria e della storia e coordinata dal presidente del circolo Gianni Bosio, Alessandro Portelli.

Di ricucitura delle borgate si parla da decenni, a volte l’unico esito è stato ulteriore inutile cementificazione. Perché almeno una cosa è evidente: di nuove case Roma non ha bisogno affatto, visto che moltissime nuove edificazioni restano sfitte o invendute. Ma di case Roma ha un disperato bisogno, viste le lunghissime attese di chi ha diritto a un alloggio popolare, viste le peripezie a volte anche creative di chi cerca un affitto compatibile con il proprio stipendio, e non è facile. Viste le occupazioni di case patenti e quelle oscure, governate dalla criminalità organizzata nelle case pubbliche.

Pigneto-Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

A strutturare la storia degli edifici pubblici a Roma è stato lo storico Luciano Villani, coautore di “Borgate romane. Storia e forma urbana”. Proletari e sottoproletari, che disturbano la vetrina propagandistica del fascismo, sparati in casette squallide senza servizi né quartiere e disperse nel deserto dell’Agro, lontane chilometri dalla città costruita. Tiburtino III, Gordiani, Pietralata, Tor Marancio, San Basilio, Trullo, Quarticciolo, Primavalle, Acilia… Qui sta una chiave per capire la recente montata del razzismo, dice Villani: “Con gli anni – oltre alla pratica dell’ereditarietà della casa popolare c’è stata anche la cessione abusiva, gestita con il consenso – il ricambio degli abitanti non c’è stato. Tutti si conoscono, tutti sono parenti, tutti sono lì da decenni, generazione dopo generazione. La solidarietà è forte ma non non si vuole gente che venga da fuori, dagli stessi luoghi malfamati da cui provenivano in origine i vecchi assegnatari. Ancora negli anni ’60 a Pietralata ci fu una rivolta contro i nuovi inquilini provenienti da Borgata Gordiani. Ma allora c’era la mediazione politica del Pci e della chiesa, oggi non c’è più niente”. Se non le agitazioni razziste dei neofascisti e neorazzisti.

Il Pci del dopoguerra sceglie a Roma di andare nei quartieri popolari e nelle borgate, e anche nella favelas delle baracche. Non era una scelta scontata, racconta Walter Tocci, negli anni 70 giovanissimo presidente di circoscrizione a Pietralata: “Ci radicammo tra gli operai dei servizi, ma anche nel sottoproletariato, che tanto generosamente si era impegnato nella Resistenza. Per educarlo, per fargli superare il ribellismo e, come si diceva allora, il plebeismo. Per costruire il popolo di sinistra. Dicevamo: se si guarda all’innovazione, non ce n’è tra i benestanti; i malestanti invece ne sono ricchi. Avemmo un parziale successo: però nelle borgate abusive, una volta ottenuto giustamente servizi e decoro, gli ex abusivi si ritrovarono proprietari, e negli anni ’80 lasciarono il Pci per votare massicciamente la Dc di Sbardella o la destra di An”.

Certo hanno contato anche le giunte di sinistra alla fine degli anni ’70. “Il sindaco Luigi Petroselli governò solo due anni – ricorda Tocci – ma ha fatto la più grande operazione di politica amministrativa che si sia mai vista a Roma. Vero è che il Pci allora governava anche dall’opposizione, ottenendo importanti vittorie e precostituendo gli anni di governo: Chi non sa fare opposizione, difficile che poi al governo combini molto. Ma le giunte di sinistra, Argan e Petroselli, seppero fare questa e quello. Non solo la cultura, l’acquisizione dei grandi parchi pubblici, i servizi sociali, i nidi e i centri anziani. Ma anche un investimento gigantesco, mille miliardi di lire l’anno, per portare acqua luce fogne nelle borgate abusive; e la costruzione di enormi quartieri popolari che, se discutibili per architettura e per gestione sociale, hanno consentito di spianare le vecchie baracche che infestavano le periferie, dando a tutti una casa dignitosa e il diritto di cittadinanza. Non si dica che ci vogliono poteri speciali per governare Roma. Allora che le procedure erano ancora più farraginose ma la macchina capitolina girava meglio, in 12 ore il Servizio giardini spianava un borghetto, piantava gli alberi, srotolava l’erba, piazzava le panchine. Ma allora c’era una grande politica, un grande progetto. Oggi non più, sta alle nuove generazioni ritrovarlo”.

Lidia Piccioni ricorda la crescita affannosa di Roma per l’immigrazione, da 200.000 a 1.200.000 dopo la prima guerra mondiale. E nonostante le deportazioni mussoliniane e i bombardamenti massicci, alla fine della seconda guerra mondiale gli abitanti erano già 1.700.000, balzati a 2.250.000 negli anni ’60. Ma i quartieri signorili e popolari restano separati, anche se spazialmente adiacenti, pur condividendo una marginalità comune: i trasporti carenti, l’assenza di verde, la mancanza di strutture sportive. Maria Immacolata Macioti, invece, ricorda l’orrore della separatezza dei borghetti, cancellati alla vista e alle coscienze, quelle baracche umide, non riscaldabili nemmeno con le stufe a legna, le ore passate sui tram per andare a lavorare, i bambini sporchi e mocciolosi, una povertà che si tagliava con il coltello. Tanto che molti non riuscivano a pagare nemmeno la misera tariffa del medico condotto, e si presentavano con un pollo o l’insalata e la bieta dell’orto.

Eppure, nota Sandro Portelli, dalle periferie è venuta molta dell’innovazione musicale. Non solo le canzoni popolari di lotta, come quelle raccolte nei decenni dal Gianni Bosio e dal Canzoniere del Lazio; ma anche il rock o il rap di Casilino 23 e Centocelle. Nelle periferie – dice – arrivavano gli immigrati economici, spinti dagli stessi sogni e dalle stesse necessità di chi sbarca a Lampedusa anche se provenienti dalle zone depresse dell’Italia del sud invece che da Africa o Asia.

E’ pur vero che, accanto agli episodi di intolleranza, nelle borgate romane c’è anche solidarietà. Basti vedere, incalza Tocci, quel che succede nelle scuole: “ Mentre il governo gestisce in modo sciagurato l’immigrazione, le nostre scuole falcidiate dai tagli, i nostri insegnanti bistrattati accolgono 800.000 ragazzi di tutte le lingue: un grande sforzo di autoformazione e civiltà. Nonostante la fabbrica della xenofobia di giornali e televisioni, anche la battaglia sullo ius soli parte dagli insegnanti, che sanno di cosa si parla. Spero che ora si riesca, almeno quella legge, a vararla!”.

Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.