Dopo la sconfitta il Pd romano s’interroga

La sala ha un nome singolare e evocativo, “Aquile randagie”. Ma al centinaio di persone che rispondono al richiamo di Roberto Morassut nel Roman Scout center per riflettere sull’esito delle elezioni (che per la terza volta hanno mandato Morassut in parlamento) la metafora dell’aquila si attaglia poco. C’è un’analisi da fare, c’è da cercare le ragioni per la caduta libera dell’appeal elettorale del Pd, c’è il deserto da attraversare. E, sì, anche un lutto da elaborare, cinque milioni di voti persi in cinque anni.


Morassut ha una sua ricetta: la rifondazione del Pd. Torniamo allo spirito del Lingotto, alla capacità di analisi politica, alla lettura della società. Ora il partito, dice, non fa politica, ma vive un conflitto interno di correnti e consorterie. “Non è solo un rovescio elettorale – dice – è finito il rapporto sentimentale con gran parte del nostro popolo, quella speciale relazione tra il padre-partito e gli iscritti, i militanti, gli elettori. Molti hanno iniziato a rompere il legame, i giovani non hanno mai cominciato a tesserlo. La sinistra era una religione civile, la speranza dell’uguaglianza tra gli uomini”.
Discontinuità, dunque. Il neoeletto propone un congresso straordinario di rifondazione di un nuovo movimento: “Nel Pd abbiamo 200 mila iscritti, molti meno sono gli attivi. Ma ci sono dieci milioni di persone che si impegnano nel volontariato, a volte con valori paralleli ai nostri. Ecco, dobbiamo creare un perimetro in cui tutti possano sentirsi fondatori. Uno spazio aperto, i Democratici”. Invece di dividersi in lotte tra correnti o di stilare una pace effimera, l’Assemblea nazionale dovrebbe nominare una commissione di alto profilo aperta a personalità esterne che stenda un documento politico da discutere in tutt’Italia. E che vigili sul percorso politico.


Suggestiva l’ipotesi, ma l’analisi delle ragioni della sconfitta resta ancora da fare, dei bisogni, delle domande sociali. Nessuno, tra i dirigenti, gli amministratori, i segretari di circolo (“ormai siano clandestini, le sedi non ci sono più, ci ritroviamo nelle case” dice uno, sconsolato) parla del risultato del referendum costituzionale, che pure avrebbe dovuto essere un segnale allarmante. Tutti invece sono decisamente contrari all’ipotesi della creazione di una sorta di movimento verso destra alla Macron, un En marche a guida renziana che lascerebbe il partito ancora più in macerie con l’ambizione di raccogliere gli elettori in fuga da Forza Italia.
Walter Verini, anche lui neoeletto, la mette così: “Aumentano la solitudine delle persone e le disuguaglianze, ma non c’è una sinistra all’altezza. Il partito è come un acquario in cui l’acqua diminuisce e i pesci si addentano l’un l’altro immaginando di salvarsi. Bisogna invece alimentare l’acquario, far entrare acqua nuova. Altrimenti non siamo classe dirigente ma ceto politico che pensa solo alla sua sopravvivenza, la testa girata a guardare il cacicco o il capobastone, non quel che avviene nella società”. In due mesi, racconta, alla Commissione nazionale di garanzia sono arrivati 200 ricorsi per brogli nel tesseramento, liste truccate, anomalie elettorali.
“La mia esperienza nel Pd è finita – dice Raffaele Ranucci, anche lui d’area veltroniana, imprenditore privato e amministratore pubblico – Di fronte alla finanziarizzazione del mondo, che taglia posti di lavoro e impoverisce i già poveri, non siamo stati capaci di capire che bisognava cambiare passo. E intanto i servizi peggioravano, soprattutto in periferia, ovvio che lì c’è rabbia e paura, ci hanno votato contro”. Già, gli elettori chiedono protezione, e non gliel’abbiamo data, dice amaro Antonio Rosati: “Guardiamo cosa abbiano attorno: la Banca d’Italia dice che il 13% della popolazione è povero, 13.800.000 persone. Mentre governavamo la povertà è aumentata di cinque punti”.
“Non abbiamo organizzazione, né progetto, né pensiero – dice Roberto Amici, nella segreteria provinciale di Roma, nel Pci dal ’73 – siamo ancora a declamare valori e contenuti che nella pratica si ignorano. E poi, eliminato il finanziamento pubblico ai partiti, come si fa? Per l’intanto il Pd è governato da chi ha responsabilità nelle istituzioni, ma anche la forma di rappresentanza sembra ora ossidata. E poi nessuno chiede conto a chi ha un incarico politico del lavoro fatto”.


C’è rabbia, anche, che a volte erutta incontrollata: “Ma insomma… ci sono ovunque cacicchi e portaborse, ormai il territorio è balcanizzato, altro che disagio – dice un dirigente intermedio – ma io me ne vado, continuerò a fare politica in un altro modo, in un altro spazio”. “Invece di ascoltare il paese l’abbiamo sfidato” ammette sconsolato Massimo De Simone, vicepresidente di Municipio. “Inutile irridere i Cinque stelle – commenta Silvio Di Francia, ex assessore alla cultura di Roma – arroccandosi nel disprezzo. Abbiamo perso la stima degli elettori, alcuni si sentono traditi. E se vogliamo cercare i colpevoli del disastro, basta guardare gli esempi di familismo nelle liste. Il caso De Luca in Campania, ad esempio…”.
C’è un gran fermento nel Pd, lì almeno dove la botta elettorale non ha lasciato candidati e militanti tramortiti. Così stamattina, al Centro congressi Cavour di Roma, è Peppe Provenzano a chiamare a dibattere di “Sinistra anno zero”. Perché – dice il vicedirettore della Svimez che ha rinunciato a candidarsi nel Pd per protesta contro le liste farcite di famigli, soprattutto al sud – con la crisi “sono tornati i bisogni, la ripresa li ha lasciati intatti. Anche nella ripresa si stavano allargano i divari, tra i cittadini, tra le imprese. Una minoranza ce la faceva per tutti, la media cresceva ma la maggioranza non vedeva via d’uscita. Noi raccontavamo il mondo dei vincenti… il problema non è solo starci, nelle periferie. Il problema è cosa gli dici al popolo…. Se c’è un bisogno di sicurezza, di protezione, vuol dire che la sinistra non fa il suo mestiere. La sicurezza sociale, i servizi che funzionano per tutti: scuole, sanità, assistenza. L’austerità ha finito di distruggere lo stato, dopo il processo di denigrazione e destrutturazione a cui abbiamo contribuito anche noi, la sinistra. Ma se la cosa pubblica non mi protegge, a che serve la politica?”:

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Nespolo, Anpi: “Mai più fascisti e razzisti”

Per essere antifascisti bisogna riconoscere il fascismo nelle sue forme più subdole e nuove. Molte sono state le responsabilità di stampa e talk show, di intellettuali sdoganatori, di politici distratti. Alla vigilia della manifestazione di oggi a Roma ne parliamo con Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi.

Non c’è stata campagna elettorale più segnata da episodi di fascismo e di razzismo. Perché proprio ora? Dopo Macerata, gli insulti al campo di Baobab a Roma. E la rete è sempre più campo libero.

“E’ vero, è un rischio. Siccome in campagna elettorale ci sono anche forze che apertamente si richiamano al razzismo, che è la culla del fascismo, era inevitabile che succedesse. D’altra parte i prodromi della violenza c’erano stata nei mesi precedenti, ragazzi che attaccavano manifesti politici accoltellati da Casa Pound, quegli altri di Veneto skinheads che a Como hanno fatto irruzione durante la riunione di Como senza frontiere leggendo un proclama… Non era ancora la violenza, dei giorni scorsi, ma pure violenza, come il volantino di Anna Frank distribuito allo stadio. Poi le cose si sono aggravate. A Macerata c’è stato un episodio terribile, l’uccisione barbara di una giovanissima ragazza. I criminali vanno puniti, tutti. Ma è intollerabile che una persona abbia sparato da un’auto in corsa contro uomini e donne che non c’entravano niente con quell’episodio, innocenti e inermi, per il solo fatto che avevano la pelle nera. Sarebbe come se a Milano, dopo l’uccisione di un’altra ragazza da parte di un autista dell’Atm, qualcuno fosse andato a sparare agli autisti del trasporto pubblico.

Pigneto-Torpignattara, manifestazione dopo i fatti di Macerata. Foto di Ella Baffoni

Comunque, è l’appello che vorrei fare, alla violenza non si risponda con la violenza. L’antifascismo è forte se è unito, se siamo capaci di convincere. Se, come a Palermo, ci mettiamo a picchiare uno che pure è un delinquente, che picchiava gli stranieri, chi convinciamo? E’ lo Stato che ha il compito di fermare i criminali e i razzisti”.

Dopo l’assoluzione di uno che fece il saluto romano durante una commemorazione, intervistato da Strisciarossa un membro dei Modena City Ramblers propone di cambiare la Costituzione, così da impedire anche queste manifestazioni.

“Non sono d’accordo, non è così. Noto innanzitutto che la stampa ha dato grande risalto a quella sentenza, e pochissimo invece al dispositivo reso noto in questi giorni sul monumento a Graziani di Affile, che ha condannato sindaco e assessori. Pochissimo alla sconfitta di Casa Pound a cui il sindaco di Brescia ha negato spazi pubblici: il loro ricorso è stato rigettato. La Costituzione vieta con chiarezza nella dodicesima disposizione finale la ricostruzione del partito fascista. Poi ci sono le leggi contro il razzismo e contro il fascismo, Scelba e Mancino: ecco, quelle vanno modificate forse, perché consentono la condanna solo in occasione di violenza esplicita, e invece dovrebbero trattare anche dell’apologia di reato che il saluto romano senza dubbio incarna. Le sentenze vanno rispettate, anche se a volte mostrano la necessità di una integrazione legislativa, come in questo caso. Ma la Costituzione non c’entra”.

Pertini nel 1960, si trattava della celebrazione del congresso dell’Msi, diceva apertamente che i neofascisti non devono manifestare. Non c’è stato un appannamento di memoria?

25-aprile11-e1542308604604.jpg“Negli anni 70 qualche organizzazione fascista, ricordo Ordine nuovo, è stata sciolta. Oggi noi non siamo stati ascoltati. Ma noi la memoria l’abbiamo ben limpida. All’organizzazione della manifestazione di oggi a Roma hanno partecipato ventitrè associazioni, organizzazioni, movimenti. Non è solo un appuntamento indetto da Anpi e Pd. Ci sono tutte, tutte, le associazioni dei partigiani, dei deportati, dei perseguitati politici. Ci sono associazioni laiche e confessionali, i tre sindacati, altri movimenti e i partiti antifascisti. E’ arrivata l’adesione dell’Ucei, l’unione delle comunità ebraiche. In piazza del Popolo la manifestazione sarà aperta da un messaggio di Liliana Segre. C’è un mondo vario ma molto unito. Dato che il governo non ci ha ascoltato, quando abbiamo chiesto che fosse negato ai partiti razzisti e fascisti l’accesso alle elezioni, ora diamo voce al popolo e raccogliano le firme per l’appello perché le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere sciogliendole per legge. Respingo al mittente le accuse di aver indetto questa manifestazione in campagna elettorale: lo facciamo ora perché ora c’è stata un’esplosione intollerabile di atti di terrorismo fascista. Noi parteggiamo per tutto l’antifascismo, anche quello di chi non vota. Chiunque governi ci dovrà ascoltare”.

Dunque è d’accordo con l’iniziativa di Laura Boldrini che chiede di mettere fuori legge le formazioni e i partiti neofascisti che invece ora si presentano impavidi alle elezioni.

“Sono ben contenta che lo dicano anche loro. Ma non è una novità, Liberi e Uguali lavora con noi da mesi su questo tema. Noi tutti firmatari dell’appello che da mesi sta girando chiediamo con forza lo scioglimento di Casa Pound e di Forza nuova. Almeno non gli si consenta di partecipare alle elezioni: l’esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza diffusa, l’unità democratica, la fermezza delle istituzioni”.

Le cicogne nere sono protette. Perchè noi, uomini in fuga, no?

Come ti chiami? Quanti anni hai? Domande banali per noi, qui in occidente. Servono a segnare con un nome un volto, a incasellare in un’età una persona e i suoi diritti. Ma per chi viene da lontano non sono affatto domande banali.

Lo spiega Abdelfetah Mohamed nel presentare il suo “Le cicogne nere”, un libro sulla sua fuga dall’Eritrea. Più che raccontare ha messo insieme ricordi, momenti, e uno scandire del tempo niente affatto banale. E narra con linguaggio asciutto e denso a volte poetico – una fuga comune a tanti, diversa per ognuno (Le cicogne nere, a cura di Saul Caia, Istos editore, pp.130, 12 euro).

E’ il tempo che gli consente di ritrovarsi sulla barca che l’ha portato a Lampedusa, insieme a 200 persone: un altro numero, ma sono uomini, volti, e storie. Quel ricordo gli sale alla memoria – con i suoi odori, rumori, immagini – mentre è in viaggio su un’altra barca, la nave di una Ong che pattuglia il Mediterraneo alla ricerca di gente in pericolo di vita su natanti alla deriva. Anni dopo quel suo viaggio disperato, Abdel fa il mediatore culturale, è lui che parla le molte lingue dell’Eritrea, è lui che abbraccia e rassicura, saluta e consola chi mette piede sulla tolda di una nave salvatrice, terra d’Europa finalmente.

Ma torniamo al nome e alla data di nascita. In Africa, soprattutto nelle zone rurali, i nomi sono aleatori. Abdel racconta di esserselo dato da solo, il suo, quello che aveva scelto il fratello per lui era Fatharahman. E Abdelfetha è stato. Mohammed, il cognome, è il nome del padre, combattente nella guerra di liberazione prima e poi cantautore di canti popolari e di lotta. Quanto all’età, la data di nascita è poco importante, sua mamma diceva: solo chi non sa quando è nato può vivere centinaia di anni; sei nato quando il presidente degli Usa era Ronald Reagan. Una volta in Italia, costretto a tirar fuori una data, invece di lasciare che siano i funzionari a scrivere come di routine 1 gennaio (creando un artificiale fenomeno di esplosione demografica a capodanno), dice: 26 dicembre 1981. Il giorno della fuga dal carcere militare in Eritrea, il mese della nascita della figlia, l’anno dell’elezione di Regan. Andrà bene come la data vera, in fondo non è che una convenzione.

Molti gli chiedono del viaggio, lui racconta il rumore del mare nel silenzio della notte. Non ci sono sogni, dice, in quel silenzio. Solo la voglia di restare vivo, la vita.

A guardar bene, nel libro di Abdel, le date ci sono. Nato in un campo profughi in Sudan quando l’Eritrea venne invasa dall’Etiopia, il 23 maggio 1991 è stato il giorno in cui gli etiopici se ne sono andati, si è potuto tornare a casa. Festa grande, poi arriverà la delusione. Nel 2000 tornano gli etiopi, i patrioti eritrei sono di nuovo in fuga verso il Sudan. Da lì, un’altra fuga, durerà mesi, fino alla Libia. Dopo la fuga dal carcere in Eritrea, di nuovo è prigioniero in un centro in Libia, altro carcere e peggiore.

Così Abdel si ritrova sulla barca. Notte dopo notte, tra la paura degli adulti e pianti di fame dei bambini.

Le cicogne nere, in Etiopia, sono simbolo di fortuna. Quando arrivano, segnano la stagione delle piogge, la prosperità dei campi. “Nel mio paese dicono che sono una specie protetta, quindi toccarle è reato – scrive Abdel – ma nessuno ha mai avuto il coraggio di chiedere al governo perché le persone non sono protette nella loro terra, come invece avviene per questi volatili. Siamo rimasti a fissare per diversi istanti lo spettacolo emozionante della natura. Quelle creature volano sopra di noi, con le ali aperte, con leggerezza, andando avanti per la loro strada, che già conoscono, al contrario di noi”.

Il viaggio continua. “Siamo in acque internazionali, urla a squarciagola qualcuno della nostra barca, Questo è l’unico posto che non appartiene a nessuno, qua potete sentirvi liberi nessuno vi chiederà un documento un passaporto o un permesso di soggiorno, dice un’altra voce. Perché non ci sono delle terre internazionali nei confini tra due paesi? chiede un viaggiatore. Sarebbe l’unica soluzione per i rifugiati. Nessuno sarebbe più costretto a scappare lontano”.

Arriverà a Lampedusa, Abdel, salvato dalle motovedette italiane. Ma ancora non è finito il viaggio, Abdel racconta anche di quel che avviene dopo, l’accoglienza italiana. Lui è uno che ce l’ha fatta, studia all’università, lavora. Ma quando parla del tempo perduto nel centro di accoglienza a Mineo, il suo è un mite atto di accusa: “Il ritmo della mia vita quotidiana nel centro di accoglienza è diventato insopportabile. Si può solo mangiare e dormire, nient’altro. Bisogna aspettare che arrivino i permessi di soggiorno… un permesso di soggiorno che poi ci farà finire in messo alla strada. Non solo devi aspettare la decisione della commissione ma anche la risposta della questura, che lucra su noi rifugiati, costretti a pagare cento euro per avere il certificato, dopo mesi di attesa”. Quando arriva, è la strada, la ricerca di un tetto provvisorio, di un lavoro che non sia una truffa, di una persona con cui parlare, di calore e rifugio difficili da trovare. E’ difficile, molti si perdono, qualcuno ce la fa.

Ricordo che i miei salvatori erano tristi – scrive – dispiaciuti perché già immaginavano cosa sarebbe accaduto in futuro. Ti salvano dal mare, ma sanno che poi annegherai nella solitudine e nell’indifferenza delle strade”. L’accoglienza è un’altra cosa.

Nespolo: “Urgono verità e giustizia”

Carla Nespolo è la presidente dell’Anpi, l’associazione nazionale partigiani d’Italia. Una donna, per la prima volta, e una donna che non è stata partigiana. Perché? Cosa vuol dire essere partigiani oggi?

“E’ vero, non sono stata partigiana, anche se da dieci anni sono stata una dei vicepresidenti della nostra associazione. Carlo Smuraglia ha deciso di lasciare la presidenza – oggi è presidente emerito – e il testimone è passato a me. Sento tutta la responsabilità di essere la prima presidente non partigiana. Ma spetta alla nostra generazione e a quelle che seguono la mia il compito di diventare, come dice Marco Revelli, i partigiani dei partigiani.

carla1Chi dice che l’Anpi deve chiudere con la morte degli ultimi partigiani sbaglia. A noi spetta prendere il loro testimone e trasmettere memoria. Non solo il ricordo, intendiamoci. La Resistenza è una pagina di storia che agisce profondamente nell’oggi. Da lì è nata la Costituente, e le regole fondamentali del nostro vivere civile. Certo, sento anche la responsabilità di essere la prima donna presidente: so che scegliendo una donna si intendeva fare un omaggio alle partigiane e al loro contributo alla Resistenza, a volte rimasto in ombra. Eppure il ruolo delle partigiane è stato fondamentale; gli uomini, renitenti alla leva, erano obbligati a salire in montagna e combattere da lì. Diverse donne li hanno seguiti, partecipando alle operazioni da pari. Altre sono rimaste a valle, ma portando ordini, informazioni, armi. Quando sono state scoperte, hanno pagato con la vita, come gli uomini. Nelle campagne come nelle città hanno ospitato, nascosto, nutrito i fuggiaschi, oltre a curare i campi e le bestie, le famiglie. E il ruolo delle donne è stato determinante anche nella Costituente, non a caso il troppo negletto articolo 3 vieta le discriminazioni di genere. Sento il peso di questa doppia responsabilità, una sfida democratica all’onda di individualismo e di subalternità con il potere che ci sta spingendo indietro. Sono felice che vicepresidente dell’Anpi sia una partigiana come Marisa Ombra”.

Non solo in Italia, ma in Europa soffia un vento di destra. Sdoganati i fascismi, i partiti che vi si richiamano si presentano alle elezioni e conquistano consenso, commisti ai partiti razzisti. E c’è anche chi dice: destra e sinistra non esistono più.

“Il vento di destra rende evidente la crisi della democrazia rappresentativa. Tra l’Europa sognata a Ventotene e questa di oggi c’è un abisso. Il tradimento delle speranze, l’assenza di cultura si incontrano nel razzismo. Mio figlio non trova lavoro? È lo straniero che glielo ruba. Il fascismo trova il suo brodo di cultura nel razzismo, le masse popolari più povere sono in balia di pregiudizi senza fondamento. C’è bisogno di una nuova battaglia culturale. Ho molto apprezzato il sindaco di Marzabotto che ha portato il calciatore che ha esibito la maglietta dell’Rsi a Monte Sole, mostrandogli cos’era davvero la Repubblica sociale. Un tempo c’erano i testimoni, i partigiani a raccontare quegli anni. Oggi spetta a noi”.

Intanto a Predappio si progetta un Museo del fascismo. E ad Affile si erige un monumento a Graziani…

“Contro il monumento di Affile noi dell’Anpi ci siamo costituiti parte civile, e il primo grado di giudizio ci ha dato ragione, interdicendo dai pubblici uffici quegli amministratori. Quanto al museo del fascismo, se ben fatto, sarebbe utile a mostrare la storia vera, i crimini del fascismo. Ma non a Predappio: facciamolo, se ci sono i denari, a Marzabotto, a Milano, a Roma. Predappio è la città natale di Mussolini, non da oggi meta di pellegrinaggi. Difficile non intravvedere nell’operazione un intento commerciale. Nel comitato scientifico ci sono buoni storici, ma non bastano alcuni buoni ingredienti a fare una buona torta; qui l’ingrediente che non va è proprio Predappio”.

L’Anpi è impegnata da tempo anche contro la violenza alle donne.

“Certo. C’eravamo anche noi alla giornata contro la violenza convocata dalla presidente della Camera Boldrini. Le donne, nei campi di concentramento o nelle celle di tortura, hanno sempre subito una violenza in più, quella sessuale. Hanno subito come e più degli uomini, come dimenticarlo? E la violenza maschile, quella domestica soprattutto, intende fermare il cammino di liberazione delle donne. Il fascismo è violenza. E’ violenza anche quella del Veneto Fronte Skinhead, questi ragazzotti che hanno minacciosamente circondato gli attivisti pro migranti. Ci vuol poco a passare da queste esibizioni alle testate in faccia”.

25-aprile11.jpgChe fare, dunque, davanti al moltiplicarsi di questi episodi?

“Quelle formazioni vanno sciolte. Le leggi ci sono, vanno applicate. Ma non basta la repressione. E’ facile al sud, dove il 40% dei ragazzi non ha lavoro, dire che il lavoro non c’è per colpa degli stranieri, quando lo stesso presidente dell’Inps Boeri dice che le pensioni vengono pagate anche grazie al contributo dei migranti. Si torni a un sentimento di giustizia. E poi la politica deve interrompere il corto circuito tra speranze e risposte asfittiche. Si dica la verità: si dica chi ha depredato i paesi in cui si muore di fame, si dica chi ha fatto affari con i signori della guerra, chi ha venduto fino all’altro ieri le armi all’Isis. Mi fa impressione il razzismo distribuito a manciate, per conquistare un pugno di voti. Mi fa impressione la mancanza di solidarietà e di pietà. Mi fa impressione la zona d’ombra degli indifferenti. L’informazione dovrebbe fare di più, nella tv o nel web. Serve una conoscenza vera, che aumenti la capacità di analisi”.

Certo, se poi Berlusconi ripete che Mussolini non era poi un dittatore, che il confino era villeggiatura…

“Si accredita una vulgata bonaria del fascismo, come non ci fossero state le leggi razziali e la durissima repressione. Più che le frange fasciste ho paura dell’indifferenza e della disinformazione. I fascisti di oggi si riempiono la bocca della parola patria. Ma in nome della patria i fascisti hanno mandato 225.000 giovani a morire nelle trincee. Per i partigiani la patria è una casa comune, dove si vive sereni e in pace, senza violenza. Mia nonna materna, genovese e vedova con tre figli, quando Mussolini arrivava in città veniva arrestata preventivamente. Era mite e inoffensiva, ma non aveva mai voluto prendere la tessera del fascio. Ce lo siamo dimenticato? Non c’era libertà di parola, di stampa, di voto. Anzi, il voto non c’era proprio. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, disse Matteotti. E fu ucciso”.

Abbiamo davanti una strada in salita.

“Sicuro. Ma ci sono anche segnali positivi. Quando chiamiamo alla mobilitazione, la gente risponde e scende in piazza. E poi almeno il voto referendario ha invertito la tendenza dell’astensionismo alle elezioni. Nonostante la destrutturazione sociale, la maggioranza ha voluto preservare la Costituzione come bene comune. Non è poco, si può cominciare da qui”.

Nelle periferie la politica è nel conflitto

Periferie. Se ne parla di rado, quando c’è qualche storiaccia di nera, quando il malessere esplode, moltissimo in campagna elettorale. Periferie: come fossero tutte uguali. Invece no, sono tutte diverse, ognuna ha le sue pene, i suoi malesseri. Vediamone una, allora: una a Roma, venti minuti di trenino dalla stazione Laziali. Torpignattara, più giù del Pigneto, tra la Casilina e i binari della ferrovia.

A dare retta ai cronisti frettolosi, quelli che scelgono un solo Virgilio per affrontare le stradine e i palazzoni costruiti sulla marrana – f0sso paludoso, in dialetto – è un bronx, un luogo di paure e sospetti. Un luogo dove il senso comune si avvicina molto all’intolleranza, al fascismo. Invece no. I fascisti hanno cercato sponde e approdi, qualche volta trovando un’eco nell’esasperazione della gente, più spesso rimanendo isolati come carciofi nelle piazze deserte. C’è la criminalità, invece, quella nascosta e potente, difficile da individuare passeggiando, che intimorisce e fa affari, spaccio e non solo, molta usura. A cui i poveri sono spesso esposti.

casa3Antico insediamento di immigrazione italiana – dal basso Lazio, dalla Campania e dall’Abruzzo, dalle Marche e a volte anche dagli allora depressi Friuli e Veneto – Torpigna oggi ospita una folta comunità straniera, innanzitutto bengalese. Le frizioni tra autoctoni e nuovi residenti è ben raccontata da Giuliano Santoro nel suo “Al palo della morte” che ricostruisce l’omicidio a freddo di Shahzad, cittadino pakistano, nel 2014 in una strada di Torpignattara. Chi è Shazad ormai lo sanno tutti, a Torpigna. Alcuni vorrebbero rimuovere la storia dell’assassinio di un inerme, preso a botte da un ragazzotto fomentato dal padre e lasciato con la testa spaccata sul marciapiede. I più hanno reagito subito, ricordano l’orrore di quel fatto, la preghiera in pubblico, il sit-in di protesta. Shazad è ancora uno degli abitanti del quartiere, neanche gli avessero intitolato una strada.

Come tutte le periferie di antico insediamento anche Torpignattara si è avvicinata a Roma. Grazie ai trasporti (è lambita dalla metro C) ma soprattutto ai nuovi insediati. Agli immigrati italiani d’un tempo si sono aggiunti gli stranieri ma anche una buona quantità di giovani, studenti fuorisede o artisti o lavoratori dell’intelletto che ne stanno mutando composizione sociale. Agli anziani fanno contraltare i giovani. Non senza frizioni. I cambiamenti fanno paura a chi si sente isolato.

A far da presidio democratico è la scuola Pisacane, che accoglie bambini di tutto il mondo e i loro genitori, che inanella iniziative e incontri di socialità. La scuola, per capirsi, da cui Salvini in cerca di facili consensi contro l’”invasione” è stato mandato via a calci dalle mamme infuriate.

Dov’è la politica a Torpigna? Dov’è la sinistra? La sede del Pd – tranne quando, sotto elezioni, ospita questo o quel comitato elettorale – è sempre chiusa, recentemente impoverita da una scissione che l’ha lasciata in mano alla Margherita. C’è un comitato di quartiere molto occupato a incoraggiare murales, a fare feste di luci sulle facciate delle case, a organizzare l’Ecomuseo Casilino. E stop.

Ci sono due posti, invece, molto vivaci. Il Comitato Certosa e la Casa del Popolo. Cominciamo da qui, dal Comitato Certosa.

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Certosa, Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

La Certosa è un piccolo enclave attorno a via dei Savorgnan, case basse e strade strette. Qui a fare da collante è la memoria di Ciro Principessa, militante comunista ucciso dalle coltellate fasciste nel 1979, a 23 anni. Era nella sezione del Pci Nino Franchellucci, addetto alla biblioteca popolare, quando il figliastro di Delle Chiaie entrò, rubò un libro e mentre Ciro cercava di fermarlo lo uccise; l’assassino, giudicato infermo di mente, fu condannato a 4 anni.

Il viso di Ciro è diventato un grande murale, proprio davanti alla sede del Comitato Certosa, a suo nome si tiene una festa ogni anno nel “Giardino liberato”. Un’area destinata a verde pubblico mai aperta da comune e municipio che il Comitato Certosa ha aperto, allestito, animato e gestito, fornendola di giochi per bimbi, panchine e sedie, iniziative domenicali, dibattiti e mercatino biologico (ogni sabato c’è l’assemblea di gestione, aperta a tutti). Qui, a volte, si affacciano quelli di Sinistra italiana, Stefano Fassina soprattutto che per la sua campagna elettorale romana proprio qui ha scelto di insediare il suo comitato elettorale. Ma gli orientamenti politici nel Comitato sono i più vari. C’è anche chi guarda speranzoso a Mdp, Articolo 1, chi preferisce l’alea dell’alternativa di Civati o Montanari, chi è legato a Rifondazione, molti non votano. Non importa, dice Raffaele, una delle anime del Comitato, ex operaio della Peroni: “La cosa importante è governare il conflitto stando sul territorio, come faceva una volta il Pci. La cosa importante è praticare la strada dei beni comuni, come noi facciamo nel Giardino liberato. E, quest’estate, al parco delle pere. Non il frutto, intendo, le pere dei tossici. Una zona che abbiamo ripulito e sistemato e che vorremmo diventasse luogo di tutti tranne che della droga, come è ormai il Giardino liberato. Senza assegnazioni, senza bandi, con la cura comune”.

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Il giardino liberato della Certosa. Foto di Ella Baffoni

 Progetti partecipati, ricostruzione dei legami nel quartiere, cura e riscatto del territorio: “Più che governare il paese vogliamo governare il conflitto, battere la logica della paura e dell’isolamento – incalza Raffaele – la guerra con gli immigrati è funzionale alla destra, il prodotto paura è ormai quotato in borsa. Ma invece che degli stranieri dobbiamo aver paura di chi toglie spazio a democrazia, diritti, partecipazione”. Partendo dalla sconsolata constatazione che in tanti anni di abbandono si sono cominciate a perdere le stelle polari, i giovani hanno meno memoria storia dei loro genitori.

Poco più in là, ma vicino per iniziative e attività, il combattivo centro sociale Ex Snia, il cui motto “non delegare, lotta” si è fatto largo tra comitati e associazioni. Anche qui gli orientamenti politici sono i più vari, compreso il M5s, compreso l’astensionismo, largo quanto è larga la sfiducia verso le amministrazioni.

“Chi mangia da solo si strozza”. Ad animare la curiosa iniziativa di una cena sociale, gratuita e autogestita è Torpignattara solidale insieme a Apolidia. Un gruppo di persone diverse che partono dalla stessa constatazione: chi è povero è sempre più solo, chi è solo è sempre più imbozzolato nella sua disperazione. Dunque, bisogna ricostruire i legami, riallacciare rapporti, arrivare a quelle persone deprivate di soldi e socialità a cui mancano occasioni. E’ politica anche questa? Sì, lo è.

La prima cena, un esperimento, è stata pochi giorni fa, nella vecchia sede circoscrizionale, dismessa dopo l’accorpamento dei municipi. Una colletta tra i cittadini e tra i negozianti per le materie prime, i volontari in cucina e una bella serata passata insieme a 80-90 persone, occasione per parlare, incontrarsi, stringere relazioni: “Dobbiamo ripensare a come fare politica oggi – dice Francesca, una delle animatrici dell’iniziativa – inventare forme nuove di rapporto. Votare? Il voto è un atto politico, ma non è la politica. In città la politica si fa qui, sul territorio, tra chi ha poco ma molto da perdere. Anche se difficile”.

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La Casa del P0opolo di Torpignattara, ex sezione del Pci

Alla Casa del popolo, pochi dubbi, la sinistra c’è. Due bandiere rosse sulla soglia, l’antica sezione del Pci ospita molte iniziative, oltre alla sezione di Rifondazione. Aperta al quartiere e soprattutto, dice il segretario Domenico Artusa, alla nuova classe lavoratrice: scuola di italiano, sportello legale, iniziative sul trasporto pubblico e sul diritto alla casa, l’occupazione del palazzo Acea di via Tor de Schiavi nel 2013 è stato preparato qui. E molti sono i progetti, come il riuso del mercato di via Laparelli, struttura abbandonata da riutilizzare in senso sociale.

“Quando si lotta per obiettivi concreti il popolo della sinistra si unisce – dice Domenico. E’ successo per l’acqua pubblica come per il referendum costituzionale e anche nelle grandi lotte sul territorio. Ma oltre alle singole vertenze è più difficile organizzare una risposta globale. Bisognerebbe combattere il patto di stabilità, ad esempio: il motivo per cui qui abbiamo voragini nelle strade, illuminazione fioca se non spenta e una preoccupante gestione dei rifiuti”. La Casa del Popolo ha partecipato convinta al percorso del Brancaccio, chiuso improvvisamente giorni fa. E ora? Una cosa è certa: per le regionali ci sarà una lista alternativa a quella dell’attuale presidente, Zingaretti. Una lista il più allargata possibile: “I partiti, con l’eccezione di Sinistra italiana, hanno difficoltà a rapportarsi con associazioni e comitati sul territorio – dice Giorgio, il segretario precedente – ma c’è l’interesse a costruire strumenti politici nuovi”.

Stare fuori dalle istituzioni elettive è dura, Rifondazione ne paga il prezzo da dieci anni: hai meno visibilità, meno risposte, meno risultati. “Ma ne valeva la pena – è sicuro Domenico – abbiamo più tempo per costruire rapporti sul territorio”.

A fare il miracolo – effimero, come tutti i miracoli – di unificare le varie forze che si muovono in questa zona è stata la lotta contro la costruzione di un discount. E’ avvenuto così, all’inizio dell’anno, che è nato il comitato “No cemento a Roma est” contro il gigante Lidl, che ha costruito un pezzo dell’area vincolata di “Ad duas lauros”, in via dell’Acqua Bullicante. Picchetto fin dall’alba per impedire l’ingresso delle scavatrici, colazioni in piazza, manifestazioni e cortei: mesi e mesi di mobilitazione. Fino a una prima vittoria, il sequestro dell’edificio, subito però affidato alla Lidl per la sua normale attività, fino alla sentenza giudiziaria, che ha i suoi tempi. Una battaglia per la vivibilità del quartiere, per la difesa del verde (il cantiere ha divelto una ventina di alberi, i militanti si sono travestiti da alberi infatti, come nella profezia delle streghe di Macbeth. Improbabile, ma a volte le profezie si avverano).

Sit in davanti alla Lidl di via Acqua Bullicante

Qui hanno partecipato tutti, e non poteva essere diversamente per una lotta così difficile e aspra durata quasi un anno: la Casa del popolo, il Comitato Certosa, Torpignattara solidale, il comitato di quartiere Pigneto Prenestino (che gestisce il Lago della Snia, anch’esso liberato e aperto al pubblico, oltre al Parco delle Energie), il centro sociale ex-Snia, le donne dell’assemblea del Consultorio di piazza dei Condottieri. Un presidio sanitario e sociale importante, molto frequentato dalle donne, in larga parte immigrate, che ora si vuole normalizzare dall’alto: via la scuola di italiano, via lo sportello antiviolenza. Per protestare, per difendere servizi consolidati e indispensabili, si sono mossi tutti i quartieri intorno, anche Torpigna, e Non una di meno. Una passeggiata-corteo, sabato scorso (qui il video), con un percorso lungo e fitto di tappe. Dov’è la politica? Dov’è la sinistra? E’ anche qui, sicuro.

La guerra delle case popolari

Cosa sono diventate le periferie di Roma – la burocrazia che le governa – lo raccontano oggi le peripezie delle famiglie che tentano di entrare nelle case a loro assegnate dall’Ater (l’ex istituto case popolari), e le trovano occupate. E magari difese da un presidio di fascisti, Forza nuova o Casa Pound che sia, che sbatte sul tamburo del razzismo facile, quello di pancia. Vogliono togliere le case a noi per darle agli stranieri, ripetono. Difendono chi non ha titolo per avere l’assegnazione – o forse ha persino titolo, ma non si è curato di chiedere e di mettersi in fila, e per questo pensa che la sua emergenza valga di più, chiudendo gli occhi sulle emergenze degli altri.

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Una volta la lotta per la casa non era così. Si cercava di evitare di occupare case popolari, proprio per non ledere i diritti di chi stava in graduatoria. Si occupava alla luce del sole, per rendere evidente la mancanza di case da una parte, la fame di case dall’altra. Poi qualcosa è cambiato, si è cominciato a occupare silenziosamente, in proprio. Moriva la vecchietta dell’appartamento accanto? Giù la porta e ci entra chi dico io, al prezzo che dico io, meglio se paga me che i politici, tutti zozzoni.

Il mercato delle case popolari si fa così, se conosci le persone giuste, che sanno imporre la loro forza nel quartiere e pazienza se sono legate alla criminalità organizzata, anzi meglio.
Nessuno tra gli occupanti che abbia il coraggio di guardare negli occhi chi ha avuto l’assegnazione, un diritto che è meglio calpestare da lontano. Dall’altro lato, l’Ater sopporta con noncuranza seimila casi di occupazione – quelli che si sanno – su 48.000 appartamenti senza far molto per recuperarli. Comportamento dissennato. In tempi di penuria di case a basso prezzo e di zero investimenti per nuove case, quelle che ci sono almeno dovrebbero essere gestite al meglio.

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In più c’è il protagonismo dei fascisti. Che c’è di meglio che suonare la tromba del “prima noi italiani” per escludere chi magari sta peggio di te?
Puntualizziamo. Le assegnazioni delle case si fanno solo a italiani, anche se hanno la pelle nera, anche se tra i migranti la necessità di un alloggio è fortissima. E anche le assegnazioni ai nuovi italiani sono solo il 10% del totale.

L’ultima vicenda, quella di una famiglia di quattro persone – una madre single e tre fratelli, il più piccolo di 5 anni – è incredibile. Per sei volte hanno ottenuto l’assegnazione di un appartamento, per sei volte l’hanno trovato occupato. La prima volta, a Tor Bella Monaca, li hanno minacciati di buttare loro addosso l’olio bollente. Poi gli hanno urlato di tutto: vergognatevi, tornate al vostro paese. Sono trent’anni che vivono qui, anche se la madre è di origine nigeriana, e sono italiani di diritto, altro che ius soli. Dormono dove possono, a volte in un autobus. Ma sono poveri, e non si appoggiano alla criminalità locale. Di che dovrebbero vergognarsi? Forse di essere più poveri dei poveri che calpestano i loro diritti.

Un po’ è così: la solidarietà che c’era nelle periferie romane sta svandendo, il liberismo ha fatto il suo lavoro, mors tua vita mea. Un po’ lo sdoganamento dei fascisti, anche quelli estremi, ha aperto loro agibilità sul territorio. Così il leader di Forza nuova Giuliano Castellitto sarà pure ai domiciliari, ma i suoi battagliano nelle strade di Tor Bella Monaca, al Trullo, a Primavalle. E chi finalmente ottiene, dopo anni di peregrinazioni, l’assegnazione della casa popolare, e per giunta ha la pelle scura, se la ritrova negata.

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E’ successo a gennaio scorso al Trullo: una famiglia di origine nordafricana – padre, madre e cinque figli – è rimasta fuori la casa assegnata; dentro la casa, abusivamente, c’erano un ventenne precario e una diciassettenne al sesto mesi di gravidanza. Poco prima è toccato a una famiglia di egiziani a san Basilio. In luglio, a Tor Bella Monaca, un italiano di origine bengalese è stato duramente picchiato quando ha chiesto indicazioni per raggiungere la casa che era stata asssegnata a lui e ai suoi due figli, uno dei quali disabile.

Succederà ancora, e ancora. Almeno fin quando la sindaca Raggi, una volta occupate tutte le poltrone che interessano il M5s, non si decida a prendere in mano la politica della casa invece di farla gestire dai fascio-razzisti. A cui gli amministratori grillini invece prestano un orecchio attento, quando non si fanno dettare l’agenda. Tanto che solo le proteste di un gruppo di abitanti ha fatto saltare, il mese scorso, la convocazione di un consiglio straordinario del IV municipio richiesto proprio da Casa Pound.

Parma, una piccola storia ignobile

Alla fine è arrivata la sentenza di condanna per stupro. Sette anni fa nella sede della Raf, la rete antifascista di Parma, una ragazza viene invitata a festeggiare, la drogano, la stuprano, la filmano. Si risveglia dopo qualche ora, sola. Sta male, capisce che è successo qualcosa di brutto, ma non denuncia. Il video, intanto, passa di telefonino in telefonino. A lei appiccicano un curioso soprannome, la “ragazza fumogeno”: sì, l’hanno stuprata anche con quello. Ma che divertente.

Risatine sottobanco, chiacchiere, beffe. Lei non denuncia e si allontana dal gruppo. Ma tre anni dopo i carabinieri, che stanno indagando su una bomba carta fatta esplodere davanti alla sede di Casa Pound, sequestrano un telefonino e ci trovano quel video. Procedono d’ufficio per stupro di gruppo, identificano la ragazza, la chiamano a testimoniare. Singolare: a leggere in quelle immagini uno stupro sono i carabinieri, non i ragazzi che se le sono fino a quel momento passate ridacchiando. Alla fine la ragazza fa i nomi e scattano le denunce e i domiciliari. A quel punto attorno a lei si alza il muro dell’autodifesa del gruppo, le calunnie (ora si è messa con i fascisti), la cacciata dagli spazi di movimento.

Hai denunciato, sei una spia, dicono. Nessuno l’ascolta. Quasi nessuno. A difenderla, a ricordare che uno stupro è sempre una sopraffazione, e se di gruppo è ancora più odioso, ci sono le Romantic Punk prima, Radio Onda rossa poi e l’Udi e Communia, oltre a alcuni piccoli gruppi di movimento. Ma il grosso della sinistra antagonista a Parma in questi sette anni è schierato con gli stupratori. Non solo quelli condannati qualche giorno fa, ma anche il gruppo più largo che guardava e si divertiva, e quello più largo ancora che nei giorni a seguire si passava il video. Video che è diventato la prova principe dell’accusa, che mostra una donna inerme, senza sensi, come morta in balia del gruppo.

E’ questo il punto. In che senso sono antifascisti, quei ragazzi della Raf? Perché sono dalla parte degli oppressi e non degli oppressori, immagino. Ma quanto disprezzo si deve coltivare verso una donna per diventarne gli oppressori, e dopo la violenza insultarla e isolarla e opprimerla ancora? Come si fa a non vederla vittima? Possibile che nessuno abbia colto, in quel video, gli atti di sopraffazione maschilista, un sintomo odioso di fascismo? I forti che opprimono il debole, i tanti che schiacciano l’isolato.

Quando si guarda il male, bisognerebbe avere il coraggio di guardalo dall’esterno di noi, ma anche dall’interno: anche a noi riguarda quel male. Al di là delle etichette, al di là delle appartenenze: al di là anche delle condanne. Non c’eravamo negli anni della Shoah, ma quell’orrore parla anche di noi. Ci siamo negli anni delle stragi di migranti del Mediterraneo, ma non riusciamo a guardarle davvero, a pensarci responsabili.

Inutile poi dire: tutta colpa del patriarcato. Il patriarcato che è in uomini e donne (sì, anche nelle donne) ormai dovremmo riconoscerlo. Sì, anche in quel video, che la ragazza è stata costretta a guardare e riguardare, anche nell’aula processuale, durante il dibattimento. Una sofferenza ulteriore in aggiunta alla precedente sofferenza.

Ancor più impressionante è l’assenza di anticorpi. Non c’è alcun ambiente che sia il paradiso in terra, né il comunismo realizzato, lo sappiamo bene. Nessuno è immune da cattiverie, tradimenti, malignità, sopraffazioni. Ma, si diceva nel ’68, chi vuol costruire un mondo libero dallo sfruttamento dovrebbe intanto costruire una comunità e relazioni più libere, più aperte. E, insomma, almeno che ci si rispetti. Tutti possono sbagliare, ma bisogna capire perché, e riparare per quel che sia possibile, e non rifarsela ancora sulla vittima. Uno “sbaglio”, e per di più orribile, che venga negato e nascosto pervicacemente per sette anni in un clima omertoso è più che un sintomo. E’ la malattia.