Nelle periferie la politica è nel conflitto

Periferie. Se ne parla di rado, quando c’è qualche storiaccia di nera, quando il malessere esplode, moltissimo in campagna elettorale. Periferie: come fossero tutte uguali. Invece no, sono tutte diverse, ognuna ha le sue pene, i suoi malesseri. Vediamone una, allora: una a Roma, venti minuti di trenino dalla stazione Laziali. Torpignattara, più giù del Pigneto, tra la Casilina e i binari della ferrovia.

A dare retta ai cronisti frettolosi, quelli che scelgono un solo Virgilio per affrontare le stradine e i palazzoni costruiti sulla marrana – f0sso paludoso, in dialetto – è un bronx, un luogo di paure e sospetti. Un luogo dove il senso comune si avvicina molto all’intolleranza, al fascismo. Invece no. I fascisti hanno cercato sponde e approdi, qualche volta trovando un’eco nell’esasperazione della gente, più spesso rimanendo isolati come carciofi nelle piazze deserte. C’è la criminalità, invece, quella nascosta e potente, difficile da individuare passeggiando, che intimorisce e fa affari, spaccio e non solo, molta usura. A cui i poveri sono spesso esposti.

casa3Antico insediamento di immigrazione italiana – dal basso Lazio, dalla Campania e dall’Abruzzo, dalle Marche e a volte anche dagli allora depressi Friuli e Veneto – Torpigna oggi ospita una folta comunità straniera, innanzitutto bengalese. Le frizioni tra autoctoni e nuovi residenti è ben raccontata da Giuliano Santoro nel suo “Al palo della morte” che ricostruisce l’omicidio a freddo di Shahzad, cittadino pakistano, nel 2014 in una strada di Torpignattara. Chi è Shazad ormai lo sanno tutti, a Torpigna. Alcuni vorrebbero rimuovere la storia dell’assassinio di un inerme, preso a botte da un ragazzotto fomentato dal padre e lasciato con la testa spaccata sul marciapiede. I più hanno reagito subito, ricordano l’orrore di quel fatto, la preghiera in pubblico, il sit-in di protesta. Shazad è ancora uno degli abitanti del quartiere, neanche gli avessero intitolato una strada.

Come tutte le periferie di antico insediamento anche Torpignattara si è avvicinata a Roma. Grazie ai trasporti (è lambita dalla metro C) ma soprattutto ai nuovi insediati. Agli immigrati italiani d’un tempo si sono aggiunti gli stranieri ma anche una buona quantità di giovani, studenti fuorisede o artisti o lavoratori dell’intelletto che ne stanno mutando composizione sociale. Agli anziani fanno contraltare i giovani. Non senza frizioni. I cambiamenti fanno paura a chi si sente isolato.

A far da presidio democratico è la scuola Pisacane, che accoglie bambini di tutto il mondo e i loro genitori, che inanella iniziative e incontri di socialità. La scuola, per capirsi, da cui Salvini in cerca di facili consensi contro l’”invasione” è stato mandato via a calci dalle mamme infuriate.

Dov’è la politica a Torpigna? Dov’è la sinistra? La sede del Pd – tranne quando, sotto elezioni, ospita questo o quel comitato elettorale – è sempre chiusa, recentemente impoverita da una scissione che l’ha lasciata in mano alla Margherita. C’è un comitato di quartiere molto occupato a incoraggiare murales, a fare feste di luci sulle facciate delle case, a organizzare l’Ecomuseo Casilino. E stop.

Ci sono due posti, invece, molto vivaci. Il Comitato Certosa e la Casa del Popolo. Cominciamo da qui, dal Comitato Certosa.

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Certosa, Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

La Certosa è un piccolo enclave attorno a via dei Savorgnan, case basse e strade strette. Qui a fare da collante è la memoria di Ciro Principessa, militante comunista ucciso dalle coltellate fasciste nel 1979, a 23 anni. Era nella sezione del Pci Nino Franchellucci, addetto alla biblioteca popolare, quando il figliastro di Delle Chiaie entrò, rubò un libro e mentre Ciro cercava di fermarlo lo uccise; l’assassino, giudicato infermo di mente, fu condannato a 4 anni.

Il viso di Ciro è diventato un grande murale, proprio davanti alla sede del Comitato Certosa, a suo nome si tiene una festa ogni anno nel “Giardino liberato”. Un’area destinata a verde pubblico mai aperta da comune e municipio che il Comitato Certosa ha aperto, allestito, animato e gestito, fornendola di giochi per bimbi, panchine e sedie, iniziative domenicali, dibattiti e mercatino biologico (ogni sabato c’è l’assemblea di gestione, aperta a tutti). Qui, a volte, si affacciano quelli di Sinistra italiana, Stefano Fassina soprattutto che per la sua campagna elettorale romana proprio qui ha scelto di insediare il suo comitato elettorale. Ma gli orientamenti politici nel Comitato sono i più vari. C’è anche chi guarda speranzoso a Mdp, Articolo 1, chi preferisce l’alea dell’alternativa di Civati o Montanari, chi è legato a Rifondazione, molti non votano. Non importa, dice Raffaele, una delle anime del Comitato, ex operaio della Peroni: “La cosa importante è governare il conflitto stando sul territorio, come faceva una volta il Pci. La cosa importante è praticare la strada dei beni comuni, come noi facciamo nel Giardino liberato. E, quest’estate, al parco delle pere. Non il frutto, intendo, le pere dei tossici. Una zona che abbiamo ripulito e sistemato e che vorremmo diventasse luogo di tutti tranne che della droga, come è ormai il Giardino liberato. Senza assegnazioni, senza bandi, con la cura comune”.

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Il giardino liberato della Certosa. Foto di Ella Baffoni

 Progetti partecipati, ricostruzione dei legami nel quartiere, cura e riscatto del territorio: “Più che governare il paese vogliamo governare il conflitto, battere la logica della paura e dell’isolamento – incalza Raffaele – la guerra con gli immigrati è funzionale alla destra, il prodotto paura è ormai quotato in borsa. Ma invece che degli stranieri dobbiamo aver paura di chi toglie spazio a democrazia, diritti, partecipazione”. Partendo dalla sconsolata constatazione che in tanti anni di abbandono si sono cominciate a perdere le stelle polari, i giovani hanno meno memoria storia dei loro genitori.

Poco più in là, ma vicino per iniziative e attività, il combattivo centro sociale Ex Snia, il cui motto “non delegare, lotta” si è fatto largo tra comitati e associazioni. Anche qui gli orientamenti politici sono i più vari, compreso il M5s, compreso l’astensionismo, largo quanto è larga la sfiducia verso le amministrazioni.

“Chi mangia da solo si strozza”. Ad animare la curiosa iniziativa di una cena sociale, gratuita e autogestita è Torpignattara solidale insieme a Apolidia. Un gruppo di persone diverse che partono dalla stessa constatazione: chi è povero è sempre più solo, chi è solo è sempre più imbozzolato nella sua disperazione. Dunque, bisogna ricostruire i legami, riallacciare rapporti, arrivare a quelle persone deprivate di soldi e socialità a cui mancano occasioni. E’ politica anche questa? Sì, lo è.

La prima cena, un esperimento, è stata pochi giorni fa, nella vecchia sede circoscrizionale, dismessa dopo l’accorpamento dei municipi. Una colletta tra i cittadini e tra i negozianti per le materie prime, i volontari in cucina e una bella serata passata insieme a 80-90 persone, occasione per parlare, incontrarsi, stringere relazioni: “Dobbiamo ripensare a come fare politica oggi – dice Francesca, una delle animatrici dell’iniziativa – inventare forme nuove di rapporto. Votare? Il voto è un atto politico, ma non è la politica. In città la politica si fa qui, sul territorio, tra chi ha poco ma molto da perdere. Anche se difficile”.

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La Casa del P0opolo di Torpignattara, ex sezione del Pci

Alla Casa del popolo, pochi dubbi, la sinistra c’è. Due bandiere rosse sulla soglia, l’antica sezione del Pci ospita molte iniziative, oltre alla sezione di Rifondazione. Aperta al quartiere e soprattutto, dice il segretario Domenico Artusa, alla nuova classe lavoratrice: scuola di italiano, sportello legale, iniziative sul trasporto pubblico e sul diritto alla casa, l’occupazione del palazzo Acea di via Tor de Schiavi nel 2013 è stato preparato qui. E molti sono i progetti, come il riuso del mercato di via Laparelli, struttura abbandonata da riutilizzare in senso sociale.

“Quando si lotta per obiettivi concreti il popolo della sinistra si unisce – dice Domenico. E’ successo per l’acqua pubblica come per il referendum costituzionale e anche nelle grandi lotte sul territorio. Ma oltre alle singole vertenze è più difficile organizzare una risposta globale. Bisognerebbe combattere il patto di stabilità, ad esempio: il motivo per cui qui abbiamo voragini nelle strade, illuminazione fioca se non spenta e una preoccupante gestione dei rifiuti”. La Casa del Popolo ha partecipato convinta al percorso del Brancaccio, chiuso improvvisamente giorni fa. E ora? Una cosa è certa: per le regionali ci sarà una lista alternativa a quella dell’attuale presidente, Zingaretti. Una lista il più allargata possibile: “I partiti, con l’eccezione di Sinistra italiana, hanno difficoltà a rapportarsi con associazioni e comitati sul territorio – dice Giorgio, il segretario precedente – ma c’è l’interesse a costruire strumenti politici nuovi”.

Stare fuori dalle istituzioni elettive è dura, Rifondazione ne paga il prezzo da dieci anni: hai meno visibilità, meno risposte, meno risultati. “Ma ne valeva la pena – è sicuro Domenico – abbiamo più tempo per costruire rapporti sul territorio”.

A fare il miracolo – effimero, come tutti i miracoli – di unificare le varie forze che si muovono in questa zona è stata la lotta contro la costruzione di un discount. E’ avvenuto così, all’inizio dell’anno, che è nato il comitato “No cemento a Roma est” contro il gigante Lidl, che ha costruito un pezzo dell’area vincolata di “Ad duas lauros”, in via dell’Acqua Bullicante. Picchetto fin dall’alba per impedire l’ingresso delle scavatrici, colazioni in piazza, manifestazioni e cortei: mesi e mesi di mobilitazione. Fino a una prima vittoria, il sequestro dell’edificio, subito però affidato alla Lidl per la sua normale attività, fino alla sentenza giudiziaria, che ha i suoi tempi. Una battaglia per la vivibilità del quartiere, per la difesa del verde (il cantiere ha divelto una ventina di alberi, i militanti si sono travestiti da alberi infatti, come nella profezia delle streghe di Macbeth. Improbabile, ma a volte le profezie si avverano).

Sit in davanti alla Lidl di via Acqua Bullicante

Qui hanno partecipato tutti, e non poteva essere diversamente per una lotta così difficile e aspra durata quasi un anno: la Casa del popolo, il Comitato Certosa, Torpignattara solidale, il comitato di quartiere Pigneto Prenestino (che gestisce il Lago della Snia, anch’esso liberato e aperto al pubblico, oltre al Parco delle Energie), il centro sociale ex-Snia, le donne dell’assemblea del Consultorio di piazza dei Condottieri. Un presidio sanitario e sociale importante, molto frequentato dalle donne, in larga parte immigrate, che ora si vuole normalizzare dall’alto: via la scuola di italiano, via lo sportello antiviolenza. Per protestare, per difendere servizi consolidati e indispensabili, si sono mossi tutti i quartieri intorno, anche Torpigna, e Non una di meno. Una passeggiata-corteo, sabato scorso (qui il video), con un percorso lungo e fitto di tappe. Dov’è la politica? Dov’è la sinistra? E’ anche qui, sicuro.

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La guerra delle case popolari

Cosa sono diventate le periferie di Roma – la burocrazia che le governa – lo raccontano oggi le peripezie delle famiglie che tentano di entrare nelle case a loro assegnate dall’Ater (l’ex istituto case popolari), e le trovano occupate. E magari difese da un presidio di fascisti, Forza nuova o Casa Pound che sia, che sbatte sul tamburo del razzismo facile, quello di pancia. Vogliono togliere le case a noi per darle agli stranieri, ripetono. Difendono chi non ha titolo per avere l’assegnazione – o forse ha persino titolo, ma non si è curato di chiedere e di mettersi in fila, e per questo pensa che la sua emergenza valga di più, chiudendo gli occhi sulle emergenze degli altri.

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Una volta la lotta per la casa non era così. Si cercava di evitare di occupare case popolari, proprio per non ledere i diritti di chi stava in graduatoria. Si occupava alla luce del sole, per rendere evidente la mancanza di case da una parte, la fame di case dall’altra. Poi qualcosa è cambiato, si è cominciato a occupare silenziosamente, in proprio. Moriva la vecchietta dell’appartamento accanto? Giù la porta e ci entra chi dico io, al prezzo che dico io, meglio se paga me che i politici, tutti zozzoni.

Il mercato delle case popolari si fa così, se conosci le persone giuste, che sanno imporre la loro forza nel quartiere e pazienza se sono legate alla criminalità organizzata, anzi meglio.
Nessuno tra gli occupanti che abbia il coraggio di guardare negli occhi chi ha avuto l’assegnazione, un diritto che è meglio calpestare da lontano. Dall’altro lato, l’Ater sopporta con noncuranza seimila casi di occupazione – quelli che si sanno – su 48.000 appartamenti senza far molto per recuperarli. Comportamento dissennato. In tempi di penuria di case a basso prezzo e di zero investimenti per nuove case, quelle che ci sono almeno dovrebbero essere gestite al meglio.

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In più c’è il protagonismo dei fascisti. Che c’è di meglio che suonare la tromba del “prima noi italiani” per escludere chi magari sta peggio di te?
Puntualizziamo. Le assegnazioni delle case si fanno solo a italiani, anche se hanno la pelle nera, anche se tra i migranti la necessità di un alloggio è fortissima. E anche le assegnazioni ai nuovi italiani sono solo il 10% del totale.

L’ultima vicenda, quella di una famiglia di quattro persone – una madre single e tre fratelli, il più piccolo di 5 anni – è incredibile. Per sei volte hanno ottenuto l’assegnazione di un appartamento, per sei volte l’hanno trovato occupato. La prima volta, a Tor Bella Monaca, li hanno minacciati di buttare loro addosso l’olio bollente. Poi gli hanno urlato di tutto: vergognatevi, tornate al vostro paese. Sono trent’anni che vivono qui, anche se la madre è di origine nigeriana, e sono italiani di diritto, altro che ius soli. Dormono dove possono, a volte in un autobus. Ma sono poveri, e non si appoggiano alla criminalità locale. Di che dovrebbero vergognarsi? Forse di essere più poveri dei poveri che calpestano i loro diritti.

Un po’ è così: la solidarietà che c’era nelle periferie romane sta svandendo, il liberismo ha fatto il suo lavoro, mors tua vita mea. Un po’ lo sdoganamento dei fascisti, anche quelli estremi, ha aperto loro agibilità sul territorio. Così il leader di Forza nuova Giuliano Castellitto sarà pure ai domiciliari, ma i suoi battagliano nelle strade di Tor Bella Monaca, al Trullo, a Primavalle. E chi finalmente ottiene, dopo anni di peregrinazioni, l’assegnazione della casa popolare, e per giunta ha la pelle scura, se la ritrova negata.

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E’ successo a gennaio scorso al Trullo: una famiglia di origine nordafricana – padre, madre e cinque figli – è rimasta fuori la casa assegnata; dentro la casa, abusivamente, c’erano un ventenne precario e una diciassettenne al sesto mesi di gravidanza. Poco prima è toccato a una famiglia di egiziani a san Basilio. In luglio, a Tor Bella Monaca, un italiano di origine bengalese è stato duramente picchiato quando ha chiesto indicazioni per raggiungere la casa che era stata asssegnata a lui e ai suoi due figli, uno dei quali disabile.

Succederà ancora, e ancora. Almeno fin quando la sindaca Raggi, una volta occupate tutte le poltrone che interessano il M5s, non si decida a prendere in mano la politica della casa invece di farla gestire dai fascio-razzisti. A cui gli amministratori grillini invece prestano un orecchio attento, quando non si fanno dettare l’agenda. Tanto che solo le proteste di un gruppo di abitanti ha fatto saltare, il mese scorso, la convocazione di un consiglio straordinario del IV municipio richiesto proprio da Casa Pound.

Parma, una piccola storia ignobile

Alla fine è arrivata la sentenza di condanna per stupro. Sette anni fa nella sede della Raf, la rete antifascista di Parma, una ragazza viene invitata a festeggiare, la drogano, la stuprano, la filmano. Si risveglia dopo qualche ora, sola. Sta male, capisce che è successo qualcosa di brutto, ma non denuncia. Il video, intanto, passa di telefonino in telefonino. A lei appiccicano un curioso soprannome, la “ragazza fumogeno”: sì, l’hanno stuprata anche con quello. Ma che divertente.

Risatine sottobanco, chiacchiere, beffe. Lei non denuncia e si allontana dal gruppo. Ma tre anni dopo i carabinieri, che stanno indagando su una bomba carta fatta esplodere davanti alla sede di Casa Pound, sequestrano un telefonino e ci trovano quel video. Procedono d’ufficio per stupro di gruppo, identificano la ragazza, la chiamano a testimoniare. Singolare: a leggere in quelle immagini uno stupro sono i carabinieri, non i ragazzi che se le sono fino a quel momento passate ridacchiando. Alla fine la ragazza fa i nomi e scattano le denunce e i domiciliari. A quel punto attorno a lei si alza il muro dell’autodifesa del gruppo, le calunnie (ora si è messa con i fascisti), la cacciata dagli spazi di movimento.

Hai denunciato, sei una spia, dicono. Nessuno l’ascolta. Quasi nessuno. A difenderla, a ricordare che uno stupro è sempre una sopraffazione, e se di gruppo è ancora più odioso, ci sono le Romantic Punk prima, Radio Onda rossa poi e l’Udi e Communia, oltre a alcuni piccoli gruppi di movimento. Ma il grosso della sinistra antagonista a Parma in questi sette anni è schierato con gli stupratori. Non solo quelli condannati qualche giorno fa, ma anche il gruppo più largo che guardava e si divertiva, e quello più largo ancora che nei giorni a seguire si passava il video. Video che è diventato la prova principe dell’accusa, che mostra una donna inerme, senza sensi, come morta in balia del gruppo.

E’ questo il punto. In che senso sono antifascisti, quei ragazzi della Raf? Perché sono dalla parte degli oppressi e non degli oppressori, immagino. Ma quanto disprezzo si deve coltivare verso una donna per diventarne gli oppressori, e dopo la violenza insultarla e isolarla e opprimerla ancora? Come si fa a non vederla vittima? Possibile che nessuno abbia colto, in quel video, gli atti di sopraffazione maschilista, un sintomo odioso di fascismo? I forti che opprimono il debole, i tanti che schiacciano l’isolato.

Quando si guarda il male, bisognerebbe avere il coraggio di guardalo dall’esterno di noi, ma anche dall’interno: anche a noi riguarda quel male. Al di là delle etichette, al di là delle appartenenze: al di là anche delle condanne. Non c’eravamo negli anni della Shoah, ma quell’orrore parla anche di noi. Ci siamo negli anni delle stragi di migranti del Mediterraneo, ma non riusciamo a guardarle davvero, a pensarci responsabili.

Inutile poi dire: tutta colpa del patriarcato. Il patriarcato che è in uomini e donne (sì, anche nelle donne) ormai dovremmo riconoscerlo. Sì, anche in quel video, che la ragazza è stata costretta a guardare e riguardare, anche nell’aula processuale, durante il dibattimento. Una sofferenza ulteriore in aggiunta alla precedente sofferenza.

Ancor più impressionante è l’assenza di anticorpi. Non c’è alcun ambiente che sia il paradiso in terra, né il comunismo realizzato, lo sappiamo bene. Nessuno è immune da cattiverie, tradimenti, malignità, sopraffazioni. Ma, si diceva nel ’68, chi vuol costruire un mondo libero dallo sfruttamento dovrebbe intanto costruire una comunità e relazioni più libere, più aperte. E, insomma, almeno che ci si rispetti. Tutti possono sbagliare, ma bisogna capire perché, e riparare per quel che sia possibile, e non rifarsela ancora sulla vittima. Uno “sbaglio”, e per di più orribile, che venga negato e nascosto pervicacemente per sette anni in un clima omertoso è più che un sintomo. E’ la malattia.

Il turista apocalittico

Turista io? Macché. Io sono un viaggiatore. Non seguo i percorsi prefabbricati. Compro una guida e me lo faccio io il percorso, seguendo il desiderio, la scoperta, il fascino del luogo. E incontro persone vere, mangio in ristoranti locali i cibi locali, osservo zone storiche e archeologiche ancora non contaminate.

Alzi la mano chi non ha mai detto o pensato frasi del genere. A noi tutti farebbe bene leggere “Il selfie del mondo” di Marco D’Eramo (Feltrinelli, pp.252, 22 euro). Perché anche di noi parla.

La prima parte del libro è un’analisi, rigorosa e spietata, dell’industria del turismo. Una delle più vaste industrie mondiali, che non riguarda solo la trasformazione delle mete dei viaggi, ma anche l’industria che li permette e li facilita. Da quella aerea a quella marittima. Dall’alberghiera all’accoglienza diffusa. Dall’agricoltura al commercio.

Cifre, dati, ragionamenti sono incalzanti e indiscutibili. Come non sorridere davanti all’anglofono che sceglie la “pseudità”, parola inventata da Rilke, di una cantante inglese che canta con accento francese invece di una vera cantante francese? I viaggi organizzati sono costellati di pseudità: l’affascinante mendicante da turisti, perfetto da fotografare. Il localino caratteristico, finto nei cibi e persino nell’arredamento. La ricostruzione del monumento rispetto al monumento in rovina….

Ecco, il fascino delle rovine. Altro concetto relativamente moderno, risalente all’Ottocento. Perché ci piacciono, ci parlano, sono così suggestive? Perché, dice D’Eramo, sono luoghi dove si fa materia il tempo. Perché un edificio ricostruito anche minuziosamente ci lascia freddi, mentre l’intonaco un po’ fané di un palazzo cinquecentesco sa evocare il passato? Questo mostra il tempo, l’altro no, non è che una replica architettonica, il passato non ha lasciato ingiurie né fascino.

Il tempo incarnato ha una forza potente, ma anche un tallone d’Achille: D’Eramo lo trova nell’Unesco. Quando un sito diventa Patrimonio universale, lì inizia il declino. La mutazione che fa di San Giminiano una città medievale ben conservata ma quasi totalmente priva di vita, se si escludono i figuranti della messa in scena turistica, gli attori dell’industria dell’accoglienza, i gestori dei percorsi culturali, i venditori di souvenir e di ricordi. Come in molte zone turistiche, la città storica diventa un parco a tema, in cui i turisti collezionano quel monumento, quel paesaggio, quella statua che già conoscono ma che ora possono osservare da vicino, dal “vero”. Vero ma vuoto. Prima conseguenza, un abbassamento drastico della qualità: se un ristoratore che ha clienti locali deve far del suo meglio per mettere in tavole cibi appetitosi e ben cucinati, perché fare lo sforzo per una comitiva di turisti che non torneranno mai più? In Italia gli operatori dell’industria turistica, che considerano il loro cliente un pollo da spennare e non il proprio mercato, di norma agiscono così. Segando il ramo su cui sono seduti: infatti in Italia si viene poco, rispetto ai tesori d’arte e storia che vi si custodiscono, si resta poco, non si ritorna. Gli sproloqui sulla cultura petrolio d’Italia (sbagliati persino concettualmente: il petrolio vero porta grandi ricchezze ma a pochi e distrugge ambiente e luoghi di tutti) sono artifici retorici, basterebbe guardare l’abisso dei tagli sugli investimenti di Stato per tutela e manutenzione dei beni culturali. E anche qui torna in azione la sega sul ramo su cui siamo seduti.

Lijang, città cinese dello Yunnan, è uno dei casi estremi citati da D’Eramo. Rasa al solo da un terremoto nel 1996, lì non c’era ormai nulla da preservare. Ma la volontà del governo cinese di farne un polo turistico ha prodotto una ricostruzione “addomesticata”. Il centro storico ha oggi l’elettricità le fogne, mai esistite prima, gli interni degli edifici sono stati aggiustati “per incorporare i moderni stili di vita”, gli stessi materiali edilizi sono stati “migliorati”. Insomma, case moderne con aspetto antico che nel 2013 avrebbero accolto oltre 20 milioni di turisti. E, dice la Rough Guide, “la città vecchia cresce a ogni anno che passa”. Un paradosso esplicito.

Ma ecco la seconda parte del libro. Non sarà che la critica al turismo di massa non rispecchi anch’essa la lotta tra le classi? Turismo deriva da Grand Tour, il viaggio di istruzione che i rampolli americani benestanti facevano in Europa. Quando la possibilità di viaggiare si è estesa, anche agli operai e ai piccoli impiegati, i più doviziosi hanno scelto mete più esotiche, arricciando il naso quando venivano raggiunte anche dal volgo. Così anche oggi i turisti raffinati storcono il naso davanti ai turisti indipendenti, che storcono il naso davanti ai torpedoni organizzati, che storcono il naso davanti alle truppe dei giapponesi irreggimentati… E in fondo non è che questione di soldi, anche il turismo ci rimanda alle divisioni sociali del capitalismo. E in fondo lo scandalo potrebbe essere il fatto che persino i proletari hanno tempo libero, hanno desideri, possono viaggiare. O si pensa di abolire, progressivamente, anche il tempo libero?

Singolare l’osservazione che, per la prima volta nella storia del mondo, i migranti che cercando una vita possibile in Europa, non necessariamente devono assumere il nostro stile di vita, come invece era obbligo per gli emigrati del secolo scorso. Possono parlare la loro lingua, sentire la loro musica, cucinare i loro cibi, osservare le loro regole religiose. Possono tornare a casa, per le vacanze o per sempre. Curiosamente, ciò che permette di comunicare ad alcuni, contemporaneamente isola altri.

Unica nota per me dissonante, la critica allo zoning, la tecnica urbanistica molto utilizzata ad esempio da Le Corbusier per separare le funzioni di vita nella città: qui il lavoro, lì l’abitare, più in là ricrearsi e passeggiare. Una tecnica che per D’Eramo ha inverato l’assunto di Guy Debord: la classe dominante teme la libertà degli uomini nelle città e tende a isolare, a ostacolare le possibilità di incontro che offre. Il risultato, soprattutto negli Stati Uniti, non sarà stato ottimale. Né del resto lo spontaneismo sfrenato, le coste della Calabria sono lì a dimostrarlo. Ma, a vivere a Chandrigarh, città di fondazione disegnata da Le Corbusier in India, lo zoning funzionerebbe. Fitta di luoghi di incontro, garantisce invece trasporti agili e quiete notturna. E’ che lì i luoghi della vita pubblica e di quella privata sono stati pensati insieme. Ma questo è un altro discorso.

Se il turismo è una grande industria capitalistica, è possibile prevederne la fine. Quando non si sa, ma finirà. Muoversi, viaggiare, è una possibilità alla portata di quasi tutti che rispecchia un desiderio, difficile abolirla in tempo di pace. Anche se il mondo raggiungibile, in questi ultimi anni, invece che ampliarsi si restringe, anno dopo anno, seguendo la cronaca degli attentati terroristici, guarda caso proprio nei luoghi turistici, vittime i turisti. Come sazieremo ancora la nostra fame di mondo?

Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

Iorda, Gorvi e gli altri bambini

Si fa presto a dire ghetto. Ghetto è una parola che bisognerebbe abolire, lasciandola al repertorio di orrori del secolo scorso, invece si usa, ancora e ancora. Con una disinvoltura che rasenta l’indifferenza di chi gli orrori li vede ogni giorno, e non gli fanno più orrore.

Nella campagne italiane ci sono molti accampamenti informali; uno solo ha diritto a quel nome, il più grande. E’ il Gran Ghetto di Rignano, o di san Severo, due paesi che si rimpallano il toponimo, e non per nobili motivi. Gran Ghetto, così lo hanno chiamato i suoi abitanti, con qualche ironia, e così va chiamato.

Ma intanto l’abitudine a chiamare ghetto qualsiasi accampamento si è diffusa, anche se gli abitanti – i braccianti del secondo millennio, 3 o 4 euro l’ora al nero per gli affari degli agricoltori e della grande distribuzione alimentare –  nemmeno sanno cosa voglia dire.

E’ il caso della Masseria Fonte del Pesce, una bella struttura ad archi in Borgo Tressanti attorno a cui si è formato un agglomerato di tende e baracche chiamato Ghetto dei bulgari in cui vivono centinaia di persone. Tantissimi i bambini.

Tantissimi. Questa estate è stato frequentato il pomeriggio da volontari per farli giocare, quei bambini che non parlano una parola di italiano. Rubabandiera – e così si imparano i numeri – canzoni mimate – e così s’impara qualche parola – girotondi. Calcio, anche, ma con palloni fatti di stracci, i palloni di gomma scoppiano dopo mezzora, tanti sono i vetri rotti del campo.

Niente acqua, nemmeno quella degli impianti di irrigazione. Cumuli di rifiuti, e non sempre i bambini hanno le scarpe. Sembra uno slum africano e invece sono europei in Europa, a pochi chilometri da Foggia.

Sporcizia e polvere. Vestiti all’osso, a volte neanche una maglietta. Ma le facce allegre dei bambini che ti guardano dritto in faccia sono irresistibili. I più piccoli ti abbracciano, non vogliono lasciarti andar via. Pian piano si avvicinano anche i genitori, spesso adolescenti, quasi bambini anche loro: qualcuno gioca, anche. Basta qualche giorno e all’arrivo dei volontari i bambini si chiamano l’un l’altro, arrivano di corsa, esibiscono le parole appena imparate. E i genitori sorridono, piccoli gesti di gentilezza uniscono.

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Possibile vivere così? Possibile lasciare da sei anni in queste condizioni tanti bimbi? In dicembre un violento incendio ha distrutto tante baracche e ucciso un ragazzo di ventanni. E la scuola? Già, la scuola. Non c’è. Borgo Mezzanone ha la scuola più vicina, ma la Masseria Fonte di pesce è fuori comune. Il comune di riferimento è parecchio più lontano e si tiene ben alla larga dall’affrontare il problema, i costi di pulmini e insegnanti di sostegno.

C’è voluto un faticoso lavoro di ricucitura istituzionale per tentare una soluzione, per portare i bambini a scuola, che sarebbe poi un diritto. E’ durata due giorni. Però adesso ecco arrivare l’ordinanza di sgombero per il “ghetto dei bulgari”, firmata dal sindaco di Foggia, Landella. E tutto si ferma.

Lo sgombero – senza alternative, raccogliere le proprie cose e cercare un altro luogo abbandonato dove nascondersi –  è annunciato per lunedì prossimo, e intanto i genitori, intimoriti, non mandano più i bambini a scuola, temono gli vengano sottratti. L’unico diritto che lo stato ha offerto a questi bambini e tutti gli sforzi di scuola, Caritas, mediatori e volontari sono svaniti in un soffio.

Inaccettabile che persone adulte, figurarsi i bambini, vivano in quelle condizioni, e per poter lavorare nei campi per 4 euro l’ora. Ma la soluzione apparentemente “facile” dello sgombero, che si faccia lunedì o che si trascini per le lunghe, rischia di lasciare ancora più soli quei bambini. L’intelligentissimo Gorvy, il piccolo Ivan, la scarmigliata Iorda, la dolce Penka. E gli altri, tutti gli altri, che vivono nella campagna foggiana come fossero nella giungla amazzonica. E sì, in modo non meno nascosto e pericoloso.

La signora del manifesto

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato oggi al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni  dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”. Quindi di politica si è occupata lei, e con decisione. Partigiana e ribelle, poi l’impegno nel partito, totale. “Volevo il comunismo, la fine dell’ingiustizia, la differenza tra chi può molto e chi niente. Non è accettabile vedere persone che muoiono di fame, che non riescono neanche a pensare a sé tanto sono oppressi. E’ inaccettabile che vengano a morire sulle nostre coste”. Ingiustizie che, purtroppo, durano ancora. E forse oggi sono più dure.

Dunque, un fallimento la sua vita? Ultranovantenne, Rossana fa un bilancio impietoso: l’avventura partita impetuosamente nel ’68, la classe operaia all’attacco e l’impronta libertaria di quegli anni, oggi ha perduto forza, sembra esaurita. La possibilità che il mondo cambiasse radicalmente c’era, allora; oggi sembra oltre l’orizzonte. E poiché è difficile pensarsi oltre l’arco della propria vita, sì, Rossana fa i conti con il suo fallimento e quello di quella generazione.

Sconfitta certo, non arresa. Mai arresa.

L’ingiustizia è aumentata, è diminuita la forza con cui la si combatte. Però, ammonisce materna, “Mai rinunciare alla ragione, alla libertà. Mai rinunciare a combattere i condizionamenti materiali della libertà”. Il crocicchio da cui non si torna indietro, invece, è la questione femminile, il femminismo. Il prendere la parola sul patriarcato: ogni uomo, individualmente preso, pensa di non essere patriarcale e dunque che la questione non lo riguardi: ancora aspettiamo una parola maschile sul patriarcato. Anche l’incontro con il femminismo però non fu senza frizioni: ci guardavamo con diffidenza, dice.

 

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Il film di Mara Chiaretti (amica da quarant’anni di Rossana, documentarista e gallerista) con un accurato montaggio e una ampia scelta di documentazione fotografica racconta anche le sue frequentazioni, l’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, l’incontro con Castro a cui cucinò la pasta al pomodoro in una cucina da campo, la fuga notturna per Praga con Pier Paolo Pasolini, innamoratissimo di un chitarrista. Poi c’è la vita privata: le foto di una bella ragazza giovanissima sdraiata sulla spiaggia, la forza dell’amore per il mare e l’acqua. Della passione per la terra, gli alberi e le rose parla invece il lussureggiante giardino su cui affaccia la casa parigina di Rossana, e i vasi colmi di fiori recisi che accompagnano gli incontri con i suoi interlocutori. Della sua eleganza, affatto artefatta ma molto invidiata, parla lei stessa, che sfilò sulla Piazza Rossa (era un viaggio ufficiale della delegazione italiana dopo la guerra) con un abitino simil-Dior, il collo a barchetta, fatto da una sartina. Tanto colpì un alto militare sovietico che le diede un astrakan grigio per completarlo.

Bella non sono stata mai, dice, e non è vero. Anche carismatica, e materna con i “suoi ragazzi”, noi giovani del manifesto che lavoravamo con un salario pari a quello dei metalmeccanici ma facevamo esperienze professionali e politiche entusiasmanti. Si andava inviati facendosi ospitare in casa dei compagni, facendosi invitare a colazione e pazienza per il pranzo, cena a panini. Ci si faceva prestare le auto da chiunque e si prendevano i treni meno costosi e più faticosi: Crippa, l’amministratore austero che lesinava persino le penne e contava le bobine delle telescriventi, sentenziava spesso: devi partire? Benissimo: con i mezzi tuoi. Fine del discorso. Noi comunisti, dice oggi Rossana, eravamo capaci di far tacere le ragioni della persona davanti alle ragioni di tutti.

Sempre dalla parte del torto? le chiede un polemico Freccero. Sapevamo di stare dalla parte della ragione, ribatte lei, anche se oggi i tempi ci danno torto. Vero. La storia non si fa con i se, ma il Pci non avesse liquidato, insieme a loro, ogni critica all’Unione sovietica, e allo stalinismo, forse oggi il panorama politico sarebbe diverso.

La delusione, infatti, è stata grande, e la delusione uccide la speranza. “Perché un ideale di libertà – dice ancora Rossana – si sia rovesciato nel suo contrario è una risposta che ancora non abbiamo saputo dare”. A chiudere il documentario, uno Charlot d’annata, in “Tempi moderni”. Quello che raccoglie la bandiera rossa caduta da un camion e si ritrova alla testa di un corteo di operai furibondi. Appunto, chi raccoglierà quella bandiera?