Al safari di Trastevere

Nelle strade di Roma si muore così, come Nian Maguette, inseguiti dalla polizia “come gazzelle”, dice chi pensa di essere ad un safari, chi cerca il trofeo e pazienza se è un uomo. Dopo l’acquiescenza alla pena di morte per il furto, ora abbiamo anche quella per commercio ambulante. E la polizia municipale rivendica, persino: stavamo difendendo il decoro, il ponte Fabricio ha un vincolo paesaggistico.

Sicuro. Una solerzia sospetta. Intanto perché non si tutela il paesaggio, invece, quando chi lo deturpa sono interessi forti, potenti, che costruiscono alla faccia dei vincoli, come è avvenuto per il discount Lidl in via dell’Acqua Bullicante. Poi perché c’è decoro e decoro: sarebbe bello sparissero dalle aree di pregio del centro, iper tutelate, i camion bar di note famiglie monopoliste. Invece quelli restano lì, indisturbati, e si perseguono invece i bengalesi che vendono con il loro zaino bottigliette d’acqua a prezzo più basso dei camion bar. Fatevi un giro al Colosseo (sotto vincolo paesaggistico) e provate a chiedere i prezzi.

Ma quei bengalesi sono abusivi, è il coro degli amanti del decoro. Sarebbe interessante capire quante tasse pagano – o evadono – i negozianti feriti dalla concorrenza degli ambulanti senegalesi, o i proprietari dei camion bar (a proposito, sarebbe anche interessante sapere quanto pagano gli asiatici, anch’essi bengalesi, che li gestiscono). Perché c’è decoro e decoro.

In generale si cerca di difendere il decoro dei ricchi, per mazzolare quello dei poveri. Fa impressione che il Messaggero, il giornale di Caltagirone, abbia pubblicato domenica un articolo sugli homeless iniziando così: “Per lo più ubriachi. A volte violenti e aggressivi. E comunque sempre padroni di una fetta di Roma”. Padroni di una fetta di Roma? Cosa vuol dire essere padrone di una fetta di Roma lo sa benissimo il padrone del giornale che le case le costruisce e le vende. Ma tranquilli: nessun senza casa querelerà l’improvvida giornalista, sui poveri e sui senza potere si può dire di tutto, e infatti lo si fa.

Intanto Nian Maguette, che cercava di vivere come poteva, è morto. Per un infarto, forse, o perché ha sbattuto la testa, certo per sfuggire alla caccia all’africano. Contro di lui un solido schieramento istituzionale; c’è voluta la testimonianza di Maria Delfina Bonada, la moglie di Valentino Parlato, per sbaragliare le menzogne ufficiali: “Non è vero quanto ha dichiarato a la Repubblica il vicecomandante della polizia municipale Antonio Di Maggio, cioè che non si inseguono gli abusivi ma che si sequestra soltanto la merce. Abbiamo visto gli ambulanti nigeriani correre disperati con il loro fagotti. E abbiamo visto anche gli agenti inseguirli (uno di loro, con un giubbotto di pelle marrone, mi ha anche spintonato). Inseguirli a piedi, in motorino, e due addirittura salire su una macchina nera sullo spiazzo davanti all’ospedale e partire sgommando in marcia indietro sul ponte dal quale abitualmente arrivano le ambulanze. Ma molti fagotti, caduti dalle spalle degli ambulanti, sono rimasti a terra. La caccia era all’ambulante”. All’uomo nero.

A proposito di decoro. C’è sulla Prenestina il lago Ex-snia, nato da una dissennata operazione edilizia (in parte abusiva) e rinaturalizzato negli anni. I cittadini dopo anni di lotte sono riusciti a ottenerne un parte l’esproprio. Poi, vista l’inerzia di Municipio e Comune, hanno deciso di tenerlo aperto. Tassandosi, hanno fatto recinzioni e sfalcio dell’erba, e hanno impegnato due persone per la sorveglianza negli orari di apertura, così che non si avvicini troppo all’acqua, si rispettino i luoghi, non si sporchi e non si rompano gli arredi costruiti dal fai-da-te civico. Ormai è un anno che il lago è aperto a tutti.

Chi sono i sorveglianti? Due senegalesi, che hanno abitato proprio dove viveva anche Nian Maguette. Un caso che siano lì al lago, a difendere i vincoli paesaggistici, mentre il loro compagno invece fosse ambulante in centro, selvaggina da vigili. Come gli altri sono feriti e offesi, per le menzogne sul loro compagno, per il suo destino di persona che cercava di guadagnarsi la vita. Sì, forse c’era una multa da pagare, ma la morte è inaccettabile.

Ma, a guardar bene, anche i due guardiani del Lago sono abusivi. A chi spetta la sorveglianza e l’allestimento di un parco pubblico se non al Comune o al Municipio? Che dovrebbero chiedere l’istituzione di monumenti naturale, mettere fine agli appetiti di un costruttore implicato in Mafia Capitale, risarcire il quartiere con la tutela del verde e la gestione del parco. Facile promettere in campagna elettorale, ancor più facile dimenticare tutto una volta preso il potere. I veri colpevoli di degrado, a Roma, sono proprio i custodi del decoro, gli amministratori. Quelli che, quando devono scegliere da che parte stare, si schierano con i ricchi commercianti e si scagliano contro i poveri ambulanti. Quelli che tacciono di fronte alle evidenti violazioni della legge fatta dai potenti e abbandonano il territorio e la sua tutela, specie in periferia. Loro sì, vandali, Anche se in giacca e cravatta.

Iorda, Gorvi e gli altri bambini

Si fa presto a dire ghetto. Ghetto è una parola che bisognerebbe abolire, lasciandola al repertorio di orrori del secolo scorso, invece si usa, ancora e ancora. Con una disinvoltura che rasenta l’indifferenza di chi gli orrori li vede ogni giorno, e non gli fanno più orrore.

Nella campagne italiane ci sono molti accampamenti informali; uno solo ha diritto a quel nome, il più grande. E’ il Gran Ghetto di Rignano, o di san Severo, due paesi che si rimpallano il toponimo, e non per nobili motivi. Gran Ghetto, così lo hanno chiamato i suoi abitanti, con qualche ironia, e così va chiamato.

Ma intanto l’abitudine a chiamare ghetto qualsiasi accampamento si è diffusa, anche se gli abitanti – i braccianti del secondo millennio, 3 o 4 euro l’ora al nero per gli affari degli agricoltori e della grande distribuzione alimentare –  nemmeno sanno cosa voglia dire.

E’ il caso della Masseria Fonte del Pesce, una bella struttura ad archi in Borgo Tressanti attorno a cui si è formato un agglomerato di tende e baracche chiamato Ghetto dei bulgari in cui vivono centinaia di persone. Tantissimi i bambini.

Tantissimi. Questa estate è stato frequentato il pomeriggio da volontari per farli giocare, quei bambini che non parlano una parola di italiano. Rubabandiera – e così si imparano i numeri – canzoni mimate – e così s’impara qualche parola – girotondi. Calcio, anche, ma con palloni fatti di stracci, i palloni di gomma scoppiano dopo mezzora, tanti sono i vetri rotti del campo.

Niente acqua, nemmeno quella degli impianti di irrigazione. Cumuli di rifiuti, e non sempre i bambini hanno le scarpe. Sembra uno slum africano e invece sono europei in Europa, a pochi chilometri da Foggia.

Sporcizia e polvere. Vestiti all’osso, a volte neanche una maglietta. Ma le facce allegre dei bambini che ti guardano dritto in faccia sono irresistibili. I più piccoli ti abbracciano, non vogliono lasciarti andar via. Pian piano si avvicinano anche i genitori, spesso adolescenti, quasi bambini anche loro: qualcuno gioca, anche. Basta qualche giorno e all’arrivo dei volontari i bambini si chiamano l’un l’altro, arrivano di corsa, esibiscono le parole appena imparate. E i genitori sorridono, piccoli gesti di gentilezza uniscono.

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Possibile vivere così? Possibile lasciare da sei anni in queste condizioni tanti bimbi? In dicembre un violento incendio ha distrutto tante baracche e ucciso un ragazzo di ventanni. E la scuola? Già, la scuola. Non c’è. Borgo Mezzanone ha la scuola più vicina, ma la Masseria Fonte di pesce è fuori comune. Il comune di riferimento è parecchio più lontano e si tiene ben alla larga dall’affrontare il problema, i costi di pulmini e insegnanti di sostegno.

C’è voluto un faticoso lavoro di ricucitura istituzionale per tentare una soluzione, per portare i bambini a scuola, che sarebbe poi un diritto. E’ durata due giorni. Però adesso ecco arrivare l’ordinanza di sgombero per il “ghetto dei bulgari”, firmata dal sindaco di Foggia, Landella. E tutto si ferma.

Lo sgombero – senza alternative, raccogliere le proprie cose e cercare un altro luogo abbandonato dove nascondersi –  è annunciato per lunedì prossimo, e intanto i genitori, intimoriti, non mandano più i bambini a scuola, temono gli vengano sottratti. L’unico diritto che lo stato ha offerto a questi bambini e tutti gli sforzi di scuola, Caritas, mediatori e volontari sono svaniti in un soffio.

Inaccettabile che persone adulte, figurarsi i bambini, vivano in quelle condizioni, e per poter lavorare nei campi per 4 euro l’ora. Ma la soluzione apparentemente “facile” dello sgombero, che si faccia lunedì o che si trascini per le lunghe, rischia di lasciare ancora più soli quei bambini. L’intelligentissimo Gorvy, il piccolo Ivan, la scarmigliata Iorda, la dolce Penka. E gli altri, tutti gli altri, che vivono nella campagna foggiana come fossero nella giungla amazzonica. E sì, in modo non meno nascosto e pericoloso.

La signora del manifesto

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato oggi al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni  dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”. Quindi di politica si è occupata lei, e con decisione. Partigiana e ribelle, poi l’impegno nel partito, totale. “Volevo il comunismo, la fine dell’ingiustizia, la differenza tra chi può molto e chi niente. Non è accettabile vedere persone che muoiono di fame, che non riescono neanche a pensare a sé tanto sono oppressi. E’ inaccettabile che vengano a morire sulle nostre coste”. Ingiustizie che, purtroppo, durano ancora. E forse oggi sono più dure.

Dunque, un fallimento la sua vita? Ultranovantenne, Rossana fa un bilancio impietoso: l’avventura partita impetuosamente nel ’68, la classe operaia all’attacco e l’impronta libertaria di quegli anni, oggi ha perduto forza, sembra esaurita. La possibilità che il mondo cambiasse radicalmente c’era, allora; oggi sembra oltre l’orizzonte. E poiché è difficile pensarsi oltre l’arco della propria vita, sì, Rossana fa i conti con il suo fallimento e quello di quella generazione.

Sconfitta certo, non arresa. Mai arresa.

L’ingiustizia è aumentata, è diminuita la forza con cui la si combatte. Però, ammonisce materna, “Mai rinunciare alla ragione, alla libertà. Mai rinunciare a combattere i condizionamenti materiali della libertà”. Il crocicchio da cui non si torna indietro, invece, è la questione femminile, il femminismo. Il prendere la parola sul patriarcato: ogni uomo, individualmente preso, pensa di non essere patriarcale e dunque che la questione non lo riguardi: ancora aspettiamo una parola maschile sul patriarcato. Anche l’incontro con il femminismo però non fu senza frizioni: ci guardavamo con diffidenza, dice.

 

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Il film di Mara Chiaretti (amica da quarant’anni di Rossana, documentarista e gallerista) con un accurato montaggio e una ampia scelta di documentazione fotografica racconta anche le sue frequentazioni, l’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, l’incontro con Castro a cui cucinò la pasta al pomodoro in una cucina da campo, la fuga notturna per Praga con Pier Paolo Pasolini, innamoratissimo di un chitarrista. Poi c’è la vita privata: le foto di una bella ragazza giovanissima sdraiata sulla spiaggia, la forza dell’amore per il mare e l’acqua. Della passione per la terra, gli alberi e le rose parla invece il lussureggiante giardino su cui affaccia la casa parigina di Rossana, e i vasi colmi di fiori recisi che accompagnano gli incontri con i suoi interlocutori. Della sua eleganza, affatto artefatta ma molto invidiata, parla lei stessa, che sfilò sulla Piazza Rossa (era un viaggio ufficiale della delegazione italiana dopo la guerra) con un abitino simil-Dior, il collo a barchetta, fatto da una sartina. Tanto colpì un alto militare sovietico che le diede un astrakan grigio per completarlo.

Bella non sono stata mai, dice, e non è vero. Anche carismatica, e materna con i “suoi ragazzi”, noi giovani del manifesto che lavoravamo con un salario pari a quello dei metalmeccanici ma facevamo esperienze professionali e politiche entusiasmanti. Si andava inviati facendosi ospitare in casa dei compagni, facendosi invitare a colazione e pazienza per il pranzo, cena a panini. Ci si faceva prestare le auto da chiunque e si prendevano i treni meno costosi e più faticosi: Crippa, l’amministratore austero che lesinava persino le penne e contava le bobine delle telescriventi, sentenziava spesso: devi partire? Benissimo: con i mezzi tuoi. Fine del discorso. Noi comunisti, dice oggi Rossana, eravamo capaci di far tacere le ragioni della persona davanti alle ragioni di tutti.

Sempre dalla parte del torto? le chiede un polemico Freccero. Sapevamo di stare dalla parte della ragione, ribatte lei, anche se oggi i tempi ci danno torto. Vero. La storia non si fa con i se, ma il Pci non avesse liquidato, insieme a loro, ogni critica all’Unione sovietica, e allo stalinismo, forse oggi il panorama politico sarebbe diverso.

La delusione, infatti, è stata grande, e la delusione uccide la speranza. “Perché un ideale di libertà – dice ancora Rossana – si sia rovesciato nel suo contrario è una risposta che ancora non abbiamo saputo dare”. A chiudere il documentario, uno Charlot d’annata, in “Tempi moderni”. Quello che raccoglie la bandiera rossa caduta da un camion e si ritrova alla testa di un corteo di operai furibondi. Appunto, chi raccoglierà quella bandiera?

La brutta Padania

È un catalogo del brutto, un elenco fotografato con cura degli orrori del territorio padano. Un pesante tomo che evidenzia, meglio non si potrebbe fare, i guasti della commistione di scatenata iniziativa privata e dissennatezza delle grandi opere pubbliche. La Padania, lo sappiamo, non esiste, storicamente né culturalmente. Ma negli ultimi 50 anni si è costruita, ha preso forma. La trovate qui, in questo libro fotografico ragionato, Padania classic. L’Atlante dei Classici Padani, pubblicato da Krisis Publishing grazie a un riuscito crowdfunding (chi la cerca può ordinarla qui, e c’è anche un omonimo sito aggiornato continuamente). La dimostrazione di un “dissesto psicoinfrastrutturale”, la presenta Wu Ming 1 in uno degli ultimi incontri di Festivaletteratura di Mantova.

Piemonte, Lombardia, Veneto, una macroregione che ha in comune lo spreco del suolo, la mostruosità degli esiti, la sostituzione di un antico paesaggio rurale in grandi forchettate di svincoli e rotonde, discariche e inceneritori, capannoni più o meno utilizzati. «E intanto il cancro della cementificazione inutile e brutta cresce – incalza lo scrittore Wu Ming 1, che dal canto suo sta lavorando da tempo su territorio e conflitto in Val di Susa – anche perché una grande opera non è solo uso di quel particolare territorio. Come una goccia d’inchiostro su carta assorbente una grande opera dilaga, cambia il traffico, gli spazi intorno. Crea nuove necessità, esige nuove strade, suggerisce nuovi centri commerciali. Se non sapremo difendere quel che è rimasto ci condanneremo a vivere tra le macerie. E la macroregione sarà il carcere dell’anima».

cementificazioneL’autore del progetto, Filippo Minelli (che ha cofirmato il lavoro con Emanuele Galesi), ha passato tre anni a fotografare il brutto, e altri due a redarre il libro: «Questa bulimia cementizia è recente – nota – dagli anni ’60 a oggi. Ma ha già mutato profondamente il suolo con un incredibile cambio architettonico, omologato ai peggiori esempi delle periferie del mondo, complice una deregulation totale. La parola chiave per attuare il dissesto psicostrutturale è stata “polifunzionale”, centri commerciali, artigianali, abitativi, tutto insieme, le colonnine doriche e i nani da giardino, mega scheletri iniziati e abbandonati, la pubblicità dei compro-oro e dei centri massaggi ammiccanti, una Las Vegas opulenta e insieme miserabile. Nel paesaggio, una volta, si specchiava la comunità, ora solo l’individualità, il potere e l’ostentazione del denaro, il vuoto culturale. Su questa perdita d’identità la Lega ha incistato una identità inventata, con riti druidici e acque del Po. Sotto c’è il disastro delle grandi opere pubbliche e delle piccole private azioni quotidiane».

Cosa ci vuole a tirare su un capannone? Semplice, modulare, può essere modificato alla bisogna, e comunque crea valore, il fido in banca; che poi sia utile è davvero superfluo. E intanto si cementifica, si tombano i corsi d’acqua, si riempie un “vuoto” che invece è pieno di campi e prati. Un’ossessione che ha trasformato il territorio in un orrendo blob di asfalto e cemento e cartelloni pubblicitari di qualsiasi cosa. Piscine poggiate sul prato. Lacerti cementizi. Transenne edilizie abbandonate. Senza alcun senso.

Ne risulta un paesaggio pazzesco, se lo si guarda davvero. Perché spesso lo sguardo cancella il non finito, l’orribile, il cattivo gusto, il cervello non li registra. Questo libro obbliga a guardare, invece. Un esempio? Le palme. Un tempo Leonardo Sciascia l’aveva segnata sullo stivale, la capacità delle palme da datteri di attecchire sempre più a nord, metafora della capacità invasiva della mafia. Ma qui, nella macroregione, le palme di sono davvero, e da per tutto. Invece della fragile palma da datteri mediorientale, la più robusta Trachycarpus fortunei, origine asiatica e foglie a ventaglio. E’ da per tutto, basta farci caso: nell’aiola del comune e nel giardino privato, davanti alla sede aziendale o al centro della rotonda. A volte addirittura sfacciatamente finta, di plastica rossa, o luminosa. Un’ossessione, l’emblema vero e vuoto della Padania.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

Le favole fanno bene

Chi la sa questa favola? C’era una volta… C’era una volta, e c’è ancora, un pediatra bizzarro dalla doppia vita. Si chiama Andrea Satta, di giorno cura i bambini, di sera fa il cantante di una formazione molto conosciuta, Têtes de Bois. Forse perché la mamma, la sera, gli leggeva i “Promessi sposi” da grande si è appassionato alle favole. Ecco come.

Il suo ambulatorio è a Valmontone, sulla Casilina, sobborgo di Roma, dove vive chi a Roma lavora ma non si può permettere l’affitto; molti stranieri. Un territorio sgarrupato, tra ferrovie, viadotti, capannoni industriali, i fumi di Colleferro a due passi, termovalorizzatori e discariche. Per un pediatra, questo vuol dire allergie oltre la norma, patologie tiroidee, bronchiti croniche. E quella strana malattia, la sindrome da centro commerciale, le rinofaringiti, le pleuriti, le tracheiti che i frigoriferi e l’aria condizionata dei supermercati producono, soprattutto d’estate.

Questa è la storia delle storie che Satta ha portato ieri al Festivaletterature di Mantova, con il suo secondo libro Mamma quante storie, Treccani editore, arricchito da un fumetto di Fabio Magnasciutti e da illustrazioni di Sergio Staino.

Cosa c’entra l’ambulatorio di Valmontone con le favole? C’entra. Tutta colpa della mamma di Mohamed che una volta gli ha confessato: «Dottore, tu se l’unico con cui io parlo, qui, insieme alle persone in sala d’aspetto. Niente amiche, niente famiglia». Che fare? Ecco un’idea bizzarra, la sintetizza un cartello: «Mamme, vi aspetto sabato prossimo alle 18 per raccontare le favole con cui vi addormentavate da piccole. Portate i vostri bambini».

Tè e succhi di frutta, biscotti e patatine: verranno? Vengono. Vengono anche le favole, semplici, complesse, con i sapori di tutte le terre da cui vengono le mamme: paesi dell’est, nordafrica, Bangladesh, Ecuador, Perù, Brasile, Belgio. Ma anche Puglia, Campania, Calabria.

Così, una volta al mese, da sette anni le mamme raccontano, parlano, si conoscono, fanno amicizia tra loro, condividono cous cous e felafel e fejoada, altro che patatine. Così, Andrea Satta raccoglie le loro storie: la sua doppia vita diventa trina, pediatra e musicista e raccoglitore di favole.

La sapete quella della capra e del cavoli? Sì, la sapete. In Nigeria c’è, solo “tradotta”: capra cavoli e lupo diventano gazzella leone e pescatore. Chi l’avrà portata? Le storie superano meridiani e paralleli, con il loro carico di arguzia e di poesia. Nelle favole del mondo anche gli animali fanno rumori diversi. Bau in italiano diventa Au in portoghese, Ham Ham a Galati…

Andrea Satta è sicuro, le favole fanno bene. Ai bambini soprattutto, è scientifico. “Una ricerca canadese – dice – dimostra che i neonati pretermine seguiti in terapia intensiva prenatale migliorano moltissimo se ascoltano la voce della mamma, anche registrata. Forse perché l’hanno sentita nella pancia, forse perché è la voce dell’amore. Se è così importante per un neonato che ha così poche capacità dialettiche pensate cosa succederà a un bambino di due o cinque anni. Il sonno che si avvicina, la mamma o il babbo che sussurrano, la storia nota che si dipana pian piano”.

Le favole, a volte, sono crudeli. Pensate a Cappuccetto rosso, a Hansel e Gretel… Chi le scriverebbe così, quelle storie? Chi manda una bambina dalla nonna, sola e senza cellulare? Chi abbandona i figli nel bosco perché non ha abbastanza cibo per nutrirli? I pericoli affascinano i bambini, ma producono paura. Però è la mamma che racconta la storia, è la sua voce che dà protezione e sicurezza. E, dice Satta, l’elastico della paura si tende ma si sa che non può finire così. Il lieto fine consola e placa. Chiede: dunque è giusto raccontare favole crudeli, matrigne che maltrattano bambine, leoni sbudellati, streghe che mangiano i bambini? Forse sì, se c’è la mediazione dei genitori. L’iperprotezione dal mondo non fa crescere, rende deboli di fronte allo scacco, al cataclisma, al dolore.

Ma forse non basta. Ecco perché un ambulatorio dove da anni ci si parla, ci si scambiano racconti, si fa amicizia, si creare una comunità. Una piccola piazza dove si trovano abbracci e conforto, sostegno e soluzioni. Dove le categorie ridiventano persone, una a una, e ciascuna con il suo sorriso. Con le sue storie, e quelle della sua mamma.

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Coe: svegliati, sinistra

“Arriva il momento in cui rapacità e follia diventano indistinguibili. E poi arriva un altro momento in cui anche tollerare la rapacità e viverci fianco a fianco, o addirittura prendersene carico, diventa una sorta di follia.” E’ una frase chiave di Numero 11 (Feltrinelli), ultimo libro di Jonathan Coe, protagonista ieri di un evento partecipatissimo al Festivaletteratura di Mantova. Non il seguito de La famiglia Winshaw, che si concluse con la morte di tutti i protagonisti, ma alcuni personaggi che legano le due storie. Il legame più forte, dice Coe, è che nel Regno Unito la gente che era al potere all’avvento del thatcherismo è al potere ancora, la vittoria della rapacità è una follia.

Prima domanda impudica. Qual è per lei l’urgenza, la necessità di scrivere?

Come molte altre persone, e certo gli scrittori sono persone, non sono soddisfatto del mondo, e del mio rapporto con il mondo. E dunque scrivendo creo una realtà diversa, alternativa, che mi consente di forgiarla e controllarla.

Prima dell’esito delle votazioni in Gran Bretagna avevi detto: “Il sì e il no all’Europa sono vicini. Chi perde proverà molta rabbia”. C’è ancora questa rabbia, o è diventata disillusione?

In Gran Bretagna viviamo in uno strano momento. Stiamo cercando di capire che decisione abbiamo davvero preso. Sì, c’è stata rabbia, ma ora l’emozione ha cambiato segno. E’ davvero una situazione bizzarra: abbiamo votato per la Brexit, e ora ci chiediamo cosa sia la Brexit. E’ singolare che nessuno lo sappia, tanto meno le persone che hanno votato per il sì, e nemmeno i politici che l’hanno sostenuto. Perché non si è votato solo l’uscita dall’Europa. Il cuore della questione è: quale tipo di paese vogliamo essere? E’ una domanda più difficile e dolorosa. Ci vorranno anni per capire che conseguenze, che effetto avrà questo nostro voto.

Nel ’68 si ripeteva uno slogan anarchico: una risata vi seppellirà. E’ possibile ridere, oggi? Non è un atto di distrazione?

Ritengo sia un atto di distrazione, in molti sensi. Sono convinto sia utile e fondamentale ridere su aspetti essenziali della vita che sono immutabili, immodificabili, e allora la risata può essere salvifica, consolante. Ma in molti altri casi, se si ride su questioni sociali si rischia: il riso può far sì che la gente si rassegni invece di darsi da fare per cambiare le cose.

Lei ha parlato di perdita dell’innocenza per la sua generazione. Ma i giovani, e le generazioni non ancora anziane, non hanno perso anche la speranza, l’orizzonte sul futuro?

Quando passo un po’ di tempo con dei ragazzi – mia figlia ha diciannove anni – resto sorpreso dall’ottimismo e dalle speranze che riescono ad esprimere. Un peccato di ingenuità? Forse non vogliono o non riescono a vedere il mondo com’è? Non so. La mia generazione è sicuramente pessimista, ma non voglio proiettare il mio pessimismo sulla gioventù. Non sarebbe rispettoso verso di loro e verso di noi. Dobbiamo avere fede nei giovani.

Che non hanno, di questi tempi, molte ragioni di ottimismo e fiducia…

Sì, hai ragione.

In alcuni suoi libri, penso a I terribili segreti di Maxwell Sim, parli della crisi della normalità. Che ne resta? La sofferenza della solitudine? La depressione?

E’ indiscutibile, il senso delle connessioni sociali si è indebolito, rispetto a quaranta anni fa. E’ l’onda lunga del thatcherismo, che qualcuno chiama neoliberalismo, un senso politico che invece di curarsi del benessere comune si concentra sempre più sull’individuo. Credo e spero ci sia una reazione nel prossimo futuro. Da destra c’è: la candidatura di Donald Trump, la stessa Brexit… Ma in vari paesi europei è innegabile la crisi e la mancanza di identità della sinistra, di qualunque sinistra, che si mostra incapace di una reazione.

Dunque, che fare?

Non sono un politico, non ho una soluzione politica. Scrivo libri, e penso che i romanzi siano strumenti per riflettere sulla realtà che vedo, e che non mi piace. Scrivere vuol dire condividere il mio punto di vista con il pubblico, con i lettori. Ma su quel che dovrebbe fare la sinistra in Europa, sul nostro futuro, sono confuso come tutti noi.

Qual è il più riuscito dei suoi libri, non dal punto di vista letterario ma appunto dalla capacità di trasmettere la sua visione del mondo?

Pinter ha una volta sostenuto che ogni tipo di libro è un diverso tipo di fallimento. In ognuno dei miei libri non sono riuscito ad esprimere esattamente quello che volevo dire, ma in ognuno in modo interessante. Se proprio devo scegliere, La banda dei brocchi e Circolo chiuso. Perché il significato profondo è nel rapporto tra questi due libri, uno la riscrittura dell’altro. E’ una storia complessa di persone che si muovono in uno sfondo molto ampio, negli anni ’70 prima e negli anni ’90 poi. Nel rapporto tra questi due libri c’è l’equilibrio tra dimensione politica e personale.

Un po’ come avviene tra La famiglia Winshaw e Numero 11.

In un certo senso. Quando ho scritto La famiglia Winshaw, però, non avevo affatto l’idea di fare un sequel. mentre con La banda dei brocchi era chiaro. Forse è perché nella scrittura dei miei primi libri pianificavo trama e intrecci in modo molto dettagliato, lanciando fili pendenti che poi intrecciavo via via. Oggi mi piace una scrittura più improvvisata, in cui i personaggi a volte conducono me, non sempre li sposto io come pedine sulla mia scacchiera.

Questo non ha portato a esiti imprevisti?

Sì, ma se funziona, e spesso funziona, è uno degli aspetti che mi piace di più nel mio lavoro, e mi dà una sensazione relativamente nuova. La mia scrittura mi sorprende. Il finale di Numero 11, infatti, è stata una sorpresa. Anche per me.

 

Questa intervista è uscita sull’Unità il 9 settembre 2016