Il Ghetto in cenere

Le telecamere ci entrano spesso, anche se non ben viste: gli abitanti del Ghetto conoscono i poteri e la velocità di internet e, semplicemente, non vogliono che i loro parenti in Africa li vedano vivere così. Il prezzo delle rimesse – povere per noi, 50, 60 euro – che ogni mese chi può manda a casa. Con quei soldi nei poveri villaggi africani può vivere una famiglia allargata. Ma bisogna vivere lì, dove i caporali rastrellano i braccianti oggi per domani.

L’hanno chiamato così, Gran Ghettò, gli abitanti africani. Il più grande e noto degli insediamenti informali nelle campagne del foggiano. All’inizio c’erano alcune case coloniche abbandonate al limite dell’appezzamento di terra da coltivare, grano fino all’estate, poi pomodori. Abbandonate, furono occupate dai braccianti africani e, sì, da qualche caporale. Negli anni sono state costruite le baracche, e poi ancora, e ancora. Assi di legno, cartoni e la plastica delle serre dismesse, tenuta insieme dai tubi dell’irrigazione. Non c’è acqua, gas, luce. La scorsa estate si è arrivati a quasi cinquemila persone, divise in quartieri spontanei; più che per nazionalità per lingua: bambarà, wolof, poular…. C’erano baracche-negozi di abiti usati, accessori per cellulari, elettricista, alimentari. Ristoranti, anche: ancora baracche con tavoli e sedie di plastica e menu fisso: un piatto di riso e pollo per 4 euro, poco più di un’ora di lavoro.

E’ la città dello sfruttamento, ma anche della solidarietà. Nessuno rimane senza un piatto, la sera. Lì i caporali reclutano i braccianti. C’è la moschea. I bordelli, molto frequentati, va detto, dai bianchi in cerca di esotismo a due soldi. E Radio Ghetto, un gruppo di volontari che con un baracchino trasmetteva esperienze, proteste, incontri, musica e notizie. La discoteca con bordello annesso, gestita dall’unico italiano del Ghetto, in odore di camorra. C’era, ogni anno, il concerto Sandro Joyeux, un grande musicista che rendeva speciale la notte dei braccianti.

C’era il bene e il male, ma soprattutto c’era il lavoro. Ora non c’è più nulla, se non i carboni arsi dall’incendio che si è portato via le vite di due giovani uomini. Da due giorni era iniziato uno sgombero più che annunciato, ma duecento africani avevano fatto un presidio sotto la prefettura spiegando perché non volevano andarsene: per il lavoro, sempre il lavoro. Chi li cercherà ora, sperduti nelle campagne, ancora più ricattabili?

L’incendio notturno ha cavato più che qualche castagna dal fuoco, oltre a lasciare una scia di sangue. C’è da scommetterci che qualcuno se ne laverà le mani dicendo: lo stavamo sgombrando, era pericoloso. Certo, basti pensare alle bombole di gas per cucinare o scaldarsi. Ma perché dei giovani uomini – di solito i più colti del loro paese – accettano di vivere così?

Per il lavoro. I pomodori, anche grazie alla chimica, maturano tutti insieme, e c’è bisogno in fretta di tante braccia. Gli agricoltori chiamano i caporali, che organizzano i pulmini per la mattina dopo e hanno il lavoro facilitato se i braccianti sono tutti insieme. Il prezzo è sempre più basso. Tre anni fa ci si rifiutava di lavorare per 3.5 euro, la scorsa estate ci si accontentava di 3 euro.

Certo, non c’è solo il Gran Ghetto. La Capitanata è piena di insediamenti informali: basta passare con l’auto sulle provinciali e guardare attentamente i ruderi delle masserie abbandonate. Ognuno ha un telo davanti alla porta, una fila di biancheria a stendere, un catorcio di auto davanti: sono abitati anche quando il tetto è crollato. Non è pericoloso vivere così? Chiuso il Gran Ghetto c’è da scommetterci: qualcuno inventerà una app per far incontrare offerta e domanda di lavoro, cosa che le istituzioni non sanno più fare.

Come uscirne? Non si combatte la manifestazione della povertà. E’ la povertà che bisogna combattere. Se i braccianti avessero una paga normale, contrattuale, certo non vivrebbero al Ghetto o nei ruderi, ma in appartamenti, magari in città. Con quelle paghe al nero, invece, finanziano l’agricoltura ma non possono permettersi di meglio. Al Ghetto lo sanno: due anni fa l’allora assessore Guglielmo Minervini si propose di chiudere il Ghetto, allestì le tende della Protezione civile. Ma c’erano anche contratti di lavoro “legali”, così che i lavoratori avessero anche i benefici della cassa integrazione invernale, che di solito gli agricoltori utilizzano per persone che non mettono piede nei campi, truffando l’Inps. E un sostegno alle aziende: 300 euro ogni lavoratore assunto per almeno 20 giornate, 500 per almeno 156 giornate. Aderirono oltre ottocento braccianti ma nemmeno un’azienda. Nemmeno una. Il sangue di quei due morti è sulle “mani lerce” di chi ha imposto il boicottaggio di quel generoso tentativo, di chi gli ha ubbidito e di chi se ne frega.

Segno che i profitti del lavoro nero e del super sfruttamento sono molto più alti, anche se rischiosi. Segno che l’arbitrio e l’illegalità governano la filiera, a cominciare dagli agricoltori e via via i trasportatori, le aziende di trasformazione, il mercato finale. Dominato dalla Grande Distribuzione organizzata che fa il prezzo dei prodotti della terra addirittura prima che vengano seminate le piante, magari abbassandolo a seconda della produzione.

Ma chi pensa che oggi la questione sia risolta perché il Ghetto non c’è più, sbaglia. Resterà da vedere se vogliamo continuare così, con una società a due dimensioni, gli schiavi nascosti nelle campagne, i padroni a ingrassare sul lavoro nero e le infiltrazioni criminali. Quelle vere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità il 4 marzo 2017

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Il bracciante mancato

Poteva essere un fallimento. Un giornalista di origine togolese che cerca di infiltrarsi nel Gran Ghetto di Rignano, vive lì qualche giorno ma non riesce a trovare un ingaggio come raccoglitore di pomodori, l’”oro rosso” del foggiano che entra in quasi tutti i barattoli di pelati italiani. E’ alto, Matteo Koffi Fraschini, due spalle larghe, una struttura forte, la pelle nera e un po’ di dialetto africano. Ma le sue mani no, non vanno bene. Sono mani di intellettuale, abili sulla tastiera ma senza calli e ruvidezze, disabituate al lavoro manale. E poi non sono solo le mani: Koffi non ha la determinazione, la disperata speranza dei braccianti africani, quel che li rende capaci di una fatica disumana, il sudore negli occhi, le mani e i piedi verdi di linfa, la debolezza di accettare condizioni di lavoro inaccettabili.

Poteva essere un fallimento, l’Avvenire – il giornale a cui aveva proposto un reportage – aspetterà invano. Invece il libretto che Matteo Koffi ha scritto sulla sua esperienza apre uno squarcio su una realtà sfaccettata. Capitale dello sfruttamento in Puglia, il Gran Ghetto – molti altri luoghi del genere esistono in Puglia, più lontani dai clamori della stampa, ancora più disperati, la mappa va ancora fatta – contiene sopraffazione, sfruttamento, i caporali che assoldano e ricattano, i “capineri” africani che sono i caporali dei caporali; il costo maggiorato delle merci, il commercio di droga e la prostituzione per neri e per bianchi a prezzi differenziati, i furti e le piccole guerre tra poveri. Ma anche la solidarietà, l’offerta di un piatto di riso a chi non ha trovato da lavorare, l’aiuto per tradurre, per una connessione, per compilare i moduli dei documenti.

“Campi d’oro rosso. Nel Ghetto di Rignano” è il titolo del libro edito dal Gruppo Solidarietà Africa di Seregno (gsafrica@tin.it, www.gsafrica.it) con foto di Antonio Fortarezza. Un diario puntuale, dal 25 luglio al 9 agosto del 2015, dall’arrivo a piedi la sera in cerca di un letto all’affitto di un materasso per tutta la stagione (30 euro), al riso e alle cosce di pollo arrostite nella carcassa di un frigo. I topi, gli insetti, lo schiamazzo dei bar e delle discoteche fino a tarda sera, quando i braccianti si alzano la mattina alle 4 o alle 5 e si affollano sgomitando per poter entrare nei furgoni verso la caienna dei campi. Le relazioni, anche: per lo più suddivise per nazionalità, i maliani con i maliani, i guineani con i guineani, i ghanesi con i ghanesi fino a far quasi dei quartieri. Spicca l’unico italiano del Ghetto, un napoletano soprannominato “il camorrista”: suo il bar più grande, di notte quasi una discoteca, sue le ragazze più giovani e carine, suoi gli affari più lucrosi e illegali.

Intanto s’informa, Koffi. Capisce che bisogna avere pantaloni resistenti, scarponcini alti, un berretto. Persino i guanti deve portarsi un bracciante, ma la bottiglia d’acqua è vietata, la venderanno sul posto i capineri, guadagnando anche su questo e sul panino asciutto per lo spuntino di metà mattina. La tariffa del cottimo è scesa ancora, 2.5 euro a cassone da 100 chili, 25 euro per dodici ore di lavoro senza tregua nel sole cocente. Meno della paga per i “cafoni” pugliesi, cinquant’anni fa, nelle campagne del Tavoliere. Intanto il prezzo dei pelati, il prodotto finito, è vertiginosamente salito.

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Interessante guardare l’Italia dall’interno del Ghetto. Gli italiani che cercano sesso facile e economico, droga, affari. I volontari di Radio Ghetto, che vivono dentro il campo per due mesi per trasmettere informazioni e storie, musica e dibattiti utili nel raggio breve del Ghetto. Quelli del progetto “Io ci sto” che insegnano l’italiano e fanno ciclofficina perché pensano che il diritto di parola e quello di movimento siano fondamentali e irrinunciabili, e intanto giovani africani e giovani italiani s’incontrano e si guardano negli occhi, si scambiano le loro storie e i loro sogni. Le autorità che scelgono l’indifferenza e il quieto vivere. Gli agricoltori che arrivano prima dell’alba e reclutano braccia scegliendo 25 braccianti da una folla di cento che si accalcano e si spingono.

Sono i sogni a imprigionare i braccianti qui dentro. Il sogno di lavorare, di mandare a casa i 50 euro con cui l’intera famiglia potrebbe sostenersi per un mese, il sogno di andare via, anche se qualcuno poi resta intrappolato, perde anche i pochi soldi che ha e non riesce ad andare via. Sidibé, il tassista abusivo che fa navetta Ghetto-Foggia per 10 euro a viaggio, ha il sogno di racimolare 10 mila euro per tornare in Mali. E racconta di aver comprato la patente in una scuola guida di Roma, per 550 euro, e anche qui ci rimanda un’immagine di Italia che non va.

Ogni tanto il fuoco incendia i cartoni coperti da plastica e dai tubi dell’irrigazione, un miracolo non ci siano vittime. A volte s’infiammano gli animi, fioriscono le risse, qualche giorno fa è finita male, un morto e un ferito. Poi le baracche fatte di niente si rialzano, di nuovo casa per qualcuno. E la marcia dei nuovi arrivati non dà tregua: tutti cercano un materasso e un lavoro, tutti sanno di essere all’inferno ma in cammino verso il paradiso. Proprio come i nostri nonni, che in nome del loro sogno crepavano nelle miniere di Marcinelle, e marcivano nei ghetti tedeschi e americani. Allora l’Italia s’indignava, oggi ci fa affari. E nessuno si chiede a che prezzo i nostri pelati siano i più buoni del mondo, e i più economici.

Dal Ciad a Pisa, e a Roma

CiaLiLaPi, cioè le tappe di un lungo viaggio dal Ciad, passando per Libia e Lampedusa, infine a Pisa. E’ il titolo del documentario di Tiziano Falchi e Fabio Ballerini, proiettato ieri a Logos-Festa della Parola presso il centro sociale Ex Snia di Roma, a cura della Scuola popolare Pigneto Prenestino. Un’iniziativa fitta di dibattiti e incontri, venerdì tra l’altro quello con i no-border di Ventimiglia, sgomberati in malo modo appena il giorno prima.

CiaLiLaPi, (qui il trailer) racconta per la verità solo una parte del viaggio. L’occasione è la brusca chiusura dell’Emergenza Africa, la “dismissione” di un centro di accoglienza allestito dalla Croce Rossa alla bell’e meglio in vecchi container. Gran uso di personale volontario, 45 euro al giorno per ogni richiedente asilo, molto più dei 35 a cui ci ha abituato Mafia Capitale. Finito il flusso, via tutti con una mancia di 500 euro in cambio della firma sull’accettazione dello sgombero, e peccato che non sappiano l’italiano, che non sappiano che fare, dove dormire o mangiare. Una delle tante piccole storie ignobili che avrebbe potuto cadere nell’indifferenza. Invece no.

Invece un gruppo di richiedenti asilo non va via, resta. La Croce rossa smantella i letti, porta via le strutture, ma il gruppo resta lì, senza i 500 euro, affiancato da qualche operatore e da due associazioni, Africa insieme e Rebeldia. Il video racconta la storia di questo gruppo, il piccolo artigianato per autofinanziarsi con i mercatini, la scuola di italiano e inglese e arabo, i corsi di teatro, l’orto per tagliare i costi della spesa e avviare un micro commercio a km zero. E la partecipazione al documentario, la capacità e la voglia di raccontarsi. Così da diffondere anche il valore di questa esperienza, renderla conosciuta e paragonabile ad altre, lasciare una memoria che altrimenti sarebbe dispersa.

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Il difetto del video, la lunghezza, è però anche il suo pregio: il trasformare i richiedenti asilo in persone, con le loro diversità, le ombre e le bellezze. Diventano persone, leggi l’emozione sul viso di chi ricorda il viaggio, i compagni morti in mare, la perdita di un padre che non si potrà nemmeno piangere sulla tomba. L’orrore della guerra per chi non la fa, i civili, e per chi la fa, i ribelli. La fatica di reinventarsi, il rapporto con una specie di italiani diversi dai burocrati della Croce Rossa, i loro compagni di strada italiani. Una strada durata poco più di un anno: durante il quale ognuno ha trovato una sua strada. Ha proseguito il viaggio per raggiungere amici o familiari, è rimasto a Pisa con un contratto di lavoro. Ha trovato casa. Si è iscritto all’università grazie a borse di studio. Ognuno ha trovato la sua via, non ha più bisogno di vivere nel “Centro di accoglienza autogestito”. Che, infatti, ha chiuso con una grande festa.

Una storia quella di CiaLiLaPi che un po’ ricorda quella del centro sociale Ex Snia, che ha ospitato nella sua palazzina un gruppo di braccianti africani. Erano i giorni di Rosarno, dove si sparava nelle strade a chiunque avesse la pelle nera, una vergognosa vicenda di sfruttamento e razzismo. Di qui la fuga dei braccianti, molti dei quali si erano ridotti a dormire alla stazione Termini. E’ qui che è avvenuto l’incontro con i ragazzi del centro sociale, e un lungo percorso che ha portato un centinaio di braccianti a trovare la propria strada, senza dimenticare i compagni lasciati in Calabria o nei campi di Puglia. Nessuno del centinaio di africani dell’ex Snia abita ancora la palazzina, tutti hanno trovato una casa vera. Ma restano insieme per fare iniziative, manifestazioni, incontri nell’”assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma”. Da questa vicenda nasce anche la Scuola popolare Pigneto Prenestino, che dal 2010 insegna italiano a persone di ogni provenienza. Una scuola orizzontale che ha sede nella stessa palazzina in cui furono ospitati i rosarnesi, i cui i “maestri scalzi” insegnano gratuitamente per quattro sere a settimana, e che, oltre a portare molti studenti alla certificazione A2, rende concreto uno dei diritti fondamentali dell’uomo, il diritto di parola: parlare, capire, esprimersi. Raccontarsi e comunicare.

La filiera del pomodoro

Un corteo di migranti a Foggia, organizzato ieri pomeriggio da Campagne in lotta, per chiedere diritti e dignità, e l’abolizione del vincolo della residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno, forca caudina inventata dai burocrati per tagliare surrettiziamente i permessi di soggiorno. La sera l’incontro “La filera (non) etica del pomodoro. Dai campi agli ipermercati”, che ha visto eccezionalmente attorno allo stesso tavolo amministratori, sindacalisti, imprenditori e giuslavoristi. Non tanto per parlare del Ghetto, la vergogna del foggiano che ora il governatore Emiliano vorrebbe eliminare con il rischio di crearne altri venti, e più nascosti, e più disumani: “solo un folle può pensare di sgomerare il Ghetto” ha detto Daniele Calamita, Flai-Cgil. Quanto per cercare la via giusta per sconfiggerlo, il caporalato e lo sfruttamento, magari trovando il punto debole della filiera.

Già, la filiera. Sotto i braccianti, sopra i capineri e i caporali, poi le imprese agricole, le aziende di trasformazione, i grossisti e la grande distribuzione, quella che fa il prezzo finale. Gli ultimi due gradini della filiera sono i grandi burattinai, si ammantano di invisibilità ma governano tutto il processo. Ma anche le aziende di trasformazione non scherzano: quest’anno hanno lasciato parte del prodotto a fermentare nei camion, così da spuntare un prezzo migliore ex post, anche se la contrattazione primaverile ne aveva deciso un altro. In sintesi: al produttore sono pagati 7/8 centesimi al chilo, la passata in bottiglia viene venduta dalle aziende di trasformazione a 40 centesimi al chilo. Sugli scaffali dei supermercati sappiamo tutti qual è il prezzo finale, e quindi chi se ne approfitta. Non è strano dunque che il presidente della Coldiretti, Giuseppe De Filippo, ammetta che buona parte degli agricoltori del pomodoro siano “sotto cravatta”, in mano agli usurai. Che a volte fanno addirittura intermediazione con le aziende.

Eppure, attacca il sindacalista, le aziende agricole fanno milioni di profitti, in media 1000 euro a ettaro:i soldi per usare lavoro pulito ci sarebbero, lo dimostra anche il fatto di aver snobbato i contributi della Regione Puglia per l’emersione del lavoro nero, pari al 30% dei contributi dovuti ai lavoratori su due anni, mica poco.

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Salsa e pelati pugliesi sono i migliori del mondo – sostiene Vito Ferrante, funzionario della regione Puglia che ha lavorato al progetto Capo free Ghetto out insieme all’ex assessore Guglielmo Minervini – ma a pochi interessa che siano raccolti da lavoratori schiavizzati. Anzi, peggio: il sistema degli schiavi almeno dava loro un valore, un costo. Invece i braccianti (africani, rumeni, polacchi che siano) sono gratis e intercambiabili, se “si rompono” ce ne sono sempre di nuovi. La morte da fatica e disidratazione nei campi avviene sempre più spesso, nell’indifferenza generale.

Bene dunque richiamare alle loro responsabilità gli industriali e gli agricoltori, che anche ieri sgusciavano come anguille. Alla domanda “perché le associazioni datoriali non espellono chi fa uso di lavoro nero?” la risposta di De Filippo è stata: “non abbiamo mica organi informativi. Bisogna sapere chi lo fa, poi lo si può espellere”. Patetico: lo fanno tutti, sarebbe il suicidio delle associazioni, Coldiretti in prima fila.

Bisognerebbe però richiamare alle loro responsabilità anche gli ispettori del lavoro. Sono pochi, si sa. Mal pagati, si sa. Ma se come secondo lavoro fanno i consulenti delle imprese, su quelle imprese non indagheranno mai. E se poi vanno in vacanza in agosto, all’epoca della raccolta del pomodoro, la aziende sanno di aver mano libera. Se non denunciano le minacce per paura di ritorsioni non sono degni del lavoro pubblico che dovrebbero fare. Un piccolo scandalo nascosto, un altro mattoncino della costruzione mafiosa della filiera.

Pensate cosa avverrebbe se uno, almeno uno degli ispettori del lavoro facesse quello che deve. Altro che spending review, altro che ipocrisie padronali. Due ispezioni al giorno, ma vere. Chi le fa? E’ qui il marcio che nessuno vede. Che fa sì che solo il 18% di braccianti stranieri abbiano i contributi, e dunque le indennità invernali, mentre quasi il 90% degli italiani ne usufruiscano. Ma poi, se si va nei campi, si vedono solo braccia straniere. E’ il fenomeno dei “falsi braccianti”, contributi venduti dalle aziende a chi non lavora, un’altra greppia di illegalità mafiosa sulla pelle di chi lavora davvero.

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Quello che vedono tutti, invece, è il mercato delle braccia, il Ghetto. Perché in venti anni nessuno ha fatto un lavoro di riqualificazione? chiede Nabir di Radio Ghetto, emittente autogestita e autorganizzata che ogni estate torna tra i braccianti. Perché non ci sono liste di collocamento agricolo, e uno sportello vicino al Ghetto? Domanda Idris. Una baraccopoli non si ristruttura, risponde Ferrante, bisogna lavorare alle alternative. Ma sul collocamento nessuno ha risposte.

Sarebbe meglio tornare al vecchio progetto regionale, fallito per la latitanza delle aziende, come denuncia Minervini? Bisogna andare avanti, accettare quel che avviene nei campi è impossibile. Magari lavorando al sistema dei controlli, chiamando prefettura e guardia di finanza ad affiancare gli ispettori.

Un dibattito non cambia il modo di produrre, ma ne rende chiare storture e responsabilità. Bello il video di Antonio Fortarezza. Bella dunque la testimonianza di Matteo Koffi Fraschini, giornalista di Avvenire, che in agosto al Ghetto ha vissuto, condividendone le condizioni estreme. E quella di Arcangelo Maira, scalabriniano e animatore del progetto Io ci sto che porta ogni anno nei ghetti della Capitanata i volontari della scuola di italiano e della ciclofficina, occasione di incontro e conoscenza tra ragazzi. Perché questo sono i braccianti, ragazzi. Come la nostra meglio gioventù hanno sogni e speranze, e il coraggio di affrontare l’ignoto. Che poi qui trovino anche qualcosa di diverso dalla sopraffazione e dallo sfruttamento, strumenti per crescere, conoscere, emanciparsi e lottare, sì, è un bene. E’ un bene che i nostri ragazzi capiscano le radici di questo sfruttamento, che pensino quando prendono un barattolo di pelati in un negozio, rivedano gli occhi dei loro studenti. Arcangelo Maira, che da bambino ha vissuto da clandestino in Svizzera, nello sfruttamento vede le radici del male. Quando invece l’incontro e la dignità potrebbero essere il bene, il futuro della nostra Italia, del mondo.

Qui il link al video completo dell’incontro su Foggia città aperta: http://www.foggiacittaaperta.it/news/read/foggia–convegno-filiera-non-etica-del-pomodoro–caporalato