Il bracciante mancato

Poteva essere un fallimento. Un giornalista di origine togolese che cerca di infiltrarsi nel Gran Ghetto di Rignano, vive lì qualche giorno ma non riesce a trovare un ingaggio come raccoglitore di pomodori, l’”oro rosso” del foggiano che entra in quasi tutti i barattoli di pelati italiani. E’ alto, Matteo Koffi Fraschini, due spalle larghe, una struttura forte, la pelle nera e un po’ di dialetto africano. Ma le sue mani no, non vanno bene. Sono mani di intellettuale, abili sulla tastiera ma senza calli e ruvidezze, disabituate al lavoro manale. E poi non sono solo le mani: Koffi non ha la determinazione, la disperata speranza dei braccianti africani, quel che li rende capaci di una fatica disumana, il sudore negli occhi, le mani e i piedi verdi di linfa, la debolezza di accettare condizioni di lavoro inaccettabili.

Poteva essere un fallimento, l’Avvenire – il giornale a cui aveva proposto un reportage – aspetterà invano. Invece il libretto che Matteo Koffi ha scritto sulla sua esperienza apre uno squarcio su una realtà sfaccettata. Capitale dello sfruttamento in Puglia, il Gran Ghetto – molti altri luoghi del genere esistono in Puglia, più lontani dai clamori della stampa, ancora più disperati, la mappa va ancora fatta – contiene sopraffazione, sfruttamento, i caporali che assoldano e ricattano, i “capineri” africani che sono i caporali dei caporali; il costo maggiorato delle merci, il commercio di droga e la prostituzione per neri e per bianchi a prezzi differenziati, i furti e le piccole guerre tra poveri. Ma anche la solidarietà, l’offerta di un piatto di riso a chi non ha trovato da lavorare, l’aiuto per tradurre, per una connessione, per compilare i moduli dei documenti.

“Campi d’oro rosso. Nel Ghetto di Rignano” è il titolo del libro edito dal Gruppo Solidarietà Africa di Seregno (gsafrica@tin.it, www.gsafrica.it) con foto di Antonio Fortarezza. Un diario puntuale, dal 25 luglio al 9 agosto del 2015, dall’arrivo a piedi la sera in cerca di un letto all’affitto di un materasso per tutta la stagione (30 euro), al riso e alle cosce di pollo arrostite nella carcassa di un frigo. I topi, gli insetti, lo schiamazzo dei bar e delle discoteche fino a tarda sera, quando i braccianti si alzano la mattina alle 4 o alle 5 e si affollano sgomitando per poter entrare nei furgoni verso la caienna dei campi. Le relazioni, anche: per lo più suddivise per nazionalità, i maliani con i maliani, i guineani con i guineani, i ghanesi con i ghanesi fino a far quasi dei quartieri. Spicca l’unico italiano del Ghetto, un napoletano soprannominato “il camorrista”: suo il bar più grande, di notte quasi una discoteca, sue le ragazze più giovani e carine, suoi gli affari più lucrosi e illegali.

Intanto s’informa, Koffi. Capisce che bisogna avere pantaloni resistenti, scarponcini alti, un berretto. Persino i guanti deve portarsi un bracciante, ma la bottiglia d’acqua è vietata, la venderanno sul posto i capineri, guadagnando anche su questo e sul panino asciutto per lo spuntino di metà mattina. La tariffa del cottimo è scesa ancora, 2.5 euro a cassone da 100 chili, 25 euro per dodici ore di lavoro senza tregua nel sole cocente. Meno della paga per i “cafoni” pugliesi, cinquant’anni fa, nelle campagne del Tavoliere. Intanto il prezzo dei pelati, il prodotto finito, è vertiginosamente salito.

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Interessante guardare l’Italia dall’interno del Ghetto. Gli italiani che cercano sesso facile e economico, droga, affari. I volontari di Radio Ghetto, che vivono dentro il campo per due mesi per trasmettere informazioni e storie, musica e dibattiti utili nel raggio breve del Ghetto. Quelli del progetto “Io ci sto” che insegnano l’italiano e fanno ciclofficina perché pensano che il diritto di parola e quello di movimento siano fondamentali e irrinunciabili, e intanto giovani africani e giovani italiani s’incontrano e si guardano negli occhi, si scambiano le loro storie e i loro sogni. Le autorità che scelgono l’indifferenza e il quieto vivere. Gli agricoltori che arrivano prima dell’alba e reclutano braccia scegliendo 25 braccianti da una folla di cento che si accalcano e si spingono.

Sono i sogni a imprigionare i braccianti qui dentro. Il sogno di lavorare, di mandare a casa i 50 euro con cui l’intera famiglia potrebbe sostenersi per un mese, il sogno di andare via, anche se qualcuno poi resta intrappolato, perde anche i pochi soldi che ha e non riesce ad andare via. Sidibé, il tassista abusivo che fa navetta Ghetto-Foggia per 10 euro a viaggio, ha il sogno di racimolare 10 mila euro per tornare in Mali. E racconta di aver comprato la patente in una scuola guida di Roma, per 550 euro, e anche qui ci rimanda un’immagine di Italia che non va.

Ogni tanto il fuoco incendia i cartoni coperti da plastica e dai tubi dell’irrigazione, un miracolo non ci siano vittime. A volte s’infiammano gli animi, fioriscono le risse, qualche giorno fa è finita male, un morto e un ferito. Poi le baracche fatte di niente si rialzano, di nuovo casa per qualcuno. E la marcia dei nuovi arrivati non dà tregua: tutti cercano un materasso e un lavoro, tutti sanno di essere all’inferno ma in cammino verso il paradiso. Proprio come i nostri nonni, che in nome del loro sogno crepavano nelle miniere di Marcinelle, e marcivano nei ghetti tedeschi e americani. Allora l’Italia s’indignava, oggi ci fa affari. E nessuno si chiede a che prezzo i nostri pelati siano i più buoni del mondo, e i più economici.

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