L’orco e il Lago

C’era una volta un orco cattivo che, per cercare un tesoro nascosto, scavò una grande buca e svegliò una principessa guerriera che dormiva accanto a un fiume sotterraneo. La principessa si arrabbiò e scatenò la sua ira facendo risalire il fiume in superficie. Non riuscì ad annegare l’orco, ma lì dove era stata scavata la terra spuntò un lago sorgivo che, pian piano, ha cominciato a offrire rifugio agli animali che cercavano di sfuggire all’inquinamento e al cemento…

Ecco, potrebbe essere raccontata anche così la storia del lago Ex Snia, nato da un tentativo malriuscito di speculazione edilizia e ora luogo di cova per anatre e garzette, di caccia per volpi e martin pescatori, di giochi per i bambini dei quartieri Casal Bertone e Prenestino.

Una storia lunga vent’anni che ha impegnato la tenacia e l’intelligenza del Comitato e del Forum del Parco delle Energie che hanno scoperto prima le carte contraffatte del piano regolatore, poi hanno sventato altri tentativi di speculazione e convinto il Comune a espropriare almeno l’area destinata originariamente a verde. Ora si aspetta da un po’ troppo tempo l’iscrizione del Lago nell’elenco dei monumenti naturali, la registrazione del Lago negli elenchi del Demanio, gli adempimenti burocratici in assenza dei quali altri tentativi di speculazioni potrebbero essere dietro l’angolo.

Così quest’anno si è deciso di manifestare per chiedere l’istituzione di Monumento naturale per il Lago Ex Snia. Una manifestazione anomala: non un corteo, non un sit-in e nemmeno un flash mob. Ma un concerto lungo una giornata, un pic nic sotto un sole tornato finalmente caldo che ha visto migliaia di persone, c’è chi dice cinquemila, darsi appuntamento nel grande prato davanti al Lago.

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Una lunga manifestazione musicale, una maratona, mentre street artist come Camilla Falsini e Alex Senna lavoravano di colori e pennelli sulle mura di recinzione. Prima la Murga e le giocolerie, poi il concerto dal palco. Aperto dalle canzoni che gli Assalti frontali – e Militant A in modo particolare – insieme al Muro del canto hanno dedicato al “Lago che combatte”, il concerto ha visto tra gli altri la partecipazione di Piero Brega e Oretta Orengo, Amir Issaa, Los3saltos, Ginko, il coro Romolo Balzani, Giulia Anania, Skasso, Veeblefetzer, Lampadread, il centro culturale Ararat. E il mitico Capitan Calamaio, “che ha più libri di un libraio”, gran condottiero di tutti i bambini.

Sono stati loro, i bambini, i grandi protagonisti di questa giornata. Hanno assaltato la collinetta di sabbia scavando accanitamente, hanno osservato l’arnia che ospiterà le api e bombardato i terreni ancora in mano al costruttore Pulcini con bombe di semi, hanno partecipato alla piantumazione di un grande albero, hanno giocato e ballato e cantato. Perché soprattutto loro hanno bisogno di quel lembo di natura incistato in una delle zone più densamente abitate di Roma. Perché il lago parla di futuro, di qualità della vita, di partecipazione. Di speranza.

Per un anno il Lago è stato aperto al pubblico grazie all’iniziativa di chi lo ha reso praticabile, ha falciato l’erba, ha provveduto alla guardiania, ha controllato che le cove non venissero disturbate da bipedi o quadrupedi (per questo i cani vanno sempre al guinzaglio). Non per sostituirsi a chi avrebbe dovuto provvedere, ma come forma di lotta: perché gli abitanti della zona conoscessero la bellezza di quel luogo e se ne riappropriassero, perché gli amministratori pubblici avessero chiaro che c’è chi il Lago lo ha difeso e lo difenderà. E che sarebbe ora di darsi una mossa, completare gli espropri e finanziare l’allestimento dell’area.

La risposta e la partecipazione dei romani è stata al di là delle aspettative. Ora tocca agli amministratori, il Comune e soprattutto la Regione. Zingaretti, batti un colpo. Non vorrai mica che quell’orco cattivo si faccia venire altre idee?

 

L’urlo della street art

Il primo è vecchissimo, anni 70. È il grande dipinto murale dell’Asino che vola, a Tor di Nona, nato da un collettivo romano che appoggiava gli occupanti di case popolari e che raccoglieva gente diversissima, come Paolo Ramundo (degli Uccelli) e Isabella Rossellini (attrice), Carlo Zaccagnini (critico msicale) e Jasmin Ergas (sociologa e giurista) e Giuseppe Roma (ex direttore Censis). Antenato della street art, di quel murale si è salvato solo un pezzo, l’asino che vola appunto. Ma i dipinti coloratissimi furono per anni un salutare shock per un lungotevere ingessato e imborghesito.

Street Art a PrimavalleIl merito di aver ricordato l’asino che vola è del fotografo Mimmo Frassineti, che lo fotografò allora – aiutando a conservare la memoria anche dei disegni cancellati – e che ha dedicato una mostra alla streeet art, Urbs picta al Museo Bilotti, l’Aranciera di villa Borghese. Quell’asino, così naif da essere salvato da un pesante restauro edilizio, ha il merito di ricordare una lotta finita bene. Le altre foto di Frassineti mostrano un assaggio del catalogo che il fotografo – appassionato artista anche lui – ha costruito in questi anni e messo a disposizione di chi ama la street art nel sito http://romagraffiti.com/. Dove ha potuto, Frassineti dà conto degli autori, ma non tutto nella street art è attribuibile a questa o quella mano, pur se molti degli autori ormai sono affermati pittori.

Murali: Street Art al QuadraroBlu, ad esempio: schivo bolognese che rifiuta di farsi fotografare o intervistare, ma che lascia a Roma – come ha fatto in moltissime metropoli del mondo – opere monumentali graffianti, critiche e non omologate. Bellissime. Come Lucamaleonte con i suoi disegni medievaleggianti, Hitnes con le invasione di animali, Borondo con le sue larghe pennellate quasi impressioniste, Atoche con i suoi faccioni medicei. E Eduardo Kobra, che lascia sul muro esterno del Maam (il Museo dell’altro e dell’altrove, nido d’elezione della street art) il volto di Malala, il famoso Erika il cane, Dem con le sue figure zoomorfe. Daviù alias Davide Vecchjato, e Neve con i volti di bambini dagli occhi luminosi…. Inutile citarli tutti, la storia della street art non è fatta di sigle e nomi ma di monumenti colorati, che cambiano il paesaggio per i passanti, e mostrano scorci e prospettive diverse agli abitanti della città. Offerti alle intemperie, anche quando vengono promossi dalle amministrazioni pubbliche, non saranno per questo meno effimeri. Inutile invocare restauri, inutile cercare di proteggerli: le opere seguono il destino dei muri che le ospitano, si degradano, si dilavano, a volte vengono cancellati da altri writers, altre volte da restauri poco intelligenti. L’autore, una volta data l’ultima pennellata, li dona e li abbandona alla città.

Qui, nello spazio “colto” della Galleria Bilotti, i disegni urlano, con un linguaggio forse di non facile lettura, le loro storie di periferia. Raccontano di Garbatella e Prenestino, Quarticciolo e Tormarancio, Monte Mario e Vigna Clara. Raccontano di lotte e resistenze anche quando non sembra: l’enorme affresco in bianco e nero di Blu nel centro sociale Acrobax, Vasca Navale, sembra un dipinto neoclassico, ma nasconde la beffarda iconografia della repressione e dei potenti visti dal basso, vescovi militari padroni e poliziotti. Come la sua spirale della vita, dalla cellula al mondo moderno che si sgretola e implode, dipinta accanto al Museo degli elefanti di Rebibbia, parla di un futuro prossimo, se non riusciremo a fermarlo. In periferia come al centro di Roma.

(questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi)

Lidl taglia gli alberi

Quattro anni, non di più. Le bimbette arrivano con la mamma che apre un tavolino, e si siedono dividendosi una gran quantità di giocattolini. Non sono i giardini pubblici, magari: è il presidio contro il cantiere della Lidl a Torpignattara, Roma. In via di Acqua Bullicante stamattina ecco una cinquantina di persone davanti a quel cancello, prima ombreggiato da maestose e vetuste acacie. Ora non c’è più nulla, persino gli alberelli del marciapiede pubblico sono stati mutilati.

“Lidl taglia gli alberi”, è scritto su uno striscione, brutto biglietto da visita in un quartiere ad altissima densità abitativa, stretto tra la Casilina e la Prenestina, ogni giorno attraversato da un fiume di macchine che entra la mattina e esce la sera dalla capitale. “Lidl taglia gli alberi” è il tam tam che ha scosso il quartiere, diviso tra chi vuol difendere i pochi spazi verdi – perché diventino giardini o parchi o play ground – e chi comunque pensa che un supermercato sia meglio dell’abbandono. E forse sbaglia.

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E’ vero, quel terreno è stato abbandonato a lungo. Un tempo zona artigianale – il fabbro, ultimo ad andarsene, ha chiuso nel 2014 – ora grazie al “piano casa” della signora Polverini, che come il signor Alemanno in Comune ha lasciato uno strascico di devastazioni dopo la sua toccata e fuga alla Regione, dovrebbe passare da artigianale a commerciale. Peccato le norme sanciscano che le attività sarebbero dovute essere già chiuse nel 2010, e non è così. Peccato che parte di quella zona sia inedificabile per il vincolo “Ad duas lauros”, e che nessuno l’ha fatto notare. Eppure, alle tre conferenze dei servizi che hanno portato all’approvazione della licenza c’erano i funzionari, se non i politici, di tutte le amministrazioni, Municipio compreso.

Peccato infine che le macchine di movimento terra abbiano agito tanto pesantemente da far tremare le case adiacenti all’area, piccole casette basse costruite senza fondamenta e senza permesso, poi sanate. Alcuni degli abitanti si sono allarmati, hanno chiamato i responsabili del cantiere, invano.

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Quindi la mobilitazione: appena dopo l’alba, stamattina, c’era già un piccolo drappello di comitati e abitanti, cresciuto via via; l’apertura del cantiere, alle 7, è stata forzatamente rinviata. Fermi e parcheggiati in doppia fila (i vigili, come al solito erano latitanti) i camion con la ruspa e la benna, pronti ad entrare nell’area per continuare il movimento di terra. E fermi anche gli operai della ditta, con cui i manifestanti hanno a lungo dialogato.

Nessuna azione di forza. Ma bisogna informare i cittadini – e i militanti con il megafono si sono fatti sentire, lì accanto ci sono le fermate di autobus fitti di pendolari – bisogna ricordare che un ennesimo supermercato produrrà inevitabilmente più traffico, più camion, più smog e già ora le centraline che monitorano l’inquinamento sforano i limiti. Che il quartiere è già vigorosamente servito dalla grande distribuzione, super e discount. Che, infine, si teme l’avvio del “piano Casilino”, un’ulteriore pioggia di cemento in una zona intasata e soffocata.

Nel presidio si discute: si stende in terra il progetto, ottenuto di straforo – durante l’accesso agli atti l’amministrazione l’ha negato “ne abbiamo una copia sola”, alla faccia della trasparenza – si controlla il cartello che annuncia i lavori, finora latitante. “Quando abbiamo fatto il primo presidio il 23 maggio – dice Marco, indignato – il cartello non c’era, e già avevano iniziato a tagliare gli alberi. L’autorizzazione è del 20 maggio, e nel cartello è scritto che il cantiere è iniziato il 5 giugno. Un’ennesima falsità: questa almeno verificata direttamente da noi”.

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Arriva la polizia, arrivano i carabinieri, i cittadini sono arrabbiati ma argomentano, spiegano, mostrano le carte, le foto degli alberi caduti: “Ce ne andiamo, certo: se fate venire qui gli assessori comunali, il presidente del Municipio e il signor Lidl. Quelli che hanno deciso del nostro territorio senza ascoltarci né informarci”.

Intanto le due bimbette giocano alle bambole sul tavolino davanti al cancello. C’è da giurarci, nei prossimi giorni lo faranno ancora: il comitato “No cemento a Roma est” non si arrende.

L’eredità di Maria Baccante

Una cascata di ricci neri, la bocca forte ben disegnata da un rossetto rosso. La foto di Maria Baccante ce la restituisce così, una donna decisa, che guarda lontano. A Maria Baccante è intitolato il centro di documentazione territoriale Maria Baccante, ospitato insieme all’archivio Viscosa in via Prenestina 175, a Roma. Ieri l’inaugurazione della nuova targa e il taglio inaugurale del nastro – eseguito simbolicamente dal nipote di Maria e da una ex operaia della Snia con una delle forbici “storiche”, usate all’epoca all’aspatura – ha seguito l’incontro organizzato dal Centro di documentazione in collaborazione con il Museo storico della Liberazione, la Società delle storiche, la Società italiana di storia del lavoro e la soprintendenza archivistica del Lazio, “Alla scoperta della storia della fabbrica: lavoro, donne, guerra e resistenza”.

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Pochi la conoscono, a Roma, eppure la sua è una storia emblematica. Nata a L’Aquila nel 1914, Maria arriva a Roma nel ’43 e subito entra nella lotta clandestina (banda Esquilino “Grotta Rossa”), forse anche grazie al fatto di abitare al Pigneto, in via Fortebraccio 36, proprio di fronte all’abitazione di Angelo Galafati, militante di Bandiera rossa e attivissimo organizzatore di azioni di boicottaggio e resistenza, morto alle Fosse Ardeatine. Trasporto di armi, lancio di chiodi a quattro punte, salvataggio e sostentamento di prigionieri fuggiti: non sono atti d guerra guerreggiata, ma richiedevano gran coraggio e determinazione. Pare che la polizia fascista addirittura organizzò una retata di tutte le Marie del quartiere per poter mettere le mani su Maria Baccante: invano.

Maria entra alla Snia nel ’46, presa dalle liste degli ex combattenti, ma in Snia resterà solo fino al ’49. Probabilmente fu una delle moltissime licenziate dopo il lungo sciopero e l’occupazione della fabbrica di quell’anno. Di quell’occupazione restano la memoria nel quartiere e alcuni articoli dell’Unità e di Noi Donne. Una volta licenziata, lascia il Pigneto e va da sfollata nella scuola di S.Maria della Scala a Trastevere. Lì si iscrisse all’Udi e iniziò a organizzare le altre sfollate, che tutte le sere si riunivano nella sede del Pci per rivendicare una vita più dignitosa per donne e bambini. E, fino alla vigilia della sua morte nel 94, con il compagno faceva parte del gruppo organizzatore del corteo del 25 aprile, da Porta san Paolo alle Fosse Ardeatine.

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Ribelle, partigiana, in lotta per i propri diritti e la libertà: così Maria Baccante è stata scelta come simbolo del centro di documentazione e dell’archivio. Un archivio, ha sottolineato Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione, che non è nelle mani dei proprietari originali, ma affidato alla cura di chi lo ha preservato. Abbandonato dai precedenti proprietari, le schede del personale e i materiali dell’ufficio tecnico sono stati raccolti, catalogati e messi a disposizione di chi è interessato a ricostruire la storia di famiglia o quella del quartiere, oppure la storia degli insediamenti industriali a Roma. In gran parte di tipo bellico, dalla Fatme all’Alfa Romeo, dall’Aerostatica alla Montecantini alla Snia, che produceva divise e tessuti militari. Grazie all’archivio, infatti, già sono stati pubblicati diversi studi.

Dopo l’archivio, riconosciuto di rilevante interesse nazionale dallo Stato, anche il Centro di documentazione: un luogo che raccolga testi e testimonianze della storia del quartiere e non solo: tra i primi materiali, libri e documenti di Maria Baccante, donati dai nipoti.

L’archivio (http://www.archivioviscosa.org/) è consultabile tutti i mercoledì dalle 16 alle 19 grazie a personale volontario (http://www.archivioviscosa.org/contatti/ ).

La Befana va in canoa

E’ successo questo, oggi. La Befana ha lasciato la sua scopa ed è salita in canoa sul lago segreto di largo Preneste. Il comitato di quartiere e la ciclofficina Don Chisciotte avevano chiamato a raccolta i bambini delle scuole del Pigneto-Prenestino e un corteo, bambini in testa e befane al seguito, ha attraversato quel quadrante di città fino al grande cancello dell’ex Snia.

Camminando, sono stati consegnati sacchi di carbone ecologicamente virtuale a chi lo ha meritato: a chi non frena la mutazione rapida dell’isola pedonale in divertimentificio notturno cancellandone tessuto sociale e radici, a chi ha tolto giardini e giochi per i bambini (i cantieri della metro C), a chi preferisce ascoltare la potente voce dei palazzinari invece di restituire un bene di tutti. Il lago dell’ex Snia, appunto. Nato da un tentativo di speculazione – il cantiere per la costruzione di una grande centro commerciale con sette piani sotterranei di parcheggio ha bucato la falda acquifera dell’Acqua Bullicante – il lago è lì, dietro quel muro e quei cancelli, da una ventina d’anni. E intanto si è popolato: di pesci, uccelli acquatici e non, canneti, gufi, anfibi…

Quanto è bello il lago nascosto, e grande, lo hanno visto le centinaia di persone che hanno seguito la Befana fin quando una canoa è stata messa in acqua e lei ha fatto un giro trionfale del lago, vicino alla bandiera di Mompracem. (Qui il video).

Perché in gioco non c’è solo il lago, ma anche la parte pubblica dell’area, oggi chiusa. E quella privata: i resti di una antica fabbrica, che l’incuria sta rovinando, che pure, oltre ad avere un certo pregio architettonico, sono una testimonianza di un’epoca di duro lavoro, di lotte e di ribellione. Che scompaia in favore di uno dei tanti centri commerciali che costellano le periferie italiane è davvero un peccato.

Canoe o grattacieli?

Una piccola canoa in uno specchio d’acqua, che sarà mai? Un gesto di riappropriazione. C’è un lago nascosto sulla via Prenestina: si può andarci in canoa.

Della scoperta del lago avevo già parlato qui. Ieri quella pagaiata sul lago è diventata una rivendicazione. Un folto gruppo di abitanti del quartiere è andato davanti ai cancelli dell’ex Snia Viscosa, in largo Preneste, a chiedere di visitare il lago: parte dell’area su cui è il lago è pubblica, parte privata. Niente da fare, i cancelli sono rimasti chiusi.

Il fatto è che il proprietario della zona privata, da cui bisogna passare per arrivare all’acqua, è ostile a qualsiasi visita al lago. Vuol ricavare dalla sua terra il massimo profitto e lavora perché lì sorgano quattro torri da trenta piani, alti 100 metri, così addio lago.

E’ così determinato che – dopo la “scoperta”di ottobre – una ruspa ha demolito la scarpata da cui era possibile calarsi per raggiungere il rudere del cantiere e il lago. Perché demolire? C’è un’autorizzazione? C’è una ragione di qualche tipo? Le autorità sapevano? Non si rischia così di rendere fragile quel costone su cui si affaccia il Parco delle Energie, e magari provocare delle frane? Domande senza risposta.

Sta di fatto che si vorrebbe trasformare un lago e una forra – un’oasi ornitologica spontanea, ormai, un sistema naturalistico di pregio in una zona semicentrale e affogata di traffico e inquinamento – in un complesso che porterebbe ancora più traffico, ancora più inquinamento, cancellando un verde prezioso. “Lago per tutti, cemento per nessuno”, dice lo striscione che i pirati della canoa hanno affisso sulla loro impresa.

Oggi, con una canoa abbiamo conquistato il centro del lago e ci siamo riappropriati di quello che ci spetta – sostengono il Forum del Parco delle Energie e il centro sociale ex Snia – rivendicando il diritto di accedere all’area del laghetto, patrimonio naturalistico che appartiene a tutto il territorio con l’auspicio che tante altre canoe e vele possano solcare quelle acque. Durante l’assemblea seguita alla visita guidata, si è deciso di creare tre primi gruppi di lavoro (legale, urbanistico e naturalistico) che valuteranno tutti gli strumenti per fermare questo progetto. La prossima assemblea pubblica è convocata per domenica 17 novembre alle ore 16, al Parco delle Energie”.

Chi lo frequenta lo sa: il Parco delle Energie con la sua pineta è un prezioso lembo di verde strappato alla speculazione vent’anni fa. Si sarebbe potuto ingrandirlo, se il Comune di Roma avesse avuto la volontà e la capacità di ottenere la demolizione di un primo abuso, quello che provocò la rottura della falda e la formazione del lago. E se, quando sindaco era Alemanno, non avesse varato il piano per edificare le zone ex industriali. Se la Regione, presidente era Polverini, non avesse varato un Piano Casa che favorisce speculazioni, aumenta le cubature e aggira i vincoli sulle aree protette. Se il municipio avesse vigilato. E’ cambiato qualcosa, in Comune e Regione? Si vedrà, ora.