La signora del manifesto

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato oggi al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni  dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”. Quindi di politica si è occupata lei, e con decisione. Partigiana e ribelle, poi l’impegno nel partito, totale. “Volevo il comunismo, la fine dell’ingiustizia, la differenza tra chi può molto e chi niente. Non è accettabile vedere persone che muoiono di fame, che non riescono neanche a pensare a sé tanto sono oppressi. E’ inaccettabile che vengano a morire sulle nostre coste”. Ingiustizie che, purtroppo, durano ancora. E forse oggi sono più dure.

Dunque, un fallimento la sua vita? Ultranovantenne, Rossana fa un bilancio impietoso: l’avventura partita impetuosamente nel ’68, la classe operaia all’attacco e l’impronta libertaria di quegli anni, oggi ha perduto forza, sembra esaurita. La possibilità che il mondo cambiasse radicalmente c’era, allora; oggi sembra oltre l’orizzonte. E poiché è difficile pensarsi oltre l’arco della propria vita, sì, Rossana fa i conti con il suo fallimento e quello di quella generazione.

Sconfitta certo, non arresa. Mai arresa.

L’ingiustizia è aumentata, è diminuita la forza con cui la si combatte. Però, ammonisce materna, “Mai rinunciare alla ragione, alla libertà. Mai rinunciare a combattere i condizionamenti materiali della libertà”. Il crocicchio da cui non si torna indietro, invece, è la questione femminile, il femminismo. Il prendere la parola sul patriarcato: ogni uomo, individualmente preso, pensa di non essere patriarcale e dunque che la questione non lo riguardi: ancora aspettiamo una parola maschile sul patriarcato. Anche l’incontro con il femminismo però non fu senza frizioni: ci guardavamo con diffidenza, dice.

 

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Il film di Mara Chiaretti (amica da quarant’anni di Rossana, documentarista e gallerista) con un accurato montaggio e una ampia scelta di documentazione fotografica racconta anche le sue frequentazioni, l’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, l’incontro con Castro a cui cucinò la pasta al pomodoro in una cucina da campo, la fuga notturna per Praga con Pier Paolo Pasolini, innamoratissimo di un chitarrista. Poi c’è la vita privata: le foto di una bella ragazza giovanissima sdraiata sulla spiaggia, la forza dell’amore per il mare e l’acqua. Della passione per la terra, gli alberi e le rose parla invece il lussureggiante giardino su cui affaccia la casa parigina di Rossana, e i vasi colmi di fiori recisi che accompagnano gli incontri con i suoi interlocutori. Della sua eleganza, affatto artefatta ma molto invidiata, parla lei stessa, che sfilò sulla Piazza Rossa (era un viaggio ufficiale della delegazione italiana dopo la guerra) con un abitino simil-Dior, il collo a barchetta, fatto da una sartina. Tanto colpì un alto militare sovietico che le diede un astrakan grigio per completarlo.

Bella non sono stata mai, dice, e non è vero. Anche carismatica, e materna con i “suoi ragazzi”, noi giovani del manifesto che lavoravamo con un salario pari a quello dei metalmeccanici ma facevamo esperienze professionali e politiche entusiasmanti. Si andava inviati facendosi ospitare in casa dei compagni, facendosi invitare a colazione e pazienza per il pranzo, cena a panini. Ci si faceva prestare le auto da chiunque e si prendevano i treni meno costosi e più faticosi: Crippa, l’amministratore austero che lesinava persino le penne e contava le bobine delle telescriventi, sentenziava spesso: devi partire? Benissimo: con i mezzi tuoi. Fine del discorso. Noi comunisti, dice oggi Rossana, eravamo capaci di far tacere le ragioni della persona davanti alle ragioni di tutti.

Sempre dalla parte del torto? le chiede un polemico Freccero. Sapevamo di stare dalla parte della ragione, ribatte lei, anche se oggi i tempi ci danno torto. Vero. La storia non si fa con i se, ma il Pci non avesse liquidato, insieme a loro, ogni critica all’Unione sovietica, e allo stalinismo, forse oggi il panorama politico sarebbe diverso.

La delusione, infatti, è stata grande, e la delusione uccide la speranza. “Perché un ideale di libertà – dice ancora Rossana – si sia rovesciato nel suo contrario è una risposta che ancora non abbiamo saputo dare”. A chiudere il documentario, uno Charlot d’annata, in “Tempi moderni”. Quello che raccoglie la bandiera rossa caduta da un camion e si ritrova alla testa di un corteo di operai furibondi. Appunto, chi raccoglierà quella bandiera?

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L’azzardo dell’utopia

Comunista uno, socialista l’altro. Nel dialogo che intrecciano Aldo Natoli e Vittorio Foa – quest’ultimo intervistatore, ma interlocutore riflessivo, anche – nel 1994 c’è la ricostruzione di un’epoca, di un dibattito che sarebbe, se i nostri tempi non fossero così sommari, di piena attualità. Pubblicato da Editori riuniti, questo “Dialogo sull’antifascismo il Pci e l’Italia repubblicana” è lo sbobinato di un lungo confronto, durato giorni, tra Natoli e Foa, purtroppo non concluso. Occasione per ripercorrere la storia dell’ultima metà del secolo, dalla lotta antifascista – tutti e due hanno incontrato la classe operaia in prigione o al confino – alla ricostruzione dell’Italia, al boom, al ’68, alla dissoluzione del Pci.

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Anni lunghi ma anche un linguaggio comune. Per Natoli come per Foa la politica è stata servizio, con – ha notato Giovanni De Luna durante la presentazione del libro presso la biblioteca del Senato – “un fortissimo afflato verso la sofferenza degli ultimi. Tra il ’58 e il 68 per entrambi la centralità operaia è un pilastro, il conflitto sociale nei luoghi di produzione la chiave di volta. Cosa è rimasto? Niente, risponde Natoli negli anni 90, quando milioni di comunisti diventano ex. Da qui nasce l’epoca di Renzi, da un vuoto, una mancata consapevolezza lunga vent’anni”.

La storia del Pci sembra subire una sorta di damnatio memoriae, o almeno un giudizio di irrilevanza “Ci sono voluti non comunisti come Vittorio Foa per restituire a questa storia l’ascolto e il rispetto senza i quali non capiamo non solo la sinistra ma tutta l’Italia moderna – scrive Alessandro Portelli – ascoltare queste pagine ci riempie d’orgoglio perché abbiamo avuto tra noi compagni di questa grandezza, di smarrimento (cosa resta senza di loro?), di rimpianto per non averli ascoltati abbastanza, di pena per averli lasciati soli”.

Si interrogano, Natoli e Foa. Le domande non sono scontate, e nemmeno le risposte. Questo pensavo allora, per questo sbagliavo; no, su questo avevamo ragione. Dal patto Hitler-Stalin alla spartizione della Polonia, dall’Ungheria a Praga. Fino alla battaglia contro gli speculatori sul “sacco di Roma”, rimasta un pilastro delle vicende urbanistiche italiane, condotta in solitudine nell’indifferenza del partito e di Togliatti. E poi la rottura con il Pci: “sono un comunista senza partito”, diceva, ed era allora un atto di coraggio, chi ricorda cosa fosse il Pci lo sa.

Un libro che parla al nostro presente, dice Claudio Natoli, che ha curato il libro insieme a Anna Foa. Davanti al vuoto di oggi, all’incapacità di interpretare il mondo e di riprogettarlo, questo modo di interrogare il passato con onestà intellettuale insegna molto. Un po’ come, per altri versi, un diversissimo volume recentemente pubblicato da Einaudi, “Quando si pensava in grande” di Rossana Rossanda. Interviste a testimoni dell’epoca, da Lukacs a Aragon, da Althusser a Sweezy a Allende; gente che ci ha lasciato una grande eredità di pensiero. Tutti, in qualche modo, per ora sconfitti, ma non senza rischiare l’azzardo dell’utopia.