La sindaca Raggi sfratta la Casa delle donne

Le denunce di violenze e molestie sessuali travolgono Hollywood e non solo. I movimenti femministi si organizzano e invadono le piazze del mondo. E che fa nostra provincialissima sindaca di Roma? Minaccia di chiusura la Casa internazionale delle donne di via della Lungara, che da decenni è presidio di pensiero e azione femminista, con i suoi incontri, le iniziative, il centro antiviolenza. Oggi se ne parlerà in una conferenza stampa, lunedì c’è l’assemblea cittadina indetta dalle quaranta associazioni che lavorano alla Casa a cui aderiranno i gruppi che lavorano nel territorio da cui usciranno, è facile immaginarlo, iniziative di lotta con l’hashtag #lacasasiamotutte. La Casa delle donne non può morire strozzata da una burocrazia cieca al valore sociale delle attività che lì hanno sede.
Inutile elencare le benemerenze della Casa delle donne, più utile forse ricordare la storia del Buon Pastore, un edificio del 600 usato allora come carcere femminile per ragazze ribelli. Un rudere abbandonato che riprese vita trent’anni fa, nel 1983, quando venne destinato “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile (Casa della donna, sede dei movimenti femministi)” da una delibera comunale e poi in parte assegnato al Centro Femminista Separatista (CFS), cioè a dieci associazioni femministe che allora occupavano la sede storica di via del Governo Vecchio.
Nel 1987 l’Associazione federativa femminista internazionale (Affi) occupò l’ala seicentesca avviando una trattativa con il comune. Di qui nasce il Progetto Casa internazionale delle donne, sostenuto dal Coordinamento donne elette del Comune di Roma e elencato tra le opere di Roma Capitale, approvato nel 1992. L’iter per la sua realizzazione porta alla Costituzione del Consorzio Casa Internazionale delle donne (oggi Associazione di Promozione Sociale) che sottoscrive con il Comune la convenzione, prevista dalla delibera di assegnazione, per gestire il complesso dell’ex Buon Pastore.


Dunque, nessuna illegalità. Non si tratta di un affitto “di favore” come tanti appartamenti di pregio nel centro storico ceduti a vip o a persone vicine a questo o quel potente, che contrariamente ai luoghi sociali restano indisturbati. Si tratta di un luogo affittato a 9.000 euro e gestito da volontari, senza fini di lucro se non per la manutenzione dell’edificio, che offre servizi sociali e culturali che spetterebbero all’amministrazione di una grande città capitale. E che fa questa, invece? Come già avvenuto per molte realtà – dalla Scuola di musica popolare di Testaccio a Celio Azzurro – gli uffici contabilizzano il valore dell’immobile e del suo affitto a valori di mercato, contabilizzano gli arretrati e intimano con una raccomandata di pagare 833.000 euro entro un mese. Una procedura che prevede, in assenza di risposta positiva, “l’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela”. Insomma, lo sfratto.


Impossibile trovare 833.000 euro in un mese, se almeno non si è speculatori o affaristi. Questo è quel avviene quando la richiesta di legalità si fa ottusa burocrazia. Va ricordato anche che nel 2013, nel corso di una trattativa con la Casa delle donne, il Comune aveva stabilito il valore delle attività che si svolgevano al Buon Pastore pari a 700.000 euro all’anno. Peccato che anche questo percorso sia franato con l’abbattimento della giunta Marino.
E’ singolare che a sfrattare la Casa internazionale delle donne – e con queste brutali modalità – sia la prima sindaca di Roma. Si potrebbe notare che l’avvio della vicenda fu firmato da due sindaci uomini, il democristiano Signorello prima e il socialista Carraro poi, evidentemente più sensibili alle questioni sociali della signora Cinque stelle. Resta da chiedersi se Virginia Raggi proprio non conosce la Casa delle donne e la sua valenza, o se è prigioniera della burocrazia comunale; non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la più grave. Come già avvenuto per altre realtà sociali, l’aratro cieco della burocrazia fa terra bruciata, l’ignavia e l’ignoranza dei nuovi amministratori vi sparge sopra il sale per farne un deserto. Ma i semi di ribellione e resistenza, è sperabile, saranno più forti.

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La rovina del Governo Vecchio

C’era una volta il Governo Vecchio. Negli anni del femminismo ruggente, quel vecchio palazzo era una fucina di incontri e saperi. Accoglieva una radio, una biblioteca, un’università. Una miriade di collettivi aveva aperto il portone di Palazzo Nardini invadendolo di colori e voglia di vita.

Casa della donna e consultorio, seminari, cineforum, autocoscienza, riviste, a volte ostello: tutto autogestito. Murales sui vecchi muri, in quel nobile e antico palazzo sono poche le donne che non sono mai entrate. Fin quando, dopo una lunga trattativa e in cambio del Buon Pastore ristrutturato, nell’84 le donne riconsegnano le chiavi del Governo Vecchio nelle mani del sindaco Vetere che aveva già commissionato a un noto architetto il progetto esecutivo per ospitarvi l’Archivio capitolino.

Tutto bene? Macché. La prima grana è un contenzioso sulla proprietà che alla fine risulta essere dell’Ospedale Santo Spirito e dunque della Regione Lazio; il Comune esce di scena. La giunta Storace, alla guida della Regione, insabbia tutto. Fin quando non c’è un primo allarme: piove dai tetti del palazzo – costruito per ospitare il Governatorato pontificio da Sisto IV. La Regione, intanto, è passata di mano, l’assessore alla cultura Giulia Rodano stanzia 6 milioni di euro per rifare i tetti e iniziare il restauro (siamo nel 2005) e qualche anno più tardi si scopre una fascia di affreschi neogotici nella sala dei banchetto, al piano nobile.

Dunque, che fare di Palazzo Nardini? Tra le proposte quella di riunificare le due branche della Biblioteca Archeologica divisa tra Palazzo Venezia e Collegio Romano. Si apre il dibattito, e intanto cade la giunta Marrazzo. La giunta Polverini, come prima Storace, si disinteressa della questione.

Oggi l’appello del Comitato per la Bellezza (primi firmatari Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda, Vezio De Lucia, Salvatore Settis, Irene Berlingò e moltissimi altri): il Palazzo del Governatore rischia la rovina. “La facciata appare sempre più degradata – è l’allarme – a causa dell’acqua piovana scaricata sugli intonaci dai tubi incompleti delle grondaie e a causa dell’inquinamento che sta sfalfando la pietra del portale. Le finestre appaiono prive di qualunque protezione, persino di un modesto telo di plastica per difendere l’interno dalle piogge battenti”. Possibile che il Ministero dei Beni culturali non possa indire un tavolo di confronto? Possibile che la Regione di Zingaretti si disinteressi di una preziosa proprietà, un immobile storico di pregio e rappresentanza, lasciandolo all’incuria, come Storace e Polverini? Crederlo è difficile, ma sarà necessario se il silenzio continuerà.