Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

Chi comanda in Campidoglio?

Chi comanda in Campidoglio? Mentre Messaggero e Tempo martellano contro la giunta Marino – ogni scusa è buona, dalla pedonalizzazione dei Fori alla vertenza non commendevole sui tempi e sui costi della Metro C – qualche giorno fa, ne ha dato notizia Carte in regola, le commissioni congiunte Urbanistica e Patrimonio hanno riesumato una delibera alemanniana (una di quelle approvate in extremis, prima della fine della legislatura) che era stata bloccata dal Direttore del dipartimento urbanistica in autotutela. Una maggioranza blindata Pdl-Pd (assenti Peciola di Sel e Onorato di Marchini) ha votato invece l’immediata pubblicazione, il via libera all’edificazione di Castel Giudeo che riconosce diritti edificatori in compensazione a Ater e altri proprietari privati. Un’analogo provvedimento era stato rigettato dal Tar qualche mese fa che aveva riconosciuto valida “l’argomentazione del Comune, secondo cui non tutte le volumetrie legittimamente soppresse per una scelta di riduzione delle quantità edilizie da parte dell’Amministrazione sviluppata nelle ultime tre Varianti, possono essere “compensate” senza vanificare le scelte urbanistiche dell’Ente locale”.

Perché? E’ un segnale in netta continuità con la precedente e devastante gestione del territorio a cui il Pd non ha finora offerto giustificazioni pubbliche. Nonostante nel programma di Marino fosse esplicito l’impegno di cancellare e ritirare tutti gli atti dell’amministrazione Alemanno che prevedono nuovo consumo di territorio agricolo.

Inquietante. Con l’assessore all’urbanistica, Giovanni Caudo, si schiera il Comitato per la Bellezza (Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda, Luigi Manconi, Vezio De Lucia, Gaia Pallottino, Paolo Berdini) che ne ricorda “la competenza specifica, il rigore e la chiarezza di visione urbanistica. Egli è oggetto di attacchi continui da parte, non a caso, di organi di stampa legati alla grande impresa immobiliare. Attacchi coi quali si punta chiaramente ad impedire una reale “discontinuità” politica rispetto al passato, in specie rispetto alla Giunta di centrodestra. Circoscrivere invece, il più possibile, i cosiddetti “diritti acquisiti” e quindi l’esercizio dei diritti di “compensazione” in materia di aree fabbricabili residenziali è, a nostro avviso, essenziale se si vuole arrestare la cementificazione dell’Agro romano e, più in generale, il consumo speculativo di suolo e di paesaggio nel Comune di Roma. Intatte devono quindi rimanere le deleghe assessorili di Giovanni Caudo e solido il suo ruolo riformatore nella Giunta Marino”.

Par di capire dunque che quello sciagurato voto bipartisan non sia stato un errore, ma parte di una strategia più complessa. E che i poteri forti, i costruttori romani, non intendano che nell’urbanistica romana “tutto è cambiato perché nulla sia cambiato”. In quel “nulla”, ovviamente, i loro profitti.

L’immagine è un murale di Alice Pasquini

Ragazzi in piazza

Pensate: siete minorenni, vi trovate in un paese straniero, senza adulti come punto di riferimento, senza soldi. Cosa vi succede? Teoricamente i minorenni in Italia sono sotto la tutela dello stato, anche quelli stranieri. Dunque finora venivano affidati a centri di accoglienza. Da due mesi a Roma questa procedura sta cambiando. Il giudice tutelare sta revocando l’affido dei minori ai centri e la revoca delle tutele per la minore età, e i ragazzi vengono convocati per continui controlli dell’età: se non fossero minorenni l’assistenza cesserebbe e loro torneranno in strada.

Singolare la vicenda di due bengalesi. Già in marzo i vigili urbani li avevano portati al Cie di Ponte Galeria, insieme agli adulti. Ma da lì sono usciti rapidamente, riaffidati al centro per minori che li aveva fino allora avuti in tutela. Ma il 13 maggio sono stati riconvocati dai vigili e riportati al Cie. Perché?

Domande senza risposta. Il sospetto è che in piena campagna elettorale gli uomini del Campidoglio che hanno tanto mal gestito la cosa pubblica da aver portato il Comune sull’orlo del dissesto (a detta dell’agenzia di rating Ficht) cerchi anche così di drenare risorse. Mentre nella capitale del Bangladesh le multinazionali occidentali fanno lauti guadagni a spese di lavoratori pagati 37 dollari al mese (recente il crollo di un edificio che ha provocato oltre 1000 morti, tutti operai tessili) nella capitale d’Italia ci si scrolla di ogni responsabilità abbandonando senza risorse i ragazzi, magari in fuga da fame e lavoro minorile. Così alcuni lasciano i centri, temendo di venir portati al Cie, ma correndo tutti i rischi della condizione di clandestinità.

Per questo oggi i circa mille migranti bengalesi dei centri di accoglienza manifesteranno sotto il Parlamento dalle 15. E distribuendo una loro lettera aperta al governo e al Parlamento. Eccone alcuni brani:

Siamo giovani bengalesi, siamo venuti in Italia per vivere la nostra vita meglio. […] Perché in Bangladesh ci sono tanti problemi: problemi politici e economici, non c’è lavoro, non ci sono soldi. Ogni giorno in Bangladesh stanno morendo tante persone. Per questo abbiamo lasciato i nostri genitori e parenti. […] Quando siamo venuti qui abbiamo trovato aiuto. La polizia ci ha raccolto, ci hanno fatto un controllo con il dottore per vedere quanti anni abbiamo. Quando il dottore ha deciso che noi abbiamo meno di 18 anni la polizia ci ha mandato in casa di accoglienza.

[…] Ma adesso il Comune di Roma vuole controllare di nuovo, dice che non siamo più minorenni. Prima ci hanno raccolto, ci hanno controllato con i dottori all’ospedale che hanno deciso che siamo minori. Adesso dicono che le nostre identità sono false. Come è possibile? Tra di noi il Comune ha preso alcuni ragazzi e li hanno mandati a Ponte Galeria. Adesso sono lì, stanno molto male perché quel posto è molto brutto. […]Secondo noi questa non è giustizia.

Tanti ragazzi scappano perché hanno paura […]. Hanno paura di andare a Ponte Galeria. Hanno paura di tornare in Bangladesh. Ma noi non vogliamo scappare dai centri. Perché il Comune fa questo gioco con le nostre vite? […] Noi vogliamo vivere in Italia, imparare l’italiano, lavorare. Vogliamo avere una speranza di vivere”.