Sigilli alla Lidl

E stamattina sono arrivati i sigilli. Via dell’Acqua Bullicante, il nuovissimo discount Lidl è transennato, vuoto il mega parcheggio. A bloccare quell’edificio, questa volta, è la Procura, sequestro penale per due reati, art. 44 del Dpl 380701 e 323 c.p,). Insomma, come i cittadini che si sono mobilitati per tempo, a cantiere appena iniziato, c’era qualcosa che non andava in quella concessione edilizia.

Certo, Lidl è potente. La multinazionale tedesca sta avanzando a larghi passi su Roma. E’ sponsor della nazionale di calcio, gode buona stampa in Italia (in Germania però è stata pesantemente contestata per l’organizzazione interna e la gestione del lavoro: in “Germania anni dieci. Faccia a faccia con il mondo del lavoro” Günter Wallraff racconta come si lavora in un’azienda che lavora esclusivamente per Lidl).

Intanto è chiuso il nuovo capannone, a cui sono stati sacrificati gli alberi che ombreggiavano la strada: anche per questo sabato scorso, a contestare l’apertura dello stabilimento, un gruppo di cittadini con le sagome di alberi si è presentato a volantinare davanti all’ingresso. Ricordate la profezia delle Streghe del Macbeth? “Macbeth non sarà vinto / fino a quando di Birnam la foresta / non moverà verso il colle di Dùnsinane / contro di lui”.

Macbeth-Lidl non è ancora vinto, ma c’è del marcio in Danimarca. Il fatto è che la licenza per quella costruzione, che cementifica e impermeabilizza un’altra preziosa porzione di verde, dovrebbe essere vincolata, a stare al testo che stende una protezione paesaggistica sul comprensorio Ad duas lauros. Ma l’attuale funzionaria della soprintendenza garantisce che no, l’area è libera da vincoli, ma nega a cittadini e associazioni come Italia nostra l’accesso alle relazioni archeologiche. Si sa infatti che durante gli scavi del cantiere sono stati ritrovati vie e selciati, grotte e ipogei.

In più, il Piano Casa utilizzato per ottenere la concessione e il cambio di destinazione d’uso da artigianale a commerciale prevede che tutte le attività dovrebbero essere cessate entro il 2010, invece si ha notizia di alcune attività ancora attive nel 2014.

Tenacemente cocciutamente i cittadini hanno protestato, si sono appellati a Comune, Municipio, Regione; presentato esposti in Procura e al Tar per chiedere intanto la sospensione dei lavori; fatto picchetti all’alba per impedire l’ingresso delle macchine pesanti; organizzato manifestazioni e cortei per il quartiere, molto partecipato quello del 19 dicembre. A supermercato inaugurato infine l’ultima protesta: qui c’erano alberi, ora c’è cemento e Co2.

chiusura1.jpg

Torpignattara è un quartiere dove le centraline del monitoraggio atmosferico sfornano dati sempre più allarmanti, e via dell’Acqua Bulicante mette in collegamento Casilino e Prenestino, due zone con la densità abitativa più alta. Quel pezzetto di verde avrebbe potuto essere un parco, un campo giochi, un campo di bocce, una palestra all’aperto in una zona dove l’arrivo della metropolitana C ha trasformato le poche piazze verdi in spianate di asfalto e travertino. Un posto per bambini, ragazzi, anziani, donne. Persone, non merci.

Il comitato “No cemento a Roma est” intanto fa notare che “E’ inaccettabile che un privato possa costruire un’opera di simili dimensioni senza alcun rispetto per la tutela della salute degli abitanti e le regole urbanistiche ed altrettanto inaccettabile che cittadini e realtà territoriali siano stati ripetutamente e sistematicamente ignorati e dileggiati dalle istituzioni competenti, e lasciati soli a fronteggiare arroganza e provocazioni degli speculatori nei presidi che quotidianamente hanno organizzato per tutelare il verde e la salute nel quartiere”. E invita a un’assemblea pubblica davanti alla Lidl, venerdì alle 18, con “Berta Caceres nel cuore”, la militante pro-foreste uccisa nei giorni scorsi in Honduras.

Annunci

Lidl, storia di una lotta

E’ cominciata così. Il taglio degli alberi che ha eliminato una quinta di verde su via di Acqua Bullicante indigna la gente di Torpignattara. Via gli alberi, ma perché? Per giorni su quel cancello non è comparso il cartello che annunciava lavori, cosa succedesse nella antica zona artigianale è stato un mistero. Svelato dopo un po’ a cantiere già avviato; si stava costruendo l’ennesimo supermercato in un quartiere densissimamente popolato e già zeppo di discount e supermarket, circondato da un a landa di parcheggi. “Lidl taglia gli alberi” è stato il primo slogan che ha unificato un gruppo di associazioni e singoli attorno a questa vicenda. Si decide, dopo una sequenza fitta di assemblee in piazza, di fare un presidio davanti al cancello del cantiere. Era maggio, siamo arrivati a dicembre.

lidl44

Elogio del picchetto. Così, organizzati in mailing list, i no-Lidl hanno cominciato a presentarsi davanti al cancello, bloccando i mezzi pesanti che venivano ad abbattere i capannoni preesistenti e a scassare il terreno. Un duro braccio di ferro, soprattutto quando i conduttori dei mezzi hanno cercato di forzare il presidio per entrare, invano. Intanto chi volantinava contro quel cantiere ha cominciato a conoscersi, sono nati rapporti di fiducia e collaborazione, si è creato un piccolo gruppo di indagine sulla vicenda amministrativa che aveva reso possibile la licenza.

lidl3

La zona, innanzitutto: a rigor del decreto di istituzione del vincolo archeologico-paesaggistico “Ad duas lauros”, quel terreno rientrava nella zona da proteggere. Ma i disegni accompagnatori ne prevedevano solo per metà la tutela, ma pur sempre tutela. Dunque, come è possibile che i funzionari incaricati della vicenda abbiano assentito all’edificazione?

Poi il piano casa, utilizzato per commutare in commerciale i metri cubi prima artigianali. Già, ma – come esplicitavano i precetti della regione Lazio, inviati alla conferenza dei servizi – con alcune prescrizioni ineludibili. Ad esempio il fatto che i condoni fossero stati perfezionati prima di una certa data, e che le imprese avessero dismetto le attività prima del 2010. Non è così: almeno due artigiani hanno chiuso i battenti alla fine del 2014, e i condoni sono stati perfezionati, certo per caso, tutti nella stessa data, anche qui la fine di quell’anno. La Regione detta le prescrizioni, nella seconda seduta della conferenza dei servizi nessuno si accerta che le prescrizioni siano rispettata e la licenza viene data.

Piccolo mistero, ma significativo: perché l’assessorato al commercio del comune di Roma possa rilasciare una licenza edilizia che competerebbe all’assessorato all’urbanistica? La lunga scia del piano casa della giunta Polverini ancor oggi diffonde veleni.

Legalità a doppia velocità. Il coordinamento “No cemento a Roma est” ha cominciato a indagare sul serio, a denunciare, ad alzare la voce. Va al Suap, l’ufficio che ha rilasciato la concessione edilizia, all’assessorato al commercio. All’assessorato all’Urbanista, in Campidoglio, al Municipio, al Tar, in pretura. Che ci sia qualcosa che non andava è così chiaro che il presidente del Municipio, Palmieri, fa un’ordinanza di sospensione dei lavoro, ormai in luglio. Ma viene trascinato davanti al Tar con una mega richiesta di risarcimento, e dunque annulla l’ordinanza. I picchetti riprendono, si monitora a distanza le cave che si aprono, le strade antiche che riemergono.

lidl2

Il Comune intanto è in preda delle note vicende concluse con le dimissioni del sindaco Marino e il conseguente commissariamento. Ci penserà il commissario, si illudono i no-Lidl: è un prefetto, difende la legalità, qui la vicenda è più che discutibile, vedrete che sospenderà il cantiere e si faranno gli accertamenti. Macché: gli accertamenti si sono ridotti a una richiesta ai funzionari protagonisti della concessione: oste, il vino è buono?

Priorità delle priorità, il Giubileo. Poi i centurioni, l’Atac e i risciò. Per il resto non c’è tempo, nemmeno se bisogna tutelare il territorio, nemmeno se i comitati incalzano. Eppure per lui e i suoi la vicenda Lidl è troppo piccola per curarsene. E la frase che riferisce il Corriere della sera di oggi – «Io intendo il mio impegno al servizio dei romani come responsabilità. Un sistema funziona se si rispettano le regole. La legalità non è un concetto astratto, legalità è democrazia» suona come una beffa. Anche per i commissari venuti da fuori è valida la parola d’ordine che uccide il servizio pubblico, non solo in comune: “chi si prende la responsabilità?”

Che fare? Intanto non si molla. E’ necessario continuare a sognare. Pensare in che modo risarcire il quartiere di questa nuova costruzione, del taglio degli alberi, di un prevedibile affollamento di auto che peggioreranno i dati già pesanti dell’inquinamento dell’aria. Continuare a sognare, a vigilare, a dire che chi ci abita ha diritto di parola. Questo ha detto l’affollato corteo di sabato scorso, e l’assemblea tenuta davanti al cantiere, con relativo stop del traffico: basta auto, no cemento, no Lidl. Così anche la vecchia canzone di Celentano, “Il ragazzo della via Gluck, ” usato come colonna sonora, ha acquistato un nuovo senso di rivendicazione.

Accettare la condanna del cemento non è obbligatorio. A dimostrarlo la storia del Parco delle Energie, nell’ex Snia Viscosa, oggi un parco pubblico ricco di attività, ieri discarica abbandonata. E la storia del lago ex Snia, nato dall’ansia predatoria di un palazzinaro – lì era Auchan la meta finale – che ha rotto la falda acquifera prima e il collettore poi. Per anni il lago è rimasto isolato, è diventsto meta di uccelli, habitat di ricci e volpi, ci sono persino i pesci. Intanto una bella fetta di parco è stata strappata alla speculazione, presto – commissariamento permettendo – si arriverà all’apertura. Se la mano pubblica si disinteresserà ancora della questione, toccherà alla mano comune, il comitato del parco, farsene carico. Perché, chi ci abita lo sa, il verde in questo spicchio di Roma è prezioso: per la salute, per la natura, per la bellezza. Perché sognare si può, si deve. Proibirlo è impossibile.

Il mistero buffo del discount

E’ davvero un mistero la vicenda della costruzione del supermercato Lidl in via di Acqua Bullicante. Un mistero con tanti protagonisti. E, come nei canovacci del teatro italiano, non tutti commendevoli.

Iniziamo dai “buoni”: una serie di associazioni e comitati che si sono ritrovati insieme a difendere il loro quartiere, cementificato fino all’inverosimile e soffocato da smog e polveri sottili. “No cemento a Roma est” ha picchettato e bloccato il cantiere in agosto, dopo l’abbattimento di molti alberi, primo atto della costruzione del nuovo supermercato, in una zona che già ne conta una trentina di supermercati: si sa, è una zona molto affollata. Il gigante tedesco del discount si serve di una mano italiana, la Immobiliare Bullicante srl che ha acquisito l’area e intende costruire per poi vendere l’edificio chiavi in mano ai tedeschi.

Ma ci sono molti altri attori di questa vicenda che buoni non sono, o almeno hanno avuto atteggiamenti ambigui. Bene ha fatto, ad esempio, il presidente del Municipio Palmieri, quando ha emesso un’ordinanza che ad agosto ha bloccato i lavori; male ha fatto a ritirarla, dopo un ricorso al Tar della ditta con ingente richiesta di danni. Perché spaventarsi? Se l’ordinanza in autotutela era ben fatta, chi avrebbe dovuto tutelare i cittadini, se non l’amministrazione pubblica?

Poi c’è la soprintendenza archeologica. In quel quadrante c’è il grande vincolo archeologico e paesaggistico “Ad duas lauros” che protegge emergenze antiche ma anche un prezioso paesaggio verde. Voluto con forza dall’allora soprintendente Adriano La Regina, ora si vuol eroderlo, pian piano. E la Soprintendenza partecipa al lavorio. Ecco: l’area Lidl fa parte della zona coperta da vincolo? La soprintendenza, a firma dell’architetto Francesco Prosperetti e della responsabile del procedimento Lidl, Anna Buccellato, sostiene che quell’area è fuori dal vincolo. Ma quando i comitati, carte alla mano, hanno mostrato che il testo del vincolo comprende quell’area, ecco la dottoressa Buccellato dire che quel che conta è la mappa. Una mappa sbagliata, che dava per costruita una strada inesistente, via san Vito Romano, che avrebbe dovuto proseguire via Luchino dal Verme tagliando a metà l’area Lidl. Via san Vito romano è invece il nome della via privata che la costeggia. Nel primo caso tutelata sarebbe metà dell’area, nel secondo tutta. Come è noto, quel che conta nel caso di perimetri dei vincoli, è il testo scritto, non la mappa, come ricorda anche una recente sentenza del Consiglio di stato. Ma non per la soprintendenza di Roma, che invece si è affrettata a chiedere al Ministero, alla Regione e al Comune di tenere in considerazione solo la mappa, e di modificare il testo del vincolo. Insomma, a sbagliare sarebbe stato il redattore del testo del vincolo, la soprintendenza di ieri, non chi ha dato i permessi a costruire, la soprintendenza di oggi, che sostiene di tutelare al meglio storia e natura. Dal cantiere emergono cunicoli e voragini, archi e ambienti ipogei, alcuni in cocciopesto, ma intanto le ruspe sono andate avanti.

Ancora. Ecco il Suap, lo sportello unico per le attività produttive. E’ qui che viene rilasciata la licenza per la Lidl. Difficile ottenere accesso agli atti, ma il comitato – che comunque ricorda come manchi il nulla osta della soprintendenza paesaggistica – ci prova, passo dopo passo. L’ultima richiesta è stata la più sfortunata: l’atto era la verifica delle particelle e date di dismissione delle attività industriali e del condono, indispensabile prescrizione della Regione in Conferenza dei servizi. Aspetta dieci giorni, poi altri dieci, poi – siano oltre il mese di attesa – il funzionario è cambiato il nuovo non sa… fino ieri. Colpo di scena: l’atto non c’è, si sono sentiti dire i rappresentanti del comitato. Nessuno, se non i cittadini, si è data la pena di verificare. La concessione è stata firmata senza ottemperare alla prescrizione, dunque va sospesa.

Possibile sostenere che nessuno sapesse, all’assessorato al commercio? Difficile iscrivere tra i buoni chi ha fatto cortina fumogena su un’irregolarità del genere. Perché l’ha fatto? In nome di quale interesse? Non certo di quello degli abitanti della zona.

Prima o poi, insegna la commedia dell’arte, i drammi si sciolgono. I misteri si svelano, i protagonisti si ravvedono, arrivano gli applausi finali. Ma qui non c’è niente da ridere, ed è difficile applaudire capocomico e compagnia. A meno che, alla fine non si arrivi davvero a fermare il cantiere, e ad avviare un parco pubblico. La Lidl, se non vuol rischiare anche il boicottaggio attivo delle filiali romane, e non solo, farebbe meglio a cambiare strada. Un discount di meno, un parco in più: lo sfregio al quartiere e alle regole, quegli alberi tagliati, meritano un risarcimento.

Chi è capace di sognare?

Qual è il futuro di Roma? Pochi se lo domandano. Certo non i politici, decisi a bordeggiare con vele ridotte e lo sguardo corto. Certo non gli intellettuali, che guardano più ai politici che alla società. Si muovono molte cose a Roma, ci sono fermenti – anche potenti – di nuovo. Ma spesso quei movimenti – colti, sapienti e energici – sono concentrati su obiettivi locali o parziali più che verso l’orizzonte della città.

Chi se ne occupa di Roma? Anzi: chi vuol bene a Roma? E’ vero, la stagione alemanniana ha corrotto l’amministrazione e la cosa pubblica per farne utilità di pochi, scarsissima la resistenza. E’ vero, la stagione berlusconiana ci ha abituato alla filosofia della delega e dell’uomo solo al comando, che il renzismo incarna benissimo. L’incapacità di combattere, di costruire un’alleanza contro la destra è una febbriciattola che ci tiriamo ancora appresso, nonostante siamo passati ormai anni, che ci lascia come spossati.

Eppure ci sarebbe di che riflettere. Il sindaco Marino ha annunciato sorridente che i prossimi restauri dei Fori imperiali saranno a spese di un magnate uzbeko: lo stato italiano non investe affatto. Il sito ufficiale dei Fori (http://www.capitolium.org/italiano.htm) è semiabbandonato, il capitolo news è fermo al 2009. E la pedonalizzazione dei Fori – tra gli obiettivi preelettorali dell’allora candidato Marino – si limita per ora a un’operazione di traffico. Forse il sindaco proprio a questo pensava, alle norme per la chiusura al traffico.

Non è questa la pedonalizzazione che ci vuole. Giustissimo chiudere al traffico, ma la pedonalizzazione dei Fori è un progetto antico che guarda lontano, molto più lontano del breve tempo di una sindacatura. Ed è questo il problema forse. Andiamo con ordine.

Il Progetto Fori è una iniziativa complessa che intende rimettere al centro di Roma il suo cuore antico, facendone un pezzo di città non musealizzata ma vissuta, conosciuta, amata, parte del paesaggio sentimentale di cittadini e turisti. Un luogo che abbia l’impatto del Partenone senza il suo isolamento. Un luogo pubblico che faccia capire la città antica e presagire quella che verrà. Per farlo, è ovvio, bisogna cancellare lo stradone littorio che trancia i fori stravolgendone l’assetto, grazie al quel Mussolini urbanista che cianciava di romanità senza capirla o, meglio, solo per farne sfondo al suo potere. E non si tratta solo dei Fori, ma del Colosseo, del Campidoglio, del Colle Oppio e della Domus Aurea, del Palatino e del Circo Massimo fino a collegarsi all’Appia antica: una meraviglia. Un sogno antico che iniziò con i sindaci Argan e Petroselli.

Bene. Chi ne parla? Chi chiama a consulto urbanisti, archeologi, ambientalisti, architetti, disegnatori di giardini per discutere cosa fare di questa preziosissima e trascurata area? Non cì+ più Antonio Cederna, che tanto si è speso negli anni 80-90. Non c’è più Italo Insolera, che con il suo megafono guidava le visite popolari ai Fori, immaginando e affascinando studenti e pensionati. C’è ancora, però, chi ha vissuto quell’epoca. Qualche giorno fa Adriano La Regina – allora soprintendente archeologico, che lanciò l’allarme sul marmi distrutti dallo smog – ha ripreso le fila del dibattito, ha lanciato proposte dal prestigioso palco dell’associazione Bianchi Bandinelli. Qualcuno ha ripreso il discorso, qualcuno ha polemizzato? Macché. Silenzio assordante.

Dove sono le associazioni ambientaliste? Dov’è Italia nostra e Legambiente? Dove sono gli intellettuali, i direttori di giornale, i maetre à penser? Ehi, dico a voi. C’è ancora qualcuno che pensa a Roma, al suo destino, suo futuro? C’è ancora qualcuno capace di sognare?

I Grifoni di Ascoli Satriano

Cuore della storia d’Europa, l’Italia nasconde mille tesori, molti sconosciuti agli stessi italiani. Bene quindi che alcuni vengano valorizzati, magari con la scelta di presentarli all’Expò 2015 di Milano, peccato per quelle sponsorizzazioni spurie e per il velo sulle condizioni di lavoro e di produzione nell’agricoltura.

Nel Padiglione “Orgoglio Italia” ci saranno anche i Grifoni di Ascoli Satriano, meravigliosi marmi policromi datati 325-300 avanti Cristo, che adornavano una tomba dauna, insieme a un gran bacile che mostra ancora le Nereidi dipinte, avvolte in manti violetti, che portano a Achille su cavalli marini il dono della madre Teti, un’armatura impenetrabile. A sud ovest di Foggia, Ascoli Satriano fu un centro preromano; qui Pirro ebbe la sua vittoria proverbialmente effimera. Del periodo dauno offre diverse testimonianze, tra cui il parco archeologico recentemente scavato in zona Faragola.

I Grifoni, dunque. Si tratta di un Trapezophoros, un sostegno di trave ornato con una coppia di grifoni che sbranano un cerbiatto, con una storia che tutti i ragazzi dovrebbero studiare a scuola. La racconta il video “I grifoni di Ascoli Satriano – Policromie del Sublime” di Antonio Fortarezza (qui il link) che ne mostra nei dettagli la meravigliosa fattura, il colore, il significato. E, con la voce di Giuliano Volpe, la storia di una rapina con un insolito epilogo.

Che i museo del mondo siano pieni di reperti italiani è difficile negalo. E difficile contestare, anche, quel possesso: la storia dell’arte, come la storia degli uomini, è storia di movimenti e relazioni. Anche i romani rapinarono tesori artistici, prima che preziosi reperti romani venissero rapinati (e, a volte, salvati: dei marmi del Colosseo se ne facevano calce, un tempo).

Ma la storia dei Grifoni è diversa. La tomba che adornavano, insieme ad altri marmi dipinti, fu scoperta da un famoso tombarolo, Sabino Berardi. Troppo grande per essere trasportata in una sola auto, l’opera fu spezzata, caricata in diverse auto dirette in Svizzera. Una fu intercettata, i pezzi di marmo furono sequestrati e a lungo conservati in un magazzino della soprintendenza. Gli altri arrivano a Ginevra, presso un trafficante di antichità, Giacomo Medici. Che vende, tramite intermediari, i pezzi principali al Getty Museum dove restano a lungo esposti. Fin quando il tombarolo si pente, confessa ai Carabinieri il furto, vengono riaperte le casse dei reperti sequestrati, parte una denuncia al Getty Museum, si trovano prove inoppugnabili. Proprio quelle che, negli scavi illegali, è così difficile trovare.

Dopo una lunga trattativa, i Grifoni tornano in Italia. Prima l’esposizione d’onore al Quirinale e a Palazzo Massimo di Roma, poi di nuovo ad Ascoli Satriano, infine l’Expo. Con la speranza che si capisca quanto danno possono fare gli scavi illegali, che slegano dal contesto i manufatti e li rendono illeggibili e incomprensibili: non sempre i tombaroli si pentono, non sempre i musei stranieri restituiscono. Con la speranza che i marmi, patrimonio di tutti gli italiani, venga conosciuto e ammirato. Con la speranza che i pugliesi soprattutto si innamorino e difendano un pezzo prezioso della loro (e nostra) storia.

Il fascino della Medusa

Della Tomba della Medusa ho parlato in un precedente post (eccolo qui) che ha aperto anche un interessante dibattito sul un altro blog, Lettere meridiane, di cui va ringraziato Geppe Inserra. Sabato 17 gennaio a Foggia di questo si parlerà. Della Tomba della Medusa, della ricchezza dimenticata nel foggiano, del che fare. Grazie a un altro foggiano, Antonio Fortarezza, emigrato al nord, che ha lasciato qui un pezzo del suo cuore dauno, e lo viene a trovare spesso.

All’auditorium S. Chiara a Foggia (una chiesa barocca recuperata come luogo di incontri e eventi culturali, sede della Fondazione Apulia Felix)  ecco la proiezione di due filmati video di Antonio Fortarezza, “La Tomba della Medusa” (qui il link) e il nuovissimo “Erdonia” (visibile qui).

lucandina

Moderati da Geppe Inserra, il dibattito è animato da Giuliano Volpe, che oltre ad essere presidente della Fondazione Apulia Felix è anche presidente del consiglio superiore del Ministero dei beni culturali), Gloria Fazia direttrice del Museo civico, Saverio Russo presidente della Fondazione Banca del Monte, Luigi La Rocca soprintendente archeologico della Puglia. E’ probabile che la discussione sia densa e produttiva.

Anche perché le immagini di Antonio Fortarezza sono suggestive. Raccontano questi due luoghi pieni di storia – e la fanno raccontare da testimoni eccellenti – ma suggeriscono, anche, l’incontro tra i due paesaggi, quello di ieri, quello di oggi. Meglio di qualsiasi ricostruzione virtuale “mostrano” la città, il monumento sepolcrale, evocando quel che non c’è più: il colonnato, le terme affollate, il macellum, il corteo funebre. Non sono solo documentari, quelli di Antonio Fortarezza: c’è un di più: che rende preziosa la memoria, e dunque la salvaguardia, lo studio, la necessità del riappropriarsi collettivo della testimonianza viva di sassi, prati e paesaggi. Così vitali, così fecondi.

La Roma di sotto, la Roma di sopra

Chi vuol bene a Roma? Pochini, si direbbe. La commissione ministeriale per la sistemazione del Fori ha lavorato e ha licenziato un lungo documento. Su cui ci sarebbe un dibattito. Ci sarebbe: per ora non c’è.

Che è avvenuto? Qualche giorno dopo la pubblicazione della relazione finale della commissione, l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo intervistato da la Repubblica ha detto: per il Comune la via dei Fori imperiali va cancellata. Gli ha ribattuto il presidente della commissione Giuliano Volpe, anche lui intervistato da Repubblica: l’assessore ha equivocato, la commissione non è affatto per la cancellazione della via. Perché il paesaggio è ormai storicizzato, perché i livelli archeologici renderebbero difficile l’attraversamento di pedoni e mezzi di trasporto pubblico, per leggeri che siano.

Quest’ultima osservazione è facilmente scavalcabile: la commissione non se ne è occupata, la tecnologia potrebbe aiutare, prima di dire che non è possibile bisogna studiare il problema da tutti i punti di vista, archeologico paesaggistico e trasportistico. Quanto alla prima obiezione: i Fori imperiali sarebbero un po’ più storicizzati dello stradone voluto da Mussolini meno di cent’anni fa. Il fatto è che per immaginare come sarebbero i Fori una volta riportati alla luce – e all’interezza, senza quello stradone che li taglia – bisogna fare un bell’esercizio di fantasia. Anche per gli appassionati rileggere il Foro di Cesare, seguirne l’andamento, è cosa complessa, figurarsi per i visitatori o i turisti. Immaginate: grandi piazze, vaste ognuna come piazza Navona, con l’anastilosi di colonne e edifici quando sia ragionevole, alberi e verde. Così da rendere quel luogo meraviglioso, unico al mondo, piacevole per passeggiare, fermarsi, leggere un libro o un giornale, portare i bambini a giocare.

Ci sono anche buone cose nel testo della commissione, ad esempio l’inserimento nell’area archeologica centrale di Palazzo Rivaldi, Colle Oppio, il Campidoglio, via dei Cerchi, Palazzo Tiberi, Tor de’ Conti, Teatro di Marcello, Circo Massimo. O l’idea di una legge per Roma adeguatamente finanziata che organicamente definisca priorità, competenze, strategie. Ottime cose, ma inutili se non si ha il coraggio di scelte alte.

Nella commissione, è evidente, qualche dissenso c’è stato. Adriano La Regina, ex soprintendente archeologico di Roma, ha ricordato il progetto Benevolo-Scoppola, ha ribadito che è difficile senza eliminare la strada fascista inserire i Fori nel tessuto vivo della città. Ed è questo il punto.

La scommessa, questa invece condivisa dall’intera commissione, è quella di pensare ai Fori come ad uno straordinario pezzo di città, non recintato e protetto se non per alcuni più delicati segmenti, affidandolo alla responsabilità collettiva (e alle nuove tecnologie). Come farlo, se la zona rimane attraversata da uno stradone?

Ci vorrebbe un dibattito: Se fosse ancora con noi Antonio Cederna sarebbe lui – che ha tanto studiato quell’area e i suoi sventramenti in “Mussolini urbanista“ – a impugnare la bandiera dell’abbattimento, seguito dal meglio delle associazioni ambientaliste e di tutela. Se ci fosse Italo Insolera, prezioso storico e urbanista che a Roma ha dedicato una vita, non avrebbe dubbi: il vincolo storico sulla via, improvvidamente messo qualche anno, va rimosso. Se avessimo uomini di cultura coraggiosi il dibattito ci sarebbe e prenderebbero la parola anche i non addetti ai lavori. Finora l’hanno fatto in pochi, troppo pochi. Vezio De Lucia, urbanista, che giudica gravissima la scelta della commissione che rinnega il progetto Fori degli anni ’80, il fervore che lo accompagnò, la capacità di immaginazione e desiderio che seppe suscitare non solo negli specialisti ma in tutto il popolo di Roma. E Paolo Berdini, che non si capacita come la commissione possa aver accantonato il progetto Benevolo-Scoppola pur ammettendo che si tratta del migliore studio e della migliore proposta esistente.

E’ dunque doppiamente coraggioso l’assessore Caudo: “Il Progetto Fori è una scelta politica – ha detto recentemente – quale città vogliamo? Quella di un prezioso e inimitabile patrimonio storico ancora in parte celato o quella della strada che ci passa sopra? La commissione su questo è stata ambigua, ma il Comune deve fare scelte chiare e precise. E privilegiare la Roma di sotto, non quella di sopra”.