La signora del manifesto

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato oggi al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni  dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”. Quindi di politica si è occupata lei, e con decisione. Partigiana e ribelle, poi l’impegno nel partito, totale. “Volevo il comunismo, la fine dell’ingiustizia, la differenza tra chi può molto e chi niente. Non è accettabile vedere persone che muoiono di fame, che non riescono neanche a pensare a sé tanto sono oppressi. E’ inaccettabile che vengano a morire sulle nostre coste”. Ingiustizie che, purtroppo, durano ancora. E forse oggi sono più dure.

Dunque, un fallimento la sua vita? Ultranovantenne, Rossana fa un bilancio impietoso: l’avventura partita impetuosamente nel ’68, la classe operaia all’attacco e l’impronta libertaria di quegli anni, oggi ha perduto forza, sembra esaurita. La possibilità che il mondo cambiasse radicalmente c’era, allora; oggi sembra oltre l’orizzonte. E poiché è difficile pensarsi oltre l’arco della propria vita, sì, Rossana fa i conti con il suo fallimento e quello di quella generazione.

Sconfitta certo, non arresa. Mai arresa.

L’ingiustizia è aumentata, è diminuita la forza con cui la si combatte. Però, ammonisce materna, “Mai rinunciare alla ragione, alla libertà. Mai rinunciare a combattere i condizionamenti materiali della libertà”. Il crocicchio da cui non si torna indietro, invece, è la questione femminile, il femminismo. Il prendere la parola sul patriarcato: ogni uomo, individualmente preso, pensa di non essere patriarcale e dunque che la questione non lo riguardi: ancora aspettiamo una parola maschile sul patriarcato. Anche l’incontro con il femminismo però non fu senza frizioni: ci guardavamo con diffidenza, dice.

 

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Il film di Mara Chiaretti (amica da quarant’anni di Rossana, documentarista e gallerista) con un accurato montaggio e una ampia scelta di documentazione fotografica racconta anche le sue frequentazioni, l’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, l’incontro con Castro a cui cucinò la pasta al pomodoro in una cucina da campo, la fuga notturna per Praga con Pier Paolo Pasolini, innamoratissimo di un chitarrista. Poi c’è la vita privata: le foto di una bella ragazza giovanissima sdraiata sulla spiaggia, la forza dell’amore per il mare e l’acqua. Della passione per la terra, gli alberi e le rose parla invece il lussureggiante giardino su cui affaccia la casa parigina di Rossana, e i vasi colmi di fiori recisi che accompagnano gli incontri con i suoi interlocutori. Della sua eleganza, affatto artefatta ma molto invidiata, parla lei stessa, che sfilò sulla Piazza Rossa (era un viaggio ufficiale della delegazione italiana dopo la guerra) con un abitino simil-Dior, il collo a barchetta, fatto da una sartina. Tanto colpì un alto militare sovietico che le diede un astrakan grigio per completarlo.

Bella non sono stata mai, dice, e non è vero. Anche carismatica, e materna con i “suoi ragazzi”, noi giovani del manifesto che lavoravamo con un salario pari a quello dei metalmeccanici ma facevamo esperienze professionali e politiche entusiasmanti. Si andava inviati facendosi ospitare in casa dei compagni, facendosi invitare a colazione e pazienza per il pranzo, cena a panini. Ci si faceva prestare le auto da chiunque e si prendevano i treni meno costosi e più faticosi: Crippa, l’amministratore austero che lesinava persino le penne e contava le bobine delle telescriventi, sentenziava spesso: devi partire? Benissimo: con i mezzi tuoi. Fine del discorso. Noi comunisti, dice oggi Rossana, eravamo capaci di far tacere le ragioni della persona davanti alle ragioni di tutti.

Sempre dalla parte del torto? le chiede un polemico Freccero. Sapevamo di stare dalla parte della ragione, ribatte lei, anche se oggi i tempi ci danno torto. Vero. La storia non si fa con i se, ma il Pci non avesse liquidato, insieme a loro, ogni critica all’Unione sovietica, e allo stalinismo, forse oggi il panorama politico sarebbe diverso.

La delusione, infatti, è stata grande, e la delusione uccide la speranza. “Perché un ideale di libertà – dice ancora Rossana – si sia rovesciato nel suo contrario è una risposta che ancora non abbiamo saputo dare”. A chiudere il documentario, uno Charlot d’annata, in “Tempi moderni”. Quello che raccoglie la bandiera rossa caduta da un camion e si ritrova alla testa di un corteo di operai furibondi. Appunto, chi raccoglierà quella bandiera?

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Orte, un tesoro sotto i piedi

Non capita spesso di ammirare (quasi intatto) un sistema idrico archeologico. Orte, abbarbicata sulla sua rupe di tufo, ce l’ha. I cunicoli scavati nella roccia dagli etruschi prima, poi dai romani e nel medioevo, portavano l’acqua dalle sorgenti delle Grazie attraverso duemila metri scavati nella roccia friabile e spugnosa del luogo, fino alla Fontana ipogea in piazza della Libertà. Ipogea oggi: in epoca romana probabilmente era a livello della piazza, come mostrano le vie e i resti conservati ai piedi della gradinata della chiesta.

Di qui si entra per una visita guidata lunga 280 metri. Ma se i cunicoli, usati anche dopo il medioevo come luoghi di produzione o cantine, fossero ripuliti da calcinacci e rifiuti, si passeggerebbe sotto tutto il centro storico: eccetto un punto dove, durante i lavori della metanizzazione, la macchina scavatrice sprofondò dopo aver intercettato un cunicolo. E si pensò improvvidamente di riempire con una valanga di cemento compresso il vuoto inaspettato. Possibile non ci fosse un sistema meno devastante?

Quel che si visita per ora, grazie ai volontari dell’associazione culturale “Veramente Orte” (per informazioni e prenotazioni 071/404357, visitaorte@gmail.com) è già molto affascinante, chissà che non si riesca a rendere praticabile tutto il percorso.

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Un acquedotto vero, scavato nella roccia e manutenuto con accuratezza, abbassando il livello dei condotti quando l’acqua scemava, aprendo vie di fuga in caso di piene. Gli operai scendevano da pozzi grazie agli incavi sul muro, quasi una scala, e operavano con attenzione: l’acqua è vita, senza acqua la città, ricca di orti e giardini, sarebbe finita Più tardi le cisterne, le sale, i percorsi sarebbero stati usati per fare il vino (nell’ipogeo del Vascellaro lo testimonia la vasca in cui buttavano l’uva dall’alto, la pigiavano e il mosto confluiva poi in un pozzetto accanto, pronto per il tino) per allevare prelibati piccioni (nella colombaia rupestre) per ospitare i grandi telai per la lana (ancora nella colombaia) per conservare il grano (nel Pozzo di cocciopesto).

Singolare la vicenda del Pozzo di neve, sotto l’Ospedale: un frigorifero naturale, ottenuto pigiando in inverno la neve dei Monti Cimini in una struttura cilindrica chiusa per conservare medicamenti e erbe, con scivolo per il passaggio delle botti con il ghiaccio e scritta datata 1891, anno del restauro, con committente, realizzatore e destinazione d’uso della camera ipogea.

Difficile non pensare, chinandosi per passare nei cunicoli, quanto fossero faticose anche le più semplici necessità della vita, quanta cura per il bene comune avessero etruschi, romani e poi i vari podestà. Sarebbe bello se il comune di Orte, oltre a consentire il recupero e la gestione dei percorsi già liberati dai volontari, avviasse il ripristino di tutto il percorso. Sì, magari anche di quello ostruito dal frettoloso cemento della metanizzazione.

Bisognerebbe forse avere più coraggio, rivendicare il passato e dimenticare le piccole beghe – il diritto di passaggio qui, l’uso della cantina lì, la piccola rivendicazione meschina: come l’accesso al Ninfeo romano, pezzo di pregio, negato dai proprietari di un giardino – per sentirsi orgogliosi, tutti insieme, di una ricchezza che divisa non ha senso, unita racconta una storia di cura e sapienza da cui abbiamo molto da imparare.

L’eredità di Maria Baccante

Una cascata di ricci neri, la bocca forte ben disegnata da un rossetto rosso. La foto di Maria Baccante ce la restituisce così, una donna decisa, che guarda lontano. A Maria Baccante è intitolato il centro di documentazione territoriale Maria Baccante, ospitato insieme all’archivio Viscosa in via Prenestina 175, a Roma. Ieri l’inaugurazione della nuova targa e il taglio inaugurale del nastro – eseguito simbolicamente dal nipote di Maria e da una ex operaia della Snia con una delle forbici “storiche”, usate all’epoca all’aspatura – ha seguito l’incontro organizzato dal Centro di documentazione in collaborazione con il Museo storico della Liberazione, la Società delle storiche, la Società italiana di storia del lavoro e la soprintendenza archivistica del Lazio, “Alla scoperta della storia della fabbrica: lavoro, donne, guerra e resistenza”.

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Pochi la conoscono, a Roma, eppure la sua è una storia emblematica. Nata a L’Aquila nel 1914, Maria arriva a Roma nel ’43 e subito entra nella lotta clandestina (banda Esquilino “Grotta Rossa”), forse anche grazie al fatto di abitare al Pigneto, in via Fortebraccio 36, proprio di fronte all’abitazione di Angelo Galafati, militante di Bandiera rossa e attivissimo organizzatore di azioni di boicottaggio e resistenza, morto alle Fosse Ardeatine. Trasporto di armi, lancio di chiodi a quattro punte, salvataggio e sostentamento di prigionieri fuggiti: non sono atti d guerra guerreggiata, ma richiedevano gran coraggio e determinazione. Pare che la polizia fascista addirittura organizzò una retata di tutte le Marie del quartiere per poter mettere le mani su Maria Baccante: invano.

Maria entra alla Snia nel ’46, presa dalle liste degli ex combattenti, ma in Snia resterà solo fino al ’49. Probabilmente fu una delle moltissime licenziate dopo il lungo sciopero e l’occupazione della fabbrica di quell’anno. Di quell’occupazione restano la memoria nel quartiere e alcuni articoli dell’Unità e di Noi Donne. Una volta licenziata, lascia il Pigneto e va da sfollata nella scuola di S.Maria della Scala a Trastevere. Lì si iscrisse all’Udi e iniziò a organizzare le altre sfollate, che tutte le sere si riunivano nella sede del Pci per rivendicare una vita più dignitosa per donne e bambini. E, fino alla vigilia della sua morte nel 94, con il compagno faceva parte del gruppo organizzatore del corteo del 25 aprile, da Porta san Paolo alle Fosse Ardeatine.

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Ribelle, partigiana, in lotta per i propri diritti e la libertà: così Maria Baccante è stata scelta come simbolo del centro di documentazione e dell’archivio. Un archivio, ha sottolineato Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione, che non è nelle mani dei proprietari originali, ma affidato alla cura di chi lo ha preservato. Abbandonato dai precedenti proprietari, le schede del personale e i materiali dell’ufficio tecnico sono stati raccolti, catalogati e messi a disposizione di chi è interessato a ricostruire la storia di famiglia o quella del quartiere, oppure la storia degli insediamenti industriali a Roma. In gran parte di tipo bellico, dalla Fatme all’Alfa Romeo, dall’Aerostatica alla Montecantini alla Snia, che produceva divise e tessuti militari. Grazie all’archivio, infatti, già sono stati pubblicati diversi studi.

Dopo l’archivio, riconosciuto di rilevante interesse nazionale dallo Stato, anche il Centro di documentazione: un luogo che raccolga testi e testimonianze della storia del quartiere e non solo: tra i primi materiali, libri e documenti di Maria Baccante, donati dai nipoti.

L’archivio (http://www.archivioviscosa.org/) è consultabile tutti i mercoledì dalle 16 alle 19 grazie a personale volontario (http://www.archivioviscosa.org/contatti/ ).

La Roma di sotto, la Roma di sopra

Chi vuol bene a Roma? Pochini, si direbbe. La commissione ministeriale per la sistemazione del Fori ha lavorato e ha licenziato un lungo documento. Su cui ci sarebbe un dibattito. Ci sarebbe: per ora non c’è.

Che è avvenuto? Qualche giorno dopo la pubblicazione della relazione finale della commissione, l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo intervistato da la Repubblica ha detto: per il Comune la via dei Fori imperiali va cancellata. Gli ha ribattuto il presidente della commissione Giuliano Volpe, anche lui intervistato da Repubblica: l’assessore ha equivocato, la commissione non è affatto per la cancellazione della via. Perché il paesaggio è ormai storicizzato, perché i livelli archeologici renderebbero difficile l’attraversamento di pedoni e mezzi di trasporto pubblico, per leggeri che siano.

Quest’ultima osservazione è facilmente scavalcabile: la commissione non se ne è occupata, la tecnologia potrebbe aiutare, prima di dire che non è possibile bisogna studiare il problema da tutti i punti di vista, archeologico paesaggistico e trasportistico. Quanto alla prima obiezione: i Fori imperiali sarebbero un po’ più storicizzati dello stradone voluto da Mussolini meno di cent’anni fa. Il fatto è che per immaginare come sarebbero i Fori una volta riportati alla luce – e all’interezza, senza quello stradone che li taglia – bisogna fare un bell’esercizio di fantasia. Anche per gli appassionati rileggere il Foro di Cesare, seguirne l’andamento, è cosa complessa, figurarsi per i visitatori o i turisti. Immaginate: grandi piazze, vaste ognuna come piazza Navona, con l’anastilosi di colonne e edifici quando sia ragionevole, alberi e verde. Così da rendere quel luogo meraviglioso, unico al mondo, piacevole per passeggiare, fermarsi, leggere un libro o un giornale, portare i bambini a giocare.

Ci sono anche buone cose nel testo della commissione, ad esempio l’inserimento nell’area archeologica centrale di Palazzo Rivaldi, Colle Oppio, il Campidoglio, via dei Cerchi, Palazzo Tiberi, Tor de’ Conti, Teatro di Marcello, Circo Massimo. O l’idea di una legge per Roma adeguatamente finanziata che organicamente definisca priorità, competenze, strategie. Ottime cose, ma inutili se non si ha il coraggio di scelte alte.

Nella commissione, è evidente, qualche dissenso c’è stato. Adriano La Regina, ex soprintendente archeologico di Roma, ha ricordato il progetto Benevolo-Scoppola, ha ribadito che è difficile senza eliminare la strada fascista inserire i Fori nel tessuto vivo della città. Ed è questo il punto.

La scommessa, questa invece condivisa dall’intera commissione, è quella di pensare ai Fori come ad uno straordinario pezzo di città, non recintato e protetto se non per alcuni più delicati segmenti, affidandolo alla responsabilità collettiva (e alle nuove tecnologie). Come farlo, se la zona rimane attraversata da uno stradone?

Ci vorrebbe un dibattito: Se fosse ancora con noi Antonio Cederna sarebbe lui – che ha tanto studiato quell’area e i suoi sventramenti in “Mussolini urbanista“ – a impugnare la bandiera dell’abbattimento, seguito dal meglio delle associazioni ambientaliste e di tutela. Se ci fosse Italo Insolera, prezioso storico e urbanista che a Roma ha dedicato una vita, non avrebbe dubbi: il vincolo storico sulla via, improvvidamente messo qualche anno, va rimosso. Se avessimo uomini di cultura coraggiosi il dibattito ci sarebbe e prenderebbero la parola anche i non addetti ai lavori. Finora l’hanno fatto in pochi, troppo pochi. Vezio De Lucia, urbanista, che giudica gravissima la scelta della commissione che rinnega il progetto Fori degli anni ’80, il fervore che lo accompagnò, la capacità di immaginazione e desiderio che seppe suscitare non solo negli specialisti ma in tutto il popolo di Roma. E Paolo Berdini, che non si capacita come la commissione possa aver accantonato il progetto Benevolo-Scoppola pur ammettendo che si tratta del migliore studio e della migliore proposta esistente.

E’ dunque doppiamente coraggioso l’assessore Caudo: “Il Progetto Fori è una scelta politica – ha detto recentemente – quale città vogliamo? Quella di un prezioso e inimitabile patrimonio storico ancora in parte celato o quella della strada che ci passa sopra? La commissione su questo è stata ambigua, ma il Comune deve fare scelte chiare e precise. E privilegiare la Roma di sotto, non quella di sopra”.

Il ritorno dei Fori Imperiali

Lo aveva adombrato nel marzo scorso l’assessore comunale Giovanni Caudo: smantelleremo la via dei Fori imperiali. L’occasione era singolare, un convegno organizzato dall’associazione Bianchi Bandinelli per rilanciare il Progetto Fori, spesso nominato in modo molto generico dal sindaco Ignazio Marino fin dalla campagna elettorale.

L’assessore Caudo parla poco e fa molto. Ora lo dice chiaro: smantelleremo via dei Fori imperiali da piazza Venezia a largo Corrado Ricci. E ricostruiremo i passaggi pedonali per rendere i Fori un luogo vivo, parte della città e non riservato a turisti e archeologi. Bisogna “ricostruire l’integrità degli spazi tra i Fori, assicurando la continuità tra Mercati Traianei, Foro di Traiano, Foro di Augusto, Foro di Nerva, fino al Foro della Pace voluto da Vespasiano. Un progetto che accetta la sfida dell’innovazione e della sperimentazione per disegnare i percorsi, anche a quote archeologiche, tra piazza Venezia e largo Corrado Ricci. Bisogna ripristinare le trasversali tra l’area archeologica e la città moderna che gli è cresciuta sopra e intorno. Ad esempio quella che da piazza Monti, alla Suburra, attraverso via Baccina arriva al Foro di Augusto, lo attraversa e, passando dietro il Campidoglio e dopo aver intersecato la via Sacra, procede verso il Velabro, il tempio di Vesta e quindi il Tevere, e si prolunga fino al basamento dell’Aventino con la risalita al Giardino degli aranci. Una passeggiata unica al mondo, un’esperienza senza pari che restituirebbe un senso di cittadinanza a chiunque l’attraversi”.

Finalmente. Finalmente torna il sogno di una città moderna che dell’antico fa la sua forza e sperimenta la sua capacità di innovazione. Era l’idea del sindaco Luigi Petroselli, curiosamente un non-romano, che fu il miglior sindaco del dopoguerra. Era l’idea di Antonio Cederna, che a lungo ha cercato di rocngiungere Fori imperiali e Parco dell’Appia antica in un grande cuneo verde dal cuore della città alla sua periferia. Era l’idea di Italo Insolera, che ha affiancato il tentativo di Petroselli con passione e cultura. Un’idea bloccata finora da un assurdo vincolo storico fermamente voluto dall’Msi di Fini come simbolico timbro dello sdoganamento in atto.

FORI-IMPERIALI

Pedonalizzata via dei Cerchi. Dato valore alla Meta Sudans. Utilizzato l’antico Palazzo Rivaldi come museo dei Fori. Risistemata l’area del Colosseo. Un lavoro immane di progettazione o riprogettazione che intrecci il nuovo nel tessuto della città valorizzando l’antico. Ricreando orgoglio e appartenenza, civismo e conoscenza.

Da fare c’è tanto, a Roma un’iniezione di ottimismo e di speranza sarebbe utile. Sopratutto ora, dopo l’avvilimento dello scandalo Mafia Capitale, dopo la vergogna dei vigili assenteisti, dopo le miserie della gestione di questa città, quelle che molti sembrano notare solo quando scoppiano gli scandali e le polemiche. Un piccolo esempio? In piazza san Giovanni il mercatino di Natale viene autogestito da Forza Italia: ottenuto il permesso per una festa di partito, il consigliere Tredicine – sì, stessa famiglia del clan delle caldarroste e dei camion bar nel centro, quelli che hanno fatto la “serrata” di piazza Navona come protesta perché non c’erano tutti i banchi richiesti – ci ha infilato dentro banchetti di pentole e di pantofole, dolciumi e bigiotteria. Con un mesto tavolino di Forza italia a raccattare aiuti per gli alluvionati di Roma: una sorta di piazza Navona autogestita. E magari con questa cultura il consigliere vorrebbe governare Roma.

Foggia & segreti

Foggia, per esempio. Una città relativamente nuova: dopo i sanguinosi bombardamenti che l’hanno devastata (e i danni dei precedenti terremoti) è stata ricostruita nel dopoguerra. Male, come avveniva allora: palazzina dopo palazzina, magari addossata a un edificio di pregio. Così, nonostante i lacerti di centro storico, il cuore della città somiglia molto a una periferia. Eppure. Eppure ci sono anche qui tesori nascosti. E non solo negli ipogei che la crosta di asfalto nasconde, cuore celato a chi non lo conosce di storia e memoria. A dare un’occhiata anche superficiale al Museo Civico si capisce subito: colpisce la ricostruzione della Tomba della Medusa, i suoi colori, il pregio delle finiture, e quella testa che guarda, cieca e accecante, a guardia di un aldilà misterioso. È dell’epoca daunia, 2.400 anni fa, singolare e ricca cultura preellenica.

medusa foggiaDov’è la tomba, quella vera? Appena fuori città, ma può trovarla solo chi la conosce. A pochi metri dalla superstrada A14, località Arpi, avrebbe dovuto essere aperto un punto di ristoro per viaggiatori, a cui offrire con il caffè e il wc anche una visita a un luogo di arte e storia. Fallito il progetto, mai fatto lo svincolo, la tomba ipogea è protetta da una costruzione di cemento, metallo e vetri, una sorta di fermata di metropolitana piantata nel nulla. Anzi, sarebbe protetta se almeno il lavoro fosse stato consegnato: bloccato da un contenzioso legale con la ditta appaltante, invece, è solo abbandonato, tirassegno per vandali. Divelte le recinzioni, frantumate a pietrate le vetrate, le colonne di cemento in lento disfacimento eppure ancora involtate nella plastica, mosaici e decorazioni pittoriche sulle pareti quasi completamente compromessi. La tomba vera è lì, con quel che resta delle sue pareti pitturate, con i letti funerari e un fascino indicibile.

È lì, preda di chiunque ma visitata da nessuno: una colonna è stata abbattuta per trafugarne il capitello. Chi volesse inerpicarsi fino a lì sui tratturi tra i campi agricoli (pomodori d’estate, cavoli finocchi e asparagi d’inverno) non incontrerebbe che gli sguardi ostili di chi lavora nei campi. E lo sgonnellare veloce di qualche prostituta che si nasconde sotto la strada o a ridosso della tomba con un suo cliente. Basterebbe poco a rimettere in sesto la zona, passando sopra all’estetica di quel brutto edificio di protezione. Ma tutto resta così, tanto che c’è chi parla, ora, di riseppellire la Tomba della Medusa per, almeno, preservarla com’è. Una resa.

Herdonia foggiaEppure. Un salto di qualche secolo e qualche decina di chilometri e ecco Herdonia, a ridosso di Ordona. Una città romana dalla politica sfortunata: si alleò con Annibale che poi venne sconfitto, e dunque i suoi abitanti furono tutti deportati, le costruzioni distrutte e ferro e fuoco. Per poco: la costruzione della via Traiana ne fece di nuovo, almeno fino all’epoca federiciana, un luogo di commerci, tappa importante per i carri di grano di cui Roma aveva bisogno. Il Foro, la Basilica, il Macellum, le botteghe, le terme e l’anfiteatro sono lì a dimostrare l’opulenza dell’insediamento. Per vederli bisogna entrare nell’aia di una masseria, scivolarle accanto e affacciarsi sul terreno degli scavi, finora privati. Dall’erba alta piegata dal vento spuntano capitelli, colonnati, nelle botteghe ancora i recipienti di terracotta interrati, steli, mosaici… Quel che è stato scavato è un quarto appena dell’insediamento, andrebbe ripresa la campagna di scavi. Ma andrebbe anche protetta l’area, ancora incustodita, e fatto conoscere un luogo di grande bellezza, deturpato solo dalle grandi pale eoliche qualche centinaio di metri più in là..

Eppure. Alla periferia di Foggia, circondati da un quartiere intensivo e in rapida espansione, ci sono due luoghi che potrebbero sparire. Uno è la Masseria Reale: grandi saloni per conservare le derrate alimentari, volte a botte costruite con la tecnica delle bubbole (dette anche pignatelli o caccavelle, elementi vuoti e cilindrici di terracotta di gran lunga più leggeri dei mattoni) mura dipinte. La costruzione risale al diciottesimo secolo, ma vennero usate fondamenta del palazzo federiciano. Già, la Masseria Reale racconta anche la storia di Foggia Capitale, quando Federico II trasferì qui il cuore del Regno delle due Sicilie, venendo a soggiornarvi. E se del palazzo che si costruì nel centro di Foggia restano pochi brandelli e l’iscrizione del portale (Hoc fieri iussit Federicus Cesar ut urbs sit Fogia regalis sede inclita imp(er) ialis) alla Masseria Reale c’era il Palazzo d’estate: le cui fondamenta, probabilmente, danno sostegno alla Masseria Reale. Accanto, un bosco dove cacciare, e un vivarium con pesci ed uccelli. Il cui ovale, che dà il nome alla zona, Pantano, è ancora rilevabile dall’alto.

masseria FoggiaA chi importa? La Masseria Reale è assediata da montagne di calcinacci e mattonelle sbreccate, risultato di ristrutturazioni o nuove costruzione, uno schifo. A difenderla dalle incursione dei vandali (alcune delle volte a botte sono già state distrutte a sassate o con bastoni) un’inutile rete da polli bucata in più parti. Anche se il pozzo è probabilmente un pericolo vero.

Intanto la periferia avanza. Nuove palazzine si aggiungono alle palazzine già vuote di un quartiere che non ha servizi se non supermercati e centro commerciale. Le gru e le betoniere si spostano sempre più avanti, stringono a cerchio la Masseria e la testimonianza di Foggia Capitale. Poco importa che un sito neolitico sia già praticamente compromesso, poco importa che da lì parta il tratturo della transumanza, anche questa testimonianza a rischio. L’edilizia, sempre più “finanziarizzata”, risponde ad altre leggi.

Foggia, e la sua storia. Non mancano alla città intellettuali di pregio, e istituzioni che fanno il loro dovere. Perché allora non prendere in mano la storia della città e delle sue terre, “adottare” la Masseria Pantano e la Tomba della Medusa, farne patrimonio di tutti, visitato, capito, amato? Una buona notizia c’è, almeno. Pare che l’esproprio di buona parte delle terre sotto cui si stende Herdonia sia in dirittura di arrivo, a breve dovrebbe essere espropriata anche la parte rimanente, quella già scavata. E dunque anche gli scavi riprenderanno insieme alla valorizzazione. Pare, speriamo.

Questo articolo è stato pubblicato anche su “Succede oggi“.

Dal tramonto all’Appia

Un successo. “Ci aspettavamo trecento persone, ne sono arrivaste più di tremila” dice una funzionaria della Soprintendenza archeologica. L’affanno c’è nei trasporti: pieno il parcheggio, auto in seconda fila sull’Appia nuova, code per riuscire a prendere le navette di servizio. “Dall’Appia al tramonto”, evento speciale dei beni archeologici che ha aperto venerdì sera al pubblico per la prima volta nella tenuta di santa Maria Nova splendidamente restaurata.

Sull’Appia antica c’è una ridda di cancelli, a volte di muri. Quando si varca quello al numero 251 si ha un esempio di quel che nascondono gli altri: quattro ettari di campagna irti di monumenti, impreziositi dai mosaici dove rivivono i fasti gladiatori – il vincitore Montanus, l’arbitro Antonio, lo scudo dello sconfitto – dell’epoca di Commodo, 161-192 d.C.

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Ecco la chiesa di santa Maria Nova al quarto miglio, medievale. Ecco il casale Castellum Acquae, trasformazione di una cisterna d’era imperiale collegata agli acquedotti, poi trasformata in deposito agricolo, in sede convenutale dei monaci olivetani, in villa di lusso e persino set cinematografico dei nobili romani e dei ricchi americani. Proprio da un americano la Soprintendenza acquistò a trattiatva privata la tenuta (un milione e trecento mila euro nel 2006), ultimo atto del soprintendente Adriano La Regina. Poi gli scavi, che hanno riportato alla luce e allo splendore il basolato antico, un’area cimiteriale e la villa già segnatala dai disegni ottocenteschi di Luigi Canina: terme e lastre marmoree per accogliere la guarnigione dell’imperatore Commodo, a servizio della Villa dei Quintili. Altri 20 ettari – aperti al pubblico da tempo, questi – che si uniscono a questi ultimi nell’embrione di quel che dovrebbe essere il grande parco dell’Appia antica. Un sogno, ancora: nonostante la parte pubblica – villa dei Quintili, villa dei Sette Bassi, Santa Maria Nova, Mausoleo di Cecilia Metella con il Castello Caetani e la chiesa di San Nicola, del sito di Capo di Bove, acquistato nel 2002, da villa privata trasformato in luogo per la fruizione e centro di ricerca e documentazione, oltre ai 140 ettari tra Caffarella e complesso di Massenzio – la quasi totalità del parco è in mano privata, spesso preda di abusivismo. “Nonostante i vincoli a tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico che va considerato unitario, nonostante la legge regionale del Parco, l’abusivismo ha qui assunto dimensioni di cui tutti dovrebbero vergognarsi – dice Rita Paris, della soprintendenza archeologica – privati che hanno commesso le violazioni, amministrazioni che hanno lasciato che questo diventasse lo stato di fatto gravissimo con cui oggi doversi confrontare, motivo di infiniti contenziosi amministrativi derivati dalla necessità, almeno da parte della mia Soprintendenza, di applicare le regole”.

Che il rispetto delle regole sia difficile da ottenere, che il grumo di interessi privati intenda ancora fare mil bello e il cattivo tempo sull’Appia lo dimostra l’ultimo – non l’unico – episodio di vandalismo. Proprio alla vigilia dell’inaugurazione, il tentativo di sfondamento di due finestre del casale, per fortuna con vetri blindati ma il danno c’è pure stato. E il sabotaggio dei bagni pubblici durante la festa, prima impeccabili.

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Regole, qui, significano bellezza. Una bellezza che dovrebbe essere di tutti e che invece i piccoli egoismi privati non si peritano di devastare. Come il Complesso di S. Urbano sull’Appia all’altezza di Via dei Lugari, attrezzato nella metà degli anni 80 per un capriccio privato con tinello, cucina e barbecue, oggi inaccessibile e abbandonato. Quelle tremila persone – tra loro anche l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo, buon segno – che venerdì sera hanno scavalcato difficoltà logistiche e di trasporti per affollarsi a s. Maria Nova lo hanno capito. E il resto della città, sindaco compreso?