La sindaca Raggi sfratta la Casa delle donne

Le denunce di violenze e molestie sessuali travolgono Hollywood e non solo. I movimenti femministi si organizzano e invadono le piazze del mondo. E che fa nostra provincialissima sindaca di Roma? Minaccia di chiusura la Casa internazionale delle donne di via della Lungara, che da decenni è presidio di pensiero e azione femminista, con i suoi incontri, le iniziative, il centro antiviolenza. Oggi se ne parlerà in una conferenza stampa, lunedì c’è l’assemblea cittadina indetta dalle quaranta associazioni che lavorano alla Casa a cui aderiranno i gruppi che lavorano nel territorio da cui usciranno, è facile immaginarlo, iniziative di lotta con l’hashtag #lacasasiamotutte. La Casa delle donne non può morire strozzata da una burocrazia cieca al valore sociale delle attività che lì hanno sede.
Inutile elencare le benemerenze della Casa delle donne, più utile forse ricordare la storia del Buon Pastore, un edificio del 600 usato allora come carcere femminile per ragazze ribelli. Un rudere abbandonato che riprese vita trent’anni fa, nel 1983, quando venne destinato “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile (Casa della donna, sede dei movimenti femministi)” da una delibera comunale e poi in parte assegnato al Centro Femminista Separatista (CFS), cioè a dieci associazioni femministe che allora occupavano la sede storica di via del Governo Vecchio.
Nel 1987 l’Associazione federativa femminista internazionale (Affi) occupò l’ala seicentesca avviando una trattativa con il comune. Di qui nasce il Progetto Casa internazionale delle donne, sostenuto dal Coordinamento donne elette del Comune di Roma e elencato tra le opere di Roma Capitale, approvato nel 1992. L’iter per la sua realizzazione porta alla Costituzione del Consorzio Casa Internazionale delle donne (oggi Associazione di Promozione Sociale) che sottoscrive con il Comune la convenzione, prevista dalla delibera di assegnazione, per gestire il complesso dell’ex Buon Pastore.


Dunque, nessuna illegalità. Non si tratta di un affitto “di favore” come tanti appartamenti di pregio nel centro storico ceduti a vip o a persone vicine a questo o quel potente, che contrariamente ai luoghi sociali restano indisturbati. Si tratta di un luogo affittato a 9.000 euro e gestito da volontari, senza fini di lucro se non per la manutenzione dell’edificio, che offre servizi sociali e culturali che spetterebbero all’amministrazione di una grande città capitale. E che fa questa, invece? Come già avvenuto per molte realtà – dalla Scuola di musica popolare di Testaccio a Celio Azzurro – gli uffici contabilizzano il valore dell’immobile e del suo affitto a valori di mercato, contabilizzano gli arretrati e intimano con una raccomandata di pagare 833.000 euro entro un mese. Una procedura che prevede, in assenza di risposta positiva, “l’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela”. Insomma, lo sfratto.


Impossibile trovare 833.000 euro in un mese, se almeno non si è speculatori o affaristi. Questo è quel avviene quando la richiesta di legalità si fa ottusa burocrazia. Va ricordato anche che nel 2013, nel corso di una trattativa con la Casa delle donne, il Comune aveva stabilito il valore delle attività che si svolgevano al Buon Pastore pari a 700.000 euro all’anno. Peccato che anche questo percorso sia franato con l’abbattimento della giunta Marino.
E’ singolare che a sfrattare la Casa internazionale delle donne – e con queste brutali modalità – sia la prima sindaca di Roma. Si potrebbe notare che l’avvio della vicenda fu firmato da due sindaci uomini, il democristiano Signorello prima e il socialista Carraro poi, evidentemente più sensibili alle questioni sociali della signora Cinque stelle. Resta da chiedersi se Virginia Raggi proprio non conosce la Casa delle donne e la sua valenza, o se è prigioniera della burocrazia comunale; non è facile decidere quale delle due ipotesi sia la più grave. Come già avvenuto per altre realtà sociali, l’aratro cieco della burocrazia fa terra bruciata, l’ignavia e l’ignoranza dei nuovi amministratori vi sparge sopra il sale per farne un deserto. Ma i semi di ribellione e resistenza, è sperabile, saranno più forti.

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Borgate di Roma, un secolo di esclusione

Dove comincia il centro, dove la periferia? A Roma, grazie all’abusivismo ma anche a scelte pubbliche sciagurate, al di fuori delle mura Aureliane i ceti si mescolano ma restano separati. Sono isole i quartieri di case popolari del Governatorato o dello Iacp (oggi Ater), sono isole i quartieri della piccola e media borghesia, isole erano i borghetti di baracche, le favelas degli anni 50-70. In mezzo galleggiavano i quartieri abusivi, lottizzazioni autogestite e una qualità edilizia per lo più pessima. Una situazione che dura da un secolo e esiste ancora, come sa chi abita fuori dal centro storico, fino al Raccordo e oltre. A fare il punto della situazione una interessante giornata di studio promossa dalla Casa della memoria e della storia e coordinata dal presidente del circolo Gianni Bosio, Alessandro Portelli.

Di ricucitura delle borgate si parla da decenni, a volte l’unico esito è stato ulteriore inutile cementificazione. Perché almeno una cosa è evidente: di nuove case Roma non ha bisogno affatto, visto che moltissime nuove edificazioni restano sfitte o invendute. Ma di case Roma ha un disperato bisogno, viste le lunghissime attese di chi ha diritto a un alloggio popolare, viste le peripezie a volte anche creative di chi cerca un affitto compatibile con il proprio stipendio, e non è facile. Viste le occupazioni di case patenti e quelle oscure, governate dalla criminalità organizzata nelle case pubbliche.

Pigneto-Torpignattara. Foto di Ella Baffoni

A strutturare la storia degli edifici pubblici a Roma è stato lo storico Luciano Villani, coautore di “Borgate romane. Storia e forma urbana”. Proletari e sottoproletari, che disturbano la vetrina propagandistica del fascismo, sparati in casette squallide senza servizi né quartiere e disperse nel deserto dell’Agro, lontane chilometri dalla città costruita. Tiburtino III, Gordiani, Pietralata, Tor Marancio, San Basilio, Trullo, Quarticciolo, Primavalle, Acilia… Qui sta una chiave per capire la recente montata del razzismo, dice Villani: “Con gli anni – oltre alla pratica dell’ereditarietà della casa popolare c’è stata anche la cessione abusiva, gestita con il consenso – il ricambio degli abitanti non c’è stato. Tutti si conoscono, tutti sono parenti, tutti sono lì da decenni, generazione dopo generazione. La solidarietà è forte ma non non si vuole gente che venga da fuori, dagli stessi luoghi malfamati da cui provenivano in origine i vecchi assegnatari. Ancora negli anni ’60 a Pietralata ci fu una rivolta contro i nuovi inquilini provenienti da Borgata Gordiani. Ma allora c’era la mediazione politica del Pci e della chiesa, oggi non c’è più niente”. Se non le agitazioni razziste dei neofascisti e neorazzisti.

Il Pci del dopoguerra sceglie a Roma di andare nei quartieri popolari e nelle borgate, e anche nella favelas delle baracche. Non era una scelta scontata, racconta Walter Tocci, negli anni 70 giovanissimo presidente di circoscrizione a Pietralata: “Ci radicammo tra gli operai dei servizi, ma anche nel sottoproletariato, che tanto generosamente si era impegnato nella Resistenza. Per educarlo, per fargli superare il ribellismo e, come si diceva allora, il plebeismo. Per costruire il popolo di sinistra. Dicevamo: se si guarda all’innovazione, non ce n’è tra i benestanti; i malestanti invece ne sono ricchi. Avemmo un parziale successo: però nelle borgate abusive, una volta ottenuto giustamente servizi e decoro, gli ex abusivi si ritrovarono proprietari, e negli anni ’80 lasciarono il Pci per votare massicciamente la Dc di Sbardella o la destra di An”.

Certo hanno contato anche le giunte di sinistra alla fine degli anni ’70. “Il sindaco Luigi Petroselli governò solo due anni – ricorda Tocci – ma ha fatto la più grande operazione di politica amministrativa che si sia mai vista a Roma. Vero è che il Pci allora governava anche dall’opposizione, ottenendo importanti vittorie e precostituendo gli anni di governo: Chi non sa fare opposizione, difficile che poi al governo combini molto. Ma le giunte di sinistra, Argan e Petroselli, seppero fare questa e quello. Non solo la cultura, l’acquisizione dei grandi parchi pubblici, i servizi sociali, i nidi e i centri anziani. Ma anche un investimento gigantesco, mille miliardi di lire l’anno, per portare acqua luce fogne nelle borgate abusive; e la costruzione di enormi quartieri popolari che, se discutibili per architettura e per gestione sociale, hanno consentito di spianare le vecchie baracche che infestavano le periferie, dando a tutti una casa dignitosa e il diritto di cittadinanza. Non si dica che ci vogliono poteri speciali per governare Roma. Allora che le procedure erano ancora più farraginose ma la macchina capitolina girava meglio, in 12 ore il Servizio giardini spianava un borghetto, piantava gli alberi, srotolava l’erba, piazzava le panchine. Ma allora c’era una grande politica, un grande progetto. Oggi non più, sta alle nuove generazioni ritrovarlo”.

Lidia Piccioni ricorda la crescita affannosa di Roma per l’immigrazione, da 200.000 a 1.200.000 dopo la prima guerra mondiale. E nonostante le deportazioni mussoliniane e i bombardamenti massicci, alla fine della seconda guerra mondiale gli abitanti erano già 1.700.000, balzati a 2.250.000 negli anni ’60. Ma i quartieri signorili e popolari restano separati, anche se spazialmente adiacenti, pur condividendo una marginalità comune: i trasporti carenti, l’assenza di verde, la mancanza di strutture sportive. Maria Immacolata Macioti, invece, ricorda l’orrore della separatezza dei borghetti, cancellati alla vista e alle coscienze, quelle baracche umide, non riscaldabili nemmeno con le stufe a legna, le ore passate sui tram per andare a lavorare, i bambini sporchi e mocciolosi, una povertà che si tagliava con il coltello. Tanto che molti non riuscivano a pagare nemmeno la misera tariffa del medico condotto, e si presentavano con un pollo o l’insalata e la bieta dell’orto.

Eppure, nota Sandro Portelli, dalle periferie è venuta molta dell’innovazione musicale. Non solo le canzoni popolari di lotta, come quelle raccolte nei decenni dal Gianni Bosio e dal Canzoniere del Lazio; ma anche il rock o il rap di Casilino 23 e Centocelle. Nelle periferie – dice – arrivavano gli immigrati economici, spinti dagli stessi sogni e dalle stesse necessità di chi sbarca a Lampedusa anche se provenienti dalle zone depresse dell’Italia del sud invece che da Africa o Asia.

E’ pur vero che, accanto agli episodi di intolleranza, nelle borgate romane c’è anche solidarietà. Basti vedere, incalza Tocci, quel che succede nelle scuole: “ Mentre il governo gestisce in modo sciagurato l’immigrazione, le nostre scuole falcidiate dai tagli, i nostri insegnanti bistrattati accolgono 800.000 ragazzi di tutte le lingue: un grande sforzo di autoformazione e civiltà. Nonostante la fabbrica della xenofobia di giornali e televisioni, anche la battaglia sullo ius soli parte dagli insegnanti, che sanno di cosa si parla. Spero che ora si riesca, almeno quella legge, a vararla!”.

La signora del manifesto

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato oggi al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni  dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”. Quindi di politica si è occupata lei, e con decisione. Partigiana e ribelle, poi l’impegno nel partito, totale. “Volevo il comunismo, la fine dell’ingiustizia, la differenza tra chi può molto e chi niente. Non è accettabile vedere persone che muoiono di fame, che non riescono neanche a pensare a sé tanto sono oppressi. E’ inaccettabile che vengano a morire sulle nostre coste”. Ingiustizie che, purtroppo, durano ancora. E forse oggi sono più dure.

Dunque, un fallimento la sua vita? Ultranovantenne, Rossana fa un bilancio impietoso: l’avventura partita impetuosamente nel ’68, la classe operaia all’attacco e l’impronta libertaria di quegli anni, oggi ha perduto forza, sembra esaurita. La possibilità che il mondo cambiasse radicalmente c’era, allora; oggi sembra oltre l’orizzonte. E poiché è difficile pensarsi oltre l’arco della propria vita, sì, Rossana fa i conti con il suo fallimento e quello di quella generazione.

Sconfitta certo, non arresa. Mai arresa.

L’ingiustizia è aumentata, è diminuita la forza con cui la si combatte. Però, ammonisce materna, “Mai rinunciare alla ragione, alla libertà. Mai rinunciare a combattere i condizionamenti materiali della libertà”. Il crocicchio da cui non si torna indietro, invece, è la questione femminile, il femminismo. Il prendere la parola sul patriarcato: ogni uomo, individualmente preso, pensa di non essere patriarcale e dunque che la questione non lo riguardi: ancora aspettiamo una parola maschile sul patriarcato. Anche l’incontro con il femminismo però non fu senza frizioni: ci guardavamo con diffidenza, dice.

 

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Il film di Mara Chiaretti (amica da quarant’anni di Rossana, documentarista e gallerista) con un accurato montaggio e una ampia scelta di documentazione fotografica racconta anche le sue frequentazioni, l’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, l’incontro con Castro a cui cucinò la pasta al pomodoro in una cucina da campo, la fuga notturna per Praga con Pier Paolo Pasolini, innamoratissimo di un chitarrista. Poi c’è la vita privata: le foto di una bella ragazza giovanissima sdraiata sulla spiaggia, la forza dell’amore per il mare e l’acqua. Della passione per la terra, gli alberi e le rose parla invece il lussureggiante giardino su cui affaccia la casa parigina di Rossana, e i vasi colmi di fiori recisi che accompagnano gli incontri con i suoi interlocutori. Della sua eleganza, affatto artefatta ma molto invidiata, parla lei stessa, che sfilò sulla Piazza Rossa (era un viaggio ufficiale della delegazione italiana dopo la guerra) con un abitino simil-Dior, il collo a barchetta, fatto da una sartina. Tanto colpì un alto militare sovietico che le diede un astrakan grigio per completarlo.

Bella non sono stata mai, dice, e non è vero. Anche carismatica, e materna con i “suoi ragazzi”, noi giovani del manifesto che lavoravamo con un salario pari a quello dei metalmeccanici ma facevamo esperienze professionali e politiche entusiasmanti. Si andava inviati facendosi ospitare in casa dei compagni, facendosi invitare a colazione e pazienza per il pranzo, cena a panini. Ci si faceva prestare le auto da chiunque e si prendevano i treni meno costosi e più faticosi: Crippa, l’amministratore austero che lesinava persino le penne e contava le bobine delle telescriventi, sentenziava spesso: devi partire? Benissimo: con i mezzi tuoi. Fine del discorso. Noi comunisti, dice oggi Rossana, eravamo capaci di far tacere le ragioni della persona davanti alle ragioni di tutti.

Sempre dalla parte del torto? le chiede un polemico Freccero. Sapevamo di stare dalla parte della ragione, ribatte lei, anche se oggi i tempi ci danno torto. Vero. La storia non si fa con i se, ma il Pci non avesse liquidato, insieme a loro, ogni critica all’Unione sovietica, e allo stalinismo, forse oggi il panorama politico sarebbe diverso.

La delusione, infatti, è stata grande, e la delusione uccide la speranza. “Perché un ideale di libertà – dice ancora Rossana – si sia rovesciato nel suo contrario è una risposta che ancora non abbiamo saputo dare”. A chiudere il documentario, uno Charlot d’annata, in “Tempi moderni”. Quello che raccoglie la bandiera rossa caduta da un camion e si ritrova alla testa di un corteo di operai furibondi. Appunto, chi raccoglierà quella bandiera?

Orte, un tesoro sotto i piedi

Non capita spesso di ammirare (quasi intatto) un sistema idrico archeologico. Orte, abbarbicata sulla sua rupe di tufo, ce l’ha. I cunicoli scavati nella roccia dagli etruschi prima, poi dai romani e nel medioevo, portavano l’acqua dalle sorgenti delle Grazie attraverso duemila metri scavati nella roccia friabile e spugnosa del luogo, fino alla Fontana ipogea in piazza della Libertà. Ipogea oggi: in epoca romana probabilmente era a livello della piazza, come mostrano le vie e i resti conservati ai piedi della gradinata della chiesta.

Di qui si entra per una visita guidata lunga 280 metri. Ma se i cunicoli, usati anche dopo il medioevo come luoghi di produzione o cantine, fossero ripuliti da calcinacci e rifiuti, si passeggerebbe sotto tutto il centro storico: eccetto un punto dove, durante i lavori della metanizzazione, la macchina scavatrice sprofondò dopo aver intercettato un cunicolo. E si pensò improvvidamente di riempire con una valanga di cemento compresso il vuoto inaspettato. Possibile non ci fosse un sistema meno devastante?

Quel che si visita per ora, grazie ai volontari dell’associazione culturale “Veramente Orte” (per informazioni e prenotazioni 071/404357, visitaorte@gmail.com) è già molto affascinante, chissà che non si riesca a rendere praticabile tutto il percorso.

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Un acquedotto vero, scavato nella roccia e manutenuto con accuratezza, abbassando il livello dei condotti quando l’acqua scemava, aprendo vie di fuga in caso di piene. Gli operai scendevano da pozzi grazie agli incavi sul muro, quasi una scala, e operavano con attenzione: l’acqua è vita, senza acqua la città, ricca di orti e giardini, sarebbe finita Più tardi le cisterne, le sale, i percorsi sarebbero stati usati per fare il vino (nell’ipogeo del Vascellaro lo testimonia la vasca in cui buttavano l’uva dall’alto, la pigiavano e il mosto confluiva poi in un pozzetto accanto, pronto per il tino) per allevare prelibati piccioni (nella colombaia rupestre) per ospitare i grandi telai per la lana (ancora nella colombaia) per conservare il grano (nel Pozzo di cocciopesto).

Singolare la vicenda del Pozzo di neve, sotto l’Ospedale: un frigorifero naturale, ottenuto pigiando in inverno la neve dei Monti Cimini in una struttura cilindrica chiusa per conservare medicamenti e erbe, con scivolo per il passaggio delle botti con il ghiaccio e scritta datata 1891, anno del restauro, con committente, realizzatore e destinazione d’uso della camera ipogea.

Difficile non pensare, chinandosi per passare nei cunicoli, quanto fossero faticose anche le più semplici necessità della vita, quanta cura per il bene comune avessero etruschi, romani e poi i vari podestà. Sarebbe bello se il comune di Orte, oltre a consentire il recupero e la gestione dei percorsi già liberati dai volontari, avviasse il ripristino di tutto il percorso. Sì, magari anche di quello ostruito dal frettoloso cemento della metanizzazione.

Bisognerebbe forse avere più coraggio, rivendicare il passato e dimenticare le piccole beghe – il diritto di passaggio qui, l’uso della cantina lì, la piccola rivendicazione meschina: come l’accesso al Ninfeo romano, pezzo di pregio, negato dai proprietari di un giardino – per sentirsi orgogliosi, tutti insieme, di una ricchezza che divisa non ha senso, unita racconta una storia di cura e sapienza da cui abbiamo molto da imparare.

L’eredità di Maria Baccante

Una cascata di ricci neri, la bocca forte ben disegnata da un rossetto rosso. La foto di Maria Baccante ce la restituisce così, una donna decisa, che guarda lontano. A Maria Baccante è intitolato il centro di documentazione territoriale Maria Baccante, ospitato insieme all’archivio Viscosa in via Prenestina 175, a Roma. Ieri l’inaugurazione della nuova targa e il taglio inaugurale del nastro – eseguito simbolicamente dal nipote di Maria e da una ex operaia della Snia con una delle forbici “storiche”, usate all’epoca all’aspatura – ha seguito l’incontro organizzato dal Centro di documentazione in collaborazione con il Museo storico della Liberazione, la Società delle storiche, la Società italiana di storia del lavoro e la soprintendenza archivistica del Lazio, “Alla scoperta della storia della fabbrica: lavoro, donne, guerra e resistenza”.

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Pochi la conoscono, a Roma, eppure la sua è una storia emblematica. Nata a L’Aquila nel 1914, Maria arriva a Roma nel ’43 e subito entra nella lotta clandestina (banda Esquilino “Grotta Rossa”), forse anche grazie al fatto di abitare al Pigneto, in via Fortebraccio 36, proprio di fronte all’abitazione di Angelo Galafati, militante di Bandiera rossa e attivissimo organizzatore di azioni di boicottaggio e resistenza, morto alle Fosse Ardeatine. Trasporto di armi, lancio di chiodi a quattro punte, salvataggio e sostentamento di prigionieri fuggiti: non sono atti d guerra guerreggiata, ma richiedevano gran coraggio e determinazione. Pare che la polizia fascista addirittura organizzò una retata di tutte le Marie del quartiere per poter mettere le mani su Maria Baccante: invano.

Maria entra alla Snia nel ’46, presa dalle liste degli ex combattenti, ma in Snia resterà solo fino al ’49. Probabilmente fu una delle moltissime licenziate dopo il lungo sciopero e l’occupazione della fabbrica di quell’anno. Di quell’occupazione restano la memoria nel quartiere e alcuni articoli dell’Unità e di Noi Donne. Una volta licenziata, lascia il Pigneto e va da sfollata nella scuola di S.Maria della Scala a Trastevere. Lì si iscrisse all’Udi e iniziò a organizzare le altre sfollate, che tutte le sere si riunivano nella sede del Pci per rivendicare una vita più dignitosa per donne e bambini. E, fino alla vigilia della sua morte nel 94, con il compagno faceva parte del gruppo organizzatore del corteo del 25 aprile, da Porta san Paolo alle Fosse Ardeatine.

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Ribelle, partigiana, in lotta per i propri diritti e la libertà: così Maria Baccante è stata scelta come simbolo del centro di documentazione e dell’archivio. Un archivio, ha sottolineato Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione, che non è nelle mani dei proprietari originali, ma affidato alla cura di chi lo ha preservato. Abbandonato dai precedenti proprietari, le schede del personale e i materiali dell’ufficio tecnico sono stati raccolti, catalogati e messi a disposizione di chi è interessato a ricostruire la storia di famiglia o quella del quartiere, oppure la storia degli insediamenti industriali a Roma. In gran parte di tipo bellico, dalla Fatme all’Alfa Romeo, dall’Aerostatica alla Montecantini alla Snia, che produceva divise e tessuti militari. Grazie all’archivio, infatti, già sono stati pubblicati diversi studi.

Dopo l’archivio, riconosciuto di rilevante interesse nazionale dallo Stato, anche il Centro di documentazione: un luogo che raccolga testi e testimonianze della storia del quartiere e non solo: tra i primi materiali, libri e documenti di Maria Baccante, donati dai nipoti.

L’archivio (http://www.archivioviscosa.org/) è consultabile tutti i mercoledì dalle 16 alle 19 grazie a personale volontario (http://www.archivioviscosa.org/contatti/ ).

La Roma di sotto, la Roma di sopra

Chi vuol bene a Roma? Pochini, si direbbe. La commissione ministeriale per la sistemazione del Fori ha lavorato e ha licenziato un lungo documento. Su cui ci sarebbe un dibattito. Ci sarebbe: per ora non c’è.

Che è avvenuto? Qualche giorno dopo la pubblicazione della relazione finale della commissione, l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo intervistato da la Repubblica ha detto: per il Comune la via dei Fori imperiali va cancellata. Gli ha ribattuto il presidente della commissione Giuliano Volpe, anche lui intervistato da Repubblica: l’assessore ha equivocato, la commissione non è affatto per la cancellazione della via. Perché il paesaggio è ormai storicizzato, perché i livelli archeologici renderebbero difficile l’attraversamento di pedoni e mezzi di trasporto pubblico, per leggeri che siano.

Quest’ultima osservazione è facilmente scavalcabile: la commissione non se ne è occupata, la tecnologia potrebbe aiutare, prima di dire che non è possibile bisogna studiare il problema da tutti i punti di vista, archeologico paesaggistico e trasportistico. Quanto alla prima obiezione: i Fori imperiali sarebbero un po’ più storicizzati dello stradone voluto da Mussolini meno di cent’anni fa. Il fatto è che per immaginare come sarebbero i Fori una volta riportati alla luce – e all’interezza, senza quello stradone che li taglia – bisogna fare un bell’esercizio di fantasia. Anche per gli appassionati rileggere il Foro di Cesare, seguirne l’andamento, è cosa complessa, figurarsi per i visitatori o i turisti. Immaginate: grandi piazze, vaste ognuna come piazza Navona, con l’anastilosi di colonne e edifici quando sia ragionevole, alberi e verde. Così da rendere quel luogo meraviglioso, unico al mondo, piacevole per passeggiare, fermarsi, leggere un libro o un giornale, portare i bambini a giocare.

Ci sono anche buone cose nel testo della commissione, ad esempio l’inserimento nell’area archeologica centrale di Palazzo Rivaldi, Colle Oppio, il Campidoglio, via dei Cerchi, Palazzo Tiberi, Tor de’ Conti, Teatro di Marcello, Circo Massimo. O l’idea di una legge per Roma adeguatamente finanziata che organicamente definisca priorità, competenze, strategie. Ottime cose, ma inutili se non si ha il coraggio di scelte alte.

Nella commissione, è evidente, qualche dissenso c’è stato. Adriano La Regina, ex soprintendente archeologico di Roma, ha ricordato il progetto Benevolo-Scoppola, ha ribadito che è difficile senza eliminare la strada fascista inserire i Fori nel tessuto vivo della città. Ed è questo il punto.

La scommessa, questa invece condivisa dall’intera commissione, è quella di pensare ai Fori come ad uno straordinario pezzo di città, non recintato e protetto se non per alcuni più delicati segmenti, affidandolo alla responsabilità collettiva (e alle nuove tecnologie). Come farlo, se la zona rimane attraversata da uno stradone?

Ci vorrebbe un dibattito: Se fosse ancora con noi Antonio Cederna sarebbe lui – che ha tanto studiato quell’area e i suoi sventramenti in “Mussolini urbanista“ – a impugnare la bandiera dell’abbattimento, seguito dal meglio delle associazioni ambientaliste e di tutela. Se ci fosse Italo Insolera, prezioso storico e urbanista che a Roma ha dedicato una vita, non avrebbe dubbi: il vincolo storico sulla via, improvvidamente messo qualche anno, va rimosso. Se avessimo uomini di cultura coraggiosi il dibattito ci sarebbe e prenderebbero la parola anche i non addetti ai lavori. Finora l’hanno fatto in pochi, troppo pochi. Vezio De Lucia, urbanista, che giudica gravissima la scelta della commissione che rinnega il progetto Fori degli anni ’80, il fervore che lo accompagnò, la capacità di immaginazione e desiderio che seppe suscitare non solo negli specialisti ma in tutto il popolo di Roma. E Paolo Berdini, che non si capacita come la commissione possa aver accantonato il progetto Benevolo-Scoppola pur ammettendo che si tratta del migliore studio e della migliore proposta esistente.

E’ dunque doppiamente coraggioso l’assessore Caudo: “Il Progetto Fori è una scelta politica – ha detto recentemente – quale città vogliamo? Quella di un prezioso e inimitabile patrimonio storico ancora in parte celato o quella della strada che ci passa sopra? La commissione su questo è stata ambigua, ma il Comune deve fare scelte chiare e precise. E privilegiare la Roma di sotto, non quella di sopra”.

Il ritorno dei Fori Imperiali

Lo aveva adombrato nel marzo scorso l’assessore comunale Giovanni Caudo: smantelleremo la via dei Fori imperiali. L’occasione era singolare, un convegno organizzato dall’associazione Bianchi Bandinelli per rilanciare il Progetto Fori, spesso nominato in modo molto generico dal sindaco Ignazio Marino fin dalla campagna elettorale.

L’assessore Caudo parla poco e fa molto. Ora lo dice chiaro: smantelleremo via dei Fori imperiali da piazza Venezia a largo Corrado Ricci. E ricostruiremo i passaggi pedonali per rendere i Fori un luogo vivo, parte della città e non riservato a turisti e archeologi. Bisogna “ricostruire l’integrità degli spazi tra i Fori, assicurando la continuità tra Mercati Traianei, Foro di Traiano, Foro di Augusto, Foro di Nerva, fino al Foro della Pace voluto da Vespasiano. Un progetto che accetta la sfida dell’innovazione e della sperimentazione per disegnare i percorsi, anche a quote archeologiche, tra piazza Venezia e largo Corrado Ricci. Bisogna ripristinare le trasversali tra l’area archeologica e la città moderna che gli è cresciuta sopra e intorno. Ad esempio quella che da piazza Monti, alla Suburra, attraverso via Baccina arriva al Foro di Augusto, lo attraversa e, passando dietro il Campidoglio e dopo aver intersecato la via Sacra, procede verso il Velabro, il tempio di Vesta e quindi il Tevere, e si prolunga fino al basamento dell’Aventino con la risalita al Giardino degli aranci. Una passeggiata unica al mondo, un’esperienza senza pari che restituirebbe un senso di cittadinanza a chiunque l’attraversi”.

Finalmente. Finalmente torna il sogno di una città moderna che dell’antico fa la sua forza e sperimenta la sua capacità di innovazione. Era l’idea del sindaco Luigi Petroselli, curiosamente un non-romano, che fu il miglior sindaco del dopoguerra. Era l’idea di Antonio Cederna, che a lungo ha cercato di rocngiungere Fori imperiali e Parco dell’Appia antica in un grande cuneo verde dal cuore della città alla sua periferia. Era l’idea di Italo Insolera, che ha affiancato il tentativo di Petroselli con passione e cultura. Un’idea bloccata finora da un assurdo vincolo storico fermamente voluto dall’Msi di Fini come simbolico timbro dello sdoganamento in atto.

FORI-IMPERIALI

Pedonalizzata via dei Cerchi. Dato valore alla Meta Sudans. Utilizzato l’antico Palazzo Rivaldi come museo dei Fori. Risistemata l’area del Colosseo. Un lavoro immane di progettazione o riprogettazione che intrecci il nuovo nel tessuto della città valorizzando l’antico. Ricreando orgoglio e appartenenza, civismo e conoscenza.

Da fare c’è tanto, a Roma un’iniezione di ottimismo e di speranza sarebbe utile. Sopratutto ora, dopo l’avvilimento dello scandalo Mafia Capitale, dopo la vergogna dei vigili assenteisti, dopo le miserie della gestione di questa città, quelle che molti sembrano notare solo quando scoppiano gli scandali e le polemiche. Un piccolo esempio? In piazza san Giovanni il mercatino di Natale viene autogestito da Forza Italia: ottenuto il permesso per una festa di partito, il consigliere Tredicine – sì, stessa famiglia del clan delle caldarroste e dei camion bar nel centro, quelli che hanno fatto la “serrata” di piazza Navona come protesta perché non c’erano tutti i banchi richiesti – ci ha infilato dentro banchetti di pentole e di pantofole, dolciumi e bigiotteria. Con un mesto tavolino di Forza italia a raccattare aiuti per gli alluvionati di Roma: una sorta di piazza Navona autogestita. E magari con questa cultura il consigliere vorrebbe governare Roma.