Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

Le favole fanno bene

Chi la sa questa favola? C’era una volta… C’era una volta, e c’è ancora, un pediatra bizzarro dalla doppia vita. Si chiama Andrea Satta, di giorno cura i bambini, di sera fa il cantante di una formazione molto conosciuta, Têtes de Bois. Forse perché la mamma, la sera, gli leggeva i “Promessi sposi” da grande si è appassionato alle favole. Ecco come.

Il suo ambulatorio è a Valmontone, sulla Casilina, sobborgo di Roma, dove vive chi a Roma lavora ma non si può permettere l’affitto; molti stranieri. Un territorio sgarrupato, tra ferrovie, viadotti, capannoni industriali, i fumi di Colleferro a due passi, termovalorizzatori e discariche. Per un pediatra, questo vuol dire allergie oltre la norma, patologie tiroidee, bronchiti croniche. E quella strana malattia, la sindrome da centro commerciale, le rinofaringiti, le pleuriti, le tracheiti che i frigoriferi e l’aria condizionata dei supermercati producono, soprattutto d’estate.

Questa è la storia delle storie che Satta ha portato ieri al Festivaletterature di Mantova, con il suo secondo libro Mamma quante storie, Treccani editore, arricchito da un fumetto di Fabio Magnasciutti e da illustrazioni di Sergio Staino.

Cosa c’entra l’ambulatorio di Valmontone con le favole? C’entra. Tutta colpa della mamma di Mohamed che una volta gli ha confessato: «Dottore, tu se l’unico con cui io parlo, qui, insieme alle persone in sala d’aspetto. Niente amiche, niente famiglia». Che fare? Ecco un’idea bizzarra, la sintetizza un cartello: «Mamme, vi aspetto sabato prossimo alle 18 per raccontare le favole con cui vi addormentavate da piccole. Portate i vostri bambini».

Tè e succhi di frutta, biscotti e patatine: verranno? Vengono. Vengono anche le favole, semplici, complesse, con i sapori di tutte le terre da cui vengono le mamme: paesi dell’est, nordafrica, Bangladesh, Ecuador, Perù, Brasile, Belgio. Ma anche Puglia, Campania, Calabria.

Così, una volta al mese, da sette anni le mamme raccontano, parlano, si conoscono, fanno amicizia tra loro, condividono cous cous e felafel e fejoada, altro che patatine. Così, Andrea Satta raccoglie le loro storie: la sua doppia vita diventa trina, pediatra e musicista e raccoglitore di favole.

La sapete quella della capra e del cavoli? Sì, la sapete. In Nigeria c’è, solo “tradotta”: capra cavoli e lupo diventano gazzella leone e pescatore. Chi l’avrà portata? Le storie superano meridiani e paralleli, con il loro carico di arguzia e di poesia. Nelle favole del mondo anche gli animali fanno rumori diversi. Bau in italiano diventa Au in portoghese, Ham Ham a Galati…

Andrea Satta è sicuro, le favole fanno bene. Ai bambini soprattutto, è scientifico. “Una ricerca canadese – dice – dimostra che i neonati pretermine seguiti in terapia intensiva prenatale migliorano moltissimo se ascoltano la voce della mamma, anche registrata. Forse perché l’hanno sentita nella pancia, forse perché è la voce dell’amore. Se è così importante per un neonato che ha così poche capacità dialettiche pensate cosa succederà a un bambino di due o cinque anni. Il sonno che si avvicina, la mamma o il babbo che sussurrano, la storia nota che si dipana pian piano”.

Le favole, a volte, sono crudeli. Pensate a Cappuccetto rosso, a Hansel e Gretel… Chi le scriverebbe così, quelle storie? Chi manda una bambina dalla nonna, sola e senza cellulare? Chi abbandona i figli nel bosco perché non ha abbastanza cibo per nutrirli? I pericoli affascinano i bambini, ma producono paura. Però è la mamma che racconta la storia, è la sua voce che dà protezione e sicurezza. E, dice Satta, l’elastico della paura si tende ma si sa che non può finire così. Il lieto fine consola e placa. Chiede: dunque è giusto raccontare favole crudeli, matrigne che maltrattano bambine, leoni sbudellati, streghe che mangiano i bambini? Forse sì, se c’è la mediazione dei genitori. L’iperprotezione dal mondo non fa crescere, rende deboli di fronte allo scacco, al cataclisma, al dolore.

Ma forse non basta. Ecco perché un ambulatorio dove da anni ci si parla, ci si scambiano racconti, si fa amicizia, si creare una comunità. Una piccola piazza dove si trovano abbracci e conforto, sostegno e soluzioni. Dove le categorie ridiventano persone, una a una, e ciascuna con il suo sorriso. Con le sue storie, e quelle della sua mamma.

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

E se ripartissimo da Marx?

Chimico, filosofo, malato. Santiago López Petit è una persona singolare. Impiegato in una vetreria sotto il franchismo, lasciò tutto e entrò nella resistenza. “Vincemmo, ma è stata una sconfitta. La democrazia che da quella vittoria nacque non era quella che volevamo”. Poi lo studio della filosofia, la passione per i post strutturalisti francesi da Foucault a Deleuse, e per i marxisti italiani, da Panzieri a Tronti. La cattedra di filosofia critica all’Università di Barcellona per 23 anni, la partecipazione ai movimenti radicali, dagli indignados a Espai en blanc o Dinero gratis. Poi la malattia.

Da qui nasce il suo ultimo libro, “Figli della notte” (Moretti e Vitali editore, 16 euro) di cui ha parlato ieri al Festivaletterature di Mantova insieme a Gianluca Solla.

Saggio, analisi, confessione, ragionamento, punto di vista attorno a un malessere potente e sfuggente, depressione, sindrome di fatica cronica, fatica di vivere: “Mal di testa lancinanti, fotofobia, sensazione di sonnolenza e insieme insonnia, l’essere in bilico tra la vita e la morte, momenti di assenza”, dice lui, che in pagine dense ha descritto la fatica del suo dolore. Senza arrendersi, analizzandolo, cercandone le ragioni dentro e fuori di sé. Fuori soprattutto. Perché, dice, “chi non è malato in questa società? Chi non soffre di mal di vivere, di sequestro della vita? Chi non sente di voler vivere e di non poterlo pienamente fare?”.

Il mio cuore pompa rabbia, scrivi. La rabbia e il pensiero portano al superamento della malattia?

La vita è un carcere, è il pensiero di tutte le avanguardie storiche, dai dadaisti ai surrealisti fino ai situazionisti. Ma l’evasione non è la soluzione. Il capitalismo, oggi, si è fatto uno con la realtà, è qui il nodo. Bisogna decidere se essere un pezzo della macchina capitalista o essere l’anomalia, l’errore del sistema che lo farà implodere, la sfida alla normalità. L’anomalia è la chiave, tutti siamo anomali. La traduzione del malessere sociale non la fanno certo i partiti.

La grande forza dei movimenti, dal 77 a oggi, si è mostrata e poi è svanita. Perché?

Nel M15, che impropriamente voi chiamate indignados, c’è stata una fortissima presa di parola. L’occupazione delle piazze da parte di migliaia di persone senza avanguardie o leader, senza direzione. L’esplosione pacifica di un malessere sociale irriducibile, che è svanito perché non aveva un orizzonte chiaro, forse troppi orizzonti, e alla fine si autocontemplava. Sì, alla fine è mancata rabbia, è mancata strategia e ponti tra noi: la critica alla forma partito è sempre stata molto forte. Ci siamo dispersi seguendo ognuno il suo filo di interesse, l’ecologia, il femminismo, il consumo critico…

In Spagna c’è una situazione singolare, ora. L’impossibilità tecnica di formare un governo, e un’economia che comunque cresce.

Podemos ha fallito. E non solo perché insieme a Izquierda unida ha perso milioni di voti. Ha riprodotto il partito classico. Non è riuscita a rompere il bipartitismo, non è riuscita ad essere l’alternativa, rischia di riportare a destra il paese. Il capitalismo? Ormai è la realtà, l’ho detto: non ha più bisogno del sostegno dei partiti.

Dunque che fare? Suggerisci alla fine del libro di tornare ad essere partigiani, come scriveva Gramsci.

Certo. Ma dico anche di tornare a Marx. Tra pochi mesi uscirà con la mia prefazione la prima traduzione in catalano del Manifesto del partito comunista, che da 40 anni non viene pubblicato in Spagna. Allora il concetto di lotta di classe diede alle masse diseredate riconoscibilità e dignità. Il mondo, poi, è mutato. Ma non è cambiato il bisogno di lottare, di pensare un’altra realtà, di agirla. Da qui si può cominciare.

 

Questa intervista è stata pubblicata sull’Unità dell’8 settembre 2016. L’immagine è di Alice Pasquini

Mondi dietro le sbarre

Un anno fa chiudevano gli Opg, i famigerati ospedali psichiatrici giudiziari. Luoghi di contenzione in cui venivano richiuse persone giudicate malate ma anche pericolose agli altri. Senza fine pena: persone richiuse in una cella di cui spesso si buttava via la chiave.

Un anno è poco tempo, eppure qualche passo verso una soluzione più dignitosa è stato fatto, il novanta per cento degli ex internati ora sono fuori, in un percorso di reinserimento sociale lungo ma almeno iniziato. A pare il punto è stato un incontro presso la Cgil nazionale a Roma organizzato dalla galassia di sigle che si riconoscono nel Comitato nazionale Stopopg (www.stopopg.it) e che il 5 e 6 aprile promuovono uno spettacolo teatrale nell’Opg di Montelupo Fiorentino.

Sì, nell’Opg. Alcuni ce ne sono ancora. Quaranta internati a Montelupo, sei a Reggio Emilia, diciotto ad Aversa, trentacinque a Barcellona Pozzo di Gotto. Per ricordare la loro esistenza, la loro presenza, nel centro convegni una parte delle poltrone era stata ricoperta di tela, tanti posti quanti internati.

E le strutture alternative agli Opg, le Rems (residenze regionali per l’esecuzione della misura di sicurezza), spesso sono, come a Castiglione delle Stiviere, i vecchi Opg a cui è stata cambiata la targa all’ingresso. Non tutte però: in alcune Rems gli ospiti possono fare attività interne ed esterne, c’è uno stretto collegamento con i servizi sociali e territoriali, le dimissioni sono frequenti. Certo è difficile se si decide di installare una Rems a cinquanta chilometri dalla città o dal paese vicino, se alla radice resta il vecchio intento segregazionista con la scusa della prevenzione dell’allarme sociale. Per quanto aperte siano le strutture, la risocializzazione tra i lupi è difficile.

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Così il Comitato Stopopg ha iniziato un viaggio conoscitivo attraverso le Rems, e certo ce n’è bisogno: qui il filo spinato e il metal detector, là moderne strutture e sistemi di sicurezza non invasivi. Qui nessun miglioramento, là porte aperte e iniziative che mescolano parenti e malati. Ne ha dato conto il documentario – parziale certo, il viaggio non è ancora concluso – di Antonio Fortarezza, proiettato durante il convegno. Un fatto è chiaro e positivo, almeno: dopo la legge 81 dalle Rems si esce, quando si entra si conosce già la data di uscita, la chiave non si butta ma si usa.

Dice Franco Corleone, commissario nazionale per il superamento degli Opg: “C’è un’accelerazione, nei prossimi mesi il quadro sarà diverso: attendiamo a breve l’apertura di Rems in Abruzzo, Piemonte e Calabria, mentre in quelle di Veneto e Toscana verrà aumentata la capienza. Questo accelererà la chiusura degli Opg di Aversa, prevista entro due mesi, e di Reggio Emilia, tra qualche settimana. L’auspicio, se si prosegue in questa direzione, è di chiudere gli OPG in sei mesi. Alla fine avremo 30 Rems ma servirà un monitoraggio attento per verificare che qui non si riproduca una logica manicomiale”.

Annuncia Luigi Manconi, presidente Commissione Diritti Umani del Senato: a partire da maggio la Commissione farà un’indagine conoscitiva sulla contenzione meccanica, la camicia di forza e la pratica di legare al letto malati psichiatrici, anziani, bambini, diversamente abili. Mica solo negli Opg o nelle Rems: negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle istituzioni totali. Dieci anni fa un’analoga indagine dimostrò che nell’80 per cento dei centri di diagnosi e cura la camicia di forza era pratica usuale.

Montelupo, dicevo. Tre iniziative questo aprile: il 4 e 6 uno spettacolo teatrale, esterni e internati insieme, nell’atrio della terza sezione dell’Ospedale psichiatrico, “Uomini paralleli”, testo di Rita Filomeni e interpretato da Marco Gargiulo. E, il 12 aprile, “Visione notturna, occhi sul cielo”: cinema, animazione, teatro, scienza. E’ obbligatoria la prenotazione.

L’arte che cambia le cose

L’arte fa la rivoluzione? Nel Sessantotto l’idea era merce corrente, del resto la rivoluzione la volevano tutti. L’idea era però più antica, almeno fin dai futurismi, quello comunista e russo, che poi venne messo al bando dal regime e quello italiano e fascista, che finì guerrafondaio. Tornerà?

Curioso ritrovare attorno a questa idea, incarnata dal mecenate Antonio Presti, gli attivisti di un centro sociale anomalo come quello della Snia. Gente che fa: se quel parco sulla Prenestina è aperto al pubblico è grazie alla tenacia della lotta del centro sociale. E’ grazie a loro se attorno al lago, poco più in là, si è coagulata la mobilitazione del quartiere, che ha sconfitto i progetti megagalattici del costruttore Pulcini – un centro commerciale prima, quattro grattacieli poi, un centro piscine al tempo del Mondiali di nuoto – ottenendone l’esproprio. E ancora si combatte contro la cementificazione del cantiere – il discount Lidl che ha recentemente costruito in area archeologica e vincolata – e per ottenere lo status di Monumento naturale al Lago.

Ecco, il Lago: frutto della speculazione più ottusa e dell’escavazione inconsulta sotto la falda dell’Acqua Bullicante, negli anni si è naturalizzato, oggi accoglie anatre e volpi, istrici e garzette. Grande forza alla lotta l’hanno data le due canzoni di Militant A, del Muro del Canto, che è diventato l’inno di lotta del quartiere. Il “lago che combatte” siamo noi, e si combatte anche cantando.

L’incontro con Antonio Presti, organizzato giovedì alla Casa del parco delle Energie, è stato davvero singolare. Singolare come la figura di questo personaggio carismatico, capace di mettere al lavoro artisti importanti e diversissimi attorno a un progetto apparentemente impossibile. “Ci sono voluti quarant’anni per fare Fiumara d’arte” dice soddisfatto, raccontando la nascita di questo parco di monumenti grandi firme tra le colline e il mare a metà strada tra Palermo e Messina, ma tacendo il costo reale dell’operazione, certo non basso che si è personalmente incollato. Osteggiato da molti, spesso gli stessi che hanno infelicitato la Sicilia di monumenti e abusi tollerati, finalmente quei luoghi hanno ottenuto il riconoscimento con legge regionale di Museo internazionale di sculture. In riva al mare la porta

A segnale il luogo la grande piramide d’acciaio di Mario Staccioli sulla cima del Monte d’Afferma. Nel suo cuore una spirale di monoliti levigati dal mare, un raggio di luce, una matriarcale galleria. Qui si fanno, una volta l’anno, i riti dell’arte, allestimenti temporanei, mandala pazientemente disegnati con sale e pigmenti e poi lasciati alla distruzione del vento, musiche e danze, canti.

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Non solo la Piramide. C’è anche la Finestra sul mare di Tano Festa, una gigantesca soglia di cemento adagiata sull’arenile a inquadrare l’orizzonte; la Materia poteva non esserci di Piero Consagra, un ricamo di pieni e di vuoti che evoca la chioma di un albero; la Stanza di barca d’oro di Hiteroshi Nagasawa. sigilllata subito dopo la messa in posa per consegnare solo al futuro il suo messaggio di bellezza,. Opere accusate di abusivismo e condannate alla demolizione, alla fine di un lungo iter giudiziario le sculture si sono salvate e ora sono patrimonio del sito.

Diverso il progetto di Librino, periferia di Catania., ottantamila abitanti radunati in palazzoni senza anima. Una di quelle periferie degradate e dimenticate, dove prosperano mafia e criminalità. Presti qui si è inventato la Porta della bellezza, il costone di un viadotto autostradale. La chiave è stata trovata nelle scuole. Undici artisti hanno disegnato i disegni iniziali sulla grande madre, i bambini, i ragazzi hanno lavorato a pannelli di terracotta che concretizzano le forme, ogni tassello con il proprio autoritratto o il proprio disegno: duemila studenti e le loro mamme, una ridda di pannelli che raccontano l’impegno concreto per un futuro diverso, da subito più bello. Tant’è che quel muraglione, ora, è un orgoglio, senza più tag o scritte, e la gente viene a vederlo da fuori.

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Ancora in fieri il progetto collegato, il Museo della luce, le 30.000 foto delle persone che hanno lavorato al progetto da installare sui pali della luce accompagnate dalle parole del Cantico delle creature, e delle gigantografie da proiettare di notte sulle facciate di alcuni palazzi del quartiere. “Così gli amici, le famiglie vedranno ogni giorno i loro figli, belli e orgogliosi – spiega Presti – e vorranno essere all’altezza di questa esplosiva bellezza. Anche così cambiano i quartieri oggi degradati nella percezione dei suoi abitanti. La bellezza, il lavorare insieme, sono un grimaldello che funziona”.

Funziona a Fiumara, funziona a Librino e il contagio potrebbe essere invasivo. Intanto ci vuole un mecenate illuminato e visionario, perché per queste imprese ci vuole fantasia, capacità organizzative ma anche un congruo finanziamento. Antonio Presti è sicuro: con la forza dell’utopia, se davvero si vuole, insieme possiamo farcela. Come non essere d’accordo?

Omnia sunt communia

Omnia sunt communia. Con questa programmatica parola d’ordine le ex Fonderie Bastianelli, quartiere san Lorenzo, il 24 aprile si sono coperte di striscioni. Un collettivo di studenti e precari hanno deciso di presidiare un palazzo da tempo abbandonato a una gigantesca speculazione.

Cosa sono le Fonderie Bastianelli? Uno stabilimento di archeologia industriale aperto all’inizio del 1900. E’ certo che le fucine fossero attive nel 1908. Da lì vengono gran parte dei chiusini di Roma, fateci caso. Da lì vengono parti (le altre furono fuse nella fabbrica di san Michele a Ripa) della statua equestre di Vittorio Emanuele, quella che campeggia sull’altare della Patria. A ricordarlo la foto, datata febbraio 2011, dell’inaugurazione informale, una cena da ventiquattro coperti allestita nella pancia del cavallo a celebrare la conclusione dell’opera: tra i commensali, oltre al sindaco Torlonia e lo scultore Trentanove, anche il fonditore Bastianelli.

Qui il Comune di Roma aveva concesso alla società Abriz la demolizione totale dell’edificio, considerato di nessun valore storico ma in realtà vincolato, e la costruzione di un palazzone di cinque piani con tre livelli di box interrati. Grazie alla mobilitazione del quartiere il progetto è stato fermato, ma non cancellato: tra gli appunti del Comitato di quartiere, anche il fatto che la copertura di eternit è stata demolita con seghe elettriche e nessuna delle precauzioni doverose in presenza di amianto. Qui il video girato dai residenti. In rete e qui l’appello per restituire al quartiere un pezzo della sua storia, tra i firmatari Simone Cristicchi, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Wu Ming, Daniele Biacchessi, Valerio Mastandrea, Il muro del canto,  Johnny Palomba, Marco Bersani, Elio Germano, Assalti Frontali, Pino Cacucci…

In attesa del nuovo progetto, il collettivo di studenti Communia ha occupato l’edificio. E’ già attivo uno sportello legale, sale studio per studenti, palestra popolare, cineforum. E un doposcuola, cioè lezioni di recupero per ragazzi delle medie e delle superiori, quelle lezioni che le scuole falcidiate dai tagli non fanno più. Non perché si voglia “privatizzare” un servizio che dovrebbe essere pubblico, ma appunto per sottolinearne la necessità. A insegnare i laureandi e gli insegnanti precari di Communia, ovviamente gratis. In via dei Reti ci sono due aule e 25 volontari, le lezioni sono aperte il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 16 alle 19. Chi è rimasto indietro in fisica, matematica, greco ora lo sa: la risposta la trova in fonderia.