Silenzio sulle città. Parla Vezio De Lucia

Raccolte di firme, articoli indignati: a Roma, nel quartiere Coppedè sono in predicato di demolizione una serie di villini storici, Villa Paolina è già cantiere. Saranno sostituiti da anonimi palazzi di abitazione, aumentati di una buona parte di cubatura. A chi si indigna nessuno offre una risposta, le amministrazioni, anche se differenti di orientamento politico, si lavano reciprocamente le mani. Partiamo da qui per chiedere all’urbanista Vezio De Lucia un’analisi di quel che sta avvenendo.

Come è possibile un’operazione di sostituzione così pesante e senza riguardo per l’aspetto storico-urbanistico, dentro la città consolidata?
All’origine c’è il famigerato piano casa di Berlusconi, che in effetti non è mai stato un provvedimento nazionale ma un accordo con le regioni perché ciascuna approvasse provvedimenti per agevolare la realizzazione di interventi che consentissero l’incremento volumetrico e di superficie. Era, attenzione, un provvedimento a termine. Che ha avuto un esito disastroso soprattutto nelle regioni meridionali, dove si sono proposte, una dopo l’altra, proroghe e dilatazioni dei volumi da costruire. Tra le regioni che si sono comportate peggio c’è anche la Regine Lazio.

Innanzitutto con il Piano Casa della Polverini; che però, alla scadenza, è stato prorogato dall’amministrazione Zingaretti fino al 2016. E’ appunto grazie a questa proroga che sono stati approvati i progetti di cui oggi si discute. Anche quelli dei Villini Coppedè.
Per i meno attenti, l’esito di questi provvedimenti che covava da anni, piomba sulla città come una sorpresa.
Bisognava essere attenti, invece. Quella legge, una volta scaduta, è risorta e ha trovato una vita stabile, permanente, nella legge sulla rigenerazione urbana, approvata dalla Regione Lazio nell’estate scorsa. Penso sia grave che l’amministrazione comunale non abbia mai preso quella posizione energica, che sarebbe invece indispensabile contro una legge che consente alla Regione di derogare agli strumenti urbanistici che sarebbero competenza del Comune. Ora il Comune di Roma è obbligato a dare quelle autorizzazioni. Ma in questi lunghi anni in cui la vicenda si è trascinata, il Comune non ha mai espresso una netta presa di posizione. Quanto alle autorizzazioni dei villini Coppedè, del 2016 e del 2017 sono in regime Raggi.

Dunque non c’è nulla da fare.
La situazione è pregiudicata. Bisognava pensarci prima. Spicca anche in questa vicenda, come in tante altre, l’immobilismo e l’inerzia del Ministero dei Beni culturali, che pure potrebbe porre limiti e tutele a un patrimonio importante nella storia della città.


Come mai c’è tanto disinteresse per le questioni urbanistiche? Non è questo il campo in cui si discute e si intravede il futuro delle città?
Dovresti chiederlo alla politica. Ma non è vero che nessuno ne parla. Basti pensare agli interventi reiterati di Berlusconi sul condono, in modo esplicito o larvato. Il condono è una piaga, quel che è avvenuto negli ultimi vent’anni lo prova. Eppure il condono non è stato mai bloccato. In Campania continuano a essere riproposte e a volte approvate leggi di sanatoria. Al sud l’abusivismo continua a procedere a gonfie vele, indisturbato. Da una parte si propone di perpetuare i condoni, dall’altra parte si sta zitti: a sinistra non c’è nettezza e chiarezza.

Ad esempio?
Nel dicembre 2017 è stata approvata dalla Regione Emilia Romagna una legge urbanistica. La peggiore che sia mai stata fatta dalle regioni. In sostanza trasferisce il potere urbanistico dalle amministrazioni comunali alle imprese che intendano fare trasformazioni. Neanche la famigerata legge di Lupi proponeva una così esplicita resa del potere pubblico. Questa legge dice che la disciplina urbanistica viene proposta da chi vuole realizzare il piano di trasformazione, ai comuni spetta solo dire sì. Anche su questa legge – con l’eccezione del mondo degli specialisti, del sito Eddyburg, ad esempio – non c’è stata una generale mobilitazione a sinistra. Proprio in Emilia, dove il Pd è alleato con Sinistra italiana e Mdp, il provvedimento è stato approvato con il solo voto favorevole del Pd, il voto contrario dei partiti che si sono riuniti in Liberi e Uguali, l’astensione di Forza Italia. Ed è una legge pessima, la peggiore che si sia mai vista. Secondo molti specialisti è una legge incostituzionale, ma in campagna elettorale la legge è andata avanti. La speranza è che qualcuno faccia ricorso e si vada in Corte costituzionale.

Perché in campagna elettorale nessuno ne parla?
Dovreste farvi un esame di coscienza anche voi giornalisti. Eppure sulla legge dell’Emilia c’ è stata una colossale mobilitazione. Una lunga campagna, massiccia; di grande valore i firmatari delle petizioni, tra cui moltissimi i tecnici delle istituzioni. La maggioranza dei tecnici e molti sindaci che hanno tentato di opporsi erano del Pd, ma scandalizzati da questo provvedimento. Una nostra collega ha fatto una puntuale analisi semantica del provvedimento e ha mostrato come fosse ripreso pari pari da documenti dell’Ance, dell’organizzazione dei costruttori. L’ispirazione politica viene da là ormai. Ma nessuno se ne vuole accorgere. La grande stampa è stata tempestata di sollecitazioni, non ha raccolto.

Porto fluviale, un particolare del murale di Blu. Foto di Ella Baffoni

Noi giornalisti abbiamo le nostre responsabilità, certo: basta vedere quel che è avvenuto sulle vicende del razzismo. Ma, per tornare alle città, come mai ci fermiamo a guardare il sanpietrino che abbiamo davanti ai piedi e mai alle montagne che sono all’orizzonte?
L’Inu, l’Istituto nazionale di Urbanistica, è scomparsa dalla scena. Per anni è stato almeno una garanzia di competenza giuridica e culturale. La Cgil, che pure battaglie ne ha fatte su questioni ambientali, sulla legge dell’Emilia era d’accordo. C’è una sorta di corporativismo che raccoglie il mondo del lavoro e dell’impresa. La stessa alleanza che si è formata dietro la proposta di legge sul consumo di suolo: una legge avviata per nobili motivi dal ministro Mario Catania, che intendeva preservare le campagne dall’urbanizzazione, è stata manomessa e rifatta, trasformata in un provvedimento che tutto faceva meno che bloccare il consumo di suolo. Un disegno di legge sostenuto non solo dal governo ma da un arco vastissimo di posizioni. Anche a sinistra.
Il fatto è che c’è anche una carenza di cultura, di approfondimento. Una parlamentare, che si è ricreduta, ha commentato: beh questa ipotesi era stata scritta dai costruttori. Ed è gravissimo. Torniamo alla legge sul consumo di suolo: come fa chi ha sostenuto fino a dicembre che quella legge doveva assolutamente essere approvata, sostenere oggi che quella legge era sbagliata? E si badi: gli appelli erano formati da intellettuali di primo piano. Approvata dalla Camera, il Senato l’ha modificata ma non ha fatto in tempo ad approvarla. Ma è probabile che verrà ripresentata alla prossima legislatura.

Nei programmi della campagna elettorale, a sinistra, qualcuno ripropone il tema?
L’unico partito che propone in campagna elettorale le questioni urbanistiche in modo netto è Potere al popolo. Ma sono contenuti che girano pochissimo, li trovi sul manifesto o su Eddyburg.
Libertà e uguaglianza ha diverse anime, alcuni hanno preso posizione, non tutti. Ma c’era chi era contro e si è battuto. Parecchi anni fa i 5 stelle furono tra i promotori del miglioramento di questa legge, con Civati e la sinistra. Poi i pentastellati si sono liquefatti.
L’urbanistica era a pieno titolo nel programma del Brancaccio, invece.
Certo che c’era, anzi sono uno di quelli che ha collaborato alla stesura delle tesi in materia urbanistica. Le cento piazze organizzate da Tomaso Montanari erano quasi sempre sulle questioni della città. A Bologna, dove i problemi urbanistici sono davvero pesanti, è rimasto in piedi un osservatorio sull’urbanistica. Ma il Brancaccio è finito male. E a sinistra si è persa un’occasione.

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L’Aquila nelle mani

Il passato dell’Aquila – città ferita e non solo dal terremoto ma anche dall’improvvido intervento del governo berlusconiano e dalle passerelle mediatiche sulle macerie – lo sappiamo bene. Dal 2014 qualcosa s’è mosso, però, e la zona rossa si è aperta a una selva di gru. Di cantiere in cantiere già si vede il risultato, qui qualche palazzo libero dalle transenne, là gli ultimi ritocchi, e ancora palazzi, per lo più pubblici, in stand by. Cosa sarà il futuro dell’Aquila non si sa, il suo presente è nei cantieri, una popolazione di operai per lo più immigrati da fuori città.

E’ “Le mani della città”, il progetto di Claudia Pajewski diventato mostra e ospitato nell’Asilo occupato (viale Duca degli Abruzzi 4, L’Aquila) fino al 30 aprile, con il contributo della Fillea-Cgil. Pendolare tra L’Aquila e Roma, dove ha studiato ed è stata allieva di Sebastiana Papa, Claudia Pajewski ha in dote uno sguardo diverso, la capacità di cogliere l’attimo, e di comporre un fecondo dialogo di luci e ombre. E con questo progetto riesce a toccare profondamente.

Gli occhi, le braccia, le mani dell’esercito impegnato nella ricostruzione. C’è il lavoro, certo, il freddo, quando ti si ghiaccia il fiato e bisogna fare un focheraccio per tenere dritta la cazzuola. La tensione dell’altezza, i muscoli che si tendono. E la polvere, la terribile polvere ovunque.

Singolare la sfida del doppio binario della ricerca, la ricostruzione da una parte, la fatica del lavoro dall’altra, e la sua pena. E la difficoltà dell’incontro nei cantieri, ingresso vietato ai non addetti. Ma la tenacia, la capacità di far relazione, la volontà d’incontro – e l’abilità tecnica, certo – hanno guadagnato la partita.

C’è una città-dentro-la-città – dice Claudia Pajewski – C’è un’altra città che ricostruisce questa. Le mani di migliaia di operai ricostruiscono le case e le strade che torneremo ad abitare. I loro volti si fondono per anni con la bellezza delle cupole, delle piazze e delle fontane di questo territorio che lotta per rinascere, una pietra dopo l’altra”. E intanto cattura la meraviglia di un camion tra uno scorcio di due palazzi, un edile a mezz’aria che salta giù dal cassone, i riflessi del sole sulle finestre e le ombre umane che s’intrecciano a terra. O il volto di un altro operaio, sullo sfondo gli affreschi antichi di una chiesa. In più, i racconti, raccolti a incorniciare i ritratti.

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Migliaia di operai, una folla che vive all’Aquila come fosse all’estero. Distaccati, senza legami con gli aquilani, dormendo in appartamenti affittati dalle imprese o nei dormitori, come quando si emigrava in Germania, magari negli anni ’50. Mica tutti sono stranieri, anche se c’è una fetta di immigrati africani o slavi. Molti vengono dal sud, da Sicilia e Calabria e Puglia. E’ davvero necessario?

Sei di qui? Sei aquilana?” è stata la prima cosa che Pajewski si è sentita chiedere da Vito, di Bitonto (Bari). E’ del ’63 ed è già nonno, “in due anni non ho conosciuto nemmeno un aquilano”, una frase che è come una fucilata al cuore. Un edile, ovvio, va dove c’è il cantiere, lavora e poi lo lascia. Qui però funziona come se il cantiere fosse in Algeria, in Mali, in Moldavia, dove almeno c’è la scusa della differenza di abitudini e cibo, la separazione della lingua.

Qui siamo migliaia di operai – racconta Vito alla fotografa – ma non ci incontriamo mai, nell’orario di pausa c’è solo il tempo di prendere il caffè, poi c’è il pranzo e poi di nuovo in cantiere. Torniamo a casa, ci laviamo, ceniamo, ma la sera siamo stanchi, un po’ di televisione e si va a dormire. (…) Due chiacchiere in appartamento, qualche volta una partita alle carte e basta. Chi tiene la voglia di andare in giro? Mangiare, dormire, lavorare”. Ti guarda dritto negli occhi, Vito, fermo e mite, una di quelle rocce su cui è fondata la parte migliore dell’Italia, e anche il futuro dell’Aquila.

Martin viene dal Benin, ha lavorato in Costa d’Avorio dove ha imparato le lingue, la guerra l’ha spinto via fino in Italia, dove ha studiato, ha preso la patente dell’auto e dei mezzi pesanti, ha fatto il camionista e il musicista. Poi la nascita del figlio (“si chiama Wanyiyi, che nella mia lingua significa amore”) lo ha spinto nei cantieri, impossibile restare lontano settimane.

Laurentiu viene da Galati, Romania, ha imparato l’italiano in cantiere, lavora con una squadra di rumeni come lui. Falegname, rimpiange l’Urss, ricorda quando è finita e “piano piano ci hanno tolto tutto, le fabbriche hanno chiuso, è arrivata la disoccupazione, poi negli anni ’90 è iniziata l’emigrazione per cercare lavoro… Adesso è fuori controllo, è pieno di ladri perché tutti vogliono fare i soldi subito, quelli facili”.

Felice è di Sciacca ma si sente pantesco (“La roccia lavica di Pantelleria mi manca più di qualunque cosa”), ha studiato all’Accademia d’arte e ha fatto l’artista, per un po’, a Roma. Poi si è trasferito all’Aquila e si è fidanzato, del cantiere soffre la ripetitività del lavoro, e l’incertezza: “E’ una sorta di paradosso, non è facile trovare lavoro nonostante ci sia un’intera città da ricostruire. Ne trovi uno, pensi di star bene per due mesi, e poi tutto cambia, la ditta fallisce, quello non va, quell’altro chiude. Se ti eri fatto due progetti, ecco che devi cambiare di nuovo”. Il ché la dice lunga sulla qualità degli imprenditori italiani.

Nelle foto sui muri bianchi dell’Asilo occupato s’inseguono storie diverse, che s’incrociano nel cantiere ma non s’incontrano, ognuno segue il suo sogno. Che poi, in fondo, è il sogno di tutti: una vita meno agra, la famiglia, un lavoro, un po’ di tempo. Chissà cosa succederebbe se si guardassero negli occhi, se si riconoscessero uguali desideri. E riuscissero, insieme, a guardare in avanti.

L’Aquila ferita

Non è più quel mare di macerie, fotografato e rifotografato sui media di tutto il mondo. L’Aquila ferita è ancora lì, incerottata. Andarci oggi, per chi l’ha conosciuta e amata da viva, è uno shock, per quanto previsto e temuto.

Era di pietra, oggi è il legno e l’acciaio che la tengono su. Come incerottata, steccata, ingessata da tubi innocenti, tiranti, puleggie, manufatti di carpenteria. Le finestre non ridono, dietro le stampelle che ne sorreggono il ciglio. Gru ce ne sono, tante, e questo è il lato positivo: qualche cantiere è aperto, finalmente. A cinque anni da terremoto che fece ridere qualcuno, che arricchì qualche altro.

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Restano, lontanissime, le new-periferie senza servizi e costruite alla meglio in cui sono costretti tanti aquilani. Lo spettacolino con cui Berlusconi emulava il Mussolini delle paludi Pontine è indimenticabile. “C’erano perfino i fiammiferi sul focolare” dicevano i contadini veneti a cui veniva consegnata la casa colonica; “C’è anche lo spumante nel frigo” gongolava il Cavaliere.

Oltre allo spettacolino per il popolo, quello per i Grandi della terra, il G8 organizzato – coup de théatre, e peggio per i soldi già investiti alla Maddalena, uno spreco infinito – nella città ferita. Evento che ha prodotto pochi e magri strascichi positivi.

Lo spettacolo oggi continua. I bambini si affollano al Palazzetto colorato firmato da Renzo Piano e donato dalla regione Trentino, memento a chi sa vedere che quando si vuol fare si fa. Il Forte spagnolo è ancora inagibile, ma resta bellissimo. I ragazzi hanno ricominciato a vedersi nelle nicchiette della scalinata di san Bernardino. Il corso è affollato: la gente dell’Aquila sa che “bisogna” tornarci, e ci torna, la sera. Durante il giorno no, ci sarebbe poco da fare: abbassate le serrande, gli esercizi commerciali, gli studi professionali, le sedi di banche e grandi magazzini sono in restauro o desolati. Un pub aperto qui, una chiesa là, per strada c’è chi offre un gelato o una crepe. C’è chi accetta l’alea della cultura, e organizza coraggiose rassegne di musica e teatro… Non basta. Non basta allestire baracchette in piazza del mercato per riportarci la vita, la quotidianità, la consuetudine. E’ spettacolo anche quello, messa in scena di quel che potrebbe essere ma che la logica dei grandi eventi – e l’incomprensione totale di cosa sia una città da parte di chi era al timone del Paese, allora, succube e complice della sua cricca – ha portato su un’altra strada. Svuotando il centro e costruendo una città di sole periferie.

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Disperante, ma mai arrendersi alla disperazione. Si può cambiare direzione, forse si è ancora in tempo. Chi ama l’Aquila, sarà ottimismo sentimentale, non può pensarla in altro modo; lo stesso devono provare i cittadini che tornano al centro, sera dopo sera. Ricominciare da capo. E dagli aquilani, soprattutto.