Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

La brutta Padania

È un catalogo del brutto, un elenco fotografato con cura degli orrori del territorio padano. Un pesante tomo che evidenzia, meglio non si potrebbe fare, i guasti della commistione di scatenata iniziativa privata e dissennatezza delle grandi opere pubbliche. La Padania, lo sappiamo, non esiste, storicamente né culturalmente. Ma negli ultimi 50 anni si è costruita, ha preso forma. La trovate qui, in questo libro fotografico ragionato, Padania classic. L’Atlante dei Classici Padani, pubblicato da Krisis Publishing grazie a un riuscito crowdfunding (chi la cerca può ordinarla qui, e c’è anche un omonimo sito aggiornato continuamente). La dimostrazione di un “dissesto psicoinfrastrutturale”, la presenta Wu Ming 1 in uno degli ultimi incontri di Festivaletteratura di Mantova.

Piemonte, Lombardia, Veneto, una macroregione che ha in comune lo spreco del suolo, la mostruosità degli esiti, la sostituzione di un antico paesaggio rurale in grandi forchettate di svincoli e rotonde, discariche e inceneritori, capannoni più o meno utilizzati. «E intanto il cancro della cementificazione inutile e brutta cresce – incalza lo scrittore Wu Ming 1, che dal canto suo sta lavorando da tempo su territorio e conflitto in Val di Susa – anche perché una grande opera non è solo uso di quel particolare territorio. Come una goccia d’inchiostro su carta assorbente una grande opera dilaga, cambia il traffico, gli spazi intorno. Crea nuove necessità, esige nuove strade, suggerisce nuovi centri commerciali. Se non sapremo difendere quel che è rimasto ci condanneremo a vivere tra le macerie. E la macroregione sarà il carcere dell’anima».

cementificazioneL’autore del progetto, Filippo Minelli (che ha cofirmato il lavoro con Emanuele Galesi), ha passato tre anni a fotografare il brutto, e altri due a redarre il libro: «Questa bulimia cementizia è recente – nota – dagli anni ’60 a oggi. Ma ha già mutato profondamente il suolo con un incredibile cambio architettonico, omologato ai peggiori esempi delle periferie del mondo, complice una deregulation totale. La parola chiave per attuare il dissesto psicostrutturale è stata “polifunzionale”, centri commerciali, artigianali, abitativi, tutto insieme, le colonnine doriche e i nani da giardino, mega scheletri iniziati e abbandonati, la pubblicità dei compro-oro e dei centri massaggi ammiccanti, una Las Vegas opulenta e insieme miserabile. Nel paesaggio, una volta, si specchiava la comunità, ora solo l’individualità, il potere e l’ostentazione del denaro, il vuoto culturale. Su questa perdita d’identità la Lega ha incistato una identità inventata, con riti druidici e acque del Po. Sotto c’è il disastro delle grandi opere pubbliche e delle piccole private azioni quotidiane».

Cosa ci vuole a tirare su un capannone? Semplice, modulare, può essere modificato alla bisogna, e comunque crea valore, il fido in banca; che poi sia utile è davvero superfluo. E intanto si cementifica, si tombano i corsi d’acqua, si riempie un “vuoto” che invece è pieno di campi e prati. Un’ossessione che ha trasformato il territorio in un orrendo blob di asfalto e cemento e cartelloni pubblicitari di qualsiasi cosa. Piscine poggiate sul prato. Lacerti cementizi. Transenne edilizie abbandonate. Senza alcun senso.

Ne risulta un paesaggio pazzesco, se lo si guarda davvero. Perché spesso lo sguardo cancella il non finito, l’orribile, il cattivo gusto, il cervello non li registra. Questo libro obbliga a guardare, invece. Un esempio? Le palme. Un tempo Leonardo Sciascia l’aveva segnata sullo stivale, la capacità delle palme da datteri di attecchire sempre più a nord, metafora della capacità invasiva della mafia. Ma qui, nella macroregione, le palme di sono davvero, e da per tutto. Invece della fragile palma da datteri mediorientale, la più robusta Trachycarpus fortunei, origine asiatica e foglie a ventaglio. E’ da per tutto, basta farci caso: nell’aiola del comune e nel giardino privato, davanti alla sede aziendale o al centro della rotonda. A volte addirittura sfacciatamente finta, di plastica rossa, o luminosa. Un’ossessione, l’emblema vero e vuoto della Padania.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

Molveno, il prezzo della modernità

C’è una foto che colpisce. Una donna vestita di nero, come le paesane delle montagne trentine, ha smesso per un attimo di lavare i panni di famiglia alla vasca comune per guardare tre villeggianti, anch’esse donne, vestite anni ’60, pantaloni corti o vestiti leggeri e fiorati, sbracciate e scollate. Perché colpisce?

I due libri fotografici che sto sfogliando parlano di un piccolo paese del Trentino, Molveno, editi dal comune e dalle Biblioteche della Paganella. Sottotitolo del primo è “Passato presente”, del secondo “Presente passato”. Non è un gioco, è un differente punto di vista. Oggetto dei due volumi, fotografie di famiglie e cartoline del paese sotto le Dolomiti: il primo sull’evoluzione storica del paese nel lavoro, nella ricchezza, nell’economia, e sul suo ingresso nella modernità. Il secondo sulle relazioni, i costumi, i mutamenti più sottili e irreversibili.

La foto che colpisce – non l’unica, certo – è a pagina 114 del secondo volume, “Presente passato”. La chiave è negli occhi, negli sguardi. La molvenese che guarda le forestiere, le signore, come fossero venute dal futuro. Queste che guardano la contadina che ricorda la loro nonna, il passato, specchio del mutamento.

In quegli sguardi incrociati non c’è solo una generazione, come pure potrebbe superficialmente apparire, ma almeno due secoli. Perché?

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I due libri in qualche modo lo raccontano. Fino agli anni ’50 Molveno – come i vicini Andalo, Fai, San Lorenzo, Cavedago – era un piccolo isolato paese del Trentino, attraversato a volte da alpinisti stranieri e italiani, persone anomale che pur di conquistare una vetta si conformavano agli usi del posto, povertà e semplicità. Gli unici a vedere qualcosa del mondo di fuori erano i coscritti, i ragazzi che partivano per il servizio militare. Nella scuola elementare c’era la classe unica, e si andava in aula con un ciocco  sotto il braccio per il riscaldamento, i calzerotti negli zoccoli di legno sulla neve.

E’ stato il boom degli anni ’60 a cambiare tutto. Le auto, il turismo di massa, l’abitudine ai tre mesi di vacanze portano un cambiamento epocale: appunto, due secoli in una generazione. Le trenta di case di allora oggi si sono moltiplicate: sulla sponda del lago non ci sono più pascoli e campi ma alberghi, tanti, e tante case. Al Grand Hotel, dove dal primo ‘900 l’alta borghesia veniva a ricrearsi con il paesaggio della val delle Seghe e delle Dolomiti in radicale isolamento dal paese, si sono aggiunti decine e decine di alberghi di tutti i tipi, con Spa, giochi di bimbi, centri congressi. E i turisti, un tempo ben più ricchi degli albergatori, oggi sono stati scavalcati: altro che benessere, i molvenesi hanno trovato nello sfruttamento del paesaggio e dei loro pascoli, magicamente trasformati in terreni edilizi, la loro fortuna. Impensabile sessanta anni fa.

Il prezzo è stato alto, però. Non solo un’edificazione imponente. L’abbandono degli antichi lavori che rende più fragili i boschi e le montagne. Le piste da sci, gli impianti di risalita, la moltiplicazione di chalet e pretesi rifugi che in realtà solo soltanto ristoranti e alberghi, le strade carrozzabili che solcano i boschi a servizio del turismo hanno ferito le montagne che pure pretenderebbero di vendere. Così come avviene per le merci: più si fanno rustici e fantasiosi i nomi, più sono industriali e commerciali le cose. E persino nelle malghe, impoverite di mucche, il formaggio e il burro non sono più quelli di allora, e si usano macchine e processi industriali proprio mentre si beatifica il modo di produzione antico, saggio e sano, di una volta.

Molveno ha pagato al progresso, all’abbandono della povertà nera ma orgogliosa, un prezzo salato, forse più dei paesi vicini. La decisione di usare il lago come invaso idroelettrico ha portato alla costruzione di una diga, di gallerie sotto il lago, dell’allagamento volontario di un pezzo di paese. In più, lo sversamento del lago di Andalo in quello di Molveno per aumentare l’apporto delle acque ha lasciato la vicina Andalo con una pozza acquitrinosa e Molveno con un invaso più ampio, sì, ma lattiginoso, mentre i due laghetti erano prima limpidi e chiari come il lago di Carezza.

I due libri, costruiti con le foto di famiglia dei cittadini di Molveno e con le cartoline d’epoca, che anch’esse restituiscono uno sguardo singolare sul paesaggio, cercano di ricordare un modo di vita antico e perduto, di ridare significato all’oggi guardando a ieri. Quei corpi composti, quegli sguardi dritti dei paesani di allora, le grandi famiglie con i bambini vestiti alla bell’e meglio con i vestiti dismessi degli adulti, imepgnati nel lavoro dei campi o in giro per l’Italia più ricca come spazzacamini per portare due lire in più a un’economia all’osso. Erano i nonni dei benestanti di oggi, che di quell’epoca ricordano solo il peggio, non il meglio.

Una fortuna, il turismo. Una fortuna che potrebbe scomparire in fretta, se non si riuscirà a vedere il confine oltre cui la bellezza si trasforma in banale, ovvio, inutile. Un senso del limite che per ora non sembra chiaro.

I turisti che dopo aver fatto la dura fatica di prendere due funivie si accalcano in un quasi-rifugio per poter mangiare lo stinco e la polenta, ma gettano un occhio distratto su un panorama mozzafiato, sanno poco della montagna, della passione vera per le arrampicate, della sapienza e dell’umiltà e della fatica che ci vuole per attraversarle. Però spesso hanno, oggi, un abbigliamento tecnico invidiabile, usato magari solo per andare in cabinovia.

Vero, non tutto il turismo è devastante. A volte si ristrutturano vecchi edifici svuotandoli come zucchine e ricostruendoli all’interno come case di città, a volte invece si rispettano gli usi antichi e gli spazi, le stufe antiche e la cucina economica. C’è chi ha stretto amicizie non occasionali o di utilità. C’è chi ama questi luoghi, e non solo perché ci ha passato una infanzia fatata. I due libri lo ricordano, ai turisti e agli abitanti. Perché non si perda la memoria di quel che si è stati, la speranza di quel che si sarà.

Ricordare non esercita solo la memoria, anche il cuore. I volti di quei bambini lavoratori, di quelle donne orgogliose del falcetto e dei rastrelli, degli uomini nelle segherie e al lavoro d’ascia nei boschi richiamano a un rigore perduto. All’essere, non all’avere. A un tempo perduto, che ancora deve venire, in cui il rispetto per le persone – uguali, diverse, estranee e vicinissime, i nostri bambini e i nostri vecchi, e quelli degli altri – si affiancherà al rispetto per le cose. Quelle vere, vive, quelle che qui contano: il paesaggio, la natura, la montagna.

Il mistero buffo del discount

E’ davvero un mistero la vicenda della costruzione del supermercato Lidl in via di Acqua Bullicante. Un mistero con tanti protagonisti. E, come nei canovacci del teatro italiano, non tutti commendevoli.

Iniziamo dai “buoni”: una serie di associazioni e comitati che si sono ritrovati insieme a difendere il loro quartiere, cementificato fino all’inverosimile e soffocato da smog e polveri sottili. “No cemento a Roma est” ha picchettato e bloccato il cantiere in agosto, dopo l’abbattimento di molti alberi, primo atto della costruzione del nuovo supermercato, in una zona che già ne conta una trentina di supermercati: si sa, è una zona molto affollata. Il gigante tedesco del discount si serve di una mano italiana, la Immobiliare Bullicante srl che ha acquisito l’area e intende costruire per poi vendere l’edificio chiavi in mano ai tedeschi.

Ma ci sono molti altri attori di questa vicenda che buoni non sono, o almeno hanno avuto atteggiamenti ambigui. Bene ha fatto, ad esempio, il presidente del Municipio Palmieri, quando ha emesso un’ordinanza che ad agosto ha bloccato i lavori; male ha fatto a ritirarla, dopo un ricorso al Tar della ditta con ingente richiesta di danni. Perché spaventarsi? Se l’ordinanza in autotutela era ben fatta, chi avrebbe dovuto tutelare i cittadini, se non l’amministrazione pubblica?

Poi c’è la soprintendenza archeologica. In quel quadrante c’è il grande vincolo archeologico e paesaggistico “Ad duas lauros” che protegge emergenze antiche ma anche un prezioso paesaggio verde. Voluto con forza dall’allora soprintendente Adriano La Regina, ora si vuol eroderlo, pian piano. E la Soprintendenza partecipa al lavorio. Ecco: l’area Lidl fa parte della zona coperta da vincolo? La soprintendenza, a firma dell’architetto Francesco Prosperetti e della responsabile del procedimento Lidl, Anna Buccellato, sostiene che quell’area è fuori dal vincolo. Ma quando i comitati, carte alla mano, hanno mostrato che il testo del vincolo comprende quell’area, ecco la dottoressa Buccellato dire che quel che conta è la mappa. Una mappa sbagliata, che dava per costruita una strada inesistente, via san Vito Romano, che avrebbe dovuto proseguire via Luchino dal Verme tagliando a metà l’area Lidl. Via san Vito romano è invece il nome della via privata che la costeggia. Nel primo caso tutelata sarebbe metà dell’area, nel secondo tutta. Come è noto, quel che conta nel caso di perimetri dei vincoli, è il testo scritto, non la mappa, come ricorda anche una recente sentenza del Consiglio di stato. Ma non per la soprintendenza di Roma, che invece si è affrettata a chiedere al Ministero, alla Regione e al Comune di tenere in considerazione solo la mappa, e di modificare il testo del vincolo. Insomma, a sbagliare sarebbe stato il redattore del testo del vincolo, la soprintendenza di ieri, non chi ha dato i permessi a costruire, la soprintendenza di oggi, che sostiene di tutelare al meglio storia e natura. Dal cantiere emergono cunicoli e voragini, archi e ambienti ipogei, alcuni in cocciopesto, ma non sembra che siano stati inviati archeologi a controllare e intanto le ruspe sono andate avanti.

Ancora. Ecco il Suap, lo sportello unico per le attività produttive. E’ qui che viene rilasciata la licenza per la Lidl. Difficile ottenere accesso agli atti, ma il comitato – che comunque ricorda come manchi il nulla osta della soprintendenza paesaggistica – ci prova, passo dopo passo. L’ultima richiesta è stata la più sfortunata: l’atto era la verifica delle particelle e date di dismissione delle attività industriali e del condono, indispensabile prescrizione della Regione in Conferenza dei servizi. Aspetta dieci giorni, poi altri dieci, poi – siano oltre il mese di attesa – il funzionario è cambiato il nuovo non sa… fino ieri. Colpo di scena: l’atto non c’è, si sono sentiti dire i rappresentanti del comitato. Nessuno, se non i cittadini, si è data la pena di verificare. La concessione è stata firmata senza ottemperare alla prescrizione, dunque va sospesa.

Possibile sostenere che nessuno sapesse, all’assessorato al commercio? Difficile iscrivere tra i buoni chi ha fatto cortina fumogena su un’irregolarità del genere. Perché l’ha fatto? In nome di quale interesse? Non certo di quello degli abitanti della zona.

Prima o poi, insegna la commedia dell’arte, i drammi si sciolgono. I misteri si svelano, i protagonisti si ravvedono, arrivano gli applausi finali. Ma qui non c’è niente da ridere, ed è difficile applaudire capocomico e compagnia. A meno che, alla fine non si arrivi davvero a fermare il cantiere, e ad avviare un parco pubblico. La Lidl, se non vuol rischiare anche il boicottaggio attivo delle filiali romane, e non solo, farebbe meglio a cambiare strada. Un discount di meno, un parco in più: lo sfregio al quartiere e alle regole, quegli alberi tagliati, meritano un risarcimento.

Lidl, si ferma il cantiere mangia-alberi

Chi lotta lo sa, bisogna avere molta pazienza. Spesso vale la pena. Lo sanno quelli del comitato di quartiere Pigneto Prenestino, che dopo anni di lotta hanno ottenuto un parco pubblico – il Parco delle Energie – e ora stanno salvando il lago dell’ex Snia, nato da un tentativo di speculazione mal riuscito che ora è un miracolo naturale “in mezzo al mare di cemento”, come cantano gli Assalti frontali.

Succede che si vince, qualche volta, e le ruspe si fermano. E’ successo stasera, durante un incontro tra il coordinamento “No cemento a Roma est” (che raccoglie cittadini e e associazioni e comitati) e gli amministratori di regione e municipio. Oggetto del contendere, il cantiere per la costruzione di un supermercato Lidl in via dell’Acqua Bullicante (ne ho parlato qui) in una zona vincolata e comunque fitta di costruzioni, senza verde pubblico. Le ruspe del cantiere hanno abbattuto gli alberi – un boschetto – e molti dei capannoni artigianali, alcuni dei quali costruiti con dovizia di amianto.

Lidl taglia gli alberi, ha tambureggiato il primo tam tam: poi i militanti hanno cercato le carte, hanno studiato, hanno portato il loro dossier davanti al cantiere e si sono fermati lì, per giorni, picchettando il cancello per non far entrare i tir con le ruspe e le benne.

Poi hanno ottenuto un incontro con comune, regione e municipio e hanno esposto le loro deduzioni. Innanzitutto il vincolo “Ad duas lauros”, che si stende in larga parte del comprensorio Casilino dal 1995: anche lì, in quel cantiere. Lo dice il testo di apposizione del vincolo, sbaglia chi ha disegnato la carta di piano usata per dare la licenza edilizia. Mica l’hanno scoperto i supertecnici dell’amministrazione, lo hanno fatto i cittadini. E non è l’unica magagna.

Nella conferenza dei servizi che ha dato il via libera al cantiere ci sono anche altre incongruenze: le prescrizioni chieste dalla regione e non tutte  discusse, come dice il verbale, un’omissione pesante. Quei condoni concessi tutti insieme a fine 2014, la dichiarazione che le attività fossero chiuse prima del 2010 e invece per alcuni artigiani fosse continuata fino a pochi mesi fa. Quell’amianto che chi si affaccia sul cantiere denuncia non sia stato smaltito a norma, in modo da mettere in pericolo, oltre agli operai anche gli abitanti… Infine, ed è il dato che agli amministratori del territorio avrebbe dovuto balzare agli occhi, un ennesimo discount in una zona già ben servita e affogata di traffico circondato da un mare di parcheggi che attirerebbero ancora più traffico, e già ora le centraline superano ogni anno i dati per le polveri sottili, da cui  malattie croniche alle vie respiratorie, allergie, tumori.

Le ruspe, che da due giorni sono tornate al lavoro dopo la sospensione di quindici giorni fa, si fermeranno: lo ha assicurato il presidente del Municipio Palmieri. La sua ordinanza parla di problemi di sicurezza e ordine pubblico, la sospensione cautelativa durerà fino alla fine dell’iter di revoca della concessione edilizia. La Asl farà un sopralluogo per controllare la questione dell’amianto, la regione e il comune controlleranno le carte, “E’ acclarato infatti che l’area su cui insiste il cantiere è all’interno del vincolo paesaggistico”. Il responsabile della Regione ha ribadito che gli uffici regionali procederanno alla modifica delle carte con l’approvazione definitiva del piano paesistico.

Un passo avanti, ne serviranno molti altri. Per il ripristino delle alberature, intanto: per la bonifica dell’area e la rimozione delle macerie, con amianto o senza, e per l’apertura di uno spazio verde in quartiere gonfio di smog, fitto di palazzi, soffocato dalle auto. Intanto si fermi il cantiere, il resto seguirà. Un passo dopo l’altro, con determinazione e pazienza.

Lidl taglia gli alberi

Quattro anni, non di più. Le bimbette arrivano con la mamma che apre un tavolino, e si siedono dividendosi una gran quantità di giocattolini. Non sono i giardini pubblici, magari: è il presidio contro il cantiere della Lidl a Torpignattara, Roma. In via di Acqua Bullicante stamattina ecco una cinquantina di persone davanti a quel cancello, prima ombreggiato da maestose e vetuste acacie. Ora non c’è più nulla, persino gli alberelli del marciapiede pubblico sono stati mutilati.

“Lidl taglia gli alberi”, è scritto su uno striscione, brutto biglietto da visita in un quartiere ad altissima densità abitativa, stretto tra la Casilina e la Prenestina, ogni giorno attraversato da un fiume di macchine che entra la mattina e esce la sera dalla capitale. “Lidl taglia gli alberi” è il tam tam che ha scosso il quartiere, diviso tra chi vuol difendere i pochi spazi verdi – perché diventino giardini o parchi o play ground – e chi comunque pensa che un supermercato sia meglio dell’abbandono. E forse sbaglia.

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E’ vero, quel terreno è stato abbandonato a lungo. Un tempo zona artigianale – il fabbro, ultimo ad andarsene, ha chiuso nel 2014 – ora grazie al “piano casa” della signora Polverini, che come il signor Alemanno in Comune ha lasciato uno strascico di devastazioni dopo la sua toccata e fuga alla Regione, dovrebbe passare da artigianale a commerciale. Peccato le norme sanciscano che le attività sarebbero dovute essere già chiuse nel 2010, e non è così. Peccato che parte di quella zona sia inedificabile per il vincolo “Ad duas lauros”, e che nessuno l’ha fatto notare. Eppure, alle tre conferenze dei servizi che hanno portato all’approvazione della licenza c’erano i funzionari, se non i politici, di tutte le amministrazioni, Municipio compreso.

Peccato infine che le macchine di movimento terra abbiano agito tanto pesantemente da far tremare le case adiacenti all’area, piccole casette basse costruite senza fondamenta e senza permesso, poi sanate. Alcuni degli abitanti si sono allarmati, hanno chiamato i responsabili del cantiere, invano.

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Quindi la mobilitazione: appena dopo l’alba, stamattina, c’era già un piccolo drappello di comitati e abitanti, cresciuto via via; l’apertura del cantiere, alle 7, è stata forzatamente rinviata. Fermi e parcheggiati in doppia fila (i vigili, come al solito erano latitanti) i camion con la ruspa e la benna, pronti ad entrare nell’area per continuare il movimento di terra. E fermi anche gli operai della ditta, con cui i manifestanti hanno a lungo dialogato.

Nessuna azione di forza. Ma bisogna informare i cittadini – e i militanti con il megafono si sono fatti sentire, lì accanto ci sono le fermate di autobus fitti di pendolari – bisogna ricordare che un ennesimo supermercato produrrà inevitabilmente più traffico, più camion, più smog e già ora le centraline che monitorano l’inquinamento sforano i limiti. Che il quartiere è già vigorosamente servito dalla grande distribuzione, super e discount. Che, infine, si teme l’avvio del “piano Casilino”, un’ulteriore pioggia di cemento in una zona intasata e soffocata.

Nel presidio si discute: si stende in terra il progetto, ottenuto di straforo – durante l’accesso agli atti l’amministrazione l’ha negato “ne abbiamo una copia sola”, alla faccia della trasparenza – si controlla il cartello che annuncia i lavori, finora latitante. “Quando abbiamo fatto il primo presidio il 23 maggio – dice Marco, indignato – il cartello non c’era, e già avevano iniziato a tagliare gli alberi. L’autorizzazione è del 20 maggio, e nel cartello è scritto che il cantiere è iniziato il 5 giugno. Un’ennesima falsità: questa almeno verificata direttamente da noi”.

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Arriva la polizia, arrivano i carabinieri, i cittadini sono arrabbiati ma argomentano, spiegano, mostrano le carte, le foto degli alberi caduti: “Ce ne andiamo, certo: se fate venire qui gli assessori comunali, il presidente del Municipio e il signor Lidl. Quelli che hanno deciso del nostro territorio senza ascoltarci né informarci”.

Intanto le due bimbette giocano alle bambole sul tavolino davanti al cancello. C’è da giurarci, nei prossimi giorni lo faranno ancora: il comitato “No cemento a Roma est” non si arrende.

Il biondo Tevere. E il generale Garibaldi

Eccolo qui, che splende sotto il sole. Una meraviglia appare a chi scende sulle sue rive. Meraviglia zeccosa, avrebbe detto Pasolini, il limo che resta sulle banchine dopo le piene puzza, i salici e le canne che spuntano disordinati danno ricovero a gabbiani e nutrie. Ma come brilla l’acqua e che voli d’uccelli richiama. Quando si muove verso ovest, verso il mare, la riva si stende pacificata, dopo il percorso in gabbia tra i muraglioni. Sì, sono loro che separano il fiume dalla sua città. Eppure l’hanno salvata da inondazioni e pestilenze: grazie a Garibaldi, che pure i muraglioni aborriva.

Andò così: nel 1870, non era ancora Capitale d’Italia, Roma viene colpita da una piena devastante, quasi 18 metri di acqua nei quartieri popolosi e la città in ginocchio. Che fare? Ci fu una commissione e tre progetti, ma i denari? Fu allora che Garibaldi presentò una legge che dava all’arginatura del Tevere il crisma e i soldi della pubblica utilità. Anche se poi il suo progetto, quello di scavare un canale ad est che deviasse l’acqua del Tevere dal centro, non fu preso in considerazione, del chè il generale si amareggiò moltissimo. Invece ecco i muraglioni, sopra cui scorre il traffico isolando i barconi, gli approdi, la vita fluviale. Funzionò per le piene, un po’ meno per la malaria che continuò a flagellare Roma fino agli anni ’50.

E’ così. Il fiume è separato. Si vede dall’alto dei ponti o dal basso dell’argine, se si scende sulle banchine. Di lì il fracasso del traffico è ovattato, si sente il gorgoglio dell’acqua, stridi di anatre e rondoni. C’è chi corre, chi passeggia, i fidanzati che si abbracciano o che litigano. Ci sono gli accampamenti disperati di chi non ha altro luogo dove andare, cacciato dalla città “civile”, civile tra virgolette. Ogni tanto fanno una retata, mandano via homeless e rom, immigrati senza documenti e ragazzi sbandati. Torneranno, il fiume ha le braccia larghe: accolse Romolo e Remo, figli bastardi di una donna uccisa dalla sua gente, e i loro successori portarono la corona. Accolse schiavi in fuga e popoli sconfitti e ne fece dei dominatori. Per quanto costretto, per quanto ingabbiato, volete che non accolga quel che la gente per bene non vuol vedere, che la città ufficiale rifiuta?

Lo farà, infatti. Fin quando Roma diventerà davvero civile e non ci sarà bisogno di ricoveri rimediati. Allora degli argini si impadronirà la natura, flora e fauna, e i giovani e i bambini scopriranno le sue meraviglie. Invece delle meste bancarelle estive, cinema e teatro e giochi e poesia. Chissà che nella notte non si senta, finalmente riconciliato, il fruscio del mantello amerindo del generale Garibaldi.

Questo testo è stato letto giovedì 16 aprile al Biondo Tevere, nel corso del reading “Barcaroli controcorrente 2” organizzato da Daniela Amenta