Il turista apocalittico

Turista io? Macché. Io sono un viaggiatore. Non seguo i percorsi prefabbricati. Compro una guida e me lo faccio io il percorso, seguendo il desiderio, la scoperta, il fascino del luogo. E incontro persone vere, mangio in ristoranti locali i cibi locali, osservo zone storiche e archeologiche ancora non contaminate.

Alzi la mano chi non ha mai detto o pensato frasi del genere. A noi tutti farebbe bene leggere “Il selfie del mondo” di Marco D’Eramo (Feltrinelli, pp.252, 22 euro). Perché anche di noi parla.

La prima parte del libro è un’analisi, rigorosa e spietata, dell’industria del turismo. Una delle più vaste industrie mondiali, che non riguarda solo la trasformazione delle mete dei viaggi, ma anche l’industria che li permette e li facilita. Da quella aerea a quella marittima. Dall’alberghiera all’accoglienza diffusa. Dall’agricoltura al commercio.

Cifre, dati, ragionamenti sono incalzanti e indiscutibili. Come non sorridere davanti all’anglofono che sceglie la “pseudità”, parola inventata da Rilke, di una cantante inglese che canta con accento francese invece di una vera cantante francese? I viaggi organizzati sono costellati di pseudità: l’affascinante mendicante da turisti, perfetto da fotografare. Il localino caratteristico, finto nei cibi e persino nell’arredamento. La ricostruzione del monumento rispetto al monumento in rovina….

Ecco, il fascino delle rovine. Altro concetto relativamente moderno, risalente all’Ottocento. Perché ci piacciono, ci parlano, sono così suggestive? Perché, dice D’Eramo, sono luoghi dove si fa materia il tempo. Perché un edificio ricostruito anche minuziosamente ci lascia freddi, mentre l’intonaco un po’ fané di un palazzo cinquecentesco sa evocare il passato? Questo mostra il tempo, l’altro no, non è che una replica architettonica, il passato non ha lasciato ingiurie né fascino.

Il tempo incarnato ha una forza potente, ma anche un tallone d’Achille: D’Eramo lo trova nell’Unesco. Quando un sito diventa Patrimonio universale, lì inizia il declino. La mutazione che fa di San Giminiano una città medievale ben conservata ma quasi totalmente priva di vita, se si escludono i figuranti della messa in scena turistica, gli attori dell’industria dell’accoglienza, i gestori dei percorsi culturali, i venditori di souvenir e di ricordi. Come in molte zone turistiche, la città storica diventa un parco a tema, in cui i turisti collezionano quel monumento, quel paesaggio, quella statua che già conoscono ma che ora possono osservare da vicino, dal “vero”. Vero ma vuoto. Prima conseguenza, un abbassamento drastico della qualità: se un ristoratore che ha clienti locali deve far del suo meglio per mettere in tavole cibi appetitosi e ben cucinati, perché fare lo sforzo per una comitiva di turisti che non torneranno mai più? In Italia gli operatori dell’industria turistica, che considerano il loro cliente un pollo da spennare e non il proprio mercato, di norma agiscono così. Segando il ramo su cui sono seduti: infatti in Italia si viene poco, rispetto ai tesori d’arte e storia che vi si custodiscono, si resta poco, non si ritorna. Gli sproloqui sulla cultura petrolio d’Italia (sbagliati persino concettualmente: il petrolio vero porta grandi ricchezze ma a pochi e distrugge ambiente e luoghi di tutti) sono artifici retorici, basterebbe guardare l’abisso dei tagli sugli investimenti di Stato per tutela e manutenzione dei beni culturali. E anche qui torna in azione la sega sul ramo su cui siamo seduti.

Lijang, città cinese dello Yunnan, è uno dei casi estremi citati da D’Eramo. Rasa al solo da un terremoto nel 1996, lì non c’era ormai nulla da preservare. Ma la volontà del governo cinese di farne un polo turistico ha prodotto una ricostruzione “addomesticata”. Il centro storico ha oggi l’elettricità le fogne, mai esistite prima, gli interni degli edifici sono stati aggiustati “per incorporare i moderni stili di vita”, gli stessi materiali edilizi sono stati “migliorati”. Insomma, case moderne con aspetto antico che nel 2013 avrebbero accolto oltre 20 milioni di turisti. E, dice la Rough Guide, “la città vecchia cresce a ogni anno che passa”. Un paradosso esplicito.

Ma ecco la seconda parte del libro. Non sarà che la critica al turismo di massa non rispecchi anch’essa la lotta tra le classi? Turismo deriva da Grand Tour, il viaggio di istruzione che i rampolli americani benestanti facevano in Europa. Quando la possibilità di viaggiare si è estesa, anche agli operai e ai piccoli impiegati, i più doviziosi hanno scelto mete più esotiche, arricciando il naso quando venivano raggiunte anche dal volgo. Così anche oggi i turisti raffinati storcono il naso davanti ai turisti indipendenti, che storcono il naso davanti ai torpedoni organizzati, che storcono il naso davanti alle truppe dei giapponesi irreggimentati… E in fondo non è che questione di soldi, anche il turismo ci rimanda alle divisioni sociali del capitalismo. E in fondo lo scandalo potrebbe essere il fatto che persino i proletari hanno tempo libero, hanno desideri, possono viaggiare. O si pensa di abolire, progressivamente, anche il tempo libero?

Singolare l’osservazione che, per la prima volta nella storia del mondo, i migranti che cercando una vita possibile in Europa, non necessariamente devono assumere il nostro stile di vita, come invece era obbligo per gli emigrati del secolo scorso. Possono parlare la loro lingua, sentire la loro musica, cucinare i loro cibi, osservare le loro regole religiose. Possono tornare a casa, per le vacanze o per sempre. Curiosamente, ciò che permette di comunicare ad alcuni, contemporaneamente isola altri.

Unica nota per me dissonante, la critica allo zoning, la tecnica urbanistica molto utilizzata ad esempio da Le Corbusier per separare le funzioni di vita nella città: qui il lavoro, lì l’abitare, più in là ricrearsi e passeggiare. Una tecnica che per D’Eramo ha inverato l’assunto di Guy Debord: la classe dominante teme la libertà degli uomini nelle città e tende a isolare, a ostacolare le possibilità di incontro che offre. Il risultato, soprattutto negli Stati Uniti, non sarà stato ottimale. Né del resto lo spontaneismo sfrenato, le coste della Calabria sono lì a dimostrarlo. Ma, a vivere a Chandrigarh, città di fondazione disegnata da Le Corbusier in India, lo zoning funzionerebbe. Fitta di luoghi di incontro, garantisce invece trasporti agili e quiete notturna. E’ che lì i luoghi della vita pubblica e di quella privata sono stati pensati insieme. Ma questo è un altro discorso.

Se il turismo è una grande industria capitalistica, è possibile prevederne la fine. Quando non si sa, ma finirà. Muoversi, viaggiare, è una possibilità alla portata di quasi tutti che rispecchia un desiderio, difficile abolirla in tempo di pace. Anche se il mondo raggiungibile, in questi ultimi anni, invece che ampliarsi si restringe, anno dopo anno, seguendo la cronaca degli attentati terroristici, guarda caso proprio nei luoghi turistici, vittime i turisti. Come sazieremo ancora la nostra fame di mondo?

Una gigantesca periferia

Ineguale. L’aggettivo nel titolo del libro di Roberta Cipollini e Francesco Giovanni Truglia dice molto dell’intenzione e del lavoro: “La metropoli ineguale. Analisi sociologica del quadrante est di Roma” (Aracne editrice, pgg. 492, 28 euro). Ineguale, cioè ingiusta. Il tentativo è ambizioso: studiare le caratteristiche sociodemografiche e la qualità urbana del quadrante est di Roma. Tentativo riuscito.

Il territorio è enorme, 128.000 ettari, che potrebbero racchiudere all’interno le nove maggiori città italiane. Densamente popolato, all’inizio del Novecento era un paesaggio rurale. Poi ci pensarono le borgate ufficiali costruite dal fascismo per il popolino deportato dal centro – fino al dopoguerra era vietato “inurbarsi”, lasciare la campagna e venire a vivere a Roma. Nell’agro romano, coltivato o incolto che fosse. Così gli edili, le lavandaie. le domestiche, gli operai, i lavoratori “di fatica” si accampavano qui, fuori dalle mura Aureliane, creando borghetti, borgate, insediamenti abusivi incistati nella città legale che dal dopoguerra ha avuto gran vigore.

Superata a lunga epoca delle baracche dei migranti italiani nell’epoca di Petroselli, negli anni ’90 hanno ricominciato a formarsi per ospitare i migranti stranieri e i rom. Recentemente proprio qui sono stati installati diversi Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Del resto, qui scelgono di vivere diverse comunità immigrate, che affittano case di bassa qualità a un prezzo relativamente basso.

Non stupisce che oggi in zone densamente abitate e con picchi di inquinamento urbano tra i più alti di Roma si siano sviluppate lotte tenaci per difendere il poco verde rimasto. Un esempio? L’edificazione in via dell’Acqua Bullicante di un supermercato Lidl  – cimbattota dal coordinamento Nocemento a Rona est – in una zona tutelata dal vincolo Ad duas lauros, una benedizione per questo paesaggio che va scomparendo ma ormai aggredito da tutti i lati, un morso qui un altro là, da cemento e nuove edificazioni. Bizzarri eventi che trovano funzionari conniventi, un’opacità generale e il “superamento” dell’assessorato all’urbanistica, visto che le licenze edilizie commerciali ormai a Roma sono appannaggio dell’assessorato al commercio.

La metropoli ineguale” è uno studio di sociologia, ma lo dovrebbe leggere chiunque vuol far politica a Roma. Non solo per la messe di dati che offre, già di per se utile strumento. Ma anche per l’interpretazione che lo studio offre. La ricchezza delle tipologie abitative, degli insediamenti informali di baracche alle ville esclusive dell’Appia antica, ma anche il mosaico di situazioni sociali esemplificate nell’uso dei trasporti pubblici: “Viaggiando sugli autobus che dalla stazione Termini raggiungono Grotte Celoni si percorrono terre di mezzo che scorrono più o meno veloci verso l’approdo costituito dal capolinea e da nuovo autobus che porta a casa. Il silenzio, la distanza, se non l’indifferenza che gli utenti del bus portano con se dal modo di vita della grande città si dissipano in prossimità del nodo di scambio, in una nuova socialità, ristretta e interindividuale, che risente del riconoscimento di un territorio familiare e della vicinanza dell’approdo”. Una frantumazione di storie individuali che stentano a farsi relazione e trama sociale consolidata.

Curiosamente, in una città che invecchia, i dati demografici indicano qui una forte presenza giovanile, parallela all’andamento degli insediamenti degli stranieri.

E la qualità urbana? Bassa, bassissima: “la prossimità al Gra, e in particolare alle aree poste al suo esterno, tende a disegnare il confine tra due città: quella più interna dove, pur tra squilibri, lo standard di qualità urbana raggiunge livelli accettabili… e una città esterna, diffusa, in cui gli standard risultano più bassi e inducono automaticamente alla necessità della mobilità urbana per poter svolgere attività quotidiane essenziali… qui tende conseguentemente a ridursi la possibilità di istituire relazioni sociali”.

La presenza di comunità etniche, d’altro canto, conferma la vocazione di accoglienza di questo quadrante urbano per le fasce più marginalizzate. Proprio per questo sarebbe indispensabile la presenza istituzionale con azioni volte al superamento della marginalità e all’incontro tra culture differenti, superando la tentazione della chiusura nell’enclave etnico.

L’ultimo capitolo, quello sui dati elettorali, dovrebbe essere una bibbia per ogni politico. Il cedimento del centrodestra e del centrosinistra, che prima del 2013 si spartivano il 98% dei voti, scende e lascia il campo al M5s, che tocca il 27% dei voti a Roma, ormai secondo partito. Nel quadrante est i consensi ai Cinque stelle si insediano nelle zone presidiate prima dal centrodestra, le roccaforti di An cedono all’avanzata grillina.

In nessun luogo come nel quadrante est sarebbero necessarie azioni di cura, di ricucitura del tessuto sociale, di lotta all’esclusione; le isole di iper-modernità non sono un grado di “risolvere le criticità che accompagnano lo scorrere dell’esistenza di popolazioni gravate dal peso di una quotidianità difficile in termini di infrastrutture, di servizi, di opportunità culturali e di vita”. Le occasioni di consumo e divertimento delle strutture commerciali non compensano il vuoto di prospettive e di futuro che tormentano gli abitanti di questa gigantesca periferia.

Libri senza frontiere

Facile dire: frontiere. Un muro, una barriera. Che cosa c’è al di qua o al di là fa la differenza di una vita. Sarà per questo che uno dei primi appuntamenti di Festivaletteratura, la settimana di incontri con gli autori di Mantova, alla ventesima edizione, è proprio sulle frontiere e sull’esclusione. Tema che attraverserà molti degli incontri di quest’anno.

Ecco dunque, solo nella prima giornata, il dibattito tra Gazmend Kapllani e Alessandro Leogrande. Ecco il dibattito tra Christiane Taubira, ex ministro della giustizia francese e Domenico De Masi “Se i cittadini non sono tutti uguali” soprattutto quelli con due nazionalità dovute alla migrazione. Ecco l’incontro a tre tra Paolo Di Paolo, Siegmund Ginzberg e Wlodek Goldkorn sulle storie di famiglie ebree che hanno attraversato il secolo scorso spostandosi su, dice Di Paolo, un atlante impazzito.

gazmend-kapllaniL’albanese Kapllani racconta, in “Breve diario di frontiera” la sua storia di emigrato colto e plurilingue. Accompagnato da Alessandro Leogrande che il mondo dei migranti conosce bene, come mostra il suo recente Uomini e caporali sullo sfruttamento dei braccianti in Puglia, nella raccolta del pomodoro da sugo e non solo. Tutti ricordiamo l’immagine dell’esodo biblico dell’Albania, quando disfatto il regime oppressivo di Enver Hoxha le frontiere di un paese isolato da decenni si dissolsero (ed è difficile dimenticare il trattamento che l’Italia ha riservato alle 16.000 persone a bordo del mercantile Aurora, stipate in uno stadio di sinistra memoria e poi respinte).

Il bambino Kapllani studiava italiano a otto anni, raccoglieva sulla spiaggia bottiglie di Coca Cola provenienti dall’altro lato dell’Adriatico, contrabbandava libri e letteratura rischiando la prigione. Tentare di evadere da un paese che aveva tagliato ogni contatto con il resto del mondo – «Eppure cantavamo l’Internazionale due volte al giorno», ricorda, «si parlava di proletari di tutto il mondo»: quale mondo? – e sentire musica italiana poteva costare la vita. «L’Albania – dice ora – era una piccola prigione governata da paranoici».

Franato il regime, svaniti i controlli alle frontiere, Kapllani migra verso la Grecia, a piedi. Qui sperimenta la vita da immigrato, indesiderato nel paese comunista, indesiderato in quello capitalista. L’umiliazione di dover chiedere protezione, quella sperimentata da Dante: «Tu proverai siccome sa di sale lo pane altrui». Passata una frontiera, bisogna scavalcarne altre, la lingua, l’identità: «Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio – dice – uscito dalla prigione dei paesi dell’est sono diventato clandestino. Resterò in Grecia 23 anni, imparando la lingua tanto da scrivere il mio primo libro proprio in greco, ma non ho mai ottenuto la cittadinanza: con tutto il tempo impiegato per ottenere documenti e permessi avrei scritto altri dieci libri».

Oggi Kapllani vive negli Stati Uniti e sogna «un mondo senza immigrati, ma di viaggiatori in un mondo di eguali. Ci vuole fegato, ci vuole forza per lasciare il proprio paese e andare in un altro, imparare la lingua, trovare il proprio posto in una città sconosciuta. Del resto da sempre la sopravvivenza dell’uomo dipende dalla capacità di cambiare, di migliorare la propria vita, di superare la sofferenza della povertà e della disuguaglianza». Infine un monito: «Negare la cittadinanza è una vergogna. Come è possibile che i bambini che nascono in un paese dove vivranno e andranno a scuola non siano cittadini? Come si fa a creare scientemente cittadini terza categoria? L’immigrazione è una opportunità. Ma se la si vede solo come minaccia, attenti: può diventare una minaccia».

mantova1L’esperienza di essere “l’altro” l’hanno provata anche Siegmund Ginzberg e Wlodek Goldkorn, entrambi prestigiosi giornalisti italiani. La storia delle loro famiglie, ebree entrambe, è fatta di traslochi, mutamenti, esilii. «In Turchia, quando il mio cognome a scuola denunciava una ma non turchità – dice Ginzberg, che ha scritto Spie e zie – mi dichiaravo italiano, ma di italiano non sapevo una parola. In Italia mi dichiaravo turco, poi ho imparato a dirmi ebreo. Ma di quegli ebrei speciali che non vanno in sinagoga. Solo molto più tardi ho detto: sono italiano». Scrivere in una lingua non materna dà una libertà indicibile, dice Goldkorn, come faceva Conrad, come Beckett. Ma quando il conduttore, Paolo Di Paolo, lo interroga sulla seconda parte del suo libro, Il bambino nella neve, sui luoghi della Shoa, Goldkorn esplode. Ricordando il libro di Primo Levi, Sommersi e salvati, dice: «I sommersi sono tra noi. Sono qui, nel nostro Mediterraneo, negli ospedali bombardati in Siria e pieni di bambini, Quando vedo i treni della memoria che vanno a Auschwitz per dire ‘mai più’ penso che lo si faccia per non vedere i sommersi di oggi. Sarebbe meglio non fare visite a Auschwitz e evitare i bombardamenti. E mandare le navi a prendere i migranti al di là del Mediterraneo».

Questo articolo è stato pubblicato anche da Succede oggi.

Il Messico di Paco

Un’esplosione, un fuoco d’artificio di humor, a volte nero, a volte sboccato. Paco Ignacio Taibo II (nella foto qui accanto) è come scrive, più spontaneo, forse: empatico. Irresistibile. Al Festivaletteratura di Mantova ha presentato la riedizione di un romanzo del 1995, A quattro mani, insieme al collega Juan Villoro (nella foto sotto), come lui messicano, come lui scrittore, che ha scritto Il testimone. Argomento comune, i disastri del Messico. Non sarà una lagna però, questo incontro, né un catalogo delle miserie messicane: il nostro è «paese autoritario, repressivo e deprimente, puzzolente e schifoso, ma anche ridicolo. E l’umorismo è un sistema di resistenza». Ecco il ritratto del Messico dipinto in rapide pennellate e battute irresistibili.

Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Entro in un ufficio pubblico, uno di quelli in cui si fanno i documenti e i certificati. Mi avvicino allo sportello e dico: “Buongiorno”. Da dietro lo sportello mi risponde una voce cavernosa “No”. Ma come no, vaffanculo, non ho neanche detto cosa voglio. “No”. È la sindrome del buttafuori da discoteca, se dai a un idiota il potere di buttarmi fuori lo farà. E io non avrò il mio certificato».

Il cahier de doléances è lungo: il presidente è un analfabeta funzionale, alcuni dei ministri non hanno mai letto un libro (e speriamo non lo facciano, si augurano i due scrittori, dovessero sfogliare i nostri ce la vedremmo brutta). Il presidente ha falsificato la tesi di laurea, viviamo circondati da leccaculo, l’informazione nasconde notizie importanti, come la scomparsa di 43 ragazzi nello stato di Guerrero. Eppure a Città del Messico, capitale della resistenza, ci sono ogni due giorni manifestazioni di protesta imponenti, di 400.000 persone ciascuna.

juan-villoroConferma Villoro, e cita quella famosa zia messicana che diceva: «La vita ha voluto che io fossi disgraziata ma non ne avevo voglia». Villoro incalza: paradossale la questione dei rapporti con gli Stati Uniti, il più grande paese consumatore di droga. Nella giostra della ricerca del nemico perfetto sono passati dai nazisti ai comunisti, poi ai terroristi islamici e ai trafficanti di droga messicani. Che però agiscono negli Usa protetti dalle forze dell’ordine. Paradossale anche l’invito di un importante ministro messicano a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle presidenziali, dopo le valanghe di insulti razzisti che ha rovesciato sui messicani: «Siamo così fottuti che non ci resta che ridere».

Lo hanno definito barocco, Paco Ignacio Taibo II, chissà se lo sa. Certo non gli piacerebbe: barocco definisce il potere messicano, barocco come la cattedrale dove angioletti evirati con le natiche paffute sono circondati da mais, uva, frutta. Perché? L’architetto spagnolo patito degli angeli che seguiva i lavori si ammalò sul più bello, l’assistente indigeno andò avanti da solo e rovesciò sulle mura della chiesa una cornucopia agricola. «I buoni scrittori messicani sono come quell’assistente indigeno – dice Paco Ignacio Taibo II – mostriamo il reale anche se inopportuno. Ci si aspetta dal romanzo che metta ordine nel caos. Forse in Svizzera. Ma penso che invece abbia il compito di produrre caos e disordine, la complessità e la profondità. La tensione sociale e l’antiprovincialismo». «C’è una tensione continua tra la realtà e quel che cerchiamo di vedere – insiste Villoro – è ai margini di questa tensione che si può scrivere un buon romanzo».

Il muro, il muro che si vorrebbe costruire al confine con gli Stati uniti per fermare i migranti, come se i muri non si potessero saltare. Questo, in modo particolare. Racconta Paco Ignacio Taibo II: «Un pezzo di muro c’è già, a Ciudad Juárez. L’ho visto: 20 metri di muro e poi una fessura di 80 centimetri, e così via. Perché il buco? ho chiesto ai muratori che lo costruivano. Risero di me. Lo chiesi ancora: perché il buco? Risposero: da dove pensi che noi passeremo, poi? Infatti, erano tutti messicani».

Nessun muro può fermare le persone che cercano il futuro. «Trump non sa che se ci fosse il blocco della migrazione di lavoratori illegali nessuno pulirà più le piscine di Los Angeles, nessuno raccoglierà mele in Oregon, o lavorerà nei calzaturifici dell’Illinois», insiste Paco Ignacio Taibo II. E Villoro racconta la storia di una rapina in un bar americano: «I gangster tengono tutti sotto tiro. A un certo punto di sente un trambusto in cucina. Bloccate i messicani, dice uno dei gangster. Non l’ha visto ma lo sa, in cucina non possono che esserci messicani. I gangster conoscono la realtà meglio di Trump».

Oltre la risata, la speranza. Marx sì, ma quale? Bisogna rileggere la realtà, riscriverne le categorie. E andare avanti: nelle comunità zapatiste e in quelle indigene c’è già un nuovo modo di prendere le decisioni, insieme. Insieme si fa comunità. Altrimenti, conclude Paco Ignacio Taibo II, non resta che arrendersi: «Nel film di Woody Allen Prendi i soldi e scappa Woody e la sua banda organizzano una rapina, ma quando arrivano in banca c’è già un’altra rapina in corso. E Woody propone ai derubati: votate quale banda vi porterà via i soldi. Questa è la democrazia oggi: la possibilità di scegliere da chi farci assaltare. Dunque arrendersi non si può».

Le favole fanno bene

Chi la sa questa favola? C’era una volta… C’era una volta, e c’è ancora, un pediatra bizzarro dalla doppia vita. Si chiama Andrea Satta, di giorno cura i bambini, di sera fa il cantante di una formazione molto conosciuta, Têtes de Bois. Forse perché la mamma, la sera, gli leggeva i “Promessi sposi” da grande si è appassionato alle favole. Ecco come.

Il suo ambulatorio è a Valmontone, sulla Casilina, sobborgo di Roma, dove vive chi a Roma lavora ma non si può permettere l’affitto; molti stranieri. Un territorio sgarrupato, tra ferrovie, viadotti, capannoni industriali, i fumi di Colleferro a due passi, termovalorizzatori e discariche. Per un pediatra, questo vuol dire allergie oltre la norma, patologie tiroidee, bronchiti croniche. E quella strana malattia, la sindrome da centro commerciale, le rinofaringiti, le pleuriti, le tracheiti che i frigoriferi e l’aria condizionata dei supermercati producono, soprattutto d’estate.

Questa è la storia delle storie che Satta ha portato ieri al Festivaletterature di Mantova, con il suo secondo libro Mamma quante storie, Treccani editore, arricchito da un fumetto di Fabio Magnasciutti e da illustrazioni di Sergio Staino.

Cosa c’entra l’ambulatorio di Valmontone con le favole? C’entra. Tutta colpa della mamma di Mohamed che una volta gli ha confessato: «Dottore, tu se l’unico con cui io parlo, qui, insieme alle persone in sala d’aspetto. Niente amiche, niente famiglia». Che fare? Ecco un’idea bizzarra, la sintetizza un cartello: «Mamme, vi aspetto sabato prossimo alle 18 per raccontare le favole con cui vi addormentavate da piccole. Portate i vostri bambini».

Tè e succhi di frutta, biscotti e patatine: verranno? Vengono. Vengono anche le favole, semplici, complesse, con i sapori di tutte le terre da cui vengono le mamme: paesi dell’est, nordafrica, Bangladesh, Ecuador, Perù, Brasile, Belgio. Ma anche Puglia, Campania, Calabria.

Così, una volta al mese, da sette anni le mamme raccontano, parlano, si conoscono, fanno amicizia tra loro, condividono cous cous e felafel e fejoada, altro che patatine. Così, Andrea Satta raccoglie le loro storie: la sua doppia vita diventa trina, pediatra e musicista e raccoglitore di favole.

La sapete quella della capra e del cavoli? Sì, la sapete. In Nigeria c’è, solo “tradotta”: capra cavoli e lupo diventano gazzella leone e pescatore. Chi l’avrà portata? Le storie superano meridiani e paralleli, con il loro carico di arguzia e di poesia. Nelle favole del mondo anche gli animali fanno rumori diversi. Bau in italiano diventa Au in portoghese, Ham Ham a Galati…

Andrea Satta è sicuro, le favole fanno bene. Ai bambini soprattutto, è scientifico. “Una ricerca canadese – dice – dimostra che i neonati pretermine seguiti in terapia intensiva prenatale migliorano moltissimo se ascoltano la voce della mamma, anche registrata. Forse perché l’hanno sentita nella pancia, forse perché è la voce dell’amore. Se è così importante per un neonato che ha così poche capacità dialettiche pensate cosa succederà a un bambino di due o cinque anni. Il sonno che si avvicina, la mamma o il babbo che sussurrano, la storia nota che si dipana pian piano”.

Le favole, a volte, sono crudeli. Pensate a Cappuccetto rosso, a Hansel e Gretel… Chi le scriverebbe così, quelle storie? Chi manda una bambina dalla nonna, sola e senza cellulare? Chi abbandona i figli nel bosco perché non ha abbastanza cibo per nutrirli? I pericoli affascinano i bambini, ma producono paura. Però è la mamma che racconta la storia, è la sua voce che dà protezione e sicurezza. E, dice Satta, l’elastico della paura si tende ma si sa che non può finire così. Il lieto fine consola e placa. Chiede: dunque è giusto raccontare favole crudeli, matrigne che maltrattano bambine, leoni sbudellati, streghe che mangiano i bambini? Forse sì, se c’è la mediazione dei genitori. L’iperprotezione dal mondo non fa crescere, rende deboli di fronte allo scacco, al cataclisma, al dolore.

Ma forse non basta. Ecco perché un ambulatorio dove da anni ci si parla, ci si scambiano racconti, si fa amicizia, si creare una comunità. Una piccola piazza dove si trovano abbracci e conforto, sostegno e soluzioni. Dove le categorie ridiventano persone, una a una, e ciascuna con il suo sorriso. Con le sue storie, e quelle della sua mamma.

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

Coe: svegliati, sinistra

“Arriva il momento in cui rapacità e follia diventano indistinguibili. E poi arriva un altro momento in cui anche tollerare la rapacità e viverci fianco a fianco, o addirittura prendersene carico, diventa una sorta di follia.” E’ una frase chiave di Numero 11 (Feltrinelli), ultimo libro di Jonathan Coe, protagonista ieri di un evento partecipatissimo al Festivaletteratura di Mantova. Non il seguito de La famiglia Winshaw, che si concluse con la morte di tutti i protagonisti, ma alcuni personaggi che legano le due storie. Il legame più forte, dice Coe, è che nel Regno Unito la gente che era al potere all’avvento del thatcherismo è al potere ancora, la vittoria della rapacità è una follia.

Prima domanda impudica. Qual è per lei l’urgenza, la necessità di scrivere?

Come molte altre persone, e certo gli scrittori sono persone, non sono soddisfatto del mondo, e del mio rapporto con il mondo. E dunque scrivendo creo una realtà diversa, alternativa, che mi consente di forgiarla e controllarla.

Prima dell’esito delle votazioni in Gran Bretagna avevi detto: “Il sì e il no all’Europa sono vicini. Chi perde proverà molta rabbia”. C’è ancora questa rabbia, o è diventata disillusione?

In Gran Bretagna viviamo in uno strano momento. Stiamo cercando di capire che decisione abbiamo davvero preso. Sì, c’è stata rabbia, ma ora l’emozione ha cambiato segno. E’ davvero una situazione bizzarra: abbiamo votato per la Brexit, e ora ci chiediamo cosa sia la Brexit. E’ singolare che nessuno lo sappia, tanto meno le persone che hanno votato per il sì, e nemmeno i politici che l’hanno sostenuto. Perché non si è votato solo l’uscita dall’Europa. Il cuore della questione è: quale tipo di paese vogliamo essere? E’ una domanda più difficile e dolorosa. Ci vorranno anni per capire che conseguenze, che effetto avrà questo nostro voto.

Nel ’68 si ripeteva uno slogan anarchico: una risata vi seppellirà. E’ possibile ridere, oggi? Non è un atto di distrazione?

Ritengo sia un atto di distrazione, in molti sensi. Sono convinto sia utile e fondamentale ridere su aspetti essenziali della vita che sono immutabili, immodificabili, e allora la risata può essere salvifica, consolante. Ma in molti altri casi, se si ride su questioni sociali si rischia: il riso può far sì che la gente si rassegni invece di darsi da fare per cambiare le cose.

Lei ha parlato di perdita dell’innocenza per la sua generazione. Ma i giovani, e le generazioni non ancora anziane, non hanno perso anche la speranza, l’orizzonte sul futuro?

Quando passo un po’ di tempo con dei ragazzi – mia figlia ha diciannove anni – resto sorpreso dall’ottimismo e dalle speranze che riescono ad esprimere. Un peccato di ingenuità? Forse non vogliono o non riescono a vedere il mondo com’è? Non so. La mia generazione è sicuramente pessimista, ma non voglio proiettare il mio pessimismo sulla gioventù. Non sarebbe rispettoso verso di loro e verso di noi. Dobbiamo avere fede nei giovani.

Che non hanno, di questi tempi, molte ragioni di ottimismo e fiducia…

Sì, hai ragione.

In alcuni suoi libri, penso a I terribili segreti di Maxwell Sim, parli della crisi della normalità. Che ne resta? La sofferenza della solitudine? La depressione?

E’ indiscutibile, il senso delle connessioni sociali si è indebolito, rispetto a quaranta anni fa. E’ l’onda lunga del thatcherismo, che qualcuno chiama neoliberalismo, un senso politico che invece di curarsi del benessere comune si concentra sempre più sull’individuo. Credo e spero ci sia una reazione nel prossimo futuro. Da destra c’è: la candidatura di Donald Trump, la stessa Brexit… Ma in vari paesi europei è innegabile la crisi e la mancanza di identità della sinistra, di qualunque sinistra, che si mostra incapace di una reazione.

Dunque, che fare?

Non sono un politico, non ho una soluzione politica. Scrivo libri, e penso che i romanzi siano strumenti per riflettere sulla realtà che vedo, e che non mi piace. Scrivere vuol dire condividere il mio punto di vista con il pubblico, con i lettori. Ma su quel che dovrebbe fare la sinistra in Europa, sul nostro futuro, sono confuso come tutti noi.

Qual è il più riuscito dei suoi libri, non dal punto di vista letterario ma appunto dalla capacità di trasmettere la sua visione del mondo?

Pinter ha una volta sostenuto che ogni tipo di libro è un diverso tipo di fallimento. In ognuno dei miei libri non sono riuscito ad esprimere esattamente quello che volevo dire, ma in ognuno in modo interessante. Se proprio devo scegliere, La banda dei brocchi e Circolo chiuso. Perché il significato profondo è nel rapporto tra questi due libri, uno la riscrittura dell’altro. E’ una storia complessa di persone che si muovono in uno sfondo molto ampio, negli anni ’70 prima e negli anni ’90 poi. Nel rapporto tra questi due libri c’è l’equilibrio tra dimensione politica e personale.

Un po’ come avviene tra La famiglia Winshaw e Numero 11.

In un certo senso. Quando ho scritto La famiglia Winshaw, però, non avevo affatto l’idea di fare un sequel. mentre con La banda dei brocchi era chiaro. Forse è perché nella scrittura dei miei primi libri pianificavo trama e intrecci in modo molto dettagliato, lanciando fili pendenti che poi intrecciavo via via. Oggi mi piace una scrittura più improvvisata, in cui i personaggi a volte conducono me, non sempre li sposto io come pedine sulla mia scacchiera.

Questo non ha portato a esiti imprevisti?

Sì, ma se funziona, e spesso funziona, è uno degli aspetti che mi piace di più nel mio lavoro, e mi dà una sensazione relativamente nuova. La mia scrittura mi sorprende. Il finale di Numero 11, infatti, è stata una sorpresa. Anche per me.

 

Questa intervista è uscita sull’Unità il 9 settembre 2016

E se ripartissimo da Marx?

Chimico, filosofo, malato. Santiago López Petit è una persona singolare. Impiegato in una vetreria sotto il franchismo, lasciò tutto e entrò nella resistenza. “Vincemmo, ma è stata una sconfitta. La democrazia che da quella vittoria nacque non era quella che volevamo”. Poi lo studio della filosofia, la passione per i post strutturalisti francesi da Foucault a Deleuse, e per i marxisti italiani, da Panzieri a Tronti. La cattedra di filosofia critica all’Università di Barcellona per 23 anni, la partecipazione ai movimenti radicali, dagli indignados a Espai en blanc o Dinero gratis. Poi la malattia.

Da qui nasce il suo ultimo libro, “Figli della notte” (Moretti e Vitali editore, 16 euro) di cui ha parlato ieri al Festivaletterature di Mantova insieme a Gianluca Solla.

Saggio, analisi, confessione, ragionamento, punto di vista attorno a un malessere potente e sfuggente, depressione, sindrome di fatica cronica, fatica di vivere: “Mal di testa lancinanti, fotofobia, sensazione di sonnolenza e insieme insonnia, l’essere in bilico tra la vita e la morte, momenti di assenza”, dice lui, che in pagine dense ha descritto la fatica del suo dolore. Senza arrendersi, analizzandolo, cercandone le ragioni dentro e fuori di sé. Fuori soprattutto. Perché, dice, “chi non è malato in questa società? Chi non soffre di mal di vivere, di sequestro della vita? Chi non sente di voler vivere e di non poterlo pienamente fare?”.

Il mio cuore pompa rabbia, scrivi. La rabbia e il pensiero portano al superamento della malattia?

La vita è un carcere, è il pensiero di tutte le avanguardie storiche, dai dadaisti ai surrealisti fino ai situazionisti. Ma l’evasione non è la soluzione. Il capitalismo, oggi, si è fatto uno con la realtà, è qui il nodo. Bisogna decidere se essere un pezzo della macchina capitalista o essere l’anomalia, l’errore del sistema che lo farà implodere, la sfida alla normalità. L’anomalia è la chiave, tutti siamo anomali. La traduzione del malessere sociale non la fanno certo i partiti.

La grande forza dei movimenti, dal 77 a oggi, si è mostrata e poi è svanita. Perché?

Nel M15, che impropriamente voi chiamate indignados, c’è stata una fortissima presa di parola. L’occupazione delle piazze da parte di migliaia di persone senza avanguardie o leader, senza direzione. L’esplosione pacifica di un malessere sociale irriducibile, che è svanito perché non aveva un orizzonte chiaro, forse troppi orizzonti, e alla fine si autocontemplava. Sì, alla fine è mancata rabbia, è mancata strategia e ponti tra noi: la critica alla forma partito è sempre stata molto forte. Ci siamo dispersi seguendo ognuno il suo filo di interesse, l’ecologia, il femminismo, il consumo critico…

In Spagna c’è una situazione singolare, ora. L’impossibilità tecnica di formare un governo, e un’economia che comunque cresce.

Podemos ha fallito. E non solo perché insieme a Izquierda unida ha perso milioni di voti. Ha riprodotto il partito classico. Non è riuscita a rompere il bipartitismo, non è riuscita ad essere l’alternativa, rischia di riportare a destra il paese. Il capitalismo? Ormai è la realtà, l’ho detto: non ha più bisogno del sostegno dei partiti.

Dunque che fare? Suggerisci alla fine del libro di tornare ad essere partigiani, come scriveva Gramsci.

Certo. Ma dico anche di tornare a Marx. Tra pochi mesi uscirà con la mia prefazione la prima traduzione in catalano del Manifesto del partito comunista, che da 40 anni non viene pubblicato in Spagna. Allora il concetto di lotta di classe diede alle masse diseredate riconoscibilità e dignità. Il mondo, poi, è mutato. Ma non è cambiato il bisogno di lottare, di pensare un’altra realtà, di agirla. Da qui si può cominciare.

 

Questa intervista è stata pubblicata sull’Unità dell’8 settembre 2016. L’immagine è di Alice Pasquini